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Filosofie delle metropoli

Filosofie delle metropoli

Spazio, potere, architettura nel pensiero del Novecento

a cura di: Matteo  Vegetti

Edizione: 2009

Ristampa: 3^, 2013

Collana: Studi Superiori (583)

ISBN: 9788843049257

  • Pagine: 276
  • Prezzo:24,80 21,08
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In breve

Che cos’è la città? Questa domanda risuona in Europa quando, dalle travolgenti trasformazioni della modernità, emergono i contorni inquietanti e misteriosi della metropoli. Per rispondere alla sua sfida i principali autori discussi in questo libro – Weber, Spengler, Simmel, Benjamin, Kracauer, Jünger, Foucault, Deleuze, Derrida – sondano un campo di analisi rimosso dalla filosofia politica classica, che ha scelto lo Stato come suo oggetto privilegiato. Del resto, proprio quando la metropoli sembra realizzare il destino dell’Occidente, lo sfaldamento dei criteri politici e sociali della modernità pone una nuova questione: come interpretare il ruolo e il senso della città nel contesto geopolitico della globalizzazione? Ripensare l’avvento e le trasformazioni della metropoli diventa allora una mossa necessaria per riconoscere il presente e prefigurare il futuro.

Indice

Introduzione. Verso la metropoli,di Matteo Vegetti
1. La città medievale e la nascita dell’Occidente moderno: Die Stadtdi Max Weber,di Agostino Petrillo
Il contesto dell’opera: i grandi problemi dell’epoca. Verstädterung e questione agraria/Die Stadt: cenni introduttivi/ Un concetto di città/La città come tipo ideale/Le città dell’Occidente e la nascita della cittadinanza/Il potere non-legittimo: usurpazioni e coniurationes/La questione della forza/Le libertà urbane nella storia politica europea
2. La genealogia e lo spazio. Michel Foucault e il problema della città, di Pierandrea Amato
Tra Hobbes e Foucault/Il potere e lo spazio/ L’ordine del molteplice. Genealogia della città moderna/La cura e la città/Geofilosofia e biopolitica della città
3. Parigi, capitale del XIX secolo. Walter Benjamin e la soglia della modernità, di Giovanni Gurisatti
Da Berlino a Parigi/Lo sguardo sulla città/Parigi, "soglia" della modernità/Il passage, "la più importante architettura" del XIX secolo/Acquario metropolitano
4. Nascita della metropoli e storia della percezione: Georg Simmel, di Andrea Pinotti
Profondità dell’apparenza/Forme della percezione/La sensibilità va in città/Urban Jungle/Intelletto e denaro/Moda e arte/Separare e connettere
5. Cronogrammi della metropoli. Clair, Ruttmann, Vertov, Ejzenštejn, di Antonio Somaini
Gli annali dell’architettura in una strada/Velocizzazione e sincronizzazione/ Mosca nel tempo
6. Dal tramonto della «grande città» allo «Stato mondiale». Nietzsche, Spengler, Jünger,di Maurizio Guerri
Nietzsche: una «grande città» per «gente piccola»/Nietzsche: la «grande città» come spazio illimitato della «polifonia delle aspirazioni»/Spengler: metropoli e «civilizzazione» /Dal «villaggio» alla «piccola città», ovvero la nascita di una cultura/La «città mondiale» ovvero il tramonto di una civiltà/La guerra nella metropoli/La metropoli officina e museo/Fisionomia del tipo metropolitano/Dalla Weltstadt al Weltstaat
7. Rilievi geofilosofici. La città nel pensiero di Gilles Deleuze e Félix Guattari, di Massimiliano Guareschi
La città-mondo/ Delirare la storia/Scenari diacronici/ Coordinate geofilosofiche
8. La decostruzione del luogo. Spazio pubblico, cittadinanza, architettura in Derrida,di Matteo Vegetti
La metropoli e la crisi dello spazio pubblico/La decostruzione e lo spazio/Nuovi diritti per la città/L’architettura e lo spazio della decostruzione/Chora: lo spazio “a venire"
Indice dei nomi.

