Carocci editore - Stalin

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Stalin

Domenico Losurdo

Stalin

Storia e critica di una leggenda nera. Con un saggio di Luciano Canfora

Edizione: 2015

Ristampa: 4^, 2019

Collana: Quality paperbacks (451)

ISBN: 9788843077007

  • Pagine: 384
  • Prezzo:18,00 15,30
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In breve

C’è stato un tempo in cui statisti illustri – quali Churchill e De Gasperi – e intellettuali di primissimo piano – quali Croce, Arendt, Bobbio, Thomas Mann, Kojève, Laski – hanno guardato con rispetto, simpatia e persino con ammirazione a Stalin e al paese da lui guidato. Con lo scoppio della Guerra fredda prima e soprattutto col Rapporto Chrušcev poi, Stalin diviene invece un “mostro", paragonabile forse solo a Hitler. Darebbe prova di sprovvedutezza chi volesse individuare in questa svolta il momento della rivelazione definitiva e ultima dell’identità del leader sovietico, sorvolando disinvoltamente sui conflitti e gli interessi alle origini della svolta. Il contrasto radicale tra le diverse immagini di Stalin dovrebbe spingere lo storico non già ad assolutizzarne una, bensì a problematizzarle tutte. Ed è quanto fa Domenico Losurdo, analizzando le tragedie del Novecento con una comparatistica a tutto campo e decostruendo e contestualizzando molte delle accuse mosse a Stalin, in questo volume – saggio storico, storiografico e filosofico a un tempo – che non mancherà di suscitare vivaci polemiche.

Indice

Premessa. La svolta nella storia dell’immagine di Stalin
Dalla Guerra fredda al Rapporto Chrušcëv
Per una comparatistica a tutto campo
1. Come precipitare un dio nell’inferno: il Rapporto Chrušcëv
Un «enorme, cupo, capriccioso, degenerato mostro umano»/La Grande guerra patriottica e le «invenzioni» di Chrušcëv/Una serie di campagne di disinformazione e l’operazione Barbarossa/Il rapido delinearsi del fallimento della guerra-lampo/La carenza di «buonsenso» e le «deportazioni in massa di intere popolazioni»/Il culto della personalità in Russia da Kerenskij a Stalin
2. I bolscevichi dal conflitto ideologico alla guerra civile
La Rivoluzione russa e la dialettica di Saturno/Il ministero degli Esteri «chiude bottega»/Il tramonto dell’«economia del denaro» e della «morale mercantile
»/«Non fare più distinzioni tra tuo e mio»: il dileguare della famiglia/La condanna della «politica dei capi» ovvero la «trasformazione del potere in amore»/L’assassinio di Kirov: complotto del potere o terrorismo?/Terrorismo, colpo di Stato e guerra civile/Cospirazione, infiltrazione nell’apparato statale e «linguaggio esopico»/Infiltrazione, disinformazione e appelli all’insurrezione/Guerra civile e manovre internazionali/Tra «rovesciamento bonapartista», «colpi di Stato» e disinformazione:il caso Tuchacevskij/Tre guerre civili
3. Tra Novecento e lunga durata, tra storia del marxismo e storia della Russia: le origini dello “stalinismo"
Una catastrofe annunciata/Lo Stato russo salvato dai sostenitori dell’«estinzione dello Stato»/Stalin e la conclusione del Secondo periodo dei disordini/Utopia esaltata e prolungamento dello stato d’eccezione/Dall’universalismo astratto all’accusa di tradimento/La dialettica della rivoluzione e la genesi dell’universalismo astratto/Universalità astratta e terrore nella Russia sovietica/Che significa governare: un tormentato processo di apprendimento
