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Quello che gli uomini non fanno

Lorenzo Todesco

Quello che gli uomini non fanno

Il lavoro familiare nelle società contemporanee

Edizione: 2013

Collana: Biblioteca di testi e studi (904)

ISBN: 9788843070442

In breve

Che cosa è il lavoro familiare? Perché costituisce un elemento fondamentale della società in cui viviamo? Quale è il suo valore economico? Perché continua a ricadere principalmente sulle donne, nonostante i progressi nelle pari opportunità tra i sessi? Quali sono le conseguenze della divisione del lavoro familiare sulla stabilità di coppia e sul benessere psichico? Queste sono solo alcune delle domande a cui il volume intende dare risposta attraverso una rassegna della ricerca svolta finora. Il quadro che emerge mette in luce come il lavoro familiare sia un elemento complesso della realtà sociale, indispensabile per il funzionamento e il benessere delle famiglie, rispetto al quale molte questioni restano ancora aperte nonostante la grande mole di studi effettuata sull’argomento. Appare tuttavia chiaro che il lavoro familiare va ben oltre il mero disbrigo delle singole attività da cui è costituito, coinvolgendo complesse dinamiche a livello ideologico e identitario. Inoltre, nonostante la questione venga non di rado data per scontata, le scelte nella gestione del lavoro familiare risultano essere gravide di conseguenze tanto per il percorso professionale e la vita familiare degli individui quanto per il benessere e le pari opportunità della società nel suo complesso.

Indice

Introduzione

L’oggetto del volume

I destinatari del volume

La struttura del volume

1. Il lavoro familiare: i concetti di base

Che cos’e il lavoro familiare?/Perché il lavoro familiare merita attenzione?/Il valore economico del lavoro familiare/Qualche numero sul lavoro familiare

2. Un primo passo per capire. Le prospettive teoriche sulla divisione del lavoro familiare

Le prospettive a livello micro: le dinamiche dentro la coppia/Una prospettiva a livello macro: il ruolo dei contesti nazionali

3. Come si spiega la divisione del lavoro familiare? La parola ai dati

Prospettive teoriche alla prova: quale spiega di più?/L’effetto degli eventi del corso di vita/Le caratteristiche socio-demografiche dei partner/Il caso italiano

4. E dopo cosa succede? Le conseguenze della divisione del lavoro familiare

L’equità percepita/Conflitto, soddisfazione per la relazione e stabilita di coppia/Il benessere psichico/La trasmissione intergenerazionale della divisione del lavoro familiare

5. Non solo una questione di coppia. Chi altro contribuisce al lavoro familiare?

Bambini e adolescenti/Figli adulti e genitori anziani/Colf, babysitter e badanti

Bibliografia

Recensioni

Gina Pavone, www.ingenere.it, 13-03-2014

Lei quattro ore e quaranta minuti, lui un’ora e cinquantaquattro. Secondo l’Istat questa è la stima del tempo che in un giorno medio donne e uomini dedicano al lavoro familiare. E si sta parlando, sia per lei che per lui, di persone che lavorano fuori casa. Nell’arco di una giornata questo si traduce in un 19,4% del proprio tempo che le donne passano a svolgere l’insieme di attività domestiche e di cura nei confronti dei componenti della famiglia, contro il 7,9% che invece ci spendono gli uomini.

E se nel 1978 il tasso di occupazione femminile era pari al 31,8% e nel 2012 è arrivato al 47,1% (sempre fonte Istat), come mai nell’ultimo ventennio (periodo in cui sono a disposizione dati sull’uso del tempo) lo squilibrio a sfavore delle donne nella divisione del lavoro familiare è calato meno di dieci punti percentuali? In quest’ultimo caso il riferimento è all’indice di asimmetria del lavoro familiare dell’Istat, che racconta di un 71,3% - i tre quarti - di queste attività sobbarcate dalle donne nel 2008-2009, contro il 79,7 di venti anni prima (’88-’89).