Recensioni

Luciano Pirrotta, Secolo d'Italia, 13-06-2009
Qual è il futuro della "città" nel mondo contemporaneo? Riuscirà la dimensione cittadina del vivere pubblico a conservare la sua originaria vocazione alla politica e all'agorà? Esiste ancora la possibilità di una "città ideale"? E la metropoli postmoderna odierna rappresenta o no l'evoluzione, ovvero la degenerazione, dell'originaria polis greca nel suo ampliarsi a città "madre" (metro), quindi a megalopoli, sorta di iperurbe dove sono via via confluiti uomini e attività dei territori nazionali ed extra nazionali? Di questo e altro si parla nel recente volume collettaneo a cura di Matteo Vegetti, Filosofie della metropoli. Spazio, potere, architettura nel  pensiero del Novecento (Carocci pp. 274,€ 24,80). Il discorso prende spunto dalla liquidazione politica della città con il suo avviamento alla funzione di fulcro coestensivo di produzion-consumo inaugurato dalla pace di Westfalia (1648), che sancisce l'avvento dello Stato moderno a discapito di qualsivoglia autonomia provinciale o municipale. Ma dalla metà del XVI ad ora, molto è cambiato e ciò che si presenta attualmente ai nostri occhi va a poco a poco quei connotati, sia pure meramente commerciali-imprenditoriali, che le grandi città europee e d'oltreoceano avevano assunto fino a Novecento inoltrato. Non sembra facile a prima vista definire cosa identifichi in età contemporanea la sostanza della metropoli e quali sviluppi possano caratterizzarne gli assetti in un futuro anche assai prossimo. Ciò che però appaiono subito evidenti sono alcuni tratti, pure essi transitòri, che indicano certe linee peculiari di tendenza. Perché, fra le tante incognite che circondano la questione dei macroagglomerati urbani, un solo aspetto è fuori discussione: la loro impermanenza. Dove può dir si, oggi, finire la città? Ilfenomeno crescente di aumento di popolazione inurbata sta provocando la disseminazione della città. Cosa allora effettivamente vi rientra e cosa ne rimane fuori? Dove risiede la cesura separatoria quando le distinzioni dileguano? Nel processo perpetuo di scomposizione, mescolamento e ricomposizione, che senso ha parlare ancora di radici, memoria, tradizioni con divise? Se ci troviamo ormai di fronte - per usare l'espressione di Jacques Derrida - a una "disrupazione ubiquitaria", a uno sradicamento di qualsiasi punto di riferimento socioto-pografico, a quale bussola ricorrere per orientarsi? Dalla giungla metropolitana traspare il gradino successivo della metamorfosi: la città "liquida" (Bauman) che, in quanto flusso, si espande ed espandendosi si despazializza e si dis-loca. Sono già in via di dissoluzione - e da molto tempo - le differenze fra centro, semicentro e periferia
 cittadina; avanzano più a rilento negli insediamenti di pregio artistico, allorché a un centro storico musealizzato (sebbene soggetto alla costante infiltrazione di catene di negozi dozzinali) corrispondono le banlieue (letteralmente: "luogo del bando") dei reietti relegati nei quartieri-dormitoirio, i suburbi malsani e malserviti, le "zone franche" abbandonate all'arbitrio di teppisti e delinquenti. E tuttavia queste stesse realtà dicotomiche e interdipendenti sono destinate ad estinguersi, risucchiate nel caos magmatico di cui la bolgia metropolitana è emblematico specchio d'entropia. Dalla forma, al deforme, all'informe; dal topos organico, alla distopia, all'eterotopia; dalla polis, a metropolis, a cosmopolis, a omnipolis. Ma se tutto (omnis) diviene città, niente è più città: la polis assoluta si erge nel suo vero statuto di artificio assoluto, babele irrelata "il cui centro non sarà in nessun luogo e il perimetro dappertutto" (come sostiene Paul Virilio). Ne sono anticipazione le "casei alveari", i centri commerciali, le sedi dello svago preconfezionato, mai disgiunti dalla dimensione parossistica del consumo. E allora la città medesima si consuma, giacché essa non fa che riflettere gli orientamenti mentali di chi l'ha concepita e dei suoi abitatori. Così, mentre in una vana, rincorsa al contenimento del disordine montante, i poteri forti (lo Stato sovrano mostra essersi eclissato da tempo) moltiplicano gli strumenti di controllo, le masse "conurbate? (descritte dalla coppia filosofica Deleuze/Guattari) spendono le loro sotto-vite sovra-ordinate nelle metropoli dis-abitate, cioè conformate all'anti-abitare, Non sarà difficile dedurre da tali premesse gli sbocchi consequenziali: la fase ultima di metropolis è necropolis. Vengono in mente le attualissime osservazioni dello Zarathustra nietzscheano