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La pena e i diritti

Luigi Manconi, Giovanni Torrente

La pena e i diritti

Il carcere nella crisi italiana. Prefazione di Stefano Rodotà

Edizione: 2015

Ristampa: 2^, 2018

Collana: Quality paperbacks (449)

ISBN: 9788843076598

In breve

Attraverso un’analisi socio-giuridica della penalità, il libro propone una riflessione su alcune questioni centrali: il rapporto tra strategie di acquisizione del consenso e allarme criminalità; l’incremento delle fattispecie penali e l’espansionismo penitenziario; la tutela dei diritti fondamentali dei reclusi e la dignità della condizione di privazione della libertà; l’autolesionismo e i suicidi in carcere; la recidiva e la reiterazione del reato; una possibile moralità della pena. Il volume è pensato per studenti e ricercatori, ma anche per gli operatori e chiunque sia interessato a confrontarsi con una delle contraddizioni più acute e dolenti della vita sociale e dello stato di diritto.

Indice

Prefazione di Stefano Rodotà

Premessa

1. Della clemenza

Indulto/insulto

Qualcosa di sinistra. Dalla decisione su Bompressi all’approvazione della legge

“Ora un’amnistia”. Lo stigma del provvedimento ad personam

Il male minore?

L’indulto come problema

Contro la clemenza

Dalla paura dell’indulto al panico morale

“Liberi tanti”. Poveri cristi e detenuti eccellenti

E per le vittime?

I numeri. Dati veri e cifre false: i conti non tornano

A volte ritornano. Ma solo a volte

Non vogliamo uscire!

L’incubo del “clandestino in libertà”

Riarrestati

Una normale notizia di cronaca

Il non governo riformatore

2. La crisi del modello penitenziario italiano al tempo della carcerazione di massa

Mutamenti sociali e tassi di carcerazione

Popolazione reclusa e sovraffollamento

Le (poche) alternative al carcere

L’espansione del controllo penale

Il carcere degli inaffidabili: tossicomani e stranieri

Il lavoro che non c’è

Reati denunciati e reclusione

Mass imprisonment: uno sguardo comparativistico

Tassi di detenzione in Europa: qualche spiraglio

3. Suicidio e autolesionismo

Pena e violenza

Stili di gestione e strategie di adattamento

Variabili stimolanti e variabili inibenti

Le reali dimensioni del fenomeno

Tre studi di caso

Quadro strutturale e indicazioni di metodo

La geografi a del disagio

Focus su alcuni istituti

Quando, da dove e perché in carcere

Un assaggio di prigione

Violenza autoinferta: un percorso di ricerca

4. Recidiva e rieducazione

La recidiva come oggetto di studio

Problemi di definizione

La ricerca empirica in Europa

La ricerca empirica in Italia

Indulto e reiterazione del reato

Nota metodologica

La recidiva infraquinquennale dei beneficiari di clemenza

Nazionalità e diff erenze su base regionale

La variabile delle modalità di esecuzione della pena

Italiani, stranieri comunitari e stranieri non comunitari

Reati commessi e reati reiterati

Funzione rieducativa della pena e tassi di recidiva: un’ipotesi di studio

5. La moralità della pena

Infantilizzazione e spersonalizzazione

La sessualità, ad esempio

L’eccezione del 41-bis

Architettura, urbanistica e natura della punizione

La rieducazione e i diritti umani

Una possibile moralità della pena

Note

Bibliografia

Recensioni

Patrizio Gonnella, www.espresso.it, 24-05-2015

Cedo il mio blog a un estratto del bel libro di Luigi Manconi e Gianni Torrente, La pena e i diritti. Il carcere nella crisi italiana, Carocci editore 2015 (prefazione di Stefano Rodotà). Un vero e proprio manuale multi-disciplinare della penalità. Lo sguardo è profondo. Nei prossimi mesi ci sarà una discussione pubblica intorno al tema del carcere. Una discussione che sicuramente richiede punti fermi. E in questo libro vi sono una serie di punti fermi. Uno dei quali riguarda la consapevolezza del rapporto pericoloso tra media e politica. Le forze politiche non hanno capacità di costruire consenso da sole. Si affidano al circolo vizioso mediatico. La riuscita del processo riformatore dipenderà anche da quanto le istituzioni e i partiti saranno sensibili alla pressione di un’opinione pubblica che vive del sangue mostrato nelle trasmissioni pomeridiane di cronaca nera. La storia dell’indulto è a tal fine paradigmatica. Scrivono Manconi e Torrente che indulto fa rima con insulto. Il tema è in apertura del volume, proprio perché è uno sguardo esemplare e lucido sul rapporto patologico media-carcere-politica. Quella dell’indulto è una storia purtroppo paradigmatica. Spiega come si forma – male – l’opinione pubblica da cui dipendono le scelte politiche nel campo vasto della sicurezza. Ecco un breve estratto del paragrafo dedicato alla clemenza.

Indulto/insulto

“Qualcuno dovrebbe spiegarmi la logica dell’indulto. Hanno messo fuori dalle patrie galere oltre ventimila persone, molte delle quali perdute. Spiegazione prevalente: le carceri scoppiano. [...]