D’altro canto, se l’attività femminile dentro le mura di casa non è diminuita, quella degli uomini è aumentata giusto di un soffio, da un’ora e 32 minuti nell’88-'89, a un’ora e 54 minuti nel 2008-'09, per lo più concentrata non nelle attività routinarie delle mansioni domestiche, ma nella parte ludica e ricreativa della cura dei figli (dunque non pappa e bagnetto, fare i compiti o sorvegliare: attività ancora di appannaggio femminile).

Le donne continuano dunque a essere le stesse “equilibriste dei bilanci di tempo” che erano negli anni Settanta, quando la sociologa Laura Balbo ha notato la loro “doppia presenza”: nel mercato del lavoro e nelle attività domestiche e familiari, come ricorda Lorenzo Todesco nel libro Quello che gli uomini non fannoIl lavoro familiare nelle società contemporanee (Carocci), in cui i dati appena ricordati sono stati raccolti all’interno di un quadro generale della sistemazione teorica su questo tema.

Come mai allora, nonostante i cambiamenti sociali e in particolare l’entrata in massa delle donne nel mercato del lavoro, non ci sono stati altrettanto corposi cambiamenti anche nella divisione dei compiti all’interno coppia? E in che cosa consiste esattamente l’insieme di queste attività? Qual è il loro valore economico e come conteggiarlo? E quanto influiscono nell’organizzazione familiare i sistemi di welfare e più in generale i valori (conservatori o meno) e i sistemi culturali in cui le famiglie sono inserite? E ancora, quanto conta il contributo esterno alla coppia, per esempio dei nonni o di baby sitter e badanti? Quali conseguenze produce la sistemazione scelta per lo svolgimento dei compiti familiari in termini di aspettative, identità, soddisfazione personale o stress? E quali le conseguenze per i percorsi professionali – e di conseguenza ricchezza, quanto meno in termini di retribuzioni e pensioni?

Molte le teorie e le analisi che hanno tentato di dare risposte a queste domande, inevitabilmente abbracciando campi diversi che spaziano dall’economia alla sociologia fino alla psicologia: stiamo pur sempre parlando di sentimenti e progetti di vita condivisi. Il libro traccia una mappa della letteratura scientifica prodotta sul tema, segnalando le principali teorie che hanno cercato spiegazioni e risposte alle numerose domande, spesso ancora aperte.

Nel libro si elencano dunque le principali prospettive teoriche sull’argomento, prima a livello micro, cioè andando a guardare le dinamiche dentro la coppia. Per esempio con la teoria delle risorse relative, per cui «la coppia viene considerata una relazione di scambio in cui il potere dipende dalla distribuzione delle risorse individuali tra i partner». O con l’ideologia di genere, come viene chiamato il corpus eterogeneo di teorie che invece sottolineano l’importanza degli aspetti culturali nell’influenzare le azioni individuali: «Secondo questa prospettiva […] donne e uomini si impegnano nel lavoro familiare – così come nel lavoro retribuito – a seconda degli atteggiamenti, delle prospettive e delle credenze che hanno sviluppato relativamente alla divisione dei ruoli e delle responsabilità tra i sessi». Il passo successivo è quello di affrontare invece la questione dalla prospettiva macro, cioè cercando di inquadrare il ruolo dei contesti nazionali, dai sistemi di welfare ai fattori più generalmente definibili come culturali.

Interessante andare poi a vedere, a livello empirico, quale impostazione teorica regge meglio “alla prova dei fatti”. E se la teoria delle risorse relative (per restare alle due citate) «rivela una certa inadeguatezza», per esempio nello spiegare come mai, anche nelle coppie “non convenzionali” in cui la donna possiede la maggior quantità di risorse, gli uomini non si facciano carico di maggior lavoro domestico. Mentre l’ideologia di genere, che ha «maggiore potere esplicativo rispetto a quella delle risorse relative» ed è «ampiamente sostenuta a livello empirico», ha la debolezza nella difficoltà di riuscire a stabilire un preciso ordine causale degli eventi: «Esiste sì una relazione tra ideologia di genere e divisione del lavoro familiare, ma non è chiaro se siano gli atteggiamenti (l'ideaologia di genere) a influenzare i comportamenti (la divisione del lavoro familiare) o se avviene il contrario».

