Carocci editore - Ridere nell'antica Roma

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Ridere nell'antica Roma

Mary Beard

Ridere nell'antica Roma

Edizione: 2016

Collana: Sfere (117)

ISBN: 9788843078677

In breve

In che modo, e perché, si rideva nella Roma antica? Come agiva il riso nella cultura dell’élite romana? Qual era il suo compito politico, intellettuale, ideologico? E che cosa ci dice di come funzionava la società? In questo libro, Mary Beard – una fra le storiche dell’antichità più conosciute al grande pubblico – esplora le varie forme della comicità a Roma, gettando nuova luce su alcuni celeberrimi classici, dalle commedie di Plauto all’inquietante Asino d’oro di Apuleio. Ma in queste pagine non si parla solo di letteratura, si parla anche del riso nella vita quotidiana, fra barzellette e scherzi burloni, fra uomini comuni e imperatori, fra scritte ingiuriose e motti di spirito, perché ridere è anche una questione di potere.


Uno scrittore di epoca imperiale, dissertando di galateo a tavola, ammise che gli uomini pelati o nasuti potessero essere oggetto di riso, ma non i ciechi, e che quelli con l’alito cattivo o il naso moccioso rientrassero in una sorta di categoria di mezzo. Questo, però, potrebbe non dirci granché sul riso nella vita quotidiana della Roma imperiale, anche della sua élite. Divieti di questo genere fungono spesso da indicatori della consuetudine popolare perché, come sappiamo per esperienza, i divieti più severi sono rivolti talvolta agli aspetti più comuni della vita quotidiana (i loro equivalenti moderni – “Non bestemmiare!” o “Non sporcare!” – non costituiscono un’indicazione certa del prevalere o meno del linguaggio osceno o del pattume per le strade). Queste norme sul riso ci consentono tuttavia di entrare in contatto con un esempio di gerarchia romana della trasgressione e dell’anormalità corporee; esse alludono a una modalità in cui un comportamento e un aspetto accettabile potevano essere tarati, cioè misurati all’interno di uno spettro che andava da ciò di cui era lecito ridere a ciò di cui non lo era assolutamente.

Questa ipotetica “geografia” del riso consente anche di dare uno sguardo alle rappresentazioni della diversità culturale nella Roma antica. Così come gli antropologi moderni hanno evocato l’immagine del pigmeo isterico, gli scrittori latini raffiguravano un mondo in cui popolazioni, città e regioni diverse potevano essere caratterizzate dalla loro diversa maniera di ridere, dal loro ridere di cose diverse e anche dalle diverse gradazioni del loro essere ridicole. Da un lato c’erano quelle che venivano costantemente prese in giro (come i poveri cittadini dell’antica Abdera, nel Nord della Grecia, la cui presunta stupidità fu spesso oggetto di ilarità); dall’altro c’erano quelle che ridevano troppo ed erano esageratamente inclini, così si diceva, ai frivoli piaceri del riso e dello scherzo.

La popolazione della città di Alessandria d’Egitto, in maggioranza di origine greca, è un esempio interessante. Nel corso di una straordinaria lezione agli Alessandrini, tenuta alla fine del I o al principio del II secolo d.C., l’oratore e intellettuale Dione Crisostomo sferrò un attacco alla loro evidentemente ben nota passione per gli scherzi. «Prego siate seri, solo per un momento, e prestate ascolto», esordisce Dione, «poiché siete sempre traboccanti di spasso e frivolezze; anzi, si potrebbe dire che non siete mai carenti quanto a spasso e diletto e riso». Prosegue paragonando il riso di «certi barbari» a quello degli Alessandrini. I barbari, dice Dione, si cagionano un riso da ubriachi inalando i vapori dell’incenso (altro antico candidato a un rimando alla cannabis); gli Alessandrini, al contrario, raggiungono quello stato senza aiuto chimico, solo a forza di canzonature e frivole burle, «per mezzo di orecchie e voce», dice Dione. E li sgrida: «Fate i buffoni ancor peggio dei barbari, e camminate barcollando come se aveste alzato il gomito».

Nella sua minuziosa analisi della cultura germanica, Tacito offre una visione più fosca delle differenze etniche, ponendo in rilievo alcune significative assenze di riso tra i barbari. Egli osserva che in Germania, diversamente da Roma, «nemo […] vitia ridet», vale a dire «nessuno ride dei vizi» oppure «nessuno mette in ridicolo i vizi». Ma è chiaro che si tratta di un’osservazione che rispecchia i principi morali e le consuetudini degli stessi Romani. Tacito allude al fatto che, nel loro primitivo stato di ingenuità, i Germanici non considerano il vizio un puro e semplice argomento di riso o di ridicolo, ma lo prendono molto più sul serio.

Non intendo certo sostenere che l’elitaria cultura romana avesse uno schema fisso dei diversi modi di ridere nelle varie regioni dell’impero e oltre, né che sia possibile mappare le tipologie di riso delle popolazioni del mondo romano. È evidente tuttavia che il riso era una coordinata, per quanto mutevole e instabile, che i Romani impiegavano per tracciare le differenze culturali e per definire (e talvolta criticare) sé stessi.

Questi esempi di “riflessione intorno al riso” dei Romani tendono però a fare della storia del riso un argomento più semplice di quanto non sia. Perché più ci si distacca da regole, esortazioni morali e codici legati al riso, più ci si avvicina a quello che Thomas intendeva dire con “sentire” il riso del passato, e più il discorso si complica. Ciò significa [...] che cercare di riconoscere situazioni, scherzi, emozioni e parole che hanno suscitato (o potrebbero aver suscitato) il riso del passato ci porta dritto al cuore dei classici dilemmi di ogni sapere storico: quanto ci è familiare, o estraneo, il mondo del passato? Quanto ci è comprensibile? Fino a che punto il processo dell’analisi storica rende necessariamente familiari materiali che potrebbero essere molto più estranei di quanto pensiamo? Gli interrogativi sul riso sollevano questioni particolarmente spinose: perché se è difficile accedere alla cultura del riso dei nostri vicini che si trovano appena oltreconfine, quanto dev’essere più difficile accedere a quella di persone distanti da noi centinaia di anni?

Non occorre tornare indietro di due millenni per sapere che ci sono dei problemi. Chiunque abbia presente i quotidiani ottocenteschi e letto quei diligenti resoconti di riunioni o dibattiti che registravano sistematicamente il verificarsi di una risata – “(Risata)”, “(Risata prolungata)”, “(Risata smorzata)” – si sarà spesso domandato da che cosa fosse scatenato quel riso o perché determinate cose suscitassero una maggiore ilarità di altre. Non si tratta solo del fatto che non siamo in grado di individuare riferimenti all’attualità ormai da tempo dimenticati, o che non possiamo vedere i gesti e le situazioni che potrebbero aver contribuito a scatenare il riso. Siamo anche di fronte a convenzioni sociali, straordinariamente lontane e a tratti misteriose, relative a quello che faceva ridere o alle circostanze nelle quali era giusto ridere.



Indice

Prefazione

1. Un’introduzione al riso dei Romani. La “ridarella” di Dione e la doppia risata di Gnatone

Parte prima

2. Questioni sul riso, antiche e moderne
3. La storia del riso
4. Ridere a Roma, in latino e in greco

Parte seconda

5. L’oratore
6. Da imperatore a buffone
7. Tra umano e animale (specialmente scimmie e asini)
8. L’amante del riso

Postfazione

Ringraziamenti

Testi e abbreviazioni

Note

Bibliografia

Indice analitico