«Non vi è indagine sulla natura umana che non porti con sé, come un passeggero clandestino, almeno l’abbozzo di una teoria delle istituzioni politiche». Sono parole di Paolo Virno, che possono risultare un’eccellente introduzione alle questioni affrontate nel nuovo volume di Mariano Croce Che cos’è un’istituzione. Un libro che si presenta come una succinta introduzione a una problematica di vastissima portata, ma che in realtà, dietro questa collocazione editoriale, nasconde un elevato coefficiente teorico e una proposta solida, ricca e ambiziosa. Parola equivoca e ubiqua, l’istituzione sollecita infatti le nostre intuizioni in modi diversissimi: c’è chi immaginerà un parlamento e chi penserà al matrimonio. Croce, ben consapevole della forza centripeta del concetto, propone definizioni chiare e tassonomie ospitali, entro cui incasellare teorie e proposte, funzioni e profili. E così distingue le istituzioni di primo livello – o istituzioni tout court – dalle istituzioni di secondo livello – le organizzazioni. Le une e le altre condividono più di un profilo, e le seconde possono essere a buon diritto considerate una specializzazione delle prime. Entrambe hanno a che fare, proprio come suggeriva l’aforisma di Virno, con la «natura umana». Fluide o solide, le istituzioni sono contesti d’azione – configurazioni di pratiche sociali e saperi – governate da regole assai diverse: informali o formalizzate, volontarie o coattive, più e meno vincolanti. Le regole sono quelle bussole che, permettendo di stabilizzare le interazioni, allo stesso tempo offrono criteri in base ai quali valutare – e, all’occasione, criticare – le condotte. Non solo: le regole hanno anche la funzione di definire ruoli, abbinando a essi speciali saperi, secondo un criterio che annoda l’efficacia alla pertinenza. E allora gli esempi casuali del parlamento e della relazione di coppia – prima disordinatamente accostati all’idea media e vaga di istituzione – trovano il loro posto: assegneremo questa alle istituzioni di primo livello, ovvero le pratiche sociali e le organizzazioni fluide prive di organismi deputati alla gestione di regole, veri e propri laboratori della socializzazione e fabbriche della condotta; e quello alle istituzioni di secondo livello o alle organizzazioni, solide, dotate di organismi visibili di gestione delle regole e potenzialmente legittimate all’uso della forza. Questo lo schema, ridotto all’osso, e questi, dunque, i suoi ingredienti: pratiche sociali, credenze, condotte, disposizioni, interazioni, saperi. Ma, ovviamente, non basta. Perché dell’istituzione si sono date e si danno teorie molteplici, che, questi ingredienti, hanno mescolato in modi molto diversi. Anche di queste, Croce prova a fare l’economia e a offrici una tassonomia. Si va da quegli autori – tra loro diversissimi – come Bourdieu e Searle, che vogliono le istituzioni impegnate – attraverso la «magia» del performativo o l’interiorizzazione di disposizioni – nella diffusione di guide epistemiche e pratiche intorno a ciò che conta come vero, giusto, buono e bello, permettendoci (o obbligandoci) a distinguere e classificare «come si deve» (in modo efficace per tutti o in modo conveniente per qualcuno?) i pezzi di mondo e noi tra questi. Altri autori – tra cui lo storico Avner Greif o l’economista Douglass North – concepiscono le istituzioni come l’esito di traiettorie individuali, ora strategiche ora cooperative. Gli agenti, consapevoli dell’esistenza di regole condivise, possono decidere e quindi agire massimizzando i vantaggi e minimizzando i costi. Ancora: ci sono quegli autori – e si va dai classici dell’antropologia filosofica tedesca a Berger e Luckmann, fino a Massimo De Carolis e allo stesso Paolo Virno – secondo cui le istituzioni hanno a che fare in primo luogo con il sapere, con la stabilizzazione e la socializzazione di significati condivisi che ci permettono di interpretare e quindi di agire nel mondo. A questi autori, la cui riflessione è ripercorsa nel dettaglio e in molti dei casi – penso soprattutto a Searle – accompagnata dalle dovute critiche, Croce accosta una batteria di giuristi – si va da Cesarini Sforza a MacCormick, passando per Santi Romano – che hanno considerato il diritto non già un’istituzione tra le altre, quanto piuttosto la fonte stessa della normatività istituzionale. Il diritto, che si guadagna sul campo la qualifica di «meta-istituzione», costituirebbe perciò quella grammatica ordinativa – ma insieme aperta alla trasformazione – che consente la tenuta di ogni altro linguaggio istituzionale. Ordine e trasformazione: è probabilmente l’indecidibilità di questi due poli il tratto delle istituzioni su cui Croce maggiormente insiste e su cui vale la pena di continuare a ragionare. Sospese tra critica e dominio, le istituzioni guidano le interazioni, proponendoci modelli di condotta e griglie di intelligibilità per affrontare problemi pratici e interazioni. Esse permettono all’animale umano di fare l’economia della propria sprovvedutezza istintuale approntando un insieme di significati padroneggiabili in un mondo; significati che sono, da un lato, sempre nuovamente articolabili entro lo spazio di una inesausta rinegoziazione e, dall’altro, sempre esposti al rischio della reificazione e dunque alla conferma dello status quo e dei rapporti di forza. Le istituzioni pertanto, indicandomi cosa vuol dire «essere figlio», potranno fare di me tanto un figlio ribelle che un figlio ossequioso. Decideranno, come sempre, le contingenze e le lotte, di tutti e di ciascuno, per mantenere aperto lo spazio della «battaglia sui significati». Perché, come il libro di Croce ci aiuta a capire, le istituzioni hanno meno a che fare con la miseria dei parlamenti, che con la cooperazione, il conflitto e l’immaginazione dell’animale umano.