sulle "grandi città? soggiorno di uomini sempre più "piccoli? e dell'esoterista e pensatore caucasico Georges Ivanovic Gurdjieff: «La gente cammina per strada, lavora, guida l'automobile, fa l'amore con la moglie in uno stato sonnambolico e spesso è persino morta e non sa di esserlo». Contrariamente però a quanto possa ricavarsi da simili considerazioni, è quello di una necropolis, lo stadio più o meno terminale di un sistema mondiale tutto tecnologizzato e mercifìcato. Il cimitero urbano rimane, malgrado la tipologia spettrale, nel novero legittimo dei "luoghi"; possiede infatti materiale fisicità, quantunque disanimata, e rende testimonianza tangibile di ciò che un giorno fu vita. L'autentico passo estremo verso lo ''svanimento" si attua con l'irruzione selvaggia del cosiddetto "mondo virtuale". In lui va riconosciuta la cerniera epocale, il grande salto verso il vuoto. Se l'era fordista registrava ancora lo scarto tra centro e periferia, adesso la destrutturazione e il decentramento produttivo spalancano le porte all'ibridazione della "rete", quando un mezzo di per sé astratto - il denaro - si scambia con prodotti già parzialmente fittizi: sesso artificiale, spazi e cronie simulate, parvenze comunicative, pacchetti finanziari proposti da istituti bancari nominali. Se la metropoli post moderna ha generato solitudine e vicendevole estraneità fra i suoi abitanti (occorre corazzarsi di indifferenza quando ci si trova immersi nell'indifferenziato) lo stesso accrescimento incondizionato del moloch urbano ne prefigura il collasso. La dismisura (hybris) della "città mondiale" (Weltstadt) cannibalizza man mano i residui fattori umani superstiti sino a perire delle patologie immuni ingenerate dal suo stesso organismo. A che serve, allora, un abitare e lavorare adeguati ai ritmi della natura, se le dinamiche d'accrescimento dei profitti sono meglio soddisfatte dai siti internet e dalle piazze telematiche, se una postazione cablata al web è più vantaggiosa e funzionale dell'ufficio tradizionale? Se ci si può mettere in vetrina su un social network come Facebook, perché imbarcarsi in lente e faticose tessiture di autentici e carnali rapporti interpersonali? L'evoluzione intuibile da codesti prodromi schiude scenari foschi. La perdita di uno "stile" qualificante viene surrogato dalla fluidità delle "mode". Alla verticalità delle scelte subentra l'orizzontalità superficiale delle condotte omologate, in vana ricerca di trasgressioni che conferiscano unicità mai possedute. E dato che immagine metropolitana e tessuto sociale marciano correlati, ne consegue che le fisionomie degli aggregati megaurbani tendono ad uniformarsi presso l'intero pianeta sotto comuni denominatori di anonimia. Congestione della city,volumetrie "a scatola" degli edifici deputati alle attività terziarie, fast food, bancarelle e shop di vestiti-stracci, rumore e smog, di giorno; discoteche, pub, locali dello "sballo", cumuli di rifiuti, prostituzione e spaccio, di notte. E un'osmosi continua che inverte ruoli e ribalta contesti. Favelas e bronx, bidonville e complessi pseudo residenziali, maxistore e outlet giganteschi, capannoni industriali, padiglioni espositivi, impianti di fitness, si intersecano in un crescendo che cancella e confonde identità, ambienti, atmosfere. Si moltiplicano lessici per classificare il fenomeno: contaminazione, sfondamento, deterritorializzazione, ma dietro la terminologia etichettativa protesa a disciplinare l'incoercibile si palesa l'impotenza a regolare alcunché. All'orizzonte si staglia un pianeta urbano in via di disintegrazione per implosione, popolato delle aree irreali dei non-luoghi, dell'a-topia, dell'a-nomia. Fine delle regole, fìne dei valori, fine dei significati, fine di una vita già non più degna e ora neppure più votata alla semplice sopravvivenza. Sarà davvero questo l’epilogo inglorioso della "civiltà avanzata" frutto del mito scientifico-positivista del progresso? Il suicidio delle sedicenti "società civili" che trascinerà nel crollo anche la controparte sottosviluppata? Occorrerà forse, a questo punto, rammentare la riflessione heideggeriana secondo la quale l'essenza della tecnica non è "tecnica" ma metafisica, stigma del nichilismo dell'occidente. Nonché Holderlin, che assimila massimo pericolo e massima salvezza. Comunque vadano le cose, l'imperativo di retto a chi voglia in tali congiunture negative salvaguardare spazi essenziali di libertà è: con-sistere in sé, tra-scorrere, partecipando al destino della metropoli con il distacco necessario a oltre-passare; e danzare