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Machiavelli

Machiavelli

a cura di: Emanuele Cutinelli-Rendina, Raffaele Ruggiero

Edizione: 2018

Collana: Studi Superiori (1125)

ISBN: 9788843092659

  • Pagine: 348
  • Prezzo:30,00 25,50
  • Acquista

In breve

Nel drammatico svolgersi delle guerre d’Italia, tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento, Machiavelli inaugura la concezione moderna della politica e della storia. La sua eccezionale intelligenza, volta a individuare i principi generali dell’accadere storico e dell’agire politico, si avvale della «cognizione delle azioni delli uomini grandi» per estrarne la «regula generale che mai o raro falla». Tale ricerca lo conduce a diagnosticare quella crisi profonda di saperi e valori tradizionali che egli manifesta attraverso un’efficace scrittura letteraria, capace di misurarsi di volta in volta con la lettera diplomatica e il discorso etico-politico, la storiografia, il trattato militare, gli scritti militanti per una riforma costituzionale, e ancora la poesia didascalica e la commedia. In ciascuno di questi generi Machiavelli si confronta con i modelli, riuscendo però a imporre una cifra e un tratto a tal punto singolari da fare della sua opera un classico di continuo riferimento nei secoli successivi. Mettendo a frutto gli esiti della più avanzata indagine storica e filologica, gli studi qui riuniti mostrano come i suoi interrogativi siano ancor oggi capaci di spingere la nostra riflessione oltre i luoghi comuni e i sempre risorgenti conformismi.



Il volume è pubblicato in Letteratura italiana: autori, forme, questioni, serie diretta da Emilio Russo e Franco Tomasi. I testi inseriti in questa serie, oltre a fornire un chiaro inquadramento storiografico, restituiscono la complessità di esperienze che caratterizza autori, generi e temi della nostra tradizione, seguendo i più fecondi indirizzi della ricerca contemporanea. Con uno stile sempre chiaro e divulgativo, ma allo stesso tempo rigoroso, si rivolgono sia al mondo universitario sia a un pubblico più ampio.


Indice

Introduzione di Emanuele Cutinelli-Rendina e Raffaele Ruggiero
Tra Firenze e l’Europa: i tempi e la vita di Niccolò Machiavelli di Emanuele Cutinelli-Rendina
L’ambiente familiare e la giovinezza (1469-98)
Al servizio della Repubblica fiorentina (1498-1512)
Gli anni della disgrazia e dei capolavori (1513-19)
Gli ultimi anni: Machiavelli “mediceo” (1520-27)
Approfondimenti bibliografici
Opere
1. Attività diplomatica e scritti politici fino al 1512 di Andrea Guidi
L’esperienza delle cose moderne. Lo studio dell’«arte dello stato»/L’attività diplomatica: le legazioni e le commissarie/L’attività amministrativa: gli scritti di governo/Gli scritti cancellereschi sulla milizia e sulla guerra/Approfondimenti bibliografici
2. Il Principe e i Discorsi di Gian Mario Anselmi
Machiavelli oggi/Il Principe/Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio/Approfondimenti bibliografici
3. Le Istorie fiorentine e la Vita di Castruccio Castracani di Carlo Varotti
Machiavelli storiografo/Tra storia e politica/Temi e contenuti dei singoli libri delle Istorie/La committenza medicea/Machiavelli e il metodo storico/Lo stile e i modelli formali/La Vita di Castruccio Castracani da Lucca/Approfondimenti bibliografici
4. L’Arte della guerra di Giorgio Masi
Fasi compositive fino alla stampa del trattato/Datazione e circostanze di composizione/Il titolo/L’ambientazione: gli Orti Oricellari/Gli interlocutori: il «signore» e gli «amici»/La struttura/I presupposti morali della riforma dell’esercito/Il «deletto» e l’apologia dell’ordinanza/L’esempio degli Svizzeri e il ruolo della cavalleria e dell’artiglieria/Il film della battaglia: «Non sentite voi l’artiglierie?»/L’esortazione finale/ Le figure e i diagrammi/Concretezza o utopia?/Fonti e modelli/Approfondimenti bibliografici
5. Scritti letterari e teatro di Filippo Grazzini
I Decennali/I Capitoli/L’Asino/Le rime/L’interesse per il teatro. L’Andria/La Mandragola/La Clizia/Il prosatore/Approfondimenti bibliografici/Questioni
6. La biblioteca di Machiavelli di Davide Canfora
Biblioteche umanistiche/I libri di Machiavelli/Sul libero uso delle fonti/Questioni filosofiche/Approfondimenti bibliografici
7. Lingua e stile di Raffaele Ruggiero
Fenomeni fonomorfologici/Semantica/Strategie retoriche/Mescolanza di stili/Machiavelli scrittore/Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua/Approfondimenti bibliografici
8. Novità costituzionali nel pensiero machiavelliano di Paolo Carta
L’“effetto Machiavelli” sul costituzionalismo/Repubbliche e principe civile/La repubblica mista/Machiavelli “costituzionalista”: il Discursus Florentinarum rerum/Approfondimenti bibliografici
9. «Umori» e «tumulti» di Gabriele Pedullà
La tradizione della concordia/«Umori» e «modi»/«Fini» (effetti) e «fini» (obiettivi)/«Un inconveniente necessario»/Approfondimenti bibliografici
10. Machiavelli e la questione della guerra di Jean-Louis Fournel e Jean-Claude Zancarini
Un modello politico-militare/Tempi della guerra e tempi della pace/Il posto delle armi nella politica/Cause ed effetti di una storia bellica: quale riforma delle armi?/Le armi sbagliate, la «ruina d’Italia» e la guerra per la pace/Approfondimenti bibliografici
11. La religione di Emanuele Cutinelli-Rendina
I primi documenti della riflessione machiavelliana/Chiesa e religione nel Principe/Chiesa e religione nel libro i dei Discorsi/Il libro ii dei Discorsi/. Il «variare delle sètte» (Discorsi II V)/Religione e imitazione dell’antico/Approfondimenti bibliografici
12. La fortuna di Machiavelli nella cultura letteraria e politica occidentale di Alessandro Campi
Primi lettori, prime critiche, primi apprezzamenti/La condanna della Chiesa e l’ostilità del mondo cattolico/Francia e Inghilterra: critiche politiche e stereotipi letterari nel mondo protestante/Tra erudizione e mito repubblicano: il declino dell’antimachiavellismo/Tra romanticismo e critica storica: Machiavelli patriota e uomo simbolo del Rinascimento/Machiavelli nostro contemporaneo: la minaccia del Leviatano totalitario e il fantasma del potere
Approfondimenti bibliografici
Bibliografia
Indice dei nomi
Gli autori