4. L’andamento complesso e contraddittorio dell’era di Stalin
Dal rilancio della «democrazia sovietica» alla «notte di San Bartolomeo
»/Dal «democratismo socialista» al Grande terrore/Dal «socialismo senza dittatura del proletariato» al giro di vite della Guerra fredda/Burocratismo o «fede furiosa»?/Un universo concentrazionario ricco di contraddizioni/Siberia zarista, “Siberia" dell’Inghilterra liberale e Gulag sovietico/L’universo concentrazionario nella Russia sovietica e nel Terzo Reich/Gulag, Konzentrationslager e Terzo assente/Il risveglio nazionale in Europa orientale e nelle colonie: due risposte antitetiche/Totalitarismo o dittatura sviluppista?
5. Rimozione della storia e costruzione della mitologia. Stalin e Hitler come mostri gemelli
Guerra fredda e reductio ad Hitlerum del nuovo nemico/Il culto negativo degli eroi/Il teorema delle affinità elettive tra Stalin e Hitler/L’olocausto ucraino quale bilanciamento dell’olocausto ebraico/La carestia terroristica nella storia dell’Occidente liberale/Simmetrie perfette e autoassoluzioni: antisemitismo di Stalin?/Antisemitismo e razzismo coloniale: la polemica Churchill-Stalin/Trockij e l’accusa a Stalin di antisemitismo/Stalin e la condanna dell’antisemitismo zarista e nazista/Stalin e il sostegno alla fondazione e al consolidamento di Israele/La svolta della Guerra fredda e il ricatto ai coniugi Rosenberg/Stalin, Israele e le comunità ebraiche dell’Europa orientale/La questione del «cosmopolitismo»/Stalin alla «corte» degli ebrei, gli ebrei alla «corte» di Stalin/Da Trockij a Stalin, dal mostro “semita" al mostro “antisemita"
6. Psicopatologia, morale e storia nella lettura dell’era di Stalin/Geopolitica, terrore e “paranoia" di Stalin
La “paranoia" dell’Occidente liberale/Immoralismo o indignazione morale?/
La reductio ad Hitlerum e le sue varianti/Conflitti tragici e dilemmi morali/La Katyn sovietica e la “Katyn" statunitense e sudcoreana/Ineludibilità e complessità del giudizio morale/Stalin, Pietro il Grande e il «nuovo Lincoln»
7. L’immagine di Stalin tra storia e mitologia
Le diverse fonti storiche dell’odierna immagine di Stalin/Le alterne vicende dell’immagine di Stalin/Motivi contraddittori nella demonizzazione di Stalin/Lotta politica e mitologia tra Rivoluzione francese e Rivoluzione d’ottobre
8. Demonizzazione e agiografia nella lettura del mondo contemporaneo
Dall’oblio del Secondo periodo dei disordini in Russia all’oblio del Secolo delle umiliazioni in Cina/La rimozione della guerra e la produzione in serie dei mostri gemelli di Hitler/Socialismo e nazismo, ariani e anglo celti/La Norimberga anticomunista e la negazione del principio del tu quoque/Demonizzazione e agiografia: l’esempio del «più grande storico moderno vivente»/Rivoluzioni abolizioniste e demonizzazione dei «biancofagi» e dei barbari/La storia universale come «grottesca vicenda di mostri» e come «teratologia»?/Da Stalin a Gorbacëv: come finisce un impero di Luciano Canfora
Note
Bibliografia
Indice dei nomi