sull'orlo dell'abisso pienamente consapevoli della situazione, senza false illusioni, né apprensione o paura. Come suggerisce il passo jungeriano estrapolato dal grande romanzo-apologo dello scrittore tedesco Sulle scogliere di marmo: «Quando regnava lo spavento, allora la freddezza dei pensieri aumentava lo spirituale distacco il panico, la cui ombra pende sempre sulle nostre grandi città, ha il suo riscontro - concludeva Junger - nella audace baldanza dei pochi che si aggirano sopra il comune torbido dolore, simili ad aquile». Ovvero, nei frangenti ove infimi e mediocri annaspano, i migliori agiscono, non guidati da emozioni e spinte passionali, ma determinati nell'autocontrollo di chi possiede lucida percezione dei fatti e chiara nozione dei margini praticabili di manovra.
Lucia Tozzi, Alias, 13-06-2009
Durante glianni novanta, quando le durissime «leggi Pasqua» fanno esplodere in Francia le lotte per i sans papier, Jacques Derrida prende pubblicamente posizione sui temi dell’immigrazione. In Cosmopoliti di tutti i paesi, ancora uno sforzo!- la dinamica «autoimmunitaria» di un sistema che a forza di difendersi dagli elementi «patogeni» esterni finisce per mettere a rischio lo spazio pubblico, condizione imprescindibile della propria esistenza democratica, Derrida configura la possibilità di un nuovo diritto delle città che permetta di forzare l’impasse territoriale. È su questa ipotesi di una nuova forma di autonomia cittadina che si chiude Filosofie delle metropoli a cura di Matteo Vegetti (Carocci, pp. 274, € 24,80), una raccolta di saggi che ricostruisce diacronicamente le grandi interpretazioni dello spazio politico moderno alla luce delle relazioni tra Stato e città. L’ideal-tipo weberiano della città medievale, dissolto nel XVII secolo dalla nascita dello Stato nazione (trattato da Agostino Petrillo), i dispositivi governamentali settecenteschi descritti da Foucault (Pierandrea Amato),il Passagen-Werk di Benjamin (Giovanni Gurisatti), le forme della percezione urbana di Simmel (Andrea Pinotti), la cupa morfologia della «città mondiale» spengìeriana e la metropoli completamente assorbita dalla guerra di Junger (Maurizio Guerri), fino ai rizomi deleuziani (Massimiliano Guareschi) e infine alla proposta di riattivazione dell’autonomia urbana avanzata da Deridda (M. Vegetti): metodologie diversissime, reazioni più o meno disforiche o critiche alla dimensione urbana contemporanea, che in tutti i casi rispondono alla domanda «che cos’è la città?», divenuta all’improvviso urgente con l’emergere della sublime e terribile metropoli industriale. L’immagine che fa da sfondo all’intero libro è quella del frontespizio del Leviatano di Hobbes: la rappresentazione del passaggio dalla città medievale, circondata dalle mura e indipendente sul piano militare e giuridico dal potere feudale, al dominio territoriale dello Stato. «Vi si vede un enorme uomo (il sovrano del nascente Stato moderno) che sovrasta una città barocca svuotata e pacificata. I corpi dei cittadini (...) sono trasferiti nelle membra del sovrano, che dà forma alla loro massa indistinta (...). La cittadinanza si proietta ora in una spazialità astratta, i cui limiti coincidono con le frontiere convenzionali che separano e oppongono le sovranità statali. Lo spazio moderno, rifondato sul paradigma metodologico della scienza cartesiana è liberato da ogni pregiudiziale quantitativa e "psicologica", non conosce né limiti simbolici, né conflitti né passioni: derivato dalla geometria pura, esso si predispone a una pianificazione razionale». La pianificazione razionale dunque, lo dicono chiaramente queste righe dall’introduzione di Vegetti, è la bestia nera che ritorna sotto varie fogge dall’inizio alla fine di questo itinerario filosofico. La deprecatio di Benjamin contro glisventi-amenti reazionari (Grands Trauaux) del barone Haussmann - che sotto Napoleone II sostituì la formula un’ipotesi: «Se il nome e l’identità di qualcosa come le città hanno ancora un senso e restano l’oggetto di una referenza pertinente, una città può allora elevarsi sopra gli Stati-nazione o almeno affrancarsene in certi limiti, per diventare, secondo una nuova accezione della parola, una città franca quando si tratta di ospitalità e rifugio?». Nell’affrontare il problema più scottante sollevato dalla crisi della sovranità statuale città dei passages con il sistema trionfale dei Boukuards, obbedienti alla logica del massimo profitto immobiliare e della prevenzione delle barricate rivoluzionarie - diventa lo stigma di un’intera disciplina, l’urbanistica, e