La domanda giusta era un’altra: saremo in grado di reggere l’onda d’urto di un simile esercito di disperati? Ma in Italia preoccuparsi delle conseguenze di una decisione è considerato un gesto di ostilità ai limiti dell’ostruzionismo. Tutti liberi, allora: senza un piano di reinserimento per gli ex galeotti, né uno di protezione per i cittadini. Forse i nostri governanti pensavano che una volta in libertà i tossici avrebbero cominciato a farsi di cioccolato fondente. Sorpresa, succubi della droga erano e succubi sono rimasti. Ma non avendo un lavoro, per procacciarsi la roba si sono rimessi a rubare. Effettivamente ci voleva un genio per prevederlo.

Così l’esercito dei miracolati si è riversato nelle città, dove sono subito aumentati gli scippi, i furti, le rapine e le aggressioni. Un caso di violenza, due omicidi. E per poliziotti e carabinieri è ricominciata la fatica di Sisifo: rimandare in galera chi ci stava. Ne sono già stati riacciuffati quasi mille. Fra qualche mese saranno di nuovo tutti dentro in attesa del prossimo indulto. Se questo era stato creato per alleviare la pena a Previti o a qualche altra eccellenza, meglio sarebbe che in futuro i politici fossero meno timidi e avessero il coraggio di votarsi una legge valida solo per se stessi. La figuraccia sarebbe identica, ma i danni più contenuti”.

Il brano citato è tratto da un articolo di fondo del quotidiano La Stampa di Torino, nel quale l’autore critica aspramente il sistema politico italiano per i danni prodotti da una legge che avrebbe determinato un aumento della criminalità e dell’insicurezza fra i cittadini. La legge è un provvedimento di indulto approvato il 31 luglio 2006 per tutti i reati commessi fino al 2 maggio 2006 puniti entro i tre anni di pena detentiva e con pene pecuniarie non superiori a 10.000 Euro, sole o congiunte a pene detentive. Il provvedimento prevede anche uno sconto di tre anni per coloro che sono stati condannati a una pena di maggiore durata e abbiano commesso il fatto precedentemente alla data sopraindicata. Come noto, l’indulto è un istituto giuridico che, a differenza dell’amnistia, non prevede la cancellazione del reato, ma un semplice sconto di pena per il condannato. [...] All’ineluttabile verità proveniente da un sondaggio di opinione, ammette l’errore e dichiara il cambio di rotta. Poco importa in questa scelta che l’utilizzo acritico dei sondaggi di opinione sia una prassi esecrabile del sistema politico, già da tempo stigmatizzata da autorevoli pensatori come Pierre Bourdieu (1976). La scelta è chiara: occorre mutare indirizzo in materia di controllo della criminalità e degli immigrati al fine di riacquistare il consenso perduto.

Protagonista di tale inversione di rotta è il Ministro degli interni Giuliano Amato il quale, pochi giorni dopo le dichiarazioni di Fassino, svela a tutti gli organi di informazione la propria contrarietà all’indulto attraverso espressioni inequivocabili: “Una sofferenza accettare l’indulto” (Corriere della Sera, 8 novembre 2006, p. 12); “Serve certezza della pena” (“La Repubblica”, 8 novembre 2006, p. 18); “Ho dovuto prendere atto della volontà del Parlamento” (“La Stampa”, 8 novembre 2006, p. 10). L’ingresso in campo del Ministro degli interni come, tardivo, rappresentante del fronte anti-indulto costituisce la pietra tombale di ogni possibilità di approvazione di un’amnistia. Solo alcuni giorni dopo i quotidiani testimonieranno di “un asse del no tra DS e Forza Italia” (“Corriere della Sera, 11 novembre 2006, p. 21) e di “Un muro di no contro l’amnistia” (“La Repubblica”, 11 novembre 2006, p. 27). La convenienza politica, ben rappresentata dalla dittatura dei sondaggi di opinione, supera quindi ogni logica giudiziaria e offusca ogni ideale politico. Un quotidiano, “Il Manifesto”, tra i pochi rimasti a dar voce alle posizioni dei favorevoli alla clemenza, titola: “Indulto, il voltafaccia dell’Unione” (15 novembre 2006, p. 6). Di voltafaccia si tratta, probabilmente, ma anche di altro. Il caso indulto appare piuttosto come lo specchio di un sistema politico che, in assenza di forti ideali, di leadership autorevoli, sbanda di fronte alle paure del momento, si terrorizza di fronte al sondaggio negativo e corre verso la soluzione che appare più immediata, risolutiva nel breve periodo.

Molto è stato scritto sull’agire collettivo e sul ruolo della paura nella “società liquida” (Bauman, 2009). In Italia, nei limiti dell’oggetto di questo lavoro, è possibile affermare come il panico che ha seguito l’indulto è stata l’autostrada dalla quale sono ripartite tutte le tendenze espansionistiche in materia di politiche penali che, con il 2006, si era avuta l’illusione di arginare in vista di un cambiamento di direzione. Al contrario, l’indulto del 2006 si rivelerà come un’eccezione all’interno di un percorso di affermazione delle politiche di tolleranza zero che aveva origini ben più lontane e che, a seguito della vicenda indulto, troverà nuova forza e legittimazione. Il governo che aveva approvato l’indulto, nel giro di breve tempo sarebbe caduto, vittima delle proprie contraddizioni interne. L’alternativa, era pronta a ripartire.