Recensioni

Paola Pellegrini, la Rinascita della sinistra, 19-02-2009
«C’è stato un tempo in cui statisti illustri quali Churchill e De Gasperi e intellettuali di primissimo piano quali Croce, Bobbio, Thomas Mann, hanno guardato con rispetto, simpatia e persino con ammirazione a Stalin e al paese da lui guidato». Domenico Losurdo nel suo recente Stalin riapre la riflessione sulla figura più discussa del movimento operaio e lo fa analizzando l’intero Novecento, decostruendo e contestualizzando le accuse mosse a Stalin con un libro importante e appassionante. Tanto più importante in questa fase segnata solo dall’anticomunismo e dal revisionismo più becero sulla storia del movimento operaio.
Enorme mole di riferimenti storiografici su cui il libro fonda alcune delle sue tesi. A partire da quella che rivela come non ci sia «movimento storico che non possa essere sottoposto ad analoga criminalizzazione». Come la storia del liberalismo, anche’esso criminale solo che si concentri sulla sorte inflitta ai popoli coloniali. Stessa argomentazione per la storia dell’Islam, se vista come la storia di conquiste sanguinose, e la storia del cristianesimo con le crociate e gli orrori dell’Inquisizione. Losurdo critica tale approccio che consegna un quadro della storia quale un’unica storia universale del crimine e il passato, come affermava Gramsci, una «grottesca vicenda di mostri». Il paradosso, ricorrente nella storia dello stesso movimento comunista è quello che vede, di fronte alla riduzione a crimine o a follia della storia iniziata nell’ottobre ’17, autori e personalità pur impegnati a difende l’onore del comunismo, prende le distanze dalle sue pagine più dure, bollandole come tradimento o degenerazione degli originari ideali della rivoluzione, ovvero degli insegnamenti di Lenin o di Marx. Così «la storia del movimento comunista in quanto crimine, tracciata in modo trionfante dall’ideologia dominante», finisce confermata anche da coloro che vorrebbero combatterla e la storia reale sparisce in una «sciagurata e misteriosa corruzione e distorsione delle dottrine innalzate nell’empireo della purezza e della santità». Ciò impedisce di testualizzare le vicende storiche e la stessa categoria di "tradimento" paralizza la ricerca mentre, al contrario, imporrebbe di indagare davvero il nesso tra teoria e sua attuazione nella concreta realtà sociale.
La “teoria non è innocente", ma se ciò vale per Marx, vale anche per gli intellettuali di diverso e opposto orientamento: Locke e J.S. Mill sono da considerare dunque direttamente responsabili dei misfatti del liberalismo! (Locke era un sostenitore della schiavitù, Mill teorizzava il dispotismo dell’occidente sulle "razze minorenni"). Le “idee originarie" (attesa messianica di una società senza più stato, senza confini nazionali, senza mercato e denaro) peraltro duramente combattute proprio da Stalin! Hanno giocato un ruolo nefasto in Urss, ostacolando a più riprese il passaggio a una condizione di normalità, prolungando e acutizzando lo stato bolscevico. Ma se si adoperano le categorie di tradimento e criminalizzazione si rinuncia a comprendere lo svolgimento storico reale, metodo questo sempre fuorviante, basti pensare ed alla rimozione delle responsabilità dei gruppi dominanti tedeschi dell’epoca: «Troppo comodo mettere le infamie esclusivamente sul conto di Hitler, rimuovendo il fatto che egli ha preso dal mondo a lui preesistente, radicalizzandoli, due elementi centrali, razzismo, missione colonizzatrice tra bianchi e lettura della rivoluzione d’ottobre come minaccia per la civiltà».