Allargando poi uno sguardo fuori casa, l'argomento continua a complicarsi. Per esempio quando si cerca di stabilire l'effetto delle singole politiche sociali sulla divisione del lavoro familiare tra i partner, su cui «le ricerche sono giunte a risultati contrastanti». Così può capitare che «le politiche a favore dell'occupazione femminile possono essere un'arma a doppio taglio nella promozione di una divisione egualitaria del lavoro familiare: tali politiche, infatti, da una parte aiutano le donne a conciliare l'impegno nel lavoro retribuito con quello del lavoro familiare, dall'altra fanno poco o nulla – se destinate esclusivamente alle madri – per incrementare il coinvolgimento maschile nel disbrigo delle incombenze domestiche e di cura».

E se da questa prospettiva è evidente che la divisione dei compiti all'interno della coppia esce facilmente fuori dalle mura domestiche, è inevitabile ricordare il peso delle persone anziane nei bilanci di tempo familiari, spessissimo chiamati – in qualità di baby sitter - a tamponare le falle create da cambiamenti sociali cui non è seguito il riequilibrio nelle incombenze di vita dentro le coppie, ma altrettando spesso voce di spesa quando cominciano ad avere bisogno di cure. Una via d'uscita viene così trovata nell'esternalizzazione di quote più o meno cospicue di lavoro familiare, cioè nell'acquisto di alcuni servizi sul mercato. Cosa che però avviene principalmente in relazione ai redditi femminili, «al crescere dei quali aumenta la scelta di esternalizzare più di quanto non avvenga al crescere dei redditi maschili. […] Dunque uomini e donne sembrano avere priorità economiche diverse che li portano a utilizzare le risorse a loro disposizione in modo differente». Una spiegazione potrebbe essere che sia più desiderabile per le donne delegare i compiti più faticosi e noiosi, mentre «le attuività stereotipatamente maschili, invece, sono saltuarie e possono risultare maggiormente gratificanti […] ragion per cui gli uomini tendono ad accollarsele pur disponendo di redditi per esternalizzarle».

Stefanella Campana, La Stampa, 09-04-2014

“Quello che gli uomini non fanno”, è un saggio prezioso di Lorenzo Todesco, sociologo ricercatore dell’università di Torino, che cerca di dare risposte a interrogativi più che mai attuali sul lavoro familiare, sia dal punto di vista economico che del benessere psichico e della stabilità di coppia. Insomma analizza tutta la complessità di una questione data per scontata e invece gravida di conseguenze per il percorso professionale di quanti compongono la vita familiare e per i risvolti nella società in termini di pari opportunità. Vi si legge tra l’altro che il tempo dedicato dalle donne italiane al lavoro familiare è in Europa (dati Eurostat) il più alto in assoluto (5h20 al giorno contro 3h42 delle svedesi, il più basso). E, insieme alla Spagna, sempre secondo Eurostat, l’Italia è il Paese con la disuguaglianza di genere nella divisione del lavoro famigliare più forte: le donne impegnano il 200% in più del tempo degli uomini. Dati evidentemente noti a Christine Lagarde, direttore FMI, che recentemente ha bacchettato l’Italia perché “maglia nera in Eurozona per il lavoro della donna”, ricordando che un cambiamento di rotta porterebbe benefici sulla produzione di reddito e quindi per uscire dall’attuale stagnazione. Un parere autorevole che conferma quanto ripetono alcune economiste da tempo: il lavoro delle donne favorisce l’aumento del Pil. Non è di poco conto in questo difficile momento economico. Ma è chiaro che se i compiti familiari ricadono ancora così pesantemente sulle donne non se ne esce. Senza scuole materne e asili nido in numero adeguato e servizi sociali di supporto alla vita familiare, ma anche un diverso modo di calcolare tasse e tariffe, congedi assicurati e orari lavorativi più flessibili sia per madri che per padri… una svolta sembra difficile. Chissà se tra le tante riforme annunciate, il governo Renzi, composto da metà donne, si ricorderà che tra l’altro il 2014 è l’anno della conciliazione – meglio sarebbe parlare di armonizzazione tra lavoro e impegni familiari - e che l’Italia è l’unico paese europeo che non ha una legge quadro sulle politiche familiari. L’aveva promessa a fine 2013 l’allora premier Letta. Renzi confermerà? Certo, la scelta di sua moglie Agnese di rinunciare volontariamente all’insegnamento per seguire la famiglia non è solo un privilegio che non tutte le donne potrebbero permetterselo, ma nemmeno un esempio e una soluzione da seguire.

