Carocci editore - Umani da sei milioni di anni

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Umani da sei milioni di anni

Gianfranco Biondi, Olga Rickards

Umani da sei milioni di anni

L’evoluzione della nostra specie. Terza edizione

Edizione: 2017

Collana: Quality paperbacks (510)

ISBN: 9788843089444

In breve

Nel ricostruire la storia dell’evoluzione umana, il libro sottolinea – con linguaggio chiaro ed essenziale – come l’Homo sapiens non sia suddivisibile in razze e costituisca solo una delle tante specie animali, in stretta parentela genetica con le scimmie antropomorfe africane. Inoltre, sulla base delle più recenti indagini di etologia dei primati non umani e di paleogenetica, evidenzia l’origine evoluzionistica della nostra morale e verosimilmente la condivisione del linguaggio articolato con altre specie ominine ormai estinte. In questa nuova edizione dà conto delle più recenti ricerche sui fossili e dell’imponente sviluppo dell’antropologia molecolare e delle neuroscienze.


Nelle scienze sperimentali, il ritmo delle nuove scoperte è assai elevato. Nei pochi anni che ci separano dalla prima edizione di questo libro, abbiamo assistito a un notevole impegno degli antropologi coinvolti nella ricerca dei fossili e a un imponente sviluppo dell’antropologia molecolare. Gli studiosi di entrambi questi settori hanno fornito contributi importanti per una comprensione più approfondita della nostra storia evolutiva. E proprio per rendere conto di queste ricerche, e di come si siano inserite nella trama conosciuta dell’evoluzione umana, abbiamo preparato un’edizione aggiornata del volume.

Il record fossile ominino si è arricchito di molti reperti che hanno gettato nuova luce sulla storia di non poche specie e alcuni di essi hanno addirittura permesso di inserire due nuove specie nel cespuglio già molto frequentato dell’evoluzione umana. L’antropologia molecolare poi, grazie al raggiungimento di un livello tecnico sempre più sofisticato, sta iniziando ad analizzare parti finora estranee al reperimento del dna. Dal tartaro fossile si può acquisire il dna di organismi viventi che sono entrati nella dieta degli ominini, o che gli sono serviti a scopi terapeutici, o ancora dei patogeni che li hanno aggrediti. E oggi, ed è l’ultima frontiera, il dna viene recuperato addirittura dal materiale organico che contamina gli strati geologici e che consiste in frammenti microscopici di denti e ossa e in residui di liquidi organici e di tessuti molli decomposti. Insomma, si può risalire al dna degli ominini, così come di qualunque altro essere vivente, pur in assenza dei loro fossili. E proprio grazie a queste nuove possibilità offerteci dalle tecnologie molecolari si è ipotizzato che il continente americano sarebbe stato colonizzato da una specie ominina più antica della nostra, a differenza di quanto ritenuto fino a oggi.

Nella nuova edizione del libro abbiamo voluto includere il contributo di un collega sull’evoluzione del cervello, perché riteniamo che le neuroscienze chiariranno molti aspetti della nostra evoluzione.