Losurdo sostiene dunque che solo smontando le leggende della storiogafia si può ragionare sulla storia. In vita Stalin è stato oggetto di ammirazione e di numerosi ambienti culturali e politici. La vittoria di Stalingrado diede forza rinnovata a tutti i combattimenti contro il nazifascismo. Perfino Churchill parlò con «grande rispetto e ammirazione per il valoroso popolo russo e per il mio compagno dei tempi di guerra, il maresciallo Stalin». Più della guerra fredda infatti il rapporto segreto di Kruscev a imprimere una svolta radicale all’immagine di Stalin. Losurdo da un lato demolisce le ricostruzioni degli storici (quelli antisovietici) e le tesi di Trockj o di Kruscev, dall’altro esamina gli anni di Stalin inserendoli nel contesto di un paese perennemente alle prese con una condizione eccezionale: la formazione dell’Urss, l’industrializzazione, la collettivizzazione dell’agricoltura, l’alfabetizzazione di massa, la creazione di uno stato sociale, lo sforzo di evitare la guerra, la vittoria sul nazismo e le infinite lotte interne al partito. La politica di Stalin consentì all’Urss di sconfiggere i nemici interni ed esterni salvando la rivoluzione, permise lo sviluppo industriale e sociale, sconfisse il nazismo e consolidò uno stato che fu un potente motore per tutti i movimenti anticoloniali.
Leggendo lo stalinismo come esito non della sete di potere di un singolo, né di un’ideologia, ma di uno stato d’eccezione permanente, il contributo più grande del libro è proprio quello di rimettere in discussione, in quanto fuorviante e da collocarsi nella sfera del mito, la categoria stessa di stalinismo. E con l’evidenza dei fatti, Losurdo smonta infine la favola di uno Stalin antisemita, confutando in radice quell’accusa postuma e infamante, nata anch’essa negli anni della guerra fredda. Un libro, dunque, che riaggancia alla storia grande e terribile del Novecento l’intera vicenda dell’Urss, riaprendo così anche la ricerca del suo retaggio universale, quello di cui hanno preso le mosse tutti i grandi movimenti di liberazione anticoloniale, di trasformazione sociale e di emancipazione dal capitalismo.
Guido Liguori, Liberazione, 10-04-2009
Stalin mostro sanguinario o politico realista costretto dalla storia a scelte obbligate? Nel suo ultimo libro (Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, con un saggio di Luciano Canfora, Carocci, pp. 382, euro 29,50) Domenico Losurdo opta per la seconda risposta. E’ una tesi controcorrente e già per questo il libro è da leggere: opponendosi al "senso comune" prevalente fa pensare e induce a problematizzare ipotesi storiografiche che si danno ormai per acquisite.
Quale è l’idea di fondo di Losurdo? Le tesi interpretative del fenomeno staliniano che più , hanno inciso – Trockij, Chruscev, Hannah Arendt – sono state determinate dalla lotta politica interna al campo comunista o dalla Guerra fredda. Da qui un ritratto caricaturale di Stalin che sottovaluta radicalmente il contesto concreto del suo operare. In questo contesto l’autore fa rientrare non solo la "lunga durata" della storia russa (i conflitti medioevali nelle campagne, l’odio per gli ebrei, il banditismo nato dalle carestie), non solo lo "stato d’eccezione" in cui si collocò l’esperienza sovietica, ma anche i lati deboli dell’ideologia marxista, un «universalismo incapace di sussumere e rispettare il particolare», le tendenze escatologiche che volevano abolire in tempi rapidi proprietà privata, nazione, famiglia ecc.
Lo stesso Gulag si espande con « la collettivizzazione forzata dell’agricoltura». Come si spiegherebbe la cruciale svolta del ’28-’29? Dopo il trattato di Locarno, il riavvicinamento Francia – Germania, il colpo di Stato di Pilsudski in Polonia, la rottura delle relazioni commerciali e diplomatiche da parte del Regno unito, i militari sovietici lanciarono l’allarme: il pericolo di guerra aumentava, bisognava industrializzare e garantire la fedeltà delle campagne. Dopo la «notte di san Bartolomeo (Buchann) contro i contadini Stalin avrebbe cercato di tornare alla normalità, tanto che Trockij nel1935 lo accusò di «liberalismo», e di «abbandono del “sistema consiliare"», di «ritorno alla "democrazia borghese"».
In effetti Stalin - per far decollare la produzione -si batte contro il «livellamento sinistroide dei salari», contro l’egualitarismo, e propugna una nuova Costituzione, come si sa poi rimasta sulla carta. Di nuovo irrompe infatti l’emergenza, e il terrore: Losurdo che parte dall’esame di una letteratura internazionale molto amplia, e"anti-stalinista" - accredita il fatto che l’opposizione trockista fosse un "pericolo" reale ancora nella prima metà anni ’30.
Dopo la guerra, ancora, Stalin dichiara che la dittatura del proletariato non era l’unica via al socialismo, non era obbligatoria nei paesi dell’Est europea. Ma poi irrompe la Guerra fredda e la sicurezza nazionale dell’Urss riprende il sopravvento.
