Carocci editore - Giuseppe Antonio Borgese<br>Autunno di Costantinopoli

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Giuseppe Antonio Borgese<br>Autunno di Costantinopoli

Giuseppe Antonio Borgese
Autunno di Costantinopoli

Pagine d'Atlante con 16 vecchie stampe

a cura di: Ambra Meda

Edizione: 2009

Collana: Piccola Biblioteca Letteraria (38)

ISBN: 9788843052257

  • Pagine: 112
  • Prezzo:12,00 10,20
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In breve

Con Autunno di Costantinopoli, edito nel 1929 sulla scorta di un viaggio realizzato nel ’26, Giuseppe Antonio Borgese (1882-1952), il poliedrico autore di Rubè, si colloca accanto a quegli scrittori che, come Chateaubriand e Flaubert, Nerval, Loti e De Amicis, hanno contribuito a edificare il mito triste e seducente della città bizantina. L’autore avverte però, nel contempo, la necessità di staccarsi dalla visione ottocentesca di Costantinopoli, fornendo ai suoi lettori una testimonianza più disincantata sulla città, e rinfrescandone l’immagine con un’analisi puntuale degli stravolgimenti storico-politici innescati da Mustafa Kemàl (destinato a maggior celebrità col nome di Atatürk) nell’ottobre del ’23. Nell’interrogarsi sul destino della neonata Repubblica, Borgese ci consente di accostarci all’attualità delle riflessioni sull’avvicinamento della Turchia all’Unione Europea; e, risalendo alle radici dell’identità culturale con l’Occidente che lo Stato turco reclama, arriva a riconoscere, pur nelle divergenze, una qualche affinità.

Indice

Prefazione di Annamaria Cavalli
Raccontare Costantinopoli: dal modello deamicisiano all’opera di Pamuk di Ambra Meda
Cronologia della vita e delle opere di Ambra Meda
AUTUNNO DI COSTANTINOPOLI
L’Orient! l’Orient!
Atlante
Profilo di Stambùl
Tramonto del colore
Kemàl
Palazzi sultaniali
I frati di Silivri
Àya Sòfia
Congedo dal Bosforo
Westwards, ho!

Recensioni

Massimo Onofri, Avvenire, 19-12-2009
Il delizioso librino che ora l’editore Carocci ripropone con una prefazione di Annamaria Cavalli e un attrezzatissimo saggio di Ambra Meda, Giuseppe Antonio Borgese lo licenziò nel 1929. Vi si racconta il soggiorno a «Stàmbul» dello scrittore e critico nell’ottobre del 1926. Da qui il titolo, Autunno di Costantinopoli, che, però, non ha solo un significato letterale, ma si porta dietro gli echi d’esotismo e decadenza di tutta una tradizione, culminata, in Italia, nei due celebrati tomi di Edmondo De Amicis del 1877-78. Borgese arriva in Turchia attratto da un evento che ha incuriosito e preoccupato il mondo occidentale, in particolare l’Italia, dove, nello stesso giro di anni, s’erano consumati eventi, non dico analoghi, epperò paragonabili per impatto eversivo. Mi riferisco alla rivoluzione di chiaro stampo occidentalista attraverso cui, nel 1923, Mustafa Kemàl Atatürk (Borgese lo chiama «il Licurgo e Pietro il Grande della Nuova Turchia»), deposto Maometto VI, impose la repubblica presidenziale, il suffragio universale e la parità dei sessi, provandosi a rescindere con fanatismo laicista e autoritarismo sultanale (è il caso di dirlo) le radici islamiche della nazione cui aveva pure restituito unità, indipendenza e dignità internazionale. C’è un passaggio di questo resoconto di viaggio che anticipa quella condizione di perplesso incanto cui Borgese approderà una volta sul Bosforo. Arrivando al porto, lo scrittore è in piedi e «volto verso prua». Lo incuriosisce, dentro la sua impazienza, quella di chi arriva a Costantinopoli, «il più bel posto del mondo», la pazienza rassegnata d’un inglese sulla sedia a sdraio, che a Costantinopoli c’è nato: «–Pensa di restarci a lungo? –Quindici venti giorni – fo io appena intimidito. –Troppi -e ricade in spleen». Colpisce, in queste pagine, l’intelligenza entusiasta ma insieme disillusa con cui Borgese si rapporta alla città: al punto da anticipare, come nota benissimo Ambra Meda, la descrizione di quel sentimento di «tristezza» dominante di cui avrebbe parlato, più di ottant’anni dopo, niente di meno che Orhan Pamuk nel libro mirabile dedicato alla sua città. Di più: se tutti gli occidentali (compreso il grande Flaubert) in vena di orientaleggiare avrebbero pagato dazio a quel complesso di stereotipi che Edward Said (altro nome giustamente evocato da Meda) ha stretto nel concetto di «Orientalismo», Borgese, pur non del tutto esente, pare davvero il meno implicato di tutti, il più libero e indipendente. Basterà vedere come sa ironizzare sulle mitologie sessuali da Mille e una notte, odalische e danza del ventre: «"Harèm!, Harèm?" domanda, franco ed ingenuo, il turista americano». Mentre lucidissimo – nonostante certi inaspettati cedimenti alla prosa d’arte dei nemici rondisti – resta l’avvertimento incredibilmente precoce di quel processo che avremmo poi chiamato globalizzazione. Così di fronte ai cambiamenti della nuova Turchia presidenziale: «come poteva l’Occidente vincere se non fecondando l’Oriente? E se l’ha fecondato come può poi stupirsi?». Borgese, con la sua robusta formazione classicista, la strepitosa conoscenza delle letterature classiche e contemporanee, il gustoso e raffinatissimo anacronismo delle sue citazioni, sta tutto dalla parte dell’avvenire: e si augura di vedere in futuro tante ciminiere quanti sono ora (e insieme ad essi) i minareti della città, finalmente risollevata dalle sua macerie dentro un destino di modernità. Epperò non c’è nulla, in lui, della ferocia d’uno sprezzatore delle tradizioni come Atatürk: augurandosi così che Costantinopoli riesca a ritrovare un suo modo antico per essere moderna. Di fronte ai tribalismi e ai particolarismi, il tollerante Borgese, come già gli accadde per la questione dalmata dopo la prima guerra mondiale (cosa che i fascisti gli fecero pagare amaramente), sceglie di stare dalla parte dell’universalismo cristiano e illuminista: «Fra poco sarò nella mia patria, nell’Occidente dov’è la mia vita». Una lezione, oggi, necessaria più che mai.
Corrado Augias, il Venerdì di Repubblica, 22-01-2010

Curato dall’italianista Ambra Meda, il resoconto di un viaggio fatto dall’autore nel 1926. A cavallo tra XIX e XX secolo la civiltà bizantina esercitò una forte seduzione per il decadente esotismo che ne sprigionava. Borghese colse anche i fermenti di novità (Ataturk), premessa alle attuali richieste della Turchia di avvicinamento alla Ue.