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Giornalisti di regime

Pierluigi Allotti

Giornalisti di regime

La stampa italiana tra fascismo e antifascismo (1922-1948)

Edizione: 2012

Ristampa: 1^, 2012

Collana: Frecce (122)

ISBN: 9788843062546

  • Pagine: 280
  • Prezzo:23,00 19,55
  • Acquista

In breve

Insieme alla radio e al cinema, la stampa fu un importante strumento di propaganda del regime fascista. Il giornalismo, secondo Mussolini, aveva una fondamentale funzione pedagogica e i giornalisti, durante il ventennio, furono gli "educatori della nazione". Il libro illustra come i principali giornalisti italiani nati intorno al 1890, entrati nella professione prima dell’avvento del fascismo, e quelli della generazione del 1910, che iniziarono la loro attività nei primi anni trenta, sostennero il fascismo e scrissero in favore del regime fino al giorno del suo crollo, il 25 luglio 1943. Dopo quella data la maggior parte dei giornalisti si distaccò dal fascismo attraverso un processo di autoassoluzione e di rimozione delle proprie colpe che permise loro a guerra finita di ritornare sulla scena giornalistica, ancora una volta da protagonisti.

Indice

Premessa
“Padri” e “fratelli maggiori” nella storia del giornalismo italiano
Il rapporto tra giornalisti e fascismo come problema storiografico
Articolazione dell’indagine
Parte prima
La rivoluzione giornalistica del fascismo
1. Una rivoluzione giornalistica
Mussolini contro la libertà di stampa
Mario Borsa e la battaglia per la libertà di stampa
Il giornalismo fascista
Il giornalismo nell’università
2. I giornalisti del regime
L’epurazione dei giornalisti del 1927-28
Dall’antifascismo al fascismo
Il regime e i giornalisti
Parte seconda
Giornalisti nello Stato totalitario (1935-43)
3. I giornalisti e le guerre degli anni trenta
Italiani liberatori
La conquista dell’impero
«Difesa della civiltà»
Guadalajara
«Barbari massacratori»
La resurrezione della Spagna
4. In viaggio con il duce
Mussolini a Tripoli
Mussolini a Berlino
Mussolini a Monaco
5. La campagna antisemita
Giornalisti contro gli ebrei
La polemica razzista contro Stati Uniti e Francia
Il caso Valcini
6. «Questo mestieraccio»
«Addio, vecchia Vienna»
«Non ci vogliono bene»
Il caso Barzini junior
Il caso Gorresio
7. Giornalisti al fronte
Propaganda e censura di guerra
Gli inviati di guerra del “Corriere della Sera”
Gli ultimi giorni del regime
Parte terza
Giornalisti in democrazia (1943-48)
8. I giornalisti dopo il 25 luglio 1943
La restaurazione della libertà di stampa
Dal fascismo all’antifascismo
Il caso Lilli
Il caso Guerriero
Il difficile periodo successivo all’8 settembre
La FNSI e l’epurazione dei giornalisti
9. Mario Vinciguerra e l’epurazione dei giornalisti fascisti
«Il perseguitato che rifiutò di farsi persecutore»
Le indagini sui giornalisti
La commissione di Roma al lavoro
Il caso Missiroli
La polemica tra Vinciguerra e Spano
La polemica sull’albo dei giornalisti
Il D.L.Lgt. n. 688 del 5 ottobre 1945
Vinciguerra contro Einaudi
Strategie difensive
La fine dell’epurazione
10. Un giornale per la pacificazione: “Il Tempo” di Renato Angiolillo
«Un uomo vivo»
“Il Tempo” e la questione dell’epurazione
«Beata Dimenticanza»
“Il Tempo” e l’amnistia Togliatti
11. Le elezioni del 18 aprile 1948
«Il ritorno all’ordine»
La campagna elettorale della primavera del 1948
Il caso Alvaro
La vittoria della DC
Conclusioni
I giornalisti e la «defascistizzazione del fascismo»
Abbreviazioni
Note
Bibliografia
Indice dei nomi

