Storia linguistica di Venezia
Lorenzo Tomasin
- Edizione: Settembre 2010
- Ultima ristampa: 1a 2011
- Collana: Quality paperbacks
- ISBN: 9788843055128
- Pagine: 160
- Prezzo:
15,00 €14,25 € - Rassegna stampa
- Data pubblicazione: 17 Marzo 2019 Il Gazzettino
Tomasin
Data pubblicazione: 21 Dicembre 2010 Corriere del venetoI dialetti veneti, si sa, non conoscono la pronuncia «gl», che è toscana. Pertanto qui da noi non esistono termini come moglie, voglia, figlio e così via. Prendiamo «figlio». I veneti dicono fìo, fiòl, fiòlo, per cui un tempo questo creava problemi all’incondito scrivente quando si trovava a dover rendere la pronuncia italiana, magari sotto dettatura. Allora ecco cosa succedeva: le prime due lettere andavano via liscie: «fi», poi sentiva che il suono richiedeva una «l», e scriveva «fil». Qui cominciavano i guai, ci voleva una «g» da qualche parte, e ce la metteva; il risultato è che, a leggere certi documenti, ci imbattiamo in esiti singolari, per cui troviamo scritto filgio, molgie, familgia. Luigi Luzzatti, il grande ministro dell’economia, aveva il vezzo, con gli amici veneti, di dire elgi anziché egli, fidando nella loro dottrina, o forse mettendola alla prova. Oltre ad annotazioni e curiosità di tal sorta, un’agile, ma completa – e condotta con scrupoloso rigore filologico – Storia linguistica di Venezia, Carocci Editore, Roma 2010, ci viene ora offerta da Lorenzo Tomasin, penna ben nota ai lettori di questo giornale. Allora, mentre qualche studioso discute ancora se si possa parlare di lingua, a proposito del veneziano (e veneto), oppure se queste testimonianze letterarie debbano essere relegate in ambito dialettale, con il suo libro Tomasin presenta ed esamina una documentazione così robusta in favore del nostro passato linguistico, da sgombrare il campo da futuri dubbi. Ma non è questo il suo assunto.Da linguista qual è, egli intende piuttosto ripercorrere la genesi e la storia del veneziano, la cui dignità e diffusione sono stati sempre ben presenti ai maggiori filologi, e basti citare il Vocabolario del veneziano di Carlo Goldoni di Gianfranco Folena, edito nel 1993 e, in tempi più recenti (2007), il Dizionario veneziano della lingua e della cultura popolare nel XVI secolo di Manlio Cortelazzo, che per la sua consistenza (1557 pagine) si pone quale fondamentale compendio non solo linguistico, ma in qualche misura antropologico della società lagunare cinquecentesca. Un esempio su cui si sofferma Tomasin: la parola ciao, forma confidenziale di saluto che sta affermandosi anche fuori dai confini della Penisola. Ebbene, il nostro ciao risale al veneziano s’ciao, cioè «schiavo», nel senso di «servo vostro», forse per contaminazione con il turco chiaus (pronuncia ciàus), che voleva dire, appunto, «schiavo». Ora, come attestano le fonti, gli ambasciatori che la Sublime Porta inviava alla Serenissima erano denominati ciaus, per il semplice motivo che nell’Impero c’era un solo uomo libero, e cioè il sultano, mentre tutti gli altri erano suoi schiavi Gli apporti furono reciproci. A indicare la diffusione del veneziano, in ambito mediterraneo, sta la risposta fornita nel 1530 dal Gran visir all’ambasciatore Tommaso Mocenigo, che chiedeva in quale lingua avrebbe potuto rivolgersi a Solimano il Magnifico: «Parlè venezian – disse il visir – che il Gran Signor ve intendarà ». Un prestigio, quello della nostra lingua, che neppure l’affermarsi del toscano quale modello linguistico-letterario nazionale riuscirà a scalfire, forse anche per la mancanza, nella Dominante, di una corte che fungesse da catalizzatore; anzi, le due lingue riusciranno a convivere assieme: nelle assemblee del Maggior Consiglio ci si esprimeva in italiano, ma subito dopo quegli stessi uomini si riappropriavano della parlata tradizionale. Poi venne la fine della Serenissima e, con essa, il ruolo di egemonia politica e culturale esercitato dalla ex Dominante nei confronti della terraferma. Donde l’attenuarsi, nel corso dell’Otto-Novecento, del legame in precedenza intercorso tra il veneziano e le altre varietà regionali. Qui l’autore si ferma, onde evitare l’ipertrofismo, tipico della recente storiografia, di un’espansione progressiva della trattazione quanto più ci si avvicina nel tempo. Una lezione di stile, serietà e coerenza con cui Tomasin ha fatto dono alla cultura veneta di una significativa, inelusibile acquisizione.Tomasin
Data pubblicazione: 17 Dicembre 2010 la nuova VeneziaÈ il libreria “Storia linguistica di Venezia”, ultimo lavoro di Lorenzo Tomasin, docente di Linguistica Italiana a Ca’ Foscari: un compendio storiografico del dialetto veneziano dalle origini fino al Novecento con ampi documenti storici che aiutano il lettore a seguire lo sviluppo e l’evoluzione di una lingua che in altri tempi era usata comunemente. Tomasin individua la costruzione del linguaggio e ne osserva i criteri che lo hanno strutturato, riportando un’accurata analisi dell’evoluzione fonomorfologica del dialetto veneziano nei secoli. Il libro è edito da Carocci.
