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Balcani. Una storia di violenza?

Stefano Petrungaro

Balcani. Una storia di violenza?

Edizione: 2012

Collana: Frecce (134)

ISBN: 9788843063451

In breve

I Balcani non sono un’isola della storia. Nemmeno la violenza che li ha attraversati è un moto fuori dal tempo. Occorre allora individuarne le caratteristiche, le dinamiche, le cause di lungo e breve termine. Il volume offre dieci approfondimenti tematici scelti come segnavia di una "guida ragionata" attraverso i fenomeni violenti avvenuti nei Balcani dell’Otto e Novecento. Per decostruire convinzioni preconcette e fuorvianti, per avanzare suggerimenti sul modo migliore di interpretare quei fatti. Per legarli saldamente alle dinamiche socio-storiche che li strutturano, al loro entroterra, contestualizzandoli così rispetto alla regione che li ha ospitati. E restituendo ai Balcani lo status di penisola.

Indice

Cosa e come
1. Intorno alla città
L’alleanza con la montagna
La montagna ombrosa
Il conflitto città-campagna
Città e non-città, campagna-in-città
2. Violenza di Stato
La situazione coloniale nei Balcani
Imperi e post-imperi
Modernità violenta
3. Atrocità turche
La feroce conquista
La brutale amministrazione
Il tributo di sangue
4. Banditi
Gli aiducchi
L’eredità del banditismo balcanico
Milizie contemporanee
5. Guerra ai civili  
Le guerre balcaniche
La Prima guerra mondiale
La Seconda guerra mondiale
6. Popolazioni in guerra
Tertium non datur
Masse in fuga
7. Stupri di massa
Un nuovo tipo di stupro genocidario?
Stupri sistematici
Stupri al maschile
8. Prima della pioggia
L’escalation della violenza
Le faide di Medjugorje
Silenziosi preparativi
9. Sommersi dal trauma
Politiche della memoria
La storia e il tribunale
10. Cosa c’è di tanto balcanico?
Più che violenza: crudeltà  
Smascherare la violenza
Indice dei nomi e dei luoghi

Recensioni

Alessandra Teichner, Eurostudium, 01-01-2012Roberta Astolfi, Violenza balcanica, violenza europea, 11-06-2012

L

a penisola balcanica fronteggia le coste italiane, al di là del mar Adriatico. Radice e caso esemplificativo della storia europea troppo spesso intesa solo come area marginale, questa regione viene altrettanto spesso percepita come avvolta da un’aura di violenza.

Stefano Petrungaro, ricercatore presso l’Institut für Ost- und Südosteuropaforschung di Regensburg e visiting lecturer presso l’Università di Zagabria, sceglie proprio la violenza come chiave di lettura della Storia prodotta nei paesi balcanici, e dipartitasi da essi, negli ultimi due secoli.
Il concetto di violenza dunque, con la sua «polisemia», come un oggetto da analizzare ma, al contempo, da individuare come lente tramite cui osservare gli eventi.

Nello svolgersi dei dieci capitoli del libro Balcani. Una storia di violenza? l’autore percorre un sentiero arduo, che si addentra in vicende sia storiche sia sociali e politiche, e in tale difficile cammino si sofferma sui temi che vengono ritenuti centrali, sempre seguendo lo spinoso filo d’Arianna della violenza.

Ciò che viene portato in evidenza sono le relazioni che la violenza intesse con altri aspetti del convivere umano: il legame con il diritto e lo stato, quello con l’incapacità della borghesia balcanica di assumere un ruolo definibile come “egemone”, quello con l’affermazione di un sistema burocratico paternalista, nazionalista e clientelare.
Da o verso questi nuclei, a seconda di quale delle due prospettive si scelga di assumere – analisi dalla violenza o della violenza –, si giunge a o si muove da ambiti più vasti come il dualismo antagonista tra città e campagna – ancora collegabile al concetto di egemonia –, il semi-colonialismo, l’influenza degli Imperi – e soprattutto della loro dissoluzione – , sui territori circostanti, la «ritradizionalizzazione della politica» su basi etnico-religiose, l’ambigua nozione di banditismo; proprio la «riattualizzazione» di tale nozione si connette, a sua volta, ai movimenti dei cetnici e degli Ustaša, e dunque al fenomeno dei gruppi paramilitari tanto attivi in tutte le guerre balcaniche.
La ragnatela di elementi che viene delineata non tralascia di toccare nemmeno gli aspetti più cruenti dei conflitti balcanici. Nel compiere quest’ulteriore immersione nella brutalità, ci si sottrae tuttavia a un facile voyeurismo, evidenziando piuttosto quegli aspetti di genocidi e stupri di massa che si riflettono sui contesti sociali, politici e culturali non solo dell’area balcanica, ma di ogni altra nazione.

Attraverso questo tentativo di mettere a fuoco tanto la questione generale della violenza nei Balcani quanto quella particolare della violenza come specificamente balcanica, nonché la loro reciproca interazione, ne viene infine posto in risalto l’aspetto pregiudiziale.
Il caratterizzare la violenza balcanica come «particolarmente cruenta» si mostra come un pavido tentativo di allontanare dal cosiddetto “cuore dell’Europa” «ciò che invece le appartiene: la moderna violenza istituzionalizzata».