 Di contro alla "cattiva" eredità dell’"utopismo" marxista Stalin impara dunque – per l’autore – la «vacuità dell’attesa messianica del dileguare dello Stato, della nazione, della religione, del mercato, del denaro, e ha alatrsì direttamente sperimentato l’effetto paralizzante di una visione dell’universale incline a bollare come una contaminazione l’attenzione prestata ai bisogni e agli interessi particolari di uno Stato, di una nazione, di una famiglia, di un individuo determinato». Ma questo – il suo limite per Losurdo – la lotta contro «l’utopia astratta» si ferma più volte a metà strada, per non entrare in totale rotta di collisione con alcuni degli assunti di fondo della cultura marxista e comunista. Insomma, nei tre decenni di "stalinismo" i ripetuti tentativi fatti da Stalin di abbandonare lo stato d’eccezione per tornare a una relativa normalità sarebbero stati frustati sia dalla situazione internazionale, sia dall’utopia astratta presente nel marxismo, alimentata dall’opposizione interna. Con questa lettura di fondo, Losurdo dedica molte pagine a demolire la "leggenda" chruscioviana legata ai successi militari dell’invasione nazista; a sottolineare l’attenzione prestata da Stalin alle diverse "nazionalità"; a lodare il "realismo" stalinista a fronte delle tendenze di sinistra che volevano il superamento dello Stato, della famiglia, del denaro.
Losurdo riconosce e condanna la svolta brutale nel sistema concentrazionario che si ha nel ’37. Ma sottolinea come nel Gulag sovietico non vi fosse volontà omicida, e dunque non sia possibile l’accostamento ai lager nazista: quando muoiono a migliaia nel Gulag, durante la guerra, muoiono di stenti a migliaia anche nel resto dell’Urss.
È difficile seguire Losurdo, con la necessaria competenza critica, in tutte le pieghe del suo discorso. Alcune delle sue tesi (la critica del concetto di «totalitarismo», il rifiuto di considerare le decisioni del vertice sovietico come irrazionali, il richiamo al contesto storico) appaiono convincenti. Ciò che non convince è un discorso troppo portato a vedere sempre nella soluzione adottata la migliore delle soluzioni possibili e a sottovalutarne l’effetto disastroso sulla politica dell’egemonia (vedi la rottura dell’alleanza leninista operai-contadini) e nella costruzione stessa di una idea espansiva di socialismo. Si prenda ad esempio il Gulag: può uno stato che si vuole socialista creare un sitema concentrazionario così vasto, in cui (anche se non sempre e ovunque) vi furono condizioni di vita –secondo le parole dello stesso Vysinskij, che Losurdo riporta – che ridussero «gli uomini a "bestie selvatiche"»? Non è già questo fatto una macchia indelebile per uno Stato che si voglia socialista? Non consola sapere che peggio fece – per fare un esempio – il Regno Unito con gli irlandesi o con i deportati in Australia: ciò che ci si aspetta da un sistema che fa dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo la sua legge non è giustificabile per uno Stato che nasce per combattere tale sfruttamento e tutto ciò che di "bestiale" vi è nell’umanità. E ancora: la situazione oggettiva aveva indotto a irrigidire l’organizzazione del lavoro, a rinunciare a un nuovo modo di intendere i rapporti tra i sessi, al superamento graduale dei limiti nazionali. Ma a questo punto viene da chiedersi: valeva la pena di fare una rivoluzione? A cosa è servita? Credo di conoscere la risposta di Losurdo: enorme è stato comunque il sussulto di liberazione, milioni di persone si sono così liberate dal Medio Evo e dal colonialismo, in tutto il mondo. È vero, e dunque viva la Rivoluzione russa! Ma sembra giusto anche concordare con quanto ha scritto Giuseppe Prestipino sull’ultimo numero di Critica marxsista (2009/1): seguendo Losurdo arriviamo alla conclusione che nel ‘900 il socialismo era impossibile.