Lorenzo Tomasin
Data pubblicazione: 10 Ottobre 2010 Il sole 24 ore«Le donne veneziane piacciono molto a sentirle parlare anche per la rapidità materiale del loro discorso, per la copia inesauribile che hanno di parole, perché la rapidità non le conduce a verun intoppo». Non è Casanova ma Giacomo Leopardi, in una pagina del suo Zibaldone. Sta riflettendo sulla rapidità e sullo stile, sulla sveltezza e il piacere che ne deriva. La liquidità delle voci veneziane lo raggiunge nel mezzo di un ragionamento più generale: sul modo di muoversi, sulla musica. Non era forse solo una questione di ritmo: nell’impasto di quelle voci Leopardi doveva sentire l’eco del miglior teatro italiano, la seduzione, l’intelligenza di secoli di letteratura in dialetto. Poche parlate italiane hanno d’altronde al loro interno così tanto. Anche per questo raccontarne la storia non è così facile. Lo ha fatto Lorenzo Tomasin scrivendo una Storia linguistica di Venezia per la collana dell’editore Carocci dedicata ai profili linguistici delle principali città d’Italia (nel 2008 è uscita quella su Roma, di Pietro Trifone). Si tratta di un libro eccellente nel suo genere. Tomasin sceglie sicurezza ciò che va preso e ciò che va lasciato in secoli di testimonianze (e decenni di studi); organizza con chiarezza il racconto, evidenziando i dislivelli nella materia all’apparenza compatta del veneziano. Ma soprattutto offre uno sguardo ravvicinato. È il microscopio lo strumento che usa di più, non il cannocchiale. D’altronde non c’è altro modo per descrivere, ad esempio la prima traccia del veneziano giunta sino a noi: undici righe annotate alla fine del XII secolo come promemoria di una spedizione di lana e formaggio; un foglietto che sta in una mano, in cui il veneziano s’individua al di sotto di un latino precario. Da questa traccia minima, privata, inizia una storia che porterà la parlata di Venezia ad essere una delle più blasonate d’Italia. Innanzitutto per il suo teatro: ben prima di Goldoni, è da qui che vengono molti capolavori della commedia rinascimentale (leggete la splendida e anonima Venexiana!). Ma la Venezia del Cinquecento è anche la capitale dell’editoria: di qui si irradia per tutta la penisola la lingua letteraria di base toscana. È un fatto ben noto, e non a caso Tomasin gli dedica non più di una pagina. Il suo sguardo preferisce spostarsi piuttosto a osservare l’effetto che i modelli in lingua hanno su chi scrive in dialetto, sugli usi notarili, le scritture private, le traduzioni dei classici. È qui d’altronde che il veneziano mostra la sua vitalità. Anche se via via gli spazi si restringono: l’italiano preme dall’alto e comprime la parlata locale in scritture sempre più marginali. Chi persevera sente il bisogno di giustificarsi: «Mi che son venezian in Venezia, e che parlo de Pitori veneziani, ho da andarme a stravestir?» (così il Boschini nella sua Carta del navegar pittoresco, 1660). E ormai un’eccezione, però. Alla lunga sarà solo il teatro a mantenere intatta la propria forza espressiva e mimetica. La lingua di Goldoni è il migliore specchio per ascoltare la Venezia settecentesca che incantava i viaggiatori stranieri: le sue commedie in dialetto ci restituiscono le sfumature gergali, i tic linguistici, i ritmi interni del veneziano a un passo dal tramonto della Serenissima (1797). Mala storia che conta finisce qui. E dopo? Dopo c’è l’erudizione e l’erosione. Lo spopolamento e il turismo. Anche se il veneziano ancora oggi resiste, camuffato da italiano, nei bar, nelle calli, resiste alle tentazioni della terraferma, sprofondato magari in sé stesso ma vivo.Tomasin