 

Alessandra Di Pietro, Gioia, 01-05-2014

S’avanza qui la tesi che serva ai maschi, dai più ai meno giovani, una battaglia di liberazione dagli stereotipi di corpi e di ruoli in cui vengono imbrigliati rendendoli (noi crediamo) meno liberi e felici. A sbirciare in tv, guardare uno spot, sfogliare riviste e ammirare cartelloni, i belli non sanno usare il ferro da stiro, i padri sono inabili con il pannolino, gli adolescenti solo aspiranti calciatori, tutti pazzi per le belle, i motori e gli smartphone, per non dire del canone di bellezza (icone di profumo): un adone che solo (o quasi) il photoshop può creare. Eppure noi tutte sappiamo che in media colui con cui spartiamo letto e desco non è poi così perfetto nè imbranato o primitivo. Oppure no? Agostino Toscana, Direttore creativo di Saatchi&Saatchi, sorride: “Più la pubblicità è destinata ad un pubblico ampio, più è conservativa. Peggio se è corta”. Ci spieghi meglio, per favore. “Se lo spot dura 30, allora le donne fanno i piatti lucidi, gli uomini li rompono magari con una faccia buffa. Perché quella è la situazione ancora più diffusa, tutti ci siamo passati almeno una volta. Identificazione e autoassoluzione”. Uno spot non emancipa gli uomini nè li condanna all’immobilità ma se (come altri media in cui ci/si specchiano) li rappresenta è utile variarlo per spronarli verso un passo in avanti. Per un vantaggio pratico, mica per un principio teorico. Dice Lorenzo Todesco, sociologo della famiglia, Università di Torino, autore de Quelli che gli uomini non fanno. Il lavoro familiare nelle società contemporanee (Carocci Editore): “Più dello stipendio portato a casa e dal potere che ne deriva, la divisione del lavoro domestico è decisa dall’ideologia di genere, ovvero come uomini e donne vedono collocati se stessi e l’altro/a, se in ruoli paritari o tradizionali”. Ovvero? “Stendere i panni non è mai e solo un compito esecutivo, ma conta per la sua valenza simbolica, se per me afferma oppure no la mascolinità, se lo considero parte integrante, oppure no, della mia femminilità”. L’ideologia di genere, è influenzata da cultura, lavoro, educazione familiare, role model etc… ed è interclassista, abbraccia con uguale intensità il taxista, il manager o il deputato, condiziona il microcontesto familiare ma influenza anche quello macro della politiche. Così, ad esempio, le politiche di conciliazione destinate alle donne ale aiutano nell’immediato ma perpetuano lo stereotipo che la cura sia affare nostro. Todesco invece riporta studi in paesi europei dove “le politiche dirette ai padri provocano un cambiamento nell’impegno familiare”. Spostare i maschi sulla responsabilità della cura (di stessi e delle persone che amano) è molto più che un aiuto a noi donne, compagne, madri, sorelle. Elisabetta Ruspini, sociologa, università Bicocca Milano, curatrice di Uomini e corpi (FrancoAngeli) riflette: “Il corpo maschile, da sempre occultato dalle