Indice

Prefazione 
1. Il quadrato antropologico

Il posto dell’uomo nella natura 
L’etica evolutiva 
I testimoni del passato 
L’evoluzionismo darwiniano 
Il tempo profondo 
La rivoluzione molecolare 
Il DNA mitocondriale e del cromosoma Y 
Il DNA antico 
2. I primati
L’incontro con i primati 
Gli aplorini 
Lo studio molecolare dell’evoluzione 
I nostri parenti prossimi 
Una storia recente 
Riarrangiamenti molecolari 
Il genere esteso 
3. Le prime fasi dell’ominazione
Il bipedismo 
L’antenato contestato 
Orrorin tugenensis 
Ardipithecus ramidus e Ardipithecus kadabba
4. Gli australopiteci e i keniantropi
Il cespuglio australopitecino 
Australopithecus anamensis 
Australopithecus afarensis 
La figlia e il nonno di Lucy 
Le orme di Lucy 
Australopithecus deyiremeda 
Australopithecus africanus 
Australopithecus sediba 
Australopithecus garhi 
Australopithecus bahrelghazali 
Kenyanthropus platyops 
5. I parantropi
Il cespuglio parantropino 
Paranthropus aethiopicus 
Paranthropus boisei 
Paranthropus robustus 
6. Il genere Homo
Il cespuglio del genere Homo 
Homo rudolfensis 
Homo habilis 
Homo ergaster 
Homo georgicus 
Homo erectus 
Homo floresiensis 
Homo naledi 
Homo antecessor e Homo cepranensis 
Homo heidelbergensis 
Homo helmei 
Troppe specie? 
7. L’uomo di Neandertal
Umani prima di noi 
L’immagine del bruto 
La nuova fisionomia
Il ritorno al monofiletismo 
La tassonomia divisa 
La cultura neandertaliana 
La fisionomia neandertaliana 
Parenti o antenati? 
Il DNA antico ci fa specie diverse 
Scenari di mescolamento preistorico 
La dieta neandertaliana 
L’estinzione dei neandertaliani 
8. L’umanità attuale
I fossili sapienti 
Un fossile particolare 
La morfologia e il comportamento nuovi 
Modelli a confronto 
Un’origine recente 
Altri DNA
Il resto del DNA nucleare 
L’umanità senza razze 
Tanti colori senza pelliccia 
Il popolamento del mondo 
Tra noi e i neandertaliani 
9. La cultura
La cultura tecnologica 
L’origine dell’arte 
10. Evoluzione del cervello nel genere Homo
di Fabio Macciardi
Variazioni morfologiche del cervello negli ominini 
Neuroscienze ed evoluzione del cervello 
Meccanismi molecolari per l’evoluzione cerebrale 
Glossario 
Bibliografia 
Indice analitico

Recensioni

Corrado Augias, il Venerdì di Repubblica, 20-11-2009
Chiudendosi l'anno della doppia ricorrenza darwiniana, è opportuno approfittarne per segnalare altri titoli sul tema evoluzionistico. Non esito a definire appassionante questo Umani da sei milioni di anni di Gianfranco Biondi e Olga Rickards, due antropologi diversamente specializzati. Per esemplificare subito che cosa intendo, riproduco l'attacco del capitolo intitolato a L'uomo di Neandethal«: La consapevolezza che alle nostre spalle ci fosse una storia antica, una preistoria, ha iniziato a prendere forma nel XVI secolo quando il naturalista Michele Mercati ha riconosciuto nei ciottoli scheggiati la loro funzione di utensili di pietra...». Erano i primissimi passi di una consapevolezza che si sarebbe confermata nei primi decenni dell'800 quando uno scheletro di donna scoperto nel Galles permise di dedurre che anche la nostra specie non è stata creata ma si è evoluta. La passione cui accennavo viene dal constatare quanto sia stato lungo (e geniale) il cammino della ricerca che avrebbe poi consentito a Darwin di enunciare la sua compiuta ipotesi. Lungo, geniale e onesto, aggiungo. Lo dimostrò, nella prima metà del XVIII, un naturalista come Carlo Linneo (fondatore della biologia moderna) che, pur essendo creazionista convinto, non poté non inserire la specie umana nello stesso ordine zoologico in cui compaiono le scimmie. Erano anni in cui si pensava, sulla scorta dei testi sacri, che tra noi e le altre creature, scimmie comprese, esistesse una grande distanza, anzi un vero e proprio salto. Oggi sappiamo che non è così, che il 99 per cento del nostro Dna è simile a quello di alcune antropomorfe. Sostenerlo allora era logicamente difficile e non privo di rischi. Tanto è vero che, rispondendo a un suo detrattore, Linneo poteva scrivere: «Chiedo a lei di mostrarmi un carattere genetico che consenta di operare una distinzione tra uomo e scimmia antropomorfa. Io non ne conosco». Evoluti dapprima nel caldo e accogliente ambiente africano,i nostri lontani progenitori si sono sparsi per l'intero Pianeta in un'interminabile, commovente, trasmigrazione. A piedi. Poi, milioni di anni dopo, sono arrivate anche le forme simboliche e artistiche alle quali i due studiosi dedicano il finale del loro saggio.
Stefano Mammini, Archeo, 01-12-2009