Data pubblicazione: 10 Ottobre 2010 Il sole 24 ore«Le donne veneziane piacciono molto a sentirle parlare anche per la rapidità materiale del loro discorso, per la copia inesauribile che hanno di parole, perché la rapidità non le conduce a verun intoppo». Non è Casanova ma Giacomo Leopardi, in una pagina del suo Zibaldone. Sta riflettendo sulla rapidità e sullo stile, sulla sveltezza e il piacere che ne deriva. La liquidità delle voci veneziane lo raggiunge nel mezzo di un ragionamento più generale: sul modo di muoversi, sulla musica. Non era forse solo una questione di ritmo: nell’impasto di quelle voci Leopardi doveva sentire l’eco del miglior teatro italiano, la seduzione, l’intelligenza di secoli di letteratura in dialetto. Poche parlate italiane hanno d’altronde al loro interno così tanto. Anche per questo raccontarne la storia non è così facile. Lo ha fatto Lorenzo Tomasin scrivendo una Storia linguistica di Venezia per la collana dell’editore Carocci dedicata ai profili linguistici delle principali città d’Italia (nel 2008 è uscita quella su Roma, di Pietro Trifone). Si tratta di un libro eccellente nel suo genere. Tomasin sceglie sicurezza ciò che va preso e ciò che va lasciato in secoli di testimonianze (e decenni di studi); organizza con chiarezza il racconto, evidenziando i dislivelli nella materia all’apparenza compatta del veneziano. Ma soprattutto offre uno sguardo ravvicinato. È il microscopio lo strumento che usa di più, non il cannocchiale. D’altronde non c’è altro modo per descrivere, ad esempio la prima traccia del veneziano giunta sino a noi: undici righe annotate alla fine del XII secolo come promemoria di una spedizione di lana e formaggio; un foglietto che sta in una mano, in cui il veneziano s’individua al di sotto di un latino precario. Da questa traccia minima, privata, inizia una storia che porterà la parlata di Venezia ad essere una delle più blasonate d’Italia. Innanzitutto per il suo teatro: ben prima di Goldoni, è da qui che vengono molti capolavori della commedia rinascimentale (leggete la splendida e anonima Venexiana!). Ma la Venezia del Cinquecento è anche la capitale dell’editoria: di qui si irradia per tutta la penisola la lingua letteraria di base toscana. È un fatto ben noto, e non a caso Tomasin gli dedica non più di una pagina. Il suo sguardo preferisce spostarsi piuttosto a osservare l’effetto che i modelli in lingua hanno su chi scrive in dialetto, sugli usi notarili, le scritture private, le traduzioni dei classici. È qui d’altronde che il veneziano mostra la sua vitalità. Anche se via via gli spazi si restringono: l’italiano preme dall’alto e comprime la parlata locale in scritture sempre più marginali. Chi persevera sente il bisogno di giustificarsi: «Mi che son venezian in Venezia, e che parlo de Pitori veneziani, ho da andarme a stravestir?» (così il Boschini nella sua Carta del navegar pittoresco, 1660). E ormai un’eccezione, però. Alla lunga sarà solo il teatro a mantenere intatta la propria forza espressiva e mimetica. La lingua di Goldoni è il migliore specchio per ascoltare la Venezia settecentesca che incantava i viaggiatori stranieri: le sue commedie in dialetto ci restituiscono le sfumature gergali, i tic linguistici, i ritmi interni del veneziano a un passo dal tramonto della Serenissima (1797). Mala storia che conta finisce qui. E dopo? Dopo c’è l’erudizione e l’erosione. Lo spopolamento e il turismo. Anche se il veneziano ancora oggi resiste, camuffato da italiano, nei bar, nelle calli, resiste alle tentazioni della terraferma, sprofondato magari in sé stesso ma vivo.
In breve
La storia linguistica di Venezia non è interessante solo per la grande vitalità della tradizione dialettale che caratterizza questa città, ma anche per i riflessi che su di essa ebbe la quasi millenaria vicenda civile e politica della Repubblica. Sul piano culturale e letterario, poi, Venezia può dirsi una delle capitali della lingua italiana, dato che, precocemente ricettiva nei confronti della letteratura toscana medievale, essa ebbe un ruolo decisivo nell’elaborazione rinascimentale del modello linguistico unitario.
La storia linguistica di Venezia non è interessante solo per la grande vitalità della tradizione dialettale che caratterizza questa città, ma anche per i riflessi che su di essa [...]
Lorenzo Tomasin
Insegna Filologia romanza e Storia della lingua italiana all’Università di Losanna. Nei suoi studi si è occupato di temi posti tra filologia e dialettologia, storia linguistica e storia letteraria.
