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La lingua poetica italiana

Luca Serianni

La lingua poetica italiana

Grammatica e testi

Edizione: 2018

Ristampa: 1^, 2019

Collana: Aula Magna (43)

ISBN: 9788843091324

  • Pagine: 456
  • Prezzo:16,00 13,60
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In breve

La lingua poetica dell’italiano "classico" (dal Petrarca fino al secondo Ottocento) ha mantenuto una fisionomia specifica e un’eccezionale stabilità, tanto da configurare – come scriveva alla fine del Cinquecento Leonardo Salviati – «quasi un altro idioma diverso dalla prosa». Aggiornando e arricchendo un precedente lavoro del 2001, l’autore disegna un profilo linguistico particolareggiato, fondandosi su strumenti tradizionali (dizionari storici, trattati grammaticali e retorici) ed elettronici (cd di testi letterari), oltre che su ampi spogli personali. La parte teorica e descrittiva è integrata da un’ampia antologia che passa in rassegna, commentandole fittamente dal punto di vista linguistico, stilistico e metrico, trenta poesie dislocate dal XIII secolo (Giacomo da Lentini) al XIX (Carducci). Accanto ai poeti della grande tradizione letteraria è stato dato un certo spazio a forme marginali di versificazione, come la librettistica, la poesia estemporanea, la poesia per l’infanzia, la musica leggera. Anche in questi rivoli si coglie la grande compattezza grammaticale di un edificio linguistico eretto nel Trecento, consolidato nel Cinquecento e definitivamente sgretolatosi solo nel pieno Novecento.

Indice

1. Ambito e metodi d’indagine
Preliminari/Una lingua diversa/Dall’istituzione all’individuo/Alcune questioni di metodo/Nascita e tramonto della tradizione poetica
2. Fonetica
Vocalismo tonico. Latinismi/Dittonghi e monottonghi/Sicilianismi vocalici/e tonica in iato/Vocalismo atono. Alternanza e/i/Alternanza o/u/Il dittongo au in protonia/Consonantismo: scempie e doppie/Affricate palatali e dentali: tipi mercé merzé/Consonanti intersonantiche sorde e sonore/Nessi di consonante + iod/Nessi di consante + l/Il tipo giugne ‘giunge’/Assorbimento da parte di vocali omorganiche (tipi riofraile)/Assimilazioni consonantiche: il tipo vedello ‘vederlo’/Dissimilazioni consonantiche/Fenomeni generali. Aferesi vocaliche e sillabiche/Sincope vocalica/Apocope/Epitesi/L’accento: sistoli e diastoli
3. Morfologia e micro sintassi
L’articolo determinativo/Preposizioni articolate/Il nome/I numerali/Le interazioni/I pronomi personali/I possessivi/Gli allocutivi/Altri pronomi e aggettivi pronominali/Gli indeclinabili/Il verbo: le forme
4. Consuntivo otto-novecentesco
Tre partite di bilancio/Epilogo
5. Testi
Giacomo da Lentini, Madonna, dir vi voglio/Guittone d’Arezzo, Certo, Noia, non so ch’eo faccia o dica/Dante Alighieri, Così nel mio parlar vogli’esser aspro/Cecco Angiolieri, Becchina mia! Cecco, nol ti confesso/Nicolò de’ Rossi, Dëo mostrando lo so grand potere/Francesco Petrarca, Italia mia...(Rerum vulg. fragmenta, 128)/Giovanni Dondi dall’Orologio, Già ne la vaga etade de’ primi anni/Niccolò Soldanieri, Chi vuol far fatti non dica parole/Matteo Maria Boiardo, Datime a piena mano e rose e zigli/Agnolo Poliziano, I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino/Pietro Jacopo de Jennaro, L’aspido ch’asalvar fui presto e vago/Pietro Bembo, Crin d’oro crespo e d’ambra tersa e pura/Francesco Berni, Sonetto alla sua donna/Camillo Scroffa, Le tumidule genule, i nigerrimi/Gaspara Stampa, Chi vuol conoscer, donne, il mio signore/Giovanni Della Casa, Varchi, Ippocrene il nobil cigno alberga/Torquato Tasso, O del grand’Appennino/Gabriello Chiabrera, L’acqua Ippocrenia/Tommaso Campanella, Anima immortale/Giovan Battista Marino, Al pescespada/Paolo Zazzaroni, In morte d’un cane/Lorenzo Magalotti, La sorbettiera/Pietro Metastasio, La Primavera/Giovanni Fantoni, A Maurizio Solferini/Giuseppe Parini, La musica/Ugo Foscolo, Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo/Giacomo Leopardi, Ultimo canto di Saffo/Giuseppe Giusti, Il Re Travicello/Vincenzo Padula, I quindici anni/Giosue Carducci, Nell’annuale della fondazione di Roma
Bibliografia
Indice delle forme e degli argomenti

Indice degli autori letterari.


