Carocci editore - Gli italiani prima dell’Italia

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Gli italiani prima dell’Italia

Carlo Capra

Gli italiani prima dell’Italia

Un lungo Settecento, dalla fine della Controriforma a Napoleone

Edizione: 2019

Collana: Aula Magna (69)

ISBN: 9788843096596

  • Pagine: 462
  • Prezzo:18,00 15,30
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In breve

È nota la frase attribuita a Massimo d’Azeglio, «fatta l’Italia bisogna fare gli italiani», ma è concepibile provare a invertire la successione cronologica tra i due processi, giacché per fare l’Italia era pur necessario che esistessero in qualche forma e in numero sufficiente gli italiani, con un bagaglio di lingua e memorie comuni e di idee condivise, tra le quali la coscienza della propria arretratezza rispetto alla parte più sviluppata dell’Europa e il desiderio di superare la tradizionale frammentazione politica. La prima si affermò e si diffuse tra le classi colte a partire dagli ultimi decenni del Seicento, il secondo fu un portato dell’età rivoluzionaria e napoleonica, in cui ebbero un peso determinante lo sconvolgimento degli antichi assetti politici e l’esperienza dello Stato moderno con i suoi ordinamenti, i codici, l’esercito, la scuola. Di qui la periodizzazione adottata, che abbraccia quasi un secolo e mezzo di storia italiana e fa largo posto, accanto agli aspetti politico-istituzionali e alle vicende culturali, alle strutture economiche e alle forme di socialità proprie del nostro lungo Settecento.

Indice

Introduzione

1. La fine della Controriforma

La “crisi generale” del Seicento

La questione della decadenza italiana

L’Italia di fine Seicento: un nuovo clima intellettuale e sociale

focus 1. Il processo agli “ateisti”

2. Popolazione e mondo rurale

I caratteri generali dell’andamento demografico nel lungo Settecento

Modelli matrimoniali e strategie familiari

Orientamenti colturali e rapporti di produzione nelle campagne

focus 2. L’“alta cultura” della pianura irrigua lombarda

3. Le città e l’economia extra-agricola

L’evoluzione demografica ed economica delle città

La società urbana: nobiltà, clero, “ceto civile”

Il mondo del lavoro e le schiere dei poveri e marginal

focus 3. Industrializzazione e deindustrializzazione in ambiente urbano. I casi di Bologna e Prato

4. La “rinascita ghibellina”

L’Italia nella guerra di successione spagnola

Sotto le ali dell’aquila imperiale. Il Regno di Napoli tra 1707 e 1734

Lo Stato sabaudo da ducato a regno: le riforme di Vittorio Amedeo II

focus 4. La tradizione militare sabauda

5. L’età di Muratori

Le guerre di successione polacca e austriaca e le loro ripercussioni in Italia

La rivolta di Genova

Politica e cultura a Venezia nei decenni centrali del Settecento

focus 5. Il cattolicesimo illuminato di Lodovico Antonio Muratori

6. Nuove dinastie e nuovi governi: Napoli e Toscana

Gli esordi di Carlo di Borbone a Napoli

I catasti onciari e gli altri interventi in campo finanziario

L’impianto della reggenza lorenese in Toscana

Le riforme finanziarie e lo scontro con la Chiesa

focus 6. La riforma toscana della nobiltà

7. L’Italia asburgica dopo la pace di Aquisgrana

Ai “confini d’Italia”

La Lombardia austriaca: le riforme di Gianluca Pallavicini

Le plenipotenze di Cristiani e di Firmian

Le riforme nel Ducato di Modena e Reggio

focus 7. Il catasto teresiano

8. La crisi del papato

La Chiesa e il papato intorno alla metà del secolo XVIII

L’anticurialismo nella pubblicistica italiana: Amidei e Pilati

L’offensiva contro Roma e la soppressione dei gesuiti

Il pontificato di Pio VI

focus 8. La fabbrica di un santo nella Roma di Pio vi: Benoît-Joseph Labre

9. La “primavera dei Lumi”: Napoli e Milano

Illuminismo europeo e illuminismo italiano

Orientamenti filosofici, etici, politici 1

Gli inizi dell’illuminismo meridionale: Antonio Genovesi

L’“école de Milan”

focus 9. Un’esperienza illuministica: “Il Caffè” (1764-66)

