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Cultura

Carla Pasquinelli, Miguel Mellino

Cultura

Introduzione all'antropologia

Edizione: 2017

Collana: Aula Magna (27)

ISBN: 9788843083312

  • Pagine: 332
  • Prezzo:15,00 12,75
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In breve

Cultura è lo strumento che l’Occidente si è dato per costruire la sua conoscenza dell’Altro, di quei popoli le cui vite sono regolate da valori, norme e abitudini diverse dalle nostre. Il libro introduce alle tematiche di una disciplina, l’antropologia culturale, che ha fatto della nozione di cultura, delle sue definizioni, interpretazioni e usi molteplici la posta in gioco di un confronto tra noi e gli altri. Prosegue individuando alcuni passaggi chiave, quali il riconoscimento della pluralità delle culture, l’alternativa tra relativismo e universalismo, le relazioni tra agire individuale e modelli culturali, la svolta ermeneutica. Si conclude con un’ampia rassegna critica nella quale le prospettive tradizionali sono messe alla prova dalla riflessione dell’antropologia postmoderna, i Cultural Studies e la critica postcoloniale: apporti indispensabili per la comprensione dei più significativi conflitti etnici, razziali e culturali della contemporaneità.

Indice

Prefazione
Parte prima. Genealogie

1. Archeologia del sapere antropologico
Una nuova unità discorsiva / La razza / L’origine: un falso problema / Superfici di emersione / Approssimazioni successive / La scoperta dell’Altro / L’invenzione dell’Altro / La conquista e il genocidio / Le missioni

2. Il selvaggio nella coscienza europea
Dispute teologiche / La mutevolezza dei costumi: Montaigne / Un doppio registro / Lo stato di natura: Rousseau / La vocazione universalista dell’antropologia / Dal selvaggio al primitivo / Potere e sapere / Darwin o Spencer? / Teleologia e discontinuità / L’asse primitivo/moderno

Parte seconda. Itinerari

3. La fase concreta
Civilisation e Kultur / Alterità interne / Poeti e filosofi / Un padre fondatore: Edward B. Tylor / Una doppia appartenenza / Società e costume / Un insieme complesso / Un mucchio di spazzatura di svariate follie / Spiegare e comparare / Sopravvivenze / Etnocentrismo e gerarchia / 3 Modernità e cultura

4. Dalla cultura alle culture
Le culture / Il particolarismo storico / Acculturazione e cambiamento culturale / La critica dell’evoluzionismo / Il metodo idiografico / Il concetto di cultura / Inculturazione / Lingua e cultura / Lingua, cultura, individuo: Edward Sapir

5. La fase astratta
Un costrutto concettuale / Tra sociologi e psicologi / Il superorganico / Ontologia o metodologia? / La personalità di base / Modelli di cultura / Il “luogo comune” antropologico / Un mondo alla rovescia / Adolescenza a Samoa

6. La fase simbolica
Una catastrofe e due eventi / Local knowledge / Il circolo ermeneutico / Il combattimento dei galli a Bali / La cultura: un concetto semiotico / Interpretazioni di interpretazioni / Un amministratore oculato

Parte terza. Questioni di metodo

7. La svolta etnografica
Una questione epistemologica / Il viaggio tra Settecento e Ottocento / La Société des Observateurs de l’Homme / La ricerca etnografica prima di Malinowski / La nascita della monografia etnografica / L’osservazione partecipante / Un approccio olistico / La cultura come “un tutto integrato” / Una parte per il tutto: il kula / La crisi del paradigma etnografico

8. Il relativismo culturale
Un universalismo molto particolare / L’etnocentrismo / Il relativismo etico / Razionalità occidentale e sistemi culturali alieni / Il relativismo cognitivo / Gli universalisti / Anti-anti-relativismo / L’etnocentrismo critico / La realtà dei poteri magici

Parte quarta. Al di qua della cultura

9. Le rappresentazioni collettive
La sociologia “classica” di fronte alle società primitive / La società come “fondamento morale” / Solidarietà meccanica e solidarietà organica / I fatti sociali / Una teoria genetica del mondo sociale

10. La mentalità primitiva tra prelogismo e reciprocità
Un “relativismo morale” alquanto problematico / Pensiero logico e mentalità primitiva / Il prelogismo / La nascita dell’etnologia classica francese / La determinazione sociale dei “sistemi di classificazione” / I “fatti sociali totali” / Cultura incarnata nei corpi

11. Dalla natura alla cultura
La proibizione dell’incesto / Esogamia e scambio delle donne / Etnologia e storia / Struttura e modelli / L’inconscio strutturale / Il rimorso dell’Occidente / Razza e cultura / Prospettive marxiste