Le celebrazioni in onore di Charles Darwin (l'anno che sta per chiudersi ha segnato il bicentenario della nascita dello studioso e il 150° anniversario della pubblicazione Origine della specie) hanno riacceso i riflettori sul tema dell'evoluzione umana. Una materia complessa e affascinante, da sempre terreno di dibattito, quando non di vero e proprio scontro, per le implicazioni filosofiche, ideologiche e religiose che la caratterizzano. In questo nuovo saggio Biondi e Rickards analizzano il fenomeno soprattutto alla luce delle acquisizioni scientifiche più recenti e, in particolare, del contributo portato dagli studi sul DNA. Che, tuttavia, è inserito in una disamina sistematica di tutti i principali filoni di ricerca e speculazione legati allo studio dei nostri antenati più antichi. Ne risulta un'opera che, con linguaggio chiaro ed essenziale, ripercorre il cammino fin qui compiuto dagli studi antropologici, tocca tutti i nodi cruciali su cui oggi si confrontano gli studiosi di tutto il mondo, e permette, anche ai non addetti ai lavori, di cogliere gli elementi essenziali della storia per noi più avvincente. Dal momento che fornisce le possibili risposte a due dei grandi interrogativi che da sempre ci attanagliano: in fondo, chi siamo noi uomini? E da dove veniamo?

P. Greco, C. Pulcinelli., l'Unità, 24-12-2009

I libri scientifici per Natale? Ce ne sono tanti. E molti sono davvero interessanti. Ecco di seguito una piccola mappa, senza ambizione alcuna di completezza. A duecento anni dalla nascita di Charles Darwin e a 150 dalla pubblicazione dell’Origine delle specie, al centro dell’attenzione c’è l’evoluzione biologica e, in particolare, l’evoluzione umana. Non a caso a scoperta scientifica dell’anno è stata eletta Ardi, la femmina di Ardipithecus ramidus vissuta 4,4 milioni di anni fa in Etiopia. All’evoluzione dell’uomo dedicano il loro nuovo libro due che non solo se ne intendono, l’antropologo Gianfranco Biondi e l’antropologa molecolare Olga Rickards, ma sanno anche scrivere. Il libro è Umani da sei milioni di anni (Carocci, pp. 204, euro 21,60) e si legge tutto d’un fiato, come una storia. Come la nostra storia. Malgrado la sua teoria sia l’unica in campo e non sia stata mai falsificata, a duecento anni dalla nascita Darwin è ancora al centro di polemiche. La gran parte sono pretestuose. Ma non è la polemica in sé che scandalizza. La storia della scienza è piena di accese discussioni. Come quella che infiammò l’Italia del Rinascimento e coinvolse matematici del calibro di Tartaglia e Cardano […]