di tutte le forme connesse di organizzazione dello spazio dei flussi. L’efficienza è un tabu anche dove è rivolta a migliorare le condizioni materiali delle masse contadine violentemente inurbate(di cui rende conto inorridito Engels nella Condizione della classe operaia in Inghilterra), viene comunque letta come strumento di  alienazione, come meccanismo di «manutenzione» di una classe di lavoratori al servizio del capitalismo. Nostalgici dell’antico spirito comunitario e pensatori radicali, sadici estimatori di tradizioni cruente e  teorizzatori del nomadismo sono accomunati da un eguale odio nei confronti di qualsiasi forma di ordinamento e standardizzazione. La fusione tra guerra e lavoro, la «mobilitazione totale» analizzata da Junger nel 1930, che estende la violenza bellica allo spazio civile della metropoli e al tempo normale della vita, diventa poi nell’Arbeiter l’assorbimento della totalità dell’esistenza nel sistema del lavoro tout court, attraverso la rimozione di qualsiasi riferimento alla sfera rituale, religiosa, culturale. La metropoli moderna, per Junger ridotta alle funzioni di «città-officina» e dell’ancora più perniciosa «città-museo» si trasforma nelle mani di Foucault in un terrificante dispositivo di controllo e disciplina: il panopticon, invenzione carceraria di Jeremy Bentham, è il modello spaziale della democrazia liberale. Nei due corsi al Collège de France del 1978 e ’79 (Sicurezza, territorio e popolazione e Nascita della biopolitica) Foucault descrive la genealogia della città moderna come l’evoluzione da un sistema di potere fondato sulla sovranità a una serie di pratiche di assoggettamento extra-giuridiche, fondate su dispositivi disciplinari e securitari, sulla disseminazione
capillare e gerarchizzata del potere in uno spazio reticolare, senza più confini, qual è quello del libero mercato. Bisognava disegnare città salubri perché era necessario «conservare la forza lavoro»: controllare i flussi d’aria, d’acqua, le fogne, pianificando secondo i dettami di una sorta di medicina urbana». La biopolitica, l’estensione del potere alla salute, alla sfera della vita dei cittadini, è un fenomeno eminentemente urbano. Forse solamente alcune famiglie di concetti deleuziani (il «rizoma»), la «deterriorializzazione», I’opposizione spazio liscio/striato, etc.) hanno goduto di una diffusione analoga a quella del paradigma biopolitico: non solo filosofi e letterati, ma schiere di architetti, artisti, critici, persino urbanisti se ne sono serviti a proposito e a sproposito per de cenni. Com’è naturale che sia, la produttività di queste teorie in questo momento appare in calo: figlie di un clima culturale che non aveva ancora potuto assimilare il crollo del welfare state e la pervasività del l’ideologia liberista, ora fanno fatica a interagire con le loro conseguenze più estreme. Certo, la sicurezza ha occupato spazi prima impensabili nella cosiddetta agenda politica, in compenso mantenere in vita la forzalavoro non interessa più a nessuno: anzi, come si è visto nella crisi del credito, i lavoratori sono stati oggetto di rapina indiscriminata da parte delle istituzioni finanziarie. Mentre impazzavano i dibattiti sull’ambiguo statuto del pubblico, la proprietà privata ha conquistato enormi fette di beni materiali e immateriali, mobili e immobili, producendo esclusione e disuguaglianza. E quel che è peggio, molte delle idee più brillanti sullo spazio deterritorializzato e sulla natura repressiva delle istituzioni sono state utilizzate dalle forze più conservatrici, dai neocons all’esercito israeliano nell’occupazione palestinese, come racconta Eyal Wehan nell’illuminante Architettura dell’occupazione. Forse per capire la crisi urbana attuale e i suoi possibili sviluppi politici il pur preziosissirno canone degli autori contenuti in questo libro necessiterebbe di essere ampliato. E forse sull’odio per Haussman, sulla passione di Benjamin per «il carattere plein air delle rivoluzioni», per la tanto deprecata machine à abiter e per il Movimento Moderno in generale.
Roberta Tenconi, Domus, 01-09-2009

Quando nel 1648 la pace di Westfalia sancisce il nuovo ordinamento degli Stati, termina la storia della città medievale, in quanto il diritto degli Stati le sottrae ogni autonomia giuridica e militare. Rimane allora la problematica della città come luogo delle strade, dei palazzi, delle chiese. Il volume è veramente notevole per l'ampiezza delle situazioni e la qualità degli autori esaminati. Peccato che non sia ricordato l'interessante libretto di Carlo Cattaneo, La città.