Recensioni

Lorenzo Tomasin, Il Sole 24 ore, 31-05-2009
« E non è d’altronde manifesto che (l’Italia) ha una lingua poetica più distinta dalla prosaica che non è quella di forse niun’altra lingua vivente?». Ciò che appariva chiaro al giovane Giacomo Leopardi il 12 settembre 1823 (Zibaldone, 3413) non lo sarebbe, forse, altrettanto per un suo coetaneo di oggi, abituato - quando va bene - alla lettura degli autori contemporanei, ma digiuno o quasi di studi solidamente ancorati alla storia. In effetti, un vallo separa ormai da circa un secolo la nostra poesia da una condizione che le è stata abituale per un periodo almeno sette volte più lungo. La stagione, s’intende, durante la quale la lingua impiegata per i versi risultava sensibilmente diversa da quella anzi, da quelle (complice la nostra stona e geografia) adibite alla prosa. Un codice a sé, nel quale sono rimaste vitali per molti secoli forme inammissibili fuori della poesia «Chi disconosceti - poteva scrivere Carducci cantando la dea Roma nel 1877 - cerchiato ha il senno di fredda tenebra, /e a lui nel reo cuore germoglia/torpida la selva di barbarie».
Curiosamente, è quasi sempre la poesia a dimostrare maggiore ricchezza di soluzioni sul dei meri ’’allotropi" (cioè delle alternative etimologiche intercambiabili): se merto e merito possono essere varianti utili a seconda che si abbiano due o tre sillabe libere in un verso (o che si debba far rima con esperto o interito), gli stessi vincoli non esistono in prosa, dove infatti una forma finisce per prevalere, divenendo esclusiva. «Licenze, licenze/licenze poetiche!», griderà irriverente l’"incendiario? Palazzeschi saltando il vallo di cui sopra. Due o tre altri esempi minimi,tratti da una "grammatica" della lingua poetica pubblicata già alcuni anni fa da Luca Serianni e ora riproposta in forma di molto ampliata, e arricchita da un’antologia di testi: «La forma forma sincopata spirto, il pronome personale ei, l’imperfetto in-ea: avea, aveano». Minuzie da linguisti, si dirà - e non prive, tra l’altro, di svariate oscillazioni ed eccezioni. Di fatto, in un corpus esteso dai poeti della Scuola Siciliana fino ai tempi di Pascoli, Serianni documenta una quantità di caratteri fonetici(acciaio o acciaro? Raggio rai? Mel disse o me lo disse?), morfologici e rnicrosintattici (t’arresta per arrestati!, esto per questo, salse per salì) tale da delineare puntualmente il fenomeno di cui Leopardi coglieva in sintesi l’essenza. In un certo senso, si raccolgono qui le fila di un discorso iniziato già in pieno Rinascimento dai primi codificatori della grammatica italiana, spesso attenti a precisare quali forme potessero essere impiegate in versi e quali in prosa in una lingua mirabilmente bifronte. E se il cardinal Bembo, forte di un esame minuzioso della letteratura toscana dell’aureo Trecento, poteva risolutarnente concludere che niuno fosse forma ammissibile solo in prosa e nessuno alternativa buona soloper sonetti e canzoni,la storia s’incaricherà di smentirlo. In questo caso, la situazione originaria è stata ribaltata da una tradizione meno rigida e prevedibile di quanto, forse, pensavano i poeti primonovecenteschi che, anziché cercare nella ricchezza della tradizione un giacimento di varietà, preferirono rinnegare il passato in nome diun nuovo, e magari pigolante, codice poetico, nel qualele barriere fra prosa e poesia sono state - in quest’àmbito almeno: diverso sarebbe il discorso per la metrica - semplicemente abbattute. Giusto al territorio di confine fra antico e nuovo, cioè alla poesia dell’Otto e del Novecento, Serianni dedica un utile consuntivo, pervenendo a conclusioni non banali: se ben poco resta nel Duemila della grammatica poetica tradizionale, «almeno per quel che riguarda la letteratura colta», tracce vistosissime se ne manifestano ancora in certi filoni della produzione popolare. Sonora smentita a chi s’ostina a sostenere che quella grammatica è stata abbandonata perché «non popolare in Italia».
Le centotrenta pagine dell’antologia conclusiva sono aperte da Giacomo da Lentini e chiuse, appunto, dal poeta delle Odi barbare: dove si mostra come all’occhio dello storico un filo saldissimo leghi la mediocre ode del Secentista Paolo Zazzaroni Inmorte d’un cane («Saetta mio, cui tanto amai,/corse a predar hor quelle damme hor queste») con da un lato,la Canzone all’Italia del Petrarca e da un altro, il buffo Re Travicello del Giusti. Serianni, con paragonechiarissimo: «Una fuga di Bach e un poema sinfonico di Respighi condividono pur sempre il sistema tonale». Anche per questo, leggerecerti autori novecenteschi e ignorare il Tasso è come pascersi di musica elettronica senza conoscere Haydn. Trascurare, insomma, una tradizione ben descrivibile in termini formali, il cui oblio culturale, è, oggi, anche più allarmante dell’avvenuto superamento artistico.