Resta la domanda se le scelte fatte nel corso del primo e fallimentare tentativo di costruzione del socialismo abbiano costruito almeno le basi per ritentare l’esperimento nel nuovo secolo o siano oggi un ostacolo in più per chi ci voglia riprovare. Da questo punto di vista lo storicismo giustificatorio di Losurdo - pur avendo alcune ragioni - sottovaluta la possibilità stessa di una alternativa rispetto all’effettivo svolgimento storico: un politico realista può anche diventare un mostro sanguina-rio, uccidendo così di fatto, ugualmente, la creatura che "con realismo" si propone di proteggere. E se ogni volontà di cambiare anche la qualità della vita quotidiana, i rapporti tra i generi e tra gli esseri umani, le gerarchie e l’alienazione dentro e fuori la fabbrica viene bollata come «utopismo escatologico e anarcoide», non si troveranno facilmente le forze, le volontà, le soggettività per riprendere il cammino.
Alessandra Longo, la Repubblica, 12-04-2009
«Si vuole riabilitare Stalin? Noi non ci stiamo». Una ventina di redattori di "Liberazione", scrive una nota durissima nella pagina dei commenti,quasi fosse ospite del proprio giornale. È il nuovo, dirompente caso che scoppia nel quotidiano comunista, ora diretto da Dino Greco, scelto dalla gestione Ferrero. I giornalisti che hanno firmato la protesta si dichiarano «molto amareggiati» dopo aver letto la recensione del libro di Domenico Losurdo «Stalin. Storia e critica di una leggenda nera», edito da Carocci. Una recensione, curata da Guido Liguori, pubblicata a tutta pagina nell’edizione di venerdì scorso e che inizia così: «Stalin mostro sanguinario o poco realista costretto dalla storia a scelte obbligate? ». Per Losurdo molto c’è da riflettere sulla figura di Stalin, troppo compressa in un «ritratto caricaturale» che finisce per ignorare il cosiddetto «contesto».
Cresciuto come Piero Sansonetti l’ex numero uno di «Liberazione», che li ha fatti sparigliare al limite dell’eresia, i venti redattori (non tutti orfani dell’ex direttore) sentono puzza di "negazionismo" («Abbiamo toccato il fondo») e subito reagiscono: «Di fronte ai milioni di morti che il sistema dei campi staliniani ha lasciato dietro di sé, nella memoria collettiva del mondo intero e della cultura di sinitra in particolare, riteniamo che non ci sia nulla da aggiungere: non c’è interpretazione storica che tenga». Una nota durissima, pubblicata ieri alla quale oggi risponde, altrettanto fuori dai denti, Dino Greco. Un po’ l’atto finale di un rapporto travagliato. Si litiga su Stalin ma il messaggio è chiaro: il giornale, la maggioranza di chi lavora, non «vuol tornare indietro, dopo aver cercato di aprire spazi e liberare energie».
Sui gulag, sui «mostri e gli orrori», è stato già detto tutto. «Possiamo serenamente considerare chiuso il confronto su tragedie o dobbiamo subirne "revisioni" addirittura apologetiche?». Il direttore di "Liberazione", naturalmente, è di tutt’altro parere. Accusa di «autoritarismo» il «gruppo di redattori in rivolta» e rivendica la libertà di parlare di tutto: «Nessun argomento è tabù». Posizioni inconciliabili «Non possiamo accettare la sua risposta – dicono i ribelli – che già preannunciano una controreplica a Pasquetta. I maligni potrebbero pensare che dietro il malumore ci sia la resistenza della squadra legata a Piero Sansonetti il quale, tra l’altro, si accinge a partire con un nuovo quotidiano. «L’ex direttore non c’entra niente – assicurano a "Liberazione" – e la prova è che la nota è stata firmata da colleghi che non avevano alcun rapporto preferenziale con lui». C’entra – par di capire – la paura che «tesi negazioniste» vengano riammesse nel dibattito di idee. «Viene da chiedersi – si legge nella nota – a quando una pagina intera di pubblicità gratuita, sotto veste di recensione "equilibrata", a testi di "rilettura", delle gesta di Ceausescu o di Pol Pot? »
Stefano Di Michele, il Foglio, 15-04-2009