divise e destinato solo al lavoro, negli ultimi dieci anni almeno comincia a mostrarsi, a partire dalla moda, molto curato e con orientamenti sessuali plurali. Gli uomini apprendono che questi loro corpi necessitano di mantenimento, sono vulnerabili, non bastano più solo le donne i casa a sostenerlo, uno svelamento della debolezza individuale che diventa una presa di coscienza collettiva. Quando inizio a curare me stesso, posso anche curare gli altri. E lungo questa strada si potrà andare incontro ad una maggiore di parità di genere”. L’ipotesi è interessante. Gli uomini possono inventare un modo e un mondo nuovo nel ruolo di cura, a patto però di lasciarli fare a modo loro, come suggerisce Anne Marie Slaughter, ex consigliera di Obama, ora a capo della  New America Foundation. Senza mutuare comportamenti femminile ma saldi nella loro differenza “incorporare ed elaborare un modello maschile per essere capaci di giocarci, trasformalo, reiventarlo” rincalza il filosofo Simone Regazzoni. Per se stessi e ancor di più per trasmetterlo ai loro figli che ne hanno un gran bisogno. Lorella Zanardo, autrice de Il Corpo delle donne e Senza chiedere permesso (entrambi Feltrinelli) da un paio di anni porta nelle scuole superiori un format per insegnare agli studenti come smascherare gli stereotipi sui media. Centrato sulle ragazze, sempre di più, l’argomento interessa i ragazzi: “Sono a disagio con il modello maschio che non deve chiedere mai e si arrabbiano con l’icona adone e muscoloso ma lo subiscono, non si tolgono la maglietta a mare o  si ammazzano di palestra per farsi venire i muscoli”. Elena Riva psicoterapeuta dell’adolescenza, tra le fondatrici di Minotauro (Istituto di analisi dei codici affettivi), nota: “la pressione per la cura della propria immagine accomuna sempre di più maschi e femmine generando in entrambi tensioni che possono diventare sofferenza fisica e psichica”. No, non è questa la parità che vogliamo si rammarica Zanardo che, però, aggiunge: “Nessun manager perde autorevolezza perché è brutto o troppo bello, né a 30 anni rischia il posto di lavoro se a 18 si è fatto fotografare nudo. Il corpo degli uomini messo sotto tiro dalla leggi del mercato può provocare dolore ma non discriminazione”. Tutto vero, ma proprio perché noi donne conosciamo la tirannia degli stereotipi, possiamo dare una mano ai nostri ragazzi per evitarli. Fin da piccoli. Guardate i libri delle elementari: padri in poltrona, madri in cucina, scienziati, maestre, dottori, streghette, bambini aspiranti meccanici, bambine che raccolgono i fiori (Irene Biemme li ha raccolti nel libro Educazione sessista di Rosemberg &Sellier). Da oggi, di fronte a queste immagini, facciamoci venire in mente che la nuova partita è liberare i maschi dall’azzurro, lasciarli liberi di amare e di odiare la spada, la bambola, il pallone, la cucina. Come (per fortuna) succede alle bambine. Maschio sì, ma come gli pare a lui.


