Origine dell’estetico

Origine dell’estetico

Dalle emozioni al giudizio
Fabrizio Desideri

  • Edizione:   Gennaio 2018
  • Collana:   Frecce
  • ISBN:   9788843090006
  • Pagine:   176
  • Prezzo:   19,00  18,05 
  • Rassegna stampa  
In breve

Che cosa c’è all’origine di fatti e atteggiamenti estetici tipici della nostra specie? Quale ruolo vi giocano le emozioni? In che rapporto sta la dimensione estetica dell’esperienza con quella cognitiva? Per rispondere a tali domande l’autore propone un’appassionante indagine che, partendo da un’analisi delle emozioni e attraversando la questione della nostra capacità di percepire immagini, arriva a definire la funzione di schemi estetici operativi sin dalla prima infanzia. La parte centrale del libro è quindi dedicata al tema cruciale del piacere estetico, affrontato sia sullo sfondo di autori classici come Aristotele e Kant sia in dialogo con recenti analisi sperimentali. Su queste basi è delineato un meccanismo estetico specifico della nostra mente, che si alimenta di dispositivi emozionali primari e coinvolge le facoltà cognitive superiori. Nell’ipotesi di un meccanismo estetico l’autore coglie quindi la matrice stessa della cognitività umana e il preludio del linguaggio. Come attesta la peculiare natura del giudizio estetico, sulla cui analisi il volume si conclude. Attraverso un percorso chiaro e originale comprendiamo così come all’origine della mente simbolica propria dell’uomo vi sia una mente estetica.

Attraverso le immagini 

Il secondo passo di approssimazione verso l’origine dell’estetico nel mondo umano riguarda il nostro rapporto con le immagini e lo spazio nevralgico che esso occupa nella costituzione e nella costruzione dell’esperienza umana in generale. Di conseguenza, riguarda anche il ruolo che le immagini (e la nostra abilità nel coglierle/riconoscerle) svolgono nella dinamica all’origine dell’estetico e nella conseguente formazione di un’attitudine di questo tenore.

Il termine “immagine” copre molti usi linguistici e si applica a molti contesti, venendo a significare cose molto differenti tra loro. Una prima macrodistinzione nel campo semantico di tale termine può essere individuata tra il suo significare qualcosa che si offre pubblicamente allo sguardo oppure qualcosa di accessibile privatamente: tra il significare un’immagine esterna o un’immagine interna. Concentreremo la nostra attenzione sull’immagine esterna e dunque sull’immagine-presenza anziché sull’immagine-rappresentazione. Chiamerò la prima semplicemente “immagine”, nella convinzione che la definizione dell’immagine esterna come presenza sia una condizione preliminare per comprendere la natura dell’immagine come rappresentazione.

Il primo problema che incontriamo nel considerare l’immagine esterna consiste nella difficoltà di definirne la natura (il suo specifico essere). In virtù di questa sua intrinseca problematicità, l’immagine – oltre a essere oggetto di ricerche scientifiche nell’ambito dell’ottica, della neurofisiologia, della psicologia e della scienza cognitiva – sollecita un’autonoma riflessione filosofica. Tale riflessione si accompagna spesso alla consapevolezza che intorno all’immagine si giocano questioni decisive. Anzitutto quella presentata dalla difficoltà, per il pensiero, di penetrare nella sua effettiva consistenza qualcosa che si coglie anzitutto in maniera intuitiva (puramente vedendola), saltando il medium del linguaggio e, in apparenza, perfino ogni mediazione concettuale. «Le immagini – osserva lapidariamente Gombrich – non possono fare asserzioni». Sotto questo profilo, esse sono mute. Nello stesso tempo, però, non sono affatto indifferenti al nostro sentire e alla nostra vita emozionale in genere. L’insostituibile potere delle immagini sta nel suscitare emozioni o nel veicolare sentimenti fino a rappresentare l’oggetto stesso o il fine verso cui sono indirizzate. Per questo, il dire peculiare delle immagini sta nel loro puro e semplice mostrarsi. Se l’immagine mi dice qualcosa – afferma Wittgenstein – non può che dirmi sé stessa, «vale a dire ciò che essa mi dice consiste nella sua propria struttura, nelle sue forme e colori». Tra la struttura dell’immagine e le «sue forme e colori» – non si trascuri al riguardo l’enfasi wittgensteiniana espressa dall’uso del corsivo – non è possibile disarticolazione o differenziazione.

Che cosa c’è all’origine di fatti e atteggiamenti estetici tipici della nostra specie? Quale ruolo vi giocano le emozioni? In che rapporto sta la dimensione estetica dell’esperienza con quella cognitiva? Per rispondere a tali domande l’autore propone un’appassionante indagine che, partendo da un’analisi delle emozioni e attraversando la questione della nostra capacità di percepire immagini, arriva a definire la funzione di schemi estetici operativi sin dalla prima infanzia. La parte centrale del libro è quindi dedicata al tema cruciale del piacere estetico, affrontato sia sullo sfondo di autori classici come Aristotele e Kant sia in dialogo con recenti analisi sperimentali. Su queste basi è delineato un meccanismo estetico specifico della nostra mente, che si alimenta di dispositivi emozionali primari e coinvolge le facoltà cognitive superiori. Nell’ipotesi di un meccanismo estetico l’autore coglie quindi la matrice stessa della cognitività umana e il preludio del linguaggio. Come attesta la peculiare natura del giudizio estetico, sulla cui analisi il volume si conclude. Attraverso un percorso chiaro e originale comprendiamo così come all’origine della mente simbolica propria dell’uomo vi sia una mente estetica.

Attraverso [...]

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Fabrizio Desideri

Professore ordinario di Estetica all’Università degli Studi di Firenze, dirige la rivista internazionale “Aisthesis”. Nell’ambito della storia dell’estetica ha curato e tradotto opere di Benjamin, Kant, Nietzsche, Novalis, Rang, Scheerbart, Simmel. Tra le sue pubblicazioni: Benjamin e la percezione dell’arte (Morcelliana, 2018), Oggetti attivi (Mimesis, 2021).

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