Recensioni

Elio Matassi, Il fatto quotidiano, 29-07-2013

Come suggerisce il nome, il postmoderno ha segnato la fine della modernità. Bene: ma la modernità quando era iniziata? Secondo molti il suo inizio è rappresentato dalla rivoluzione scientifica: ovvero nel periodo, tra metà Cinquecento e metà Seicento, che vide nascere l’astronomia di Copernico, la fisica di Galileo, il materialismo di Hobbes e la filosofia di Cartesio, che incorporava la nuova scienza in un grandioso sistema di pensiero. L’idea è suggestiva: peccato che sia sbagliata. Il primo pensatore moderno infatti visse qualche decennio prima a Firenze: era Niccolò Machiavelli.

Si sa, naturalmente, che il grande fiorentino fu il primo ad autonomizzare la politica dall’etica e dalla religione, guardando senza infingimenti le vicende della storia umana e della politica. Tuttavia – pensano in molti – in fondo Machiavelli aveva ancora una visione arcaizzante della natura umana, perché credeva nel determinismo astrale e nella provvidenza divina come ancora era comune fare nel Rinascimento. Per questo, secondo molti interpreti, i suoi riferimenti alla libertà sarebbero in realtà contraddittori, perché all’interno del quadro concettuale rinascimentale gli esseri umani non potevano godere di vera autonomia. E così – conclude questa canonica interpretazione – Machiavelli, anche se fu pensatore molto originale, non fu il primo dei moderni, ma l’ultimo dei premoderni.

Che però le cose non stiano così, e che Machiavelli sia stato il vero iniziatore della modernità, è ora confermato da un volume splendido (sia per i contenuti che per la veste grafica): Machiavelli e Lucrezio. Fortuna e libertà nella Firenze del Rinascimento, appena uscito da Carocci. Ne è autrice la rinascimentalista Alison Brown, studiosa del Royal Holloway dell’Università di Londra, mentre Mario De Caro è autore dell’illuminante postfazione.

Brown argomenta convincentemente che negli ambienti laici della Cancelleria della Repubblica fiorentina (di cui, a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, Machiavelli fu Segretario) si svilupparono innovative forme di pensiero naturalistico, in cui la tradizione dell’atomismo antico giocò un ruolo molto importante. Fondamentale in questo senso fu il ritrovamento del De rerum natura di Lucrezio da parte di Poggio Bracciolini, a cui è dedicato un altro recente, bellissimo volume, Il Manoscritto di Stephen Greenblatt. La tradizione epicureo-lucreziana fu la prima forma compiuta di naturalismo, incorporando idee molto eterodosse: gli dei non intervenivano mai nelle vicende umane; le religioni erano forze regressive; nel mondo naturale vi era evoluzione; la morale aveva carattere edonistico. Ma il punto forse più interessante era la difesa che questa tradizione faceva del libero arbitrio su base materialistica e non religiosa. L’idea è che talora, nel loro incessante movimento, gli atomi deviano imprevedibilmente dai moti rettilinei (con il famoso “clinamen”) e ciò apre spazi di contingenza su cui si radica il nostro libero arbitrio.