Stefania Prandi, Il Fatto Quotidiano, 19-06-2014

Cucinare, sparecchiare, lavare le pentole, pulire il tavolo e il lavandino, passare l’aspirapolvere, fare il letto, buttare la pattumiera. Sono soltanto alcune delle attività che la filosofa americana Andrea Veltman definisce “una tortura di Sisifo” e che compongono i gesti quotidiani che nelle famiglie italiane sono svolti quasi esclusivamente dalle donne. Secondo l’Eurostat, infatti, nel Belpaese le donne dedicano, in media, alle incombenze domestiche il 200% del tempo in più degli uomini. Una tendenza che ci vede ultimi in Europa, dopo la Spagna, e che si ripropone anche nelle coppie in cui entrambi i partner sono impiegati nel mercato del lavoro. A parità di carico esterno, infatti, è la donna a svolgere i tre quarti dei lavori domestici. Situazione che non cambia, anzi si aggrava, in presenza di figli. I motivi alla base di questa suddivisione sbilanciata sono al centro del saggio “Quello che gli uomini non fanno” di Lorenzo Todesco, ricercatore all’Università di Torino. Il testo del sociologo spiega, attraverso una serie di studi e ricerche, le ragioni che spingono il 58,3% degli uomini italiani a non cucinare, il 73,5% a non apparecchiare né sparecchiare, il 98,6% a non lavare né stirare, il 70,5% a non fare la spesa. Tra le cause riconducibili alla dimensione individuale – cosiddetta “micro” – c’è la questione economica. Se è l’uomo l’unico ad avere un reddito, diventa scontato che la donna si occupi della casa e dei figli. Un automatismo che rimane anche se lei ha un lavoro retribuito perché, in generale, è comunque lui a guadagnare di più, ad avere una carriera meno frammentata e ad occupare posizioni professionali più importanti. A questo si associa anche quella che Todesco definisce “ideologia di genere” e che fa sì che le donne facciano i lavori di casa e si curino dei figli con abnegazione per rispondere alle aspettative sociali che vengono trasmesse dalla famiglia, dalla scuola, dai mass media. Su questa situazione pesa il contesto nazionale (“macro”) che nel caso dell’Italia si dimostra incredibilmente conservatore, in particolare se rapportato con i Paesi scandinavi. Infatti, il nostro sistema di welfare non consente alle donne di avere a disposizione adeguate strutture di scarico delle fatiche quotidiane. Da noi mancano politiche che aiutino a rinegoziare i compiti familiari dato che è ancora diffusa e condivisa l’idea che pulire, cucinare, lavare, seguire i figli siano “cose da femmine”. Dal libro di Todesco – che ha appena cominciato il giro di presentazioni con il prossimo incontro previsto per l’8 luglio a Torino – emerge un altro dato: la situazione di disparità costituisce un elemento di comodo per gli uomini. Infatti, chi da single si occupa dei lavori di casa perché costretto dalle contingenze, appena entra in coppia smette o riduce il carico optando per attività meno gravose come le piccole riparazioni, la cura delle piante, la gestione dell’automobile, il pagamento delle bollette e in generale le commissioni saltuarie. E questa non è una caratteristica solamente italiana ma, per così dire, internazionale. La nascita di un figlio, soprattutto se si tratta del primo, porta poi a uno sbilanciamento ulteriore: le donne aumentano il tempo dedicato alle incombenze domestiche e di cura e gli uomini mantengono l’impegno invariato o lo riducono per investire di più nel lavoro retribuito.Trovare una soluzione alla situazione non è semplice. Anche se sono sempre di più le coppie istruite, giovani, a doppio reddito che si mettono in discussione, spesso la questione del ménage quotidiano diventa causa di tensioni così forti da portare alla rottura del rapporto.

Giovanna Pezzuoli, Corriere della sera - La 27^ ora, 30-06-2014

Perché quando la donna, oltre a lavorare fuori casa, guadagna di più del suo partner, è sempre lei a sobbarcarsi la stragrande maggioranza del lavoro familiare? E come mai talvolta sono proprio gli uomini economicamente dipendenti quelli meno collaborativi? Per quale strano abbaglio una donna percepisce come “giusta” una divisione del lavoro familiare che la penalizza? E infine, quale attentato, o al contrario conferma, alla sua appartenenza al genere maschile, rappresenta per un uomo il fatto di lavare o non lavare i piatti?

