Non è facile leggere un libro di Onofrio Romano, così come non è semplice viverne fino in fondo la dialettica del pensiero. Un pensiero scritto, o meglio narrato, e quindi in perpetuo movimento verso un lettore-interlocutore che è contemporaneamente oggetto e soggetto dell’analisi di Romano. Romano, docente di Sociologia dei Processi Culturali presso l’Università degli Studi di Bari, noto per i suoi studi di taglio antropologico e sociale condotti sui Balcani e in particolare in Albania, con il suo ultimo saggio, La comunione reversiva, edito da Carocci, propone una riflessione organica su di un tema complesso ed eterodosso: il rapporto tra soggetto, istituzioni e modernità. Un percorso di indagine quello sulla modernità come épisteme, che ha come oggetto categorie analitiche quali l’identità, l’esperienza, l’immaginario, il simbolico, il limite, la libertà, l’ideologia, le regole, il sapere. Ed è attraverso queste categorie che Romano conduce la propria narrazione, esplorando una serie di frames – in stile tipicamente post-moderno — e restituendo infine un paradigma organico che permette al lettore di rileggere a ritroso l’itinerario intrapreso.
La tesi di Romano è che il moderno abbia vissuto una transizione ampiamente compiuta, dalle logiche tradizionali autoritative e di controllo, ad un’inclinazione all’apertura, alla promozione di opportunità, al disvelamento dei caratteri di dismisura libertaria, traducibili nell’efficace formula filosofica dell’"accessibilità illimitata". "Il gioco sta" – per dirla con Romano – "nel permettere al cittadino di vivere liberamente le finalità selezionate in autonomia e reputate detentrici di valore del soggetto medesimo".
La non negabilità dell’ego, la fuoriuscita dell’individuo razionale fieramente singolare dall’al di qua del moderno, dalla trappola comunitaria, divengono gli assunti precipui di un’epoca che, fonda il proprio progetto, sul consenso generalizzato a raggiungere finalità proprie e proprietarie. Il risultato di questo modello culturale è la produzione di un soggetto unidirezionale e perfettamente razionale che matura la propria emancipazione attraverso una legittimazione
(passiva) da parte di istituzioni (neutre), pronte ad assicurargli un quadro di coerenza, di accessibilità, entro cui affermare i propri desideri e le proprie aspirazioni (potenzialmente infinite). Ma è davvero illimitata l’accessibilità così come la si propone? Ed è sostenibile un modello di illimitata accessibilità, non solo da un punto di vista economico e sociale, bensì antologico ed antropologico? " Il risultato del dispositivo di accessibilità illimitata è sempre in realtà l’inibizione generale all’accesso" – spiega Romano – e reca in sé un paradosso già esplorato in campo economico: all’infinità di opzioni di accesso garantite ai singoli (inflazione), corrisponde una loro contemporanea e strutturale de-valorizzazione(stagnazione) che arena la tensione a fruirne (stagflazione).
Si assiste quindi ad un generale evaporazione del "valore" (qui non economico, bensi simbolico) di tutto cio verso cui si pone all’inseguimento: i beni deputati a soddisfare (presunti) bisogni, le finalità elette, l’orientamento che guida l’azione. Una paralisi sociale, una tela fissa e immutabile entro cui l’individuo assiste a un flusso di beni e di senso per i quali non prova alcuna (reale) attrazione.
In questo ’immutabile mutare’, non resta che la dèpense, la dissipazione, la reversione. Così come nella dinamica energetica, l’eccedenza accumulata a livello di sistema deve essere necessariamente smaltita, la società contemporanea necessita di una reversione come rito di liberazione collettiva, da eccessi di senso e di bisogno, il cui valore è stato ampiamente eroso dalla dinamica dell’ulteriore. La ’Comunione reversiva’ non rivendica alcun arcaismo, né affonda nella semiotica pre-moderna, bensì è auspicio di rinascita dell’incontro tra istituzioni e soggetti, in una consensuale risacralizzazione dei mondi vitali e dei sensi altrui: la scommessa nuova della costruzione dell’essere.