Recensioni

Simonetta Fiori, la Repubblica, 29-02-2012

Esce da Carocci un saggio che per la prima volta approfondisce il rapporto tra giornalisti italiani e regime fascista, e la loro transizione al postfascismo, rovesciando la memorialistica autoassolutoria di quei padri nobili. Un volume serio e documentato che senza accenti scandalistici ci mostra quanta parte ebbero le grandi firme nella "defascistizzazione del fascismo", ossia nella rappresentazione banalizzante e indulgente del ventennio nero finalizzata ad annacquare non solo il carattere della dittatura ma anche le responsabilità dei nuovi professionisti delle comunicazioni di massa. L'autore di Giornalisti di regime (pagg. 278, euro 23) è un giovane allievo di Emilio Gentile, Pierluigi Allotti, che sulle tracce di Ruggero Zangrandi e soprattutto di Enzo Forcella ci fornisce una fotografia dei nostri avi che non è una campionatura luminosa di figure epiche ma il conturbante ritratto d'una categoria pronta a mettere il proprio talento al servizio di Mussolini, per distaccarsene solo davanti all'esito catastrofico della guerra. Prìncipi della penna fulminei nell'indossare la camicia nera, ma nel dopoguerra operosi e indenni sulle prime pagine della stampa indipendente. Per raccontarci come il fascismo fosse stato un regime da operetta. Attori principali di questo saggio sono i giornalisti di due generazioni, quella dei nati intorno al 1890 e la classe del 1910, ossia la leva dei "padri" e dei "fratelli maggiori" che scelsero di continuare a primeggiare sui giornali - oppure di esordire nel mestiere - nel pieno del fascismo. Giornalisti, dunque, che avevano l'età e gli strumenti per comprendere la natura illiberale del regime in cui vollero - e seppero - diventare firme da prima pagina. Nel primo gruppo sfilano personalità come Mario Missiroli e Giovanni Ansaldo, Paolo Monelli e Augusto Guerriero. Nel secondo ci imbattiamo nelle penne di Vittorio Gorresio e Indro Montanelli, Guido Piovene e Luigi Barzini junior, Vitaliano Brancati e Dino Buzzati. Mancano in questa ricognizione sulla carta stampata dell'epoca - e può sorprendere - i nomi di Mario Pannunzio ed Arrigo Benedetti, esclusi da Allotti perché artefici di settimanali e non "opinion makers" dei grandi quotidiani. Scelta un po' arbitraria perché anche rotocalchi come Oggi contribuirono a fare opinione. E fu per anticonformismo che Mussolini ne decretò la morte nel gennaio del 1942. L'inclusione di Oggi ed anche di altre testate avrebbe fatto fare miglior figura alla famiglia del giornalismo italiano. Una brigata di talentuosi che - salvo alcune eccezioni, da Mario Borsa a Luigi Albertini, da Alfredo Frassati ad Alberto Bergamini e Mario Vinciguerra - di fronte all¿avanzata del fascismo «quasi si compiacque di perdere la propria indipendenza», come sintetizza Aldo Valori, all'epoca capo della redazione romana del Corriere della Sera. In qualche caso il cambio di bandiera fu clamoroso. Corrado Alvaro, firmatario del manifesto di Croce, avrebbe celebrato la bonifica dell'Agro Pontino «come un simbolo della rigenerazione nazionale promossa dal fascismo». E il critico Emilio Cecchi, anche lui partito da posizioni antifasciste, durante la campagna razziale tra l'estate e l'autunno del 1938, scrisse sul Corriere una serie di articoli dagli Stati Uniti per dimostrare come "razzismo" e "antisemitismo" fossero giustificatamente presenti nella società americana. Quella contro gli ebrei fu una delle pagine in cui il giornalismo italiano - e la quasi totalità dell'élite intellettuale - diede il peggio di sé. Giovanni Ansaldo, nell'autunno del 1938, produsse veementi articoli contro "l'ebreo Morghentau" (Segretario al Tesoro degli Stati Uniti), accusato di aver ereditato "la cupidigia esosa di generazioni di strozzini". E Mario Missiroli, il "grande mago del giornalismo italiano", accolse con grandi plausi sul Messaggero la bibbia dell'antisemitismo Contra Judaeos di Telesio Interlandi, spalleggiato dal concorrente Guido Piovene che sul Corriere della Sera tesse le lodi dell'orribile summa, riconoscendole il merito di essere "il miglior libro uscito sull'argomento". Anche un invito leggendario quale Paolo Monelli - stimato dai colleghi per cultura e rigore - nella primavera del 1939 si distinse per una corrispondenza da Varsavia impregnata di giudizi antiebraici. Singolare cedimento per un giornalista che in precedenza aveva dato mostra di non condividere la campagna antisemita. Ma il terreno in cui "i militi della carta stampata" - così li celebrava il duce - poterono agitare il turibolo con maggiore plasticità furono le imprese belliche del fascismo. Prima in Etiopia, poi in Spagna, più tardi nel Mediterraneo, nei Balcani e in Africa settentrionale, infine in Russia. I protagonisti di queste guerre furono i giornalisti arruolati nei vari reparti. Nel 1935 partirono volontari due direttori