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Leo Longanesi, un borghese corsaro tra fascismo e Repubblica

Raffaele Liucci

Leo Longanesi, un borghese corsaro tra fascismo e Repubblica

Edizione: 2016

Collana: Sfere (114)

ISBN: 9788843077625

In breve

Dal ’43 al ’57 lo scrittore, giornalista ed editore Leo Longanesi, nato nel 1905, visse l’ultimo e febbrile spicchio della sua breve esistenza. Presto affiancato da Indro Montanelli, Giuseppe Prezzolini e Giovanni Ansaldo, si trasformò nel più arguto megafono di quei connazionali passati dal fascismo al post-fascismo, senza mai farsi “contaminare” dalla Resistenza. La sua casa editrice, fondata a Milano nel ’46, esibirà un catalogo di libri revisionisti ante litteram, mentre “il Borghese”, la rivista politicamente scorretta da lui lanciata nel ’50, diventerà uno snodo fondamentale della «destra carsica», riabilitata soltanto nel ’94 da Berlusconi. Frutto di un ricco spoglio di carteggi, diari e altri documenti inediti, il libro di Raffaele Liucci ci restituisce il variopinto mosaico longanesiano, tra regime littorio, guerra civile e Repubblica. Con particolare attenzione all’evolversi dei modelli giornalistici e intellettuali incarnati anche dal suo brillante erede, Indro Montanelli: destinato a diventare il più ascoltato divulgatore di storia patria dai tempi di Cesare Cantù.


Nell’era di Twitter e Facebook anche i grandi giornali arrancano. Ma ci fu un tempo in cui persino fogli con poche migliaia di lettori riuscivano a intercettare gli umori dell’opinione pubblica. Oggi, questi “cimeli” sono una fonte preziosa per il ricercatore che volesse ricostruire la cifra di un’epoca. La nostra storia inizia nel marzo 1950, quando s’affacciava sul mercato un nuovo quindicinale tabloid, “il Borghese”, stampato dalla casa editrice Longanesi & C. (che nello stesso anno avrebbe pubblicato – tradotto da Henry Furst – il Der Bourgeois di Werner Sombart, l’appassionato ritratto storico-sociologico dello spirito borghese moderno). Fondatore e direttore responsabile del nuovo foglio era Leo Longanesi (1905-1957), scrittore, pittore, giornalista ed editore: uno dei personaggi più originali e poliedrici dell’Italia novecentesca. Il lancio del “Borghese” era stato pianificato con cura. Occorreva, aveva scritto Longanesi a Camillo Pellizzi qualche settimana prima, «uscire senza chiasso, all’improvviso, e cogliere alle spalle i liberali». “il Borghese”, recitava lo strillone editoriale, si proponeva «per la prima volta in Italia di non attrarre il pubblico con gli scandali e le fotografie della cronaca»; intendeva «elevare il tono della piccola e media borghesia italiana, e darle una coscienza della propria funzione storica»; ed era una testata «né comunista, né fascista, né liberale, e nemmeno socialista», giacché combatteva «ogni forma di rettorica e di soprusi politici». Ancor più schietta, una delle locandine esposte dagli edicolanti: «“il Borghese”. Imparate a disprezzare la democrazia con rispetto». Parole coerenti con un motto che nel dopoguerra Longanesi amava declamare agli amici: «La repubblica è fatta, bisogna compatirla». A gennaio egli stesso aveva scritto sulla “Gazzetta del Popolo” che ormai il paese si stava avviando verso «il fascismo degli antifascisti, cioè un fascismo ritardato, più bonario ma più inconcludente, [...] spoglio di miti e debole, ma condannato, di giorno in giorno, a prendere il potere». Il nome prescelto sarà spiegato esplicitamente da Longanesi nel secondo fascicolo della sua nuova creatura:

Fino a cent’anni fa, nessuno restava offeso a sentirsi chiamare “borghese”: borghese era un titolo, una condizione onorevole che nessuno rifiutava; i borghesi non si credevano aggettivi dispregiativi della storia, ma sostantivi, nobili, validi, gloriosi sostantivi. Poi la parola “proletario” li sommerse. Cinquant’anni di polemica, di insulti, di risse, di sangue costrinsero i borghesi a soffiarsi il naso nella loro bandiera. E si disse: vile borghese. La prudenza borghese, l’onestà borghese, la dignità borghese furono dipinte come soprusi fatti al povero, al proletario, al popolo sovrano. E cominciò la grande kermesse plebea, la grande stagione lirica del coro politico, l’ora delle idee cantate, il tempo canoro del socialismo.

Nei numeri successivi, il direttore tornerà alla carica con un lungo articolo, Borghesi vecchi e nuovi, suddiviso in quattro puntate: un diorama storico, con larghi squarci autobiografici, di questa classe sociale, sino alla sua decadenza propiziata dalla Grande Guerra, che inaugurò «l’età della propaganda, delle grandi bugie e dei grandi miti democratici». Infine, verso la fine dell’anno, Longanesi pubblicherà un libretto composto unicamente da tavole illustrate, Una vita, nel quale compendiava le tappe di «un qualunque borghese italiano dal 1919 a oggi». Quasi un epitaffio.


Indice

Premessa

1. «Meglio la Petacci, che la repubblica dei pagliacci»
2. Il destino ha cambiato cavallo
3. Il «fenomeno Longanesi»
4. I vecchi e i giovani
5. Fra Porta Pia e «ragazzacci di Salò»
6. La destra che non c’è
7. Che fare? I Circoli del Borghese
8. Le vecchie zie non ci salveranno più
9. La stecca nel coro
10. Indro Montanelli: una “storia d’Italia” longanesiana?

Note
Indice dei nomi