Giampietro Greco, l'Unità, 11-08-2011
Aiuto, l'uomo potrebbe perdere il genere (chiamato Homo) cui ritiene, unica specie sopravvissuta, di appartenere. Per ritrovarsi, specie tra le specie, in un nuovo gruppo tassonomico, chiamato sempre Homo, ma molto più affollato, cui appartengono, oltre agli Homo sapiens (noi), anche i Pan troglodytes (gli scimpanzé comuni), i Pan paniscus (gli scimpanzé bonobo) e probabilmente anche i Gorilla gorilla (la traduzione è inutile). A questo grande genere sarebbero appartenuti in passato anche le australopitecine, ovvero le specie ormai estinte di ominini da cui saremmo discesi noi sapiens. La proposta di riscrivere la tassonomia per scrivere meglio la storia dell'uomo negli ultimi 10 milioni di anni è alquanto vecchia. È stata proposta da Morris Goodman nel 2003 in un articolo pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Science (PNAS) nel 2003, non per creare confusione, ma al contrario per rappresentare la semplicità di un percorso evolutivo. Sebbene, come vedremo, possa contare su autorevoli supporter, non è stata ancora definitivamente accettata dalla comunità scientifica. Ma negli ultimissimi anni è stata corroborata da numerose scoperte, sia fossili sia genetiche. Prendiamo, a esempio, lo studio realizzato da Tim White e dal suo gruppo di lavoro sullo scheletro di Ardi, una ragazza vissuta in Etiopia 4,4 milioni di anni fa: 1,2 milioni di anni prima di un'altra australopitecina celeberrima, Lucy. La giovane Ardi aveva un cervello di 300 cm3, come quello di uno scimpanzé. Era, però, un bipede facoltativo : quando voleva camminava su due piedi, più o meno come noi sapiens. Ardi appartiene alla specie Ardipithecus Ramidus, ma assicurano Tim White e il gruppo che l'ha studiata per 17 anni, non è una specie intermedia tra gli scimpanzé e l'uomo. Ha, infatti, non solo tratti comuni all'uno e all'altro, ma anche tratti diversi. I medesimi ricevuti direttamente in eredità dai progenitori comuni dei Pan e degli Homo, l'ultimo dei quali è vissuto circa 7 milioni di anni fa. Cosa c'entra tutto questo con la questione di genere? Beh, che sarebbe impossibile a un osservatore esterno e neutrale riconoscere un gruppo spiccatamente diverso tra i cinque rappresentati dal progenitore comune, dagli scimpanzé comuni, dai bonobo, dalle australopitecine e dai noi sapiens. E che sarebbe più logico considerarli membri di un unico gruppo di un unico genere, appunto articolato in diverse specie, alcune delle quali estinte e di cui tre sono sopravvissute. Una rappresentazione a sua volta resa più forte dall'analisi comparata del genoma (quello degli scimpanzé è stato completamente sequenziato nel 2005): il Dna dei sapiens è uguale per il 98,77% a quello degli scimpanzé. Un valore che non è poi così lontano dall'omologia tra il Dna degli scimpanzé comuni e degli scimpanzé bonobo, uguale per il 99,3%. L'evoluzione lunga della nostra specie e l'idea del genere esteso è ben ricostruito in un libro Uomini dai sei milioni di anni, pubblicato qualche tempo fa con l'editore Carocci dall'antropologo Gianfranco Biondi e dalla biologa molecolare (ma sarebbe meglio dire, antropologa molecolare) Olga Rickards. I due autori hanno ricostruito l'incontro della scienza con i primati. In termini di studio dell'anatomia e della morfologia è iniziato nel XVII secolo, quando il medico olandese Nicolaas Tulp (1593-1674), famoso per essere stato sindaco di Amsterdam e, soprattutto, per essere stato ritratto da Rembrandt nella sua celebre Lezione di anatomia del dottor Tulp, insieme al collega Jakob De Bondt (1592-1631) hanno descritto in maniera relativamente approfondita la morfologia e l'anatomia delle grandi scimmie antropomorfe, registrando le analogie con quelle umane. Un'opera che oggi possiamo considerare molto più rigorosa, tuttavia, viene pubblicata nel 1699 da Edward Tyson (1650-1708). Il medico inglese nota come uno scimpanzé condivide con l'uomo 48 caratteri anatomici, mentre ne condivide solo 34 con quello delle scimmie. E ne conclude, che lo scimpanzé, deve essere una forma intermedia tra l'uomo e le scimmie. Non faremo la storia dell'anatomia comparata delle