12. L’economia delle pratiche
Una scienza totale delle pratiche sociali / L’habitus o la grammatica del soggetto / Uno stock tacito di conoscenze / La logica dei campi tra mercati e capitali / Il capitale simbolico / Violenza simbolica: la cultura tra riproduzione, egemonia e resistenza

13. Cultura versus natura
Un antropologo italiano: Ernesto De Martino / Storicismo versus naturalismo / Una natura culturalmente condizionata / Il riscatto della presenza / Gramsci e il mondo popolare subalterno / Le “Indias de por acá” / L’ingens sylva della natura / Destorificazione e altre terapie culturali / L’ethos del trascendimento

Parte quinta. Dopo la cultura

14. Il disagio della cultura
La cultura come testo / Scenari postmoderni / L’autorità etnografica / Dal discorso al testo / Dialogo e polifonia / Contro la cultura / Culture in viaggio

15. Dalla cultura ai Cultural Studies          
Lineamenti di un’anti-disciplina / Strategie mobili e “nuovi” campi di studio / La cultura nei Cultural Studies / Una pluralità di discorsi irriducibili / Alta cultura, cultura popolare, contro-cultura / Una nuova teoria materialista della cultura: dai Cultural Studies ai cultural studies / Le sottoculture giovanili / Un’antropologia per le società di massa

16. La critica postcoloniale
Una genealogia complessa / Orientalismo o la costruzione occidentale dell’Oriente / La violenza epistemica dell’Occidente / Il discorso coloniale / La resistenza dei colonizzati / Il “terzo spazio” dell’ibridazione: mimicry, dissenso, dissonanza / Can the Subaltern Speak? / La condizione postcoloniale / Parole chiave

Bibliografia
Indice dei nomi

Recensioni

Bianca Garavelli, Avvenire, 12-06-2010

Che il Novecento sia stato un secolo di violento razzismo non ci sono dubbi. Quel che non si conosce ancora abbastanza è il suo impatto su intellettuali e scrittori. Un convegno, a settanta anni dalle leggi razziali italiane (1938) ne ha indagato conseguenze e reazioni, attraverso l’imporsi dell’idea forte di 'razza' nella società e nella cultura: ora le due curatrici, Sonia Gentili e Simona Foà, ne espongono i cospicui risultati in un volume dalle due anime, storica e letteraria, che in alcuni casi si intrecciano. Come in quelli, complementari ed emblematici, di Primo Levi e Umberto Saba. Del primo leggiamo una testimonianza di grande forza emotiva, che ne rievoca l’arresto, l’interrogatorio, il tragico dilemma nel trovare risposte che conciliassero la sua dignità e il suo legittimo desiderio di salvarsi. Confessare di essere un partigiano o di appartenere alla comunità ebraica? La prima risposta significa fucilazione immediata, la seconda «spalanca uno scenario che oggi non è lecito semplificare». Levi infine sceglie la seconda risposta, e ne scopre di persona le drammatiche conseguenze. Sarà da questa esperienza che riuscirà a trarre il suo giudizio sul fascismo e sulla storia italiana. Un giudizio che si concentra nel ritratto del suo grigio aguzzino, centrale nel racconto Ferro, incluso nel volume Il sistema periodico: «un fascista da manuale, stupido e coraggioso, che il mestiere delle armi aveva cerchiato di solida ignoranza, ma non corrotto né reso disumano». Se Primo Levi fu travolto dalla persecuzione, Umberto Saba riuscì a salvarsi: da alcune lettere scopriamo le sue vicissitudini e la protezione che trovò proprio da un gruppo di intellettuali italiani, Enrico Falqui e Curzio Malaparte, che intervennero in suo aiuto presso Mussolini, con l’appoggio di Ungaretti e Soffici. Un coalizzarsi di menti contro una proterva idea di razza la quale invece dilaga nella narrativa coloniale del Ventennio, indagata in una lunga rassegna da Graziella Pagliano, in cui spiccano casi sorprendenti: Riccardo Bacchelli nel 1934 pubblica il romanzo Mal d’Africa, che parla della natura selvaggia dei neri, ma affermandone l’innocenza e giustificandone il cannibalismo; il popolarissimo Sem Benelli che nel romanzo Io in Africa (1936) chiede protezione per una bambina meticcia, perché «le nazioni sono piene di incroci a cominciare da noi». E Mura, pseudonimo di una scrittrice, Maria Volpi, che affronta per la prima volta il tema della relazione mista, nel romanzo Sambadù, amore negro (1934), il cui protagonista maschile, ingegnere nero di successo, subisce una metamorfosi sconcertante subito dopo il matrimonio, diventando sempre più selvaggio, fino alla decisione di tornare in Africa. Ma il caso più interessante è quello di Vitaliano Brancati, il cui innamoramento del fascismo e il successivo disamorarsi di ogni suo retorico inganno si intreccia con le grandi presenze di Giuseppe Antonio Borgese, il suo maestro, e Thomas Mann, che di Borgese divenne il genero. Sonia Gentili analizza i passaggi di questa singolare evoluzione, che vede dapprima in Mussolini l’incarnazione dell’'uomo razza', un 'superindividuo' che riassume in sé i caratteri di una razza dominante, e perciò rappresentato sulla cima del monte più alto del mondo nella prima opera di Brancati, il testo teatrale Everest del 1928. L’immagine arriva al totale rovesciamento, ma restando fondata sull’idea di razza, nel grottesco, 'gogoliano' romanzo Il vecchio con gli stivali del 1944, in cui i fascisti stessi sono una razza, determinata non da tratti somatici ma da abiti e oggetti, stivali, cinture, distintivi, contro cui il protagonista riversa tutto il suo odio. Come mostra Sonia Gentili, entrambe le immagini provengono dall’idea di «connessione sovrapersonale che spezza i limiti dell’io», che fonda l’«ideologia della guerra» abbracciata dal primo Thomas Mann.