E richiamandosi a queste idee, nota De Caro nella postfazione al volume di Brown, si può risolvere l’annosa questione del rapporto virtù/fortuna nel pensiero di Machiavelli. Questi aveva copiato tutto il De Rerum Natura in un manoscritto da lui annotato che ci è giunto integralmente. E, come Lucrezio, Niccolò non credeva né alla Provvidenza divina né a un’astrologia deterministica: la fortuna lascia agli esseri umani preziosi spazi di continenza in cui essi possono esercitare liberamente la loro virtù. Era una concezione già pienamente naturalistica. E così, grazie all’eredità di un’antica scuola filosofica, nasceva la modernità.

, Il foglio, 20-08-2013Danilo Breschi, Istituto di Politica, 06-11-2013

Niccolò Machiavelli, grande debitore di Lucrezio, al pari di tanta parte della cultura fiorentina umanistico-rinascimentale. È stato appena tradotto in Italia, per i tipi della Carocci, il più recente libro di Alison Brown sull’influenza, ampia, profonda e cruciale, di Lucrezio (“Fortuna e libertà nella Firenze del Rinascimento”, con postfazione di Mario De Caro), e, tramite il suo poema “De rerum natura”, delle idee epicuree sulla cultura fiorentina fra Trecento e Quattrocento, e dunque sulla fioritura del Rinascimento. Il titolo originale è infatti: “The Return of Lucretius to Renaissance Florence”. La traduzione italiana risponde ovviamente alla necessità di rendere (relativamente) meno “di nicchia”, meno riservato ai soli addetti ai lavori, questo meticoloso lavoro filologico e di “sfruttare” il perenne interesse, non solo presso il pubblico italiano, che suscita il nome di Machiavelli, raddoppiato quest’anno dalla ricorrenza dei cinquecento anni dalla stesura del celeberrimo “Principe” (o, almeno, di gran parte di esso, stante l’altrettanto celebre lettera a Francesco Vettori datata 10 dicembre 1513). D’altro canto, l’influenza lucreziana sul pensiero di Machiavelli è considerevole, e ne determina quelle caratteristiche che ne hanno fatto un momento di cesura fondamentale nella storia della riflessione politica occidentale.

Di fatto, Machiavelli inaugura la modernità politica, magari ben oltre le sue originarie intenzioni e senz’altro avvalendosi di figure e concetti tutti immersi nel medio evo o nell’antichità classica, soprattutto romana. Ma è proprio da quella combinazione originale, precipua dell’età rinascimentale, che nasce il moderno in politica. E sulla scorta dell’attenta ricostruzione filologica della Brown pare confermata essere la secolarizzazione, o trasformazione in chiave immanentistica di idee (anche) “religiose”, la cifra più tipica dell’età cosiddetta “moderna”. Tutto ebbe inizio con Boccaccio e la sua “riabilitazione” di Epicuro, considerato dall’autore del “Decameron”, a dispetto della fama che aveva avvolto il filosofo greco nell’età di mezzo, quale promotore di valori come l’amicizia e la rettitudine morale.

Restano ancora sospette le principali convinzioni epicuree: la credenza che gli dèi sono indifferenti alle vicende umane, che il mondo è eterno e non è governato dalla provvidenza divina, che l’anima muore con il corpo e che il piacere è il bene più elevato e prezioso. Ma queste opinioni tornarono con il ritrovamento presso un monastero tedesco, compiuto da Poggio Bracciolini nel 1417, del manoscritto, unica copia sopravvissuta, del “De rerum natura”, la cui vicenda è stata recentemente ricostruita e narrata da Stephen Greenblatt (“Il manoscritto”, Rizzoli 2012). Il poema filosofico lucreziano avrebbe avuto un impatto straordinario su artisti e pensatori, e così longevo da giungere fino a Freud e Einstein, passando per Botticelli e Giordano Bruno, Montaigne e Shakespeare. E Machiavelli, appunto. Dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che i libri dotati di originalità e potenza intellettiva cambiano la storia del mondo. Il quindicesimo secolo cominciò pertanto a veder serpeggiare in modo più o meno clandestino nella Firenze, prima papale (Poggio stesso fu segretario papale dal 1423 al 1453, e la città toscana ospitò dal 1434 la corte papale – per circa un decennio – e nel 1439 fu sede del concilio ecumenico) poi medicea, il “naturalismo radicale” e una nuova visione del mondo, scettica e razionale, sempre più in contraddizione con molti dei valori del tradizionalismo religioso cristiano.