Lucio D'Arcangelo, il Giornale, 22-12-2009
L’italiano, anche fuori dall’Italia, è stato per secoli la lingua della poesia (lingua della prosa divenne il francese). Scrivevano in italiano Raimbaut de Vaqueiras, Quevedo, Milton, Byron, Shelley, Rilke, Rossetti, Gogol’ e Pound solo per limitarsi ai più noti. Frequentavano la lingua di Dante anche Voltaire e Montaigne. Nei vari generi poetici si cimentarono tali e tanti autori, minori e minimi, da renderne impossibile il censimento, e la messe di componimenti, anche encomiastici (scritti su commissione), che ne derivò, si può paragonare, per numero e qualità, ai quadri di scuola italiana sparsi nei musei di tutto il mondo, e non solo in quelli. Ma quale fu il motivo di tanto successo? Nel nostro Paese, nei vari generi poetici si cimentarono tali e tanti autori, minori e minimi, che un censimento è impossibile. Senza contare la poesia «estemporanea»: parlare in versi fu una specialità tipicamente italiana, applaudita nelle accademie, nei teatri, e nelle piazze. Come notava Ennio Flaiano, i luoghi comuni sul carattere dei popoli non sono mai privi di fondamento ed anche quello degli italiani «popolo di poeti» non lo è, o perlomeno non lo è stato. Ancora nel Novecento Leo Spitzer rilevava questa tendenza «poetica» nel modo di scrivere, e di parlare, di molti italiani. Ben ha fatto quindi Luca Serianni ad includere nel suo recente libro La lingua poetica italiana. Grammatica e testi (Carocci, Roma, 2009), anche forme minori di versificazione (ad esempio la librettistica), che non sono meno significative di quelle maggiori. Come lo stesso Serianni annota, «il tema è centrale per l’identità linguistica degli italiani». «La lingua poetica (dal Petrarca fino al secondo Ottocento) ha mantenuto una fisionomia specifica e un’eccezionale stabilità, tanto da configurare - come scriveva alla fine del Cinquecento Leonardo Salviati - quasi un altro idioma diverso dalla prosa», scrive Serianni. Non si tratta tanto di lessico, quanto di una «grammatica» poetica, che nasce nel Trecento, si consolida nel Cinquecento e giunge fino al Novecento, facendo emergere una serie di tratti comuni, fonetici e morfologici, di più o meno lunga durata. Il testo critico è corredato da una rassegna di trenta poesie, ampiamente commentate, che vanno dal XIII secolo (Madonna, dir vi voglio di Giacomo da Lentini) al XIX (Carducci). Accanto ai Tasso, Marino, Metastasio, Leopardi ecc. sono rappresentati anche i minori: ad esempio Gabriello Chiabrera (1552-1638), noto per le sue innovazioni metriche, e Giuseppe Giusti (1809-1850) con il suo «scherzo» poetico più famoso, Il re Travicello. La silloge di Serianni, tuttavia, non si ferma ai poeti «laureati», ma si allarga ad autori anche marginali come il secentista Paolo Zazzaroni con In morte di un cane e l’oraziano Giovanni Fantoni (1755-1807), in un ventaglio di esempi difformi, ma solidali con il principio «linguistico» che regge il libro. La nutrita schiera dei verseggiatori per diletto e con fini persino pratici è rappresentata dal quasi sconosciuto Giovanni Dondi dall’Orologio (1318-1389), medico ed astronomo, poeta a tempo perso per sua stessa ammissione. Si è soliti ripetere che in confronto alle altre lingue europee l’italiano è stato una lingua «immobile», e ciò indubbiamente deriva dalla tendenza ad identificarlo troppo strettamente con la lingua poetica, come fa notare Serianni. Ma questa (relativa) stabilità non fu così negativa come si pensa.Grazie ad essa la nostra lingua potè rendersi indipendente dal frazionamento dialettale e politico e grazie alle sue espressioni poetiche (Petrarca e l’Arcadia in particolare) divenne in tutta Europa un modello da seguire ed imitare. Non è tutto. Se oggi, differentemente da francesi ed inglesi, possiamo leggere facilmente i nostri testi più antichi lo dobbiamo a questa lingua che ha sfidato i secoli ed è tuttora la nostra lingua, come si vede dagli straordinari versi del Poliziano: «I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino/ di mezzo maggio in un verde giardino».