Giulio Busi, Il Sole 24 ore, 13-06-2010
Un funerale in piena regola, con tanto di camera ardente e lapide commemorativa. A passare a migliore vita non era però un parente di buona memoria. Con molte cerimonie veniva seppellito un cadavere grammaticale: «Caro ai borghesi, alle prostitute e ai giudei, podagroso, uno zucchetto in capo, il Signor Lei è morto». Del resto, l’Italia era sul punto di essere redenta. La lotta vittoriosa contro la smidollata terza persona di falsa cortesia si accompagnava ad altri due balzi decisivi verso il futuro: la promulgazione delle leggi razziali e l’instaurazione del passo romano da parata, la versione italica del passo dell’oca. Il legame fra i tre provvedimenti, a prima vista peregrino, fu spiegato da Mussolini in persona in un discorso pronunciato di fronte al gran consiglio del fascismo il 25 ottobre 1938. Si trattava nientemeno di domare definitivamente la borghesia, come categoria politica e morale, e per farlo occorreva sferrarle «tre cazzotti nello stomaco». Certo erano decisioni di ben diversa gravità, poiché se le marcette e l’epurazione linguistica avevano in sé qualcosa d’irrimediabilmente grottesco, gli effetti del razzismo di Stato furono incomparabilmente più tragici. Eppure, nelle intenzioni del regime, lingua, decoro marziale e purezza etnica dovevano imporre la definitiva «rivoluzione antropologica» voluta dal fascismo. Un volume a più mani su Cultura della razza e cultura letteraria cerca ora di dipanare l’intrico novecentesco tra lingua e razzismo. Un tema non ancora indagato a sufficienza, almeno in Italia. Il nostro Paese non può vantare un libro che eguagli LTI Lingua Tertii Imperii, il capolavoro con cui Victor Klemperer registrò acutamente lo stravolgimento portato dal nazismo nella lingua tedesca. «Un ebreo che parla tedesco mente», avevano insegnato i nazisti, nel tentativo di spaccare in due oltre al Paese anche il vocabolario: di qua l’energia vitalistica dell’arianesimo, di là la presunta, impura effeminatezza dell’eloquio semitico. Sebbene in ritardo, il fascismo cercò di recuperare il tempo perduto. Il mito ariano aveva avuto da noi, fino a allora, ben poca presa e infatti i testi teorici, sfornati febbrilmente dopo il 1938, dimostrano una sostanziale dipendenza dai modelli nazionalocialisti e una notevole confusione. Così sotto la voce "Razza" del Dizionario di politica del Partito fascista, si leggeva: «La formula razza ariana designa solo la "circostanza negativa di non appartenere alla razza ebraica"». Viene da chiedersi come questa sadica confusione linguistica abbia influito su coloro che all’ebraismo appartenevano. Con maestria di scrittore, Aldo Zargani esplora alcune lettere inviate da ebrei a Benito Mussolini, dopo il1938, per ottenere una qualche forma di salvezza personale: «Lettere disperate, ossequiose, nobili, vili, insulse, alle quali il Duce, col suo famoso matitone rosso e blu, appose la scritta: "Visto, Mussolini, ditegli di stare tranquillo"». Naturalmente, anche qui trionfa il Voi, ma per il resto le parole fluttuano, s’arenano tra sgrammaticature proletarie o invece procedono spedite in buon stile borghese: ecco, la lingua non vuol proprio saperne di al fermarsi al confine tra uomo e uomo.
Simona Maggiorelli, Left, 30-11-2013, Di più, 16-12-2013, Mondo e missione, 01-07-2014Renata Pisu, L'Indice dei libri del mese, 01-08-2014