10. La “svolta fisiocratica” e le riforme economiche leopoldine

Il pensiero economico di Verri e Beccaria

La fisiocrazia in Toscana e le riforme annonarie di Pietro Leopoldo

Le riforme amministrative e finanziarie

focus 10. Le allivellazioni leopoldine

11. L’apogeo delle riforme asburgiche: Milano e Firenze

Modello giuseppino e modello leopoldino

Stato e Chiesa in Lombardia e in Toscana

Le riforme giudiziarie

La struttura dello Stato

focus 11. La nascita della polizia

12. Il riformismo borbonico: Regno di Napoli e Sicilia

Dalla reggenza tanucciana alla supremazia di Maria Carolina

Le due linee dell’illuminismo meridionale

Gli ultimi anni del regime borbonico e il fallimento delle riforme antifeudali

La Sicilia alla fine del Settecento

focus 12. I contratti alla voce nel Mezzogiorno

13. Un’Italia senza riforme?

Il regno di Carlo Emanuele III in Piemonte e le riforme di Bogino in Sardegna

Il regno di Vittorio Amedeo III

Genova dopo la rivolta del 1746-47 e la Repubblica lucchese

Il tramonto della Serenissima: politica e giornalismo

La vita delle campagne venete

focus 13. Le accademie agrarie venete

14. Produzione e circolazione del sapere

La nascita della scuola elementare

Le riforme degli studi superiori

Le accademie

I progressi della scienza in Italia

Libri e giornali

focus 14. La censura

15. Classi superiori e forme di socialità

Due dimorfismi all’interno delle élite: chierico/laico e uomo/donna

Ceti nobiliari e ceto civile

Salotti e “casini”

Le logge massoniche

focus 15. I cicisbei

16. La crisi dell’antico regime e le reazioni alla Rivoluzione francese

Il disagio economico delle classi subalterne

Agitazioni e sommosse popolari negli anni rivoluzionari

Le reazioni della Chiesa, dei governi e del ceto intellettuale

Il movimento giacobino

focus 16. La “sarda rivoluzione” del 1793-96

17. L’Italia tra rivoluzione e controrivoluzione

La campagna d’Italia del 1796. Milano occupata dai francesi

I giacobini italiani

La Repubblica cisalpina

Le altre repubbliche “sorelle”

Le insorgenze antifrancesi

focus 17. Vincenzo Cuoco e il Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli

18. L’età napoleonica. Aspetti politici e istituzionali

La riorganizzazione napoleonica dell’Italia settentrionale (1800-05)

Apogeo e declino della dominazione napoleonica sulla penisola (1805-15)

Gli ordinamenti costituzion

focus 18. La Costituzione siciliana del 1812

 

19. L’età napoleonica. Finanze, esercito, istruzione

I problemi finanziari nei due Stati vassalli

Gli apparati militari

L’organizzazione delle forze di polizia

Le istituzioni scolastiche

I lavori pubblici e la nuova urbanistica

focus 19. L’alfabetizzazione degli italiani tra Settecento e Ottocento

20. Economia e società nell’età napoleonica

L’andamento delle attività produttive

Gli effetti delle innovazioni legislative e istituzionali. La rendita fondiaria

L’ascesa dei ceti burocratici e professionali

Le classi inferiori

focus 20. L’eversione della feudalità nel Mezzogiorno

L’Italia, gli italiani... qualche considerazione conclusiva

Riferimenti bibliografici

Indice dei nomi

Recensioni

Alfonso Berardinelli, Avvenire, 09-01-2015

Fin dal titolo il libro di Carlo Capra Gli italiani prima dell’Italia propone un rovesciamento di prospettiva. Un protagonista del Risorgimento, Massimo d’Azeglio, affermò che una volta fatta l’Italia bisognava fare gli italiani. Più empiricamente per Carlo Capra gli italiani vengono prima: e con tutta la necessaria attenzione alla varietà dei fenomeni storici ricostruisce le vicende di un «lungo Settecento» che va «dalla fine della Controriforma a Napoleone». Questa scelta si rivela proficua. Il volume è ricco di dati e di riflessioni riguardanti la demografia, l’agricoltura, le diversità regionali, gli sviluppi della scienza, il costume, le tendenze culturali e le vicende politiche. Emerge con particolare chiarezza l’importanza di autori come Lodovico Antonio Muratori (1672-1750), Pietro Verri (1728-1799) e Vincenzo Cuoco (1770-1823) nel definire il problema della modernità italiana. Il modenese Muratori, un ecclesiastico di origine borghese, aprì il Settecento con la sua opera più famosa, Repubblica letteraria d’Italia (1703), e con la sua attività di erudito, bibliotecario, critico letterario e moralista è il più operoso intellettuale legato alla Chiesa: combatté «la superstizione, gli eccessi di zelo e le forme di devozione distorta» sottolineando, fra le virtù cristiane, l’importanza centrale della carità. Il conte milanese Pietro Verri fu ufficiale dell’esercito austriaco nella Guerra dei sette anni, studiò economia, attaccò il formalismo delle accademie e infine fondò Il Caffè, la più innovativa rivista del nostro illuminismo. Rinnovò la prosa italiana muovendosi fra enciclopedismo e giornalismo. Studiò le condizioni di una vita sociale e individuale più felice e più libera, e in quanto riformista vide presto pericoli e limiti sia della rivoluzione francese che dell’amministrazione napoleonica. Di Vincenzo Cuoco, molisano e poi avvocato a Napoli, si è detto che come critico della rivoluzione è il nostro Edmund Burke. Dopo il fallimento cruento della rivoluzione napoletana del 1799, scrisse il suo capolavoro, in cui criticò l’astrattezza della Ragione giacobina e il Terrore rivoluzionario: disse che «si era riformato più di quello che il popolo voleva». E l’errore, secondo Cuoco, non si doveva ripetere in Italia.