A partire da Marsilio Ficino, scrive Brown, “l’interesse per Lucrezio si diffuse a Firenze tra i laici al di fuori dei circoli papali, generando nel corso del Quattrocento un repentino incremento di copie manoscritte” del poema lucreziano. Tramite Bartolomeo Scala e Marcello Adriani l’interesse per l’opera lucreziana si diffuse anche negli ambienti della cancelleria fiorentina, dove giunse anche il giovane Niccolò Machiavelli, che pare dell’Adriani fu allievo, e senz’altro stretto collega nella cancelleria. Del “De rerum natura” Machiavelli fece una trascrizione, la cui versione autografa fu rinvenuta da Sergio Bertelli nel 1961. Dunque Lucrezio “offre una chiave preziosa per comprendere le opinioni di Machiavelli sulla natura degli uomini, sulla religione e sul cosmo”. Libertà e fortuna, in particolare, sono i concetti che Machiavelli elaborò sulla base di una forte influenza lucreziana, e che ne corroborarono un’idea di politica in cui l’agire umano si esplica in autonomia, o meglio: “con flessibilità morale”, rispetto ai dettami della Chiesa cristiana, anche se trova ostacoli in un determinismo naturale mai però assimilabile a quel meccanicismo che prenderà piede solo un paio di secoli dopo.

La stessa idea della religione come superstizione fondata sulla paura della punizione è un grande tema lucreziano che attecchisce nel cuore della riflessione politica machiavelliana, che sviluppa l’idea della fede in un Dio ultraterreno come garanzia di legittimazione di un governo di uomini su altri uomini. Così il Segretario fiorentino nei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio”: “E veramente mai fu alcuno ordinatore di leggi straordinarie in uno popolo che non ricorresse a Dio; perché altrimente [sic] non sarebbero accettate”. E all’amico Vettori ribadì più volte come “il timore è il maggiore signor che si truovi”. Inoltre, secondo Brown, il libero arbitrio per Machiavelli non è un dono elargito dalla grazia divina, bensì una caratteristica naturale condivisa da uomini e animali. Anche qui c’è lo zampino di Lucrezio. L’“uomo buono” machiavelliano è morale in senso civile e patriottico, ossia è colui che si dimostra capace di provvedere alla sicurezza e al bene comune. “Né immorale né devoto”, così la Brown qualifica il pensatore fiorentino.

Come ben specificato da Mario De Caro nella postfazione, “l’indeterminismo di matrice epicureo-lucreziana che dà luogo alle “occasioni” (che “per metà delle azioni nostre” ci aprono lo spazio della libertà)” si combina in modo unico ed originale con la credenza machiavelliana nei condizionamenti astrali e in quelli metastorici. L’astrologia non è segno della mancata o scarsa modernità del Segretario fiorentino, poiché gli influssi astrali sono pensati come “naturali”, non governati da intelligenze celesti. E poi Machiavelli, precisa la Brown, crede che “astra inclinant non necessitant”. In definitiva, Machiavelli è il pensatore della “contingenza”, della consapevolezza che esistono momenti in cui la nostra “virtù” può inserirsi con forza e/o astuzia per autodeterminarsi. Una virtù “ordinata”, ovvero consapevole delle leggi dell’agire politico, saprà trarre vantaggio dalle occasioni che le circostanze offrono e fare così aggio sulla fortuna.

Si tratta, inoltre, di una virtù sia individuale sia collettiva. Capacità del singolo di rispondere con flessibilità ed efficacia alle emergenze infinite della realtà, capacità del popolo, inteso come comunità repubblicana dei cittadini, di votarsi al bene della patria, pronti a morire per la sua difesa così come per la sua espansione. L’antica Roma repubblicana resta l’esempio più alto su cui innalzare una lezione di realismo politico che apre alla modernità. Non siamo però ancora dentro quella totale rottura nichilistica con il passato, quel rifiuto cinico della lezione repubblicana ed umanistica, che sarà propria del machiavellismo, degenerazione successiva dell’autentico discorso machiavelliano, certo non scevro da pulsioni ferine e tentazioni verso una ferrea volontà di potenza, ma pur sempre assai meno disincantato di quel che si sia soliti pensare.

Marco Romani Mistretta, Alias de il Manifesto, 17-11-2013