grandi antropomorfe. Diciamo solo che il padre della moderna tassonomia, lo svedese Carlo Linneo (1707-1778), notò e annotò la inquietante somiglianza anatomica. Ed evitò di classificare nel medesimo genere gli scimpanzé e gli uomini solo perché «sarei stato messo al bando da tutti gli ecclesiastici». La somiglianza con le grandi antropomorfe ha continuato a disturbare gli ecclesiastici di tutt'Europa per molto tempo. Tant'è che il vescovo Samuel Wilberforce reagì alla difesa dell'Origine delle specie, l'opera in cui Charles Darwin getta le fondamenta della moderna teoria dell'evoluzione biologica, da parte di Thomas Huxley in un pubblica conferenza il 30 giugno 1860 a Oxford chiedendogli, irridente: «Mi dica, mr. Huxley, è per parte di nonno materno o di nonno paterno che discendete da una scimmia?». Non fu meno velenosa la risposta di Thomas Huxley, non a caso definito il mastino di Darwin : «Se mi si chiede se preferirei avere una miserabile scimmia come nonno, oppure un uomo altamente dotato dalla natura, che possiede molte facoltà e grande influenza, e che tuttavia utilizza queste facoltà e questa influenza al solo scopo di introdurre il ridicolo in una grave discussione scientifica, non esito ad affermare la mia preferenza per la scimmia».Oggi noi sappiamo che la famiglia delle grandi scimmie antropomorfe (gli esperti la chiamano famiglia delle Hominidae) si sono evolute circa 18 milioni di anni fa e che risale a 13 milioni di anni fa l'ultimo progenitore comune tra le sottofamiglie delle Homininae (che comprende gorilla, scimpanzé e uomini) e quella delle Pongine, cui appartengono gli Orangutan. Ora secondo la tassonomia accettata la tribù degli Hominini si sarebbe separata, circa 6 o 7 milioni di anni fa, in due rami: il genere Homo e il genere Pan. Al genere Homo apparteniamo noi, della specie sapiens, ma anche tutte le specie che hanno preceduto e/o accompagnato la nostra, a partire da Homo ergaster, Homo erectus e via numerando tutti i rami di un cespuglio straordinariamente ricco. In realtà le affinità morfologiche e anatomiche portarono già nel 1991 il biologo Jared Diamond, che in tempi recenti ha scritto best sellers come Collasso. Come le società scelgono di morire o di vivere (2005) o come Armi, acciaio e malattie (2002) che gli hanno valso il premio Pulitzer, a pubblicare un libro, Il terzo scimpanzé. Ascesa e caduta del primate Homo sapiens, in cui sostiene l'assoluta incongruenza di dividere la tribù degli Hominini in due generi diversi, Homo e Pan. Da un punto di vista tassonomico questa differenza non regge: è del tutto artificiosa e persino arbitraria. È più corretto, sostiene il biologo, considerare un unico genere, il genere Homo oggi popolato dai sapiens e dalle due specie di Pan, gli scimpanzé comuni, da ribattezzare Homo troglodytes e gli scimpanzé bonobo, da ribattezzare Homo paniscus. La discussione diventa accesa. E si arricchisce, anche di studi genetici. Tanto che dieci anni dopo, nel 2001, Elizabeth Watson propone di aggiungere al genere Homo anche i gorilla, perché ancora una volta le differenze anatomiche e genetiche non sarebbero tali da giustificare la presenza di due generi diversi: quello degli Homo e quello dei Gorilla. Alcuni propongono, addirittura, di evitare ambiguità e fraintendimenti e di chiamare questo nuovo genere esteso col nome Pan. In definitiva, quella che propone Morris Goodman nel 2003 è un cambiamento solo parziale. Riunire in unico genere l'unica sopravvissuta di umani e le due specie sopravvissute di scimpanzé. È evidente che se questa proposta venisse definitivamente accettata, scrivono Gianfranco Biondi e Olga Rickards, occorrerebbe rivedere l'intera costruzione tassonomica degli ominini. Diventerebbero membri del genere Homo non solo i sapiens, i Pan troglodytes e i Pan paniscus, ma anche tutte le specie di australopitecine vissute. Forse il vescovo Wilberforce ne sarebbe sconvolto. Ma a noi, che abbiamo una certa simpatia per Huxley, verrebbe restituita la nostra vera storia. E poi finalmente Ardi e Lucy troverebbero la loro giusta collocazione in quell'album di famiglia degli umani, lungo almeno sei milioni di anni.