Vittorio Filli, Osservatorio Balcani e Caucaso, 19-06-2012

Il saggio di Stefano Petrungaro decostruisce con un linguaggio accattivante uno dei principali stereotipi che connotano ancor oggi i Balcani: quello della loro violenza. Permettendo di capirli per quello che sono

Esattamente venti anni fa la disintegrazione della Jugoslavia socialista, la “seconda” Jugoslavia, specie nei suoi eventi bosniaci, attirò l’attenzione del mondo e dei mass media su quell’angolo dei Balcani. Un angolo, ammettiamolo, pure da noi vicini italiani assai poco conosciuto. O conosciuto nelle memorie dell’esodo o nella sua dimensione vacanziero-turistica e poco altro.

Ed infatti proprio perché ben poco conosciuto l’attenzione su quegli avvenimenti cruenti che conclusero il “secolo breve” balcanico (che iniziò con le due guerre del 1912-1913) venne spesso sbrigativamente riassunta nella dimensione della violenza. Intendiamoci, la violenza ci fu, e abbondante, tanto abbondante da giustificare perfino un Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia. Ma la stereotipazione consistette nella semplificazione concettuale (gli stereotipi sono sempre facili ed arbitrarie semplificazioni) dei Balcani come luogo intrinsecamente, naturalmente violento. Violento nelle torture raffinate dei Turchi, che Ivo Andric nel terzo capitolo de Il ponte sulla Drina riporta descrivendo con minuzia le tecniche atroci di impalamento dei resistenti serbi.

Ma violento anche nei fenomeni banditeschi (su cui si innestano le saghe romanzesche di aiducchi ed uscocchi), violento nell’eterno confronto tra città e campagne e città e montagne, cosmopolite e tolleranti le prime quanto aggressive e rozze le seconde (si pensi al ruolo di Pale e di Sarajevo durante l’assedio). Ma anche infinite violenze statuali nel passaggio dagli imperi a piccoli e gelosi (della propria unicità, vera o presunta) Stati-nazione, ancor oggi impegnati in lunghi processi di nation-building. Per non parlare della violenza sessuale divenuto stupro sistematico, stupro genocidario.

Le guerre degli anni novanta altro non erano, quindi, che la manifestazione – l’ennesima – della congenita violenza di quei popoli. Una violenza particolarmente crudele, efferata, primitiva, insomma una violenza “tipicamente” balcanica. Dicendo così si relativizzano (e perfino si minimizzano) tutte le “altre” violenze, anche quelle europee ed occidentali che – al confronto con quelle balcaniche – diventano quasi ragionevoli, gentili, eleganti, soft. Violenze molto tecnologiche ma poco violente, se così si può dire.

Stefano Petrungaro, uno storico sociale, fa in questo suo libro una opera di svelamento e di rivisitazione dello stereotipo. Smantellandolo quando serve. “In definitiva, se si pensa che la violenza balcanica sia particolarmente cruenta, è in parte per via di pregiudizi…, in parte perché ciò permette di allontanare dal presunto cuore di una presunta Europa civile ciò che invece le appartiene: la moderna violenza istituzionalizzata, che in varie forme e gradi ha attraversato l’intero secolo…”. Certo, riconosce Petrungaro, ci sono delle effettive specificità della violenza nei Balcani in questi ultimi due secoli. Sia i loro risorgimenti ottocenteschi che le guerre novecentesche hanno avuto ritmi ed intensità particolarmente rilevanti con il coinvolgimento frequente di civili e l’uso spregiudicato delle espulsioni coatte e degli stupri etnici. Ed è un Novecento che in certe aree – Bosnia, Kosovo, Macedonia – sembra ancor oggi trascinarsi senza aver disinnescato le sue potenzialità di violenza.

Però, osserva l’autore, oltre alla storia violenta i Balcani hanno prodotto anche tante micro-storie belle ed onorevoli fatte di solidarietà (si vedano ad esempio le testimonianze raccolte da Svetlana Broz ne I giusti al tempo del male) e di diserzioni per non aver voluto partecipare a conflitti insensati.

Scrive Petrungaro: “Per quanto riguarda specificamente i Balcani, il livello della violenza è sensibilmente aumentato a partire dalle guerre balcaniche del 1912-13. Una certa, moderna crudeltà ha iniziato a caratterizzare i conflitti di quella penisola, rimanendo una costante nei decenni successivi. Pertanto, sì, i balcanici sono crudeli. Più o meno, però, come tutti gli altri”.

Insomma un libro che, decostruendo con un linguaggio accattivante uno dei principali stereotipi che connotano ancor oggi i Balcani – quello della loro violenza – permette di capirli per quello che sono. Senza il paraocchi dei preconcetti, sempre fuorvianti per chi chiede la verità. O almeno la realtà.

Daniele Rocca, L'indice dei libri del mese, 01-09-2012Armando Pitassio, Il mestiere di storico, 24-09-2013

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