Carocci editore - Giorgio Manganelli o l’inutile necessità della letteratura

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Giorgio Manganelli o l’inutile necessità della letteratura

Anna Longoni

Giorgio Manganelli o l’inutile necessità della letteratura

Edizione: 2016

Collana: Sfere (115)

ISBN: 9788843084616

In breve

Protagonista della vita intellettuale del secondo Novecento, impegnato su più fronti come traduttore, recensore, corsivista, consulente editoriale, e per alcuni anni anche professore di Letteratura, Giorgio Manganelli si rivela fin dal suo testo d’esordio (Hilarotragoedia,1964) uno scrittore unico per l’originalità con cui rivisita i generi letterari, perla sorvegliata intensità espressiva delle sue pagine e perla forza della riflessione  che accompagna costantemente la pratica della scrittura. Prendendo le mosse da alcuni nodi della biografia, il volume ripercorre i diversi capitoli della sua produzione: i momenti teorici dedicati al gesto sacro e menzognero dello scrivere (e del leggere); la sperimentazione e le provocazioni delle pagine creative; lo sguardo sul reale dei corsivi e dei racconti di viaggio. Ne emerge il ritratto di un autore che, nutrito dell’«amara sapienza dell’ombra», ha saputo trasformare la fatica dell’esistere nel gesto rituale da offrire al dio ridicolo e sconcio della Letteratura, e con lui ridere di sé e del mondo.