Accapigliarsi su Stalin, oggigiorno, è più o meno come prendersi una questione con l’imperatore Vespasiano (a parte Pigi Battista, che non si dà pace per quanto poco attizzi l’argomento). A Liberazione ci sono riusciti. Così, al giornale di Rifondazione hanno fatto Pasqua e Pasquetta sommersi da missive di compagni che discutono dell’appassionante questione. A volerle far conoscere tutte, per dire, servirebbero: "diverse pagine di giornale". Tutto comincia con una recensione, venerdì scorso. Guido Liguori (vicepresidente dell’International Gramsci Society, ci tiene a precisare il direttore del quotidiano, Dino Greco) si prende un’intera pagina per parlare del libro di Domenico Losurdo sul dittatore sovietico ("Stalin. Storia e critica di una leggenda nera", editore Carocci). Volume a dir poco - e a sentire il rumoreggiare tra partito e redazione – controverso. E infatti così comincia la recensione di Liguori: "Stalin mostro sanguinario o politico realista costretto dalla storia a scelte obbligate?" - che è già una singolare questione. La tesi di Losurdo viene riassunta da Liguori (“i ripetuti tentativi fatti da Stalin di abbandonare lo stato d’eccezione per tornare ad una relativa normalità sarebbero stati frustrati sia dalla situazione internazionale, sia dall’utopia astratta presente nel marxismo, alimentata dall’opposizione interna"). Tesi ardita, diciamo così, come quando l’autore - annota il recensore - "sottolinea come nel Gulag sovietico non ti fosse volontà  omicida, e dunque non sia possibile l’accostamento ai lager nazisti: quando muoiono a migliaia nel Gulag, durante la guerra, muoiono di stenti a migliaia anche nel resto dell’Urss". Liguori – “non sono né voglio essere uno “stalinista dell’antistalinismo’" - non condivide l’impostazione del volume ("lo storicismo giustificatorio di Losurdo - pur avendo alcune ragioni - sottovaluta la possibilità stessa di alternativa rispetto all’effettivo svolgimento storico: un politico realista può anche diventare un mostro sanguinario, uccidendo così di fatto, ugualmente, la creatura che "con realismo" si propone di proteggere"), ma certo la sua non è una recensione di semplice ripulsa delle tesi sostenute da Losurdo. È a questo punto che si scatena la polemica, proprio nelle stanze del giornale che ha ospitato lo scritto di Liguori. Una ventina di redattori - quasi tutti, diciamo, di rito (e rimpianto) sansonettiano - firmano un durissimo comunicato, dove parlano di "revisioni addirittura apologetiche", e avvertono "non c’è interpretazione storica che tenga, piccoli o grandi tentativi revisionisti o negazionisti non possono riguardare la figura di un dittatore feroce e brutale". E ironicamente chiedono: “A quando una pagina intera di pubblicità gratuita, sotto veste di recensione "equilibrata", a testi di rilettura, magari, delle gesta di Ceausescu o di Pol Pot?". Per niente ironicamente il direttore prende lo scontro. “Mi spiace: non ci sto. Non è consentito", scrive Greco il giorno di Pasqua replicando alla "requisitoria" dei suoi redattori. Neanche lui abbraccia fino in fondo l’analisi di Losurdo, anzi parla di "progetto a tesi", ma le parole più dure sono riservate ai suoi redattori che hanno contestalo la recensione: "I bersagli della lettera sono palesemente due: l’autore della recensione, imputato, nientemeno, di avere offerto eco a una "revisione apologetica" della figura di Stalin; e il direttore del giornale che, corrivamente, ne ha autorizzato la pubblicazione". Si fa vivo lo stesso Liguori, per tirarsi fuori dal montante parapiglia: "Penso che si tratti dell’ennesimo episodio di una storia che non mi appartiene, quella della guerra interna al Prc e più in particolare al suo giornale". Vittorio Bonanni, che  non aveva firmato insieme agli altri - un’iniziativa, fa sapere al direttore, "finalizzata a rinnovare un’ostilità non certamente nuova nei tuoi confronti da parte di un gruppo della nostra redazione" – avanza però dei dubbi, "perché dare uno spazio così consistente ad un libro realizzato da un intellettuale che di fronte a determinati eventi della storia del Novecento e della nostra storia ha sempre avuto posizioni, diciamo così, poco problematiche, per usare un eufemismo?". Scrive ai protestatari Giuseppe Prestipino: “Avete letto tutti voi il libro di Losurdo? Se lo leggerete vedrete che non è negazionista. Tendenzialmente giustificazionista, forse, ma più ancora è il libro di uno storico comparativista nel paragonare un certo colonialismo liberale all’"universo concentrazionario" (così lo definisce) voluto da Stalin". Invoca Fulvio Faina, il vicedirettore: "Tra eclettismo e nostalgie c’è una terza via". Fortuna che i trotzkistsi avevano trionfato pure loro all’ultimo congresso.
 