Matteo Di Gesù, Il Sole 24 Ore, 18-01-2015Antonio Carioti, Corriere della sera, 03-03-2015

Demografia, economia agricola e industriale, religione, costume, vita intellettuale, istituzioni, diritto. Sono pochi gli studiosi che sanno svariare con disinvoltura e competenza tra i più diversi aspetti di un’epoca storica. Tra di loro vi è senza dubbio Carlo Capra, che nel libro Gli italiani prima dell’Italia (Carocci) ripercorre le vicende della nostra penisola dal 1680 al 1815 senza trascurare nessuna delle materie sopra elencate, anzi fornendo al lettore una serie di approfondimenti specifici su molti argomenti: dalla tradizione militare sabauda al catasto lombardo, dalla nascita della polizia al fenomeno dei cicisbei.

Il libro però non è solo una ricostruzione esaustiva. Contiene una tesi originale e controcorrente. Capra ricorda che lo Stato unitario italiano è sorto tardi, un secolo e mezzo fa. Aggiunge che invece l’identità italiana «ha più di mille anni di storia alle spalle», poiché le sue prime espressioni culturali risalgono forse all’Alto Medioevo. E sottolinea l’importanza un terzo elemento: lo sviluppo di una coscienza patriottica, nel periodo preso in considerazione dal suo saggio, per cui un numero crescente di persone colte avvertì la condizione del nostro Paese come arretrata e decadente, giungendo alla conclusione che, per recuperare il terreno perduto, fosse necessario promuovere una nuova aggregazione politica di carattere nazionale.

Capra giunge quindi a rovesciare la formula, attribuita a Massimo d’Azeglio e ripetuta all’infinito, secondo cui, fatta l’Italia, rimanevano (anzi forse tuttora rimangono) da fare gli italiani. A suo avviso in realtà, prima che la penisola fosse unificata, molti suoi abitanti già si sentivano italiani, ben oltre una superficiale comunanza linguistica e culturale. Insomma, il Risorgimento venne reso possibile dall’esistenza di un’opinione pubblica patriottica, ridotta ma non irrilevante, che si era formata attraverso le varie esperienze riformatrici negli Stati preunitari e poi aveva tratto alimento, sia pure in modo contraddittorio, dalla spinta modernizzante della dominazione napoleonica.

Perciò Capra si distacca da chi identifica in pieno il Risorgimento con la temperie romantica. Invita viceversa a riscoprirne le radici illuministe, che si tradussero «nell’elaborazione di una piattaforma uni­taria e costituzionale già prima della campagna d’Italia di Bonaparte». Ci furono gli eroici furori, il culto del martirio, la visione messianica del riscatto che invocava le memorie antiche di Roma. Ma non meno importante, anzi di più, fu il patrimonio d’idee ereditato dagli sforzi innovatori compiuti a Napoli come in Toscana, a Milano come in Piemonte, per sottrarre la società ai vincoli feudali, diffondere l’istruzione, rendere più fluida e dinamica la vita economica, far progredire le scienze, umanizzare il diritto penale, ridurre il peso schiacciante dell’influenza ecclesiastica.

Quegli sforzi sono appunto il filo conduttore del lavoro di Capra, che però è ben lungi dal tracciare un quadro di progresso lineare. Per esempio evidenzia, in campo economico, «il deterioramento delle condizioni di vita delle classi popolari italiane negli ultimi decenni del Settecento», che in parte contribuisce a spiegare le rivolte di massa, comunemente dette «insorgenze», contro le repubbliche nate in seguito all’invasione delle truppe francesi.

Quei moti presero una netta direzione controrivoluzionaria, per il solido legame che le plebi, specie rurali, manteneva con le tradizioni religiose e dinastiche scosse dall’ondata «giacobina». Ma il fatto che varie ribellioni si fossero verificate prima dell’arrivo dei francesi ed alcune agitazioni siano proseguite anche oltre la loro provvisoria cacciata, nel 1799, dimostra che la faccenda è un po’ più complessa rispetto all’epopea dell’Italia sanfedista in lotta contro lo straniero celebrata da alcuni autori ostili al Risorgimento.

Arturo Colombo, Corriere della sera, 09-03-2015