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Cercasi Dante disperatamente

Massimo Arcangeli

Cercasi Dante disperatamente

L'italiano alla deriva

Edizione: 2012

Ristampa: 2^, 2013

Collana: Sfere (71)

ISBN: 9788843065066

In breve

Dove va l’italiano? Difficile fare previsioni a lungo termine, ma una cosa è certa:la nostra lingua è malata, e non sembra essere in via di guarigione. L’impoverimento del patrimonio lessicale in dotazione a parlanti e scriventi,la recrudescenza dell’analfabetismo,il semplicismo spacciato per semplificazione, l’oltranzismo dei crociati del politicamente corretto, la diffusione a macchia d’olio del turpiloquio e della violenza verbale, l’inquinamento di un’informazione sempre più ostaggio del chiacchiericcio mediatico, l’anestetizzazione del dibattito culturale sono solo alcuni degli aspetti che chiamano pesantemente in causa l’italiano. Forse dell’idioma nazionale, contro la stessa dittatura della “comunicazione”, c’è bisogno di recuperare l’idea antica e un po’ inattuale di una bellezza senza aggettivi. Forse, se il genio italico non ci parla più o ci parla sempre meno, è perché non siamo più avvezzi a essere disarmati dalla vertigine del bello, dalla sua virtù taumaturgica.

Indice


Recensioni

Giancarlo Liviano D'Arcagnelo, l'Unità, 17-06-2012

COS'È UNA LINGUA, NEL PROFONDO, SE NON IL PIÙ STRUMENTO D'ANALISI, D'INTERPRETAZIONE, E DI DESCRIZIONE DELLA VITA UMANA ,e perfino di affabulazione sul suo significato? Poco più che un sistema convenzionale di segni. Ecco perché è fondamentale che gli interpreti di ciascun idioma si adoperino per far sì che il loro più efficace passe-partout verso il possesso della realtà sia sempre vivo, florido, cangiante, e che le sfaccettature e le sfumature consentite da una lingua straordinariamente espressiva come l'italiano siano salvaguardate. In Cercasi Dante disperatamente (Carocci, 2012), Massimo Arcangeli, docente universitario e direttore dell'Osservatorio linguistico Zanichelli, oltre che responsabile scientifico del progetto Lingua Italiana Dante Alighieri, lancia un vero e proprio grido di dolore sulle condizioni in cui versa l'italiano agli albeggi del terzo millennio, e lo fa attraverso uno studio di grande respiro e precisione chirurgica. Nessun centro di elaborazione del linguaggio è tralasciato, nessun operatore che ha la lingua come focus, e che alla lingua, dunque, è legato dall'onere della responsabilità, resta impunito. Inevitabile soffermarsi allora sul costante lavoro di semplificazione e imbarbarimento del lessico rimaneggiato dai media; dalla televisione naturalmente, che ancora oggi, come ai tempi di Pasolini e anche più di allora, è la vera grande madre delle credenze, dell'immaginario e della lingua media degli italiani, ma anche sul ruolo di quotidiani e radio, che inevitabilmente seguono i dettami dello schermo e le «tendenze» modaiole come remare che ripuliscono il manto della balena. Forestierismi tratti soprattutto dall'inglese nel nome del forzoso adattarsi al linguaggio agile e comunicativo di Internet, parole totem che risuonano come invocazioni mistiche (chi non è arrivato a sentire i brividi, ormai, al solo orecchiare della parola spread), ma anche ibridismi, e intere locuzioni rimodellate secondo la tecnica del calembour tipica dei titolisti, sono violenze sulla lingua ormai perpetuate. Ma purtroppo non è solo il lessico a subire l'attacco delle esigenze morbose di velocità di consumo applicate come sovrastruttura della società dei consumi a qualsiasi testo: anche l'organismo logico del discorso, il periodare, è vittima di una costante destrutturazione e semplificazione: in questo senso, riduzione della lunghezza del periodo, annullamento dei legami sintattici attraverso la rinuncia alle subordinate e alle coordinate per favorire un criterio di giustapposizione, straripamento del parlato non solo in termini di scelte lessi cali, ma soprattutto come riproduzione dei toni caustici tipici della pubblicità, della fiction e della commedia all'italiana più pecoreccia, sono solo alcuni dei vizi più diffusi.

GLI ESEMPI TRATTI DA TOTÒ

E il burocratese mutuato dalla politica? Altra piaga da decubito di un mondo arrovellato sull'esigenza di non raccontare nulla, per reiterarsi all'infinito sul proprio gomitolo di potere, magistralmente rappresentata da Totò in molti dei suoi film «la metamorfosi del funzionamento muove la leva idraulica delle cellule che agendo sull'arteriosclerosi del soggetto patologico lo fa funzionare nell'esercizio delle proprie funzioni. Hai capito?». Burocratese da antologia insomma, al limite è superato da forme aberranti  in contrapposizione come lo sfoggio del politicamente corretto e dall'ossessione per il gender, quasi che anche nella lingua fossero necessarie le quote rosa, o dall'escalation della trivialità più volgare spacciata per rustica autenticità. Allora come rispondere? Come osteggiare la prassi, la nube della non conoscenza che sembra avvolgere lentamente l'intera volta del cielo? Col presidio, con l'impegno, con una maggiore presa di responsabilità. Rivalutando l'italiano come fine, per dirla alla Moravia, perché è addirittura tautologico ricordare che dallo stato della lingua si può risalire allo stato del Paese. Impegno necessario anche e soprattutto da parte degli scrittori, a cui ormai è richiesto solo di intrattenere con opere di facile, facilissima fruizione, e che per mediocrità, nella maggior parte dei casi, o vanità più raramente, scordano che la bellezza «non è mai pura e semplice», come diceva Susan Sontag citata dallo stesso Arcangeli, e anzi, che ogni progetto che la riguarda è «di per sé un progetto morale».

Angela Guiso, L'Unione Sarda, 26-06-2012, Europa, 13-07-2012A.G., Giornale di Brescia, 24-07-2012, Libriebit.com, 29-07-2012Filippo La Porta, Il Messaggero, 29-07-2012Francesco Cevasco, Corriere della sera, 12-08-2012Sergio Caroli, La Sicilia, 12-08-2012Sergio Caroli, Corriere del Ticino, 07-01-2013Giacomo Gambassi, Avvenire, 06-02-2013

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