Domenico Losurdo, il Manifesto, 19-04-2009
Polemizzando col mio ultimo libro (Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci), senza neppure riuscire a scrivere correttamente il mio cognome, Rina Gagliardi fa un’affermazione perentoria, in base alla quale io sarei «tornato a occupare il ruolo di Intellettuale di riferimento di Rifondazione comunista». In realtà, per quattro numeri consecutivi Liberazione ha preso di mira il mio libro, talvolta con critiche legittime espresse da due stimati intellettuali (Liguori e Prestipino), in altri casi con insulti a opera di alcuni membri della redazione. Dopo di che, al sottoscritto è stato negato il diritto alla replica.
L’affermazione di Gagliardi va rovesciata: non sono io «intelletuale di riferimento del Prc», ma sono i due intellettuali ospitati su Liberazione a costituire il punto di riferimento di Rina Gagliardi, che in effetti, nello stroncare il mio libro, riprende gli argomenti da loro utilizzati.
Se non nuovi, sono almeno validi tali argomenti? Nella lettura della storia del movimento comunista io sarei responsabile di, «storicismo giustificatorio» (Liguori) ovvero di («cattivo storicismo» e di «giustificazionismo» (Gagliardi).
Per la verità, a proposito di Katyn, il mio libro parla di «crimine» e di crimine «ingiustificabile» (p. 259). Si aggiunge però che gli Stati uniti non possono ergersi a maestri di moralità per il fatto che nel corso della guerra di Corea essi si sono resi responsabili di una Katyn su scala più larga. È lecito smascherare, in questo e in altri campi, l’ipocrisia morale che alimenta la buona coscienza e la bellicista missione imperiale dell’Occidente? Più in generale, dopo aver sottolineato l’influenza dello stato d’eccezione nella tragedia della Russia sovietica, il mio libro osserva che «indubbio e anche il ruolo svolto dall’ideologia» e dai «ceti intellettuali e politici» espressi dal bolscevismo (pp. 104-5). Solo che l’ideologia da me presa di mira è l’«utopia astratta), e cioè l’aspirazione messianica a un mondo caratterizzato dal dileguare dello stato, della religione, della nazione, del mercato, della moneta. Liguori (e credo anche Gagliardi) difende invece l’utopia da me criticata in quanto «astratta» e prende di mira altri bersagli, ma non spiega perché il mio approccio dovrebbe essere più «giustificatofio» del suo. In ogni caso, il mio approccio mi sembra più corretto. Se riflettiamo sulla tragedia (e l’orrore) nella storia della Russia sovietica, nonostante i giganteschi processi di emancipazione da essa messi in atto a livello mondiale, siamo costretti a chiederci: l’attesa dell’estinzione dello stato ha reso più facile o più difficile la costruzione dello stato di diritto? Incontestabile è il peso funesto che la pretesa di cancellare ogni forma di mercato e di circolazione della moneta ha avuto nella Cambogia di Pol Pot.
Nel ricostruire la vicenda storica dell’Urss a sinistra si ama individuare in Stalin il capro espiatorio. Ho proceduto diversamente: prendendo le mosse dagli elementi di messianismo presenti in Marx e aggravati dall’orrore per la carneficina bellica, ho analizzato le debolezze della piattaforma teorica della dirigenza bolscevica nel suo complesso nonché le contraddizioni e la guerra civile che infuriano al suo interno e che prolungano lo stato d’eccezione, portando d’estremo la violenza in esso insita. Se anche Stalin appare meno affetto di altri dall’«utopia astratta», a me pare che, mettendo in discussione (con modalità diverse) tutti i protagonisti di questo capitolo di storia, senza escludere neppure Marx, il mio approccio sia meno consolatorio (e meno «giustificatorio») dell’altro, che si limita a demonizzare uno solo dei protagonisti e per il resto ritiene che tutti gli altri siano innocenti, sicché i comunisti potrebbero tranquillamente riallacciarsi al 1924, all’anno fatale dell’ascesa di Stalin al potere: Heri dicebamus!
Il fatto è che contro di me viene agitata una categoria di cui non è mai chiarito il senso. Gramsci «giustifica» il giacobinismo; su il manifesto e su Liberazione è stata talvolta «giustificata» la Rivoluzione culturale, che pure oggi è spesso dipinta nei colori più foschi: darebbe prova di dogrmatismo chi, senza entrare nel merito dei capitoli di storia di volta involta discussi, attribuisse lo storicismo autentico a se stesso e lo «storicismo giustificatorio» e «cattivo» a quanti non sono d’accordo con lui!
Restano fermi gli angosciosi dilemmi morali che caratterizzano le grandi crisi storiche. Riprendendo e sottoscrivendo la previsione di Bucharin, il mio libro fa notare che la collettivizzazione dell’agricoltura imposta dall’alto e dall’esterno (e la connessa industrializzazione a tappe forzate) si risolve in una gigantesca «notte di S. Bartolomeo». Per un altro verso, però, ai giorni nostri una serie di storici eminenti ribadisce la tesi a suo tempo formulata dal grande A. Toynbee, secondo cui a rendere possibile Stalingrado e la disfatta inflitta dalle barbarie nazista fu il percorso compiuto dall’Urss «dal 1928 al 1941». I dilemmi morali non si pongono solo per l’Urss di Stalin. Vediamo in che modo un eminente filosofo, M. Walzer, giustifica (almeno nella loro fase iniziale) i bombardamenti terroristici scatenati dagli angloamericani nel corso della seconda guerra mondiale: pericolo di trionfo del Terzo Reich determina un’«emergenza suprema», uno «stato di necessità; ebbene, occorre prendere atto che «la necessità non conosce regole».
Certo, bombardamenti che mirano a uccidere e a terrorizzare la popolazione civile sono un crimine, e tuttavia: «Oso dire che la nostra storia verrebbe cancellata, e il nostro futuro compro messo, se non accettassi di assumermi il peso della criminalità qui e ora»; i dirigenti di un paese «possono sacrificare se stessi al fine di difendere la legge morale, ma non possono sacrificare i propri connazionali». Perché nella loro campagna contro lo «storicismo giustificatorio» e «cattivo», i miei critici non se la prendono in primo luogo il filosofo statunitense?
Fabrizio Legger, il Monviso, 13-08-2014David Frati, www.mangialibri.com, 30-11-2015Antonio Carioti, Corriere della sera, 29-06-2018Guido Liguori, il manifesto, 29-06-2018