Sono alcune delle domande che si pone Lorenzo Todesco, sociologo dell’Università di Torino, partendo dalla consapevolezza che il lavoro familiare (domestico in senso stretto, di cura, di consumo e di relazione) non è tanto un “supplizio di Sisifo”, qualcosa di sgradevole che tutti cercano di evitare, bensì un insieme di attività ad alto valore simbolico attraverso cui i partner costruiscono la propria identità. Sembra un rompicapo: perché il lavoro familiare continua a ricadere principalmente sulle donne nonostante i progressi nelle pari opportunità fra i sessi? «La riposta è banalmente semplice, in sostanza non si cambia perché alle parti in causa va bene così. Per gli uomini significa il mantenimento di un privilegio, per le donne entra in gioco la percezione o meno dell’equità. Ovvero quelle “tradizionali” non percepiscono le disuguaglianze come un’iniquità in quanto scelgono referenti di comparazione adeguati, ad esempio si paragonano alla propria madre, mentre le donne che avrebbero caratteristiche utili a negoziare una divisione del lavoro familiare più egualitaria faticano nei fatti a convincere il partner a collaborare di più anche perché agiscono in un contesto italiano molto tradizionalista dove i cambiamenti culturali sono lenti». Lorenzo Todesco illumina entità, conseguenze e anche aspetti inattesi del lavoro familiare nel libro «Quello che gli uomini non fanno» (Carocci editore), che – come riconosce l’autore – è stato scritto grazie a un lavoro retribuito con uno stipendio regolarmente percepito ma anche grazie a un lavoro meno visibile che gli ha fornito una casa accogliente in cui riposarsi, pasti quotidiani, vestiti puliti con cui andare a lavorare…

Non è uno scherzo nel nostro paese il valore economico del lavoro familiare. Moltiplicando infatti il tempo mediamente dedicato alle diverse attività riconducibili al lavoro familiare per il prezzo medio orario di una collaboratrice domestica, si ottengono 384 miliardi di euro. A cui vanno aggiunti altri 64 miliardi di euro corrispondenti ai beni prodotti in famiglia per l’autoconsumo (ad esempio la frutta e verdura dell’orto familiare) e le attività di volontariato che comportano produzione di beni. Alla fine si arriva alla bellezza di quasi 450 miliardi di euro, ovvero il 30% del Pil!

Il tempo dedicato dalle donne italiane al lavoro familiare resta in Europa (dati Eurostat) il più alto in assoluto (5 ore e 20 minuti contro 3 ore e 42 minuti delle svedesi, il più basso), mentre gli uomini italiani sono quelli che se ne fanno meno carico (1 ora e 35 minuti contro 2 ore e 48 minuti degli estoni, quelli che collaborano di più). Siamo, insieme alla Spagna, all’ultimo posto per quel che riguarda le asimmetrie nella distribuzione del lavoro familiare: le donne dedicano, in media, il 200% in più del tempo degli uomini, contro meno del 50% in più della Svezia, il paese dove lo squilibrio è più contenuto.

Se si focalizza l’attenzione su coppie tra i 25 e i 44 anni, dove entrambi i partner lavorano, si nota che in vent’anni le cose sono cambiate pochissimo: secondo l’Istat l’indice di asimmetria, ovvero la percentuale di lavoro familiare svolto dalla donna rispetto al totale svolto dalla coppia è passato dall’80% al 71%. E le “equilibriste dei bilanci tempo” di cui parlava Laura Balbo nel 1978 continuano a destreggiarsi tra lavoro dentro e fuori casa, perlopiù rosicchiando porzioni di tempo libero. L’unico ambito in cui gli squilibri sono più contenuti è la cura dei figli con le madri che vi dedicano mediamente 2 ore e 13 minuti contro 1 ora e 23 minuti dei padri, che con i bambini tuttavia prediligono le attività ludiche. Per il resto sappiamo che il 58,3% degli uomini italiani non cucina, il 73,5% non apparecchia né sparecchia, il 70,5% non fa la spesa, il 98,6% non lava né stira…

Come mai, dunque, i cambiamenti sono così lenti, addirittura quasi impercettibili? In realtà, nota Todesco, alcuni studiosi mettono in luce come le politiche a favore dell’occupazione femminile possano essere un’arma a doppio taglio perché da una parte aiutano la donna a conciliare lavoro familiare e retribuito ma dall’altra fanno poco o nulla – se destinate esclusivamente alle madri – per incrementare il coinvolgimento maschile.

Del resto anche dietro queste misure persiste una cultura vecchia: e si torna alla questione centrale dell’ideologia di genere, il doing gender, quella costruzione che avviene giorno dopo giorno. «L’ideologia di genere non si apprende in modo meccanico dai genitori, ma viene continuamente costruita e riprodotta nelle azioni quotidiane, in cui uomini e donne mettono in atto e rinforzano la propria mascolinità e femminilità. E il lavoro familiare è un vero “lunapark” per dimostrare l’ideologia di genere», osserva Todesco. E dunque un uomo impegnato nel lavare i piatti è più o meno “virile”? Come si sente a svolgere quelle mansioni che simboleggiano al tempo stesso affetto e sottomissione, al punto che in alcune istituzioni estranee al contesto familiare – ad esempio le forze armate – questo insieme di attività viene utilizzato per insegnare agli uomini “deferenza e disciplina”?

Forse quel partner che percepisce uno stipendio inferiore alla moglie ha soprattutto bisogno di dimostrare la sua appartenenza di genere e quindi neutralizza le sue paure sottraendosi a incombenze così poco da uomini…

Serena Prati, Wake up news, 08-07-2014

Parità uomo – donna? Neanche a parlarne! Il saggio di un ricercatore dell’Università di Torino, Lorenzo Todesco, dal titolo Quello che gli uomini non fanno mette in luce quanto ancora ci sia da fare per arrivare ad una parità di ruoli e di diritti.

UOMINI E NON CASALINGHI  - Secondo le statistiche quasi il 60% degli uomini non cucina e non ammette che un uomo debba cucinare, addirittura il 73,5% ritiene che non sia suo compito apparecchiare né sparecchiare. Come se non bastassero questi dati a far rabbrividire le future spose il 98,6% degli uomini italiani non lava, non stira e non fa la spesa. Il saggio di Todesco disegna  un’Italia chiusa ancora nella stretta morsa dell’ideologia di genere e di aspettative sociali, ereditate dalla famiglia, antiche e scontate.

NIENTE ‘COSE DA FEMMINE’, SOLO QUALCHE RIPARAZIONE – Secondo il saggio di Todesco, creata la famiglia, l’uomo smette di occuparsi della casa, nel momento in cui può contare su una donna con stabilità, smette di fare le ‘cose da femmine’ che prima faceva solo per necessaria esigenza, dedicandosi a piccole riparazioni e in rari casi al pagamento delle bollette o a blande commissioni. Ad aumentare questo divario tra il ruolo dell’uomo e quello della donna contribuirebbe anche la nascita dei figli e le incombenze che ne conseguono.  Le donne, soprattutto nella prima fase di vita, si dedicano più ai figli e alla casa che al proprio marito, quest’ultimo, quindi,  investe il suo tempo nel lavoro avvertendo anche la responsabilità economica che la crescita di un figlio comporta.

IL PROBLEMA ECONOMICO –
Oltre all’eredità culturale della ‘donna, angelo del focolare’ i dati sopracitati possono essere spiegati anche a livello economico e sociale: le donne infatti fanno molta più fatica a trovare un lavoro e una volta trovato a mantenerlo, spesso a causa della maternità. A questo punto l’unico ad avere un reddito in famiglia è l’uomo che delega così la donna alle mansioni domestiche. L’assenza di politiche a sostegno delle donne e per la rinegoziazione dei compiti familiari fa il resto. Cosa dire, care amiche di WakeUpNews, non disperate se vostro marito non vi aiuta in casa, come potete vedere siete in ottima compagnia, coraggio!

Elettra Aldani, Elle, 01-09-2014Valentina Farinaccio, il Venerdì di Repubblica, 02-10-2015