Le pagine di Manganelli lasciano talora un senso di fastidio, o forse imbarazzo, quello che coglie quando ci si scopre incapaci di rispondere a una provocazione, poiché proprio come al loro autore anche al lettore certe pagine, frasi, parole, parlano ma non dicono. Eppure, dalla lettura dei suoi testi non si esce mai uguali a come si è entrati, perché, di certo, un risultato lo ottengono: quello di costringere a spostare il proprio punto di vista sulla realtà. È come trovarsi di fronte a una pittura realizzata con la tecnica (cara a Manganelli) dell’anamorfosi: la visione frontale offre un’immagine distorta, che diventa leggibile purché si cambi posizione, facendo quel passo laterale che, ad esempio, ci fa capire che quanto stiamo leggendo non è, come lo scrittore vuole farci credere, il commento a un testo che non c’è, ma è, esso stesso, il testo; oppure che ci permette di cogliere la dimensione allegorica di un racconto. Il sospetto però è che, qualche volta, la deformazione, in cui si riflette l’«anamorfosi del mondo», serva ad avvertire il lettore che a essere sbagliato non è lo sguardo che rivolge al testo, ma il punto da cui abitualmente osserva il mondo esterno e quello interiore. La scoperta della necessità di un passo laterale per trovare il punto d’osservazione prospettico sulla realtà e su di sé coincise, per Manganelli, con l’inizio della terapia psicanalitica che, sappiamo, ha accompagnato i suoi primi lavori: «Il mondo, così com’è, è “illeggibile” per il nevrotico. Qualcosa (e ammetto che potrebbe anche essere la psicoanalisi) deve fargli capire che, per “leggerlo”, deve precisamente, spostarsi», spiegherà in un’intervista del 1981. Lo ribadirà quasi dieci anni dopo, alla vigilia della morte: «Il tema che sembra avere per te meno importanza è quello che spiega tutto o, perlomeno, quello a cui tu dovresti dare attenzione. È una questione di spostamento di ottica. Bernhard ti spostava la visuale». […] Se Manganelli depista il lettore dandogli in lettura un falso trattato, o consegnandogli immagini distorte, è, evidentemente, per costringerlo a quel passo di lato. Non provare a cercare un punto di vista diverso e inusuale comporta infatti un grande rischio: quello di perdersi nel labirinto dell’esistenza, senza nemmeno aver tentato di trovare l’uscita, solo per non aver capito quale fosse il luogo in cui ci si trovava. In un’intervista del 1986, Manganelli parla di un’epigrafe in lingua greca ritrovata a Roma su un sarcofago: «Ho imparato che la via diritta è il labirinto». È, evidentemente, il labirinto a cui fa riferimento il detective protagonista del racconto di Borges La morte e la bussola (in Finzioni): catturato dall’avversario, che è riuscito a imprigionarlo in una ragnatela labirinto, l’uomo sfida il suo assassino a servirsi, in una prossima vita, di una trappola più essenziale, che abbia la forma di un labirinto greco di cui dice di aver sentito parlare, costituito da una semplice linea retta. Una linea in cui, spiega, si sono persi molti filosofi: un labirinto, commenta il criminale accettando la sfida, incessante e invisibile. È la più terribile delle prigioni, da cui non si esce perché non se ne percepisce la presenza, a meno che qualcuno non ci chiarisca l’inganno ottico, rivelandoci la nostra condizione di prigionieri: questo il compito che Manganelli ha deciso di assumersi. Non che il suo avvertimento garantisca la possibilità di trovare l’uscita: e in fondo, anche lui avrebbe condiviso quanto scrive Calvino riflettendo sull’Orlando furioso, e cioè che a contare non «sia il lontano punto d’arrivo», ma «il labirinto interminabile, gli ostacoli, gli errori, le peripezie che dànno forma all’esistenza». Certo avrebbe però sostituito l’ultimo verbo, convinto com’era che all’esistenza occorresse sottrarre (non dare) forma: gesto indispensabile perché si apra quel pertugio che permetta di tornare al Nulla a cui ogni esistenza, che del Nulla è temporanea eccezione, tende come alla propria naturale destinazione. Come accade all’acqua che, collocandosi al grado minimo dell’esistente, fa di questa sua debolezza la propria potenza: Manganelli lo scrive nel presentare i disegni con cui Fontana partecipò nel 1950 al concorso per la realizzazione dell’ultima porta del Duomo di Milano (nonostante avesse vinto ex aequo con Minguzzi, preferì poi rinunciare al progetto). Commentando il disegno che rappresenta il trasporto del marmo attraverso i canali, riflette su come l’acqua sia un nonesistente, un nonreale e soprattutto una nonforma: l’acqua è costantemente in fuga, non può essere catturata, «mima la gioia del volo spirituale», carica di quell’ironia teologica capace, come si propongono anche i testi di Manganelli, di far risuonare «il riso dello pneuma». La stessa ironia di chi, come il Casanova di una delle Interviste impossibili, anche lui in fuga continua, si scopre «nullità esistenziale», fantasma che cerca di infilarsi tra le porte un attimo prima che si chiudano, destinato a vivere in allegretto perché, spiega, non c’è nulla di più adatto a un’ombra in fuga di un nome allegro per un tempo triste (simile a un adagio). Che è poi anche il tempo più adeguato ad accompagnare la cerimonia celebrata dall’“uomo della menzogna” e dal suo lettore.

Indice

Abbreviazioni bibliografiche
Premessa

1. Un poligono molto irregolare
Il rifiuto della biografi a / I «centri dell’ombra» / Un mestiere da pataccari / Bracciante delle lettere / «Ciò che si è»

2. Dello scrittore e del lettore
Colui che scrive / Un passacarte, agito dalle parole / Colui che viene letto

3. Della letteratura ovvero L’enigma che sorprende alle spalle
Il riso di Dioniso / Dentro lo specchio

4. L’impronta cava della struttura romanzesca
Il rifiuto della trama / Lo statuto dei personaggi

5. Le parole e il silenzio
Sulla superficie della lingua / Il primato della retorica / All’origine della creazione

6. La forma del trattato
Hilaro tragoedia / Nuovo commento /  Il libro parallelo

7. L’informe della visione
Sconclusione e Amore / Dall’inferno / Rumori o voci / La palude definitiva e Il presepio

8. Inafferrabili gocce di mercurio
I racconti / Centuria

9. Leggere il mondo
I corsivi / I reportage di un professore sedentario

Conclusioni
Note
Cronologia della vita e delle opere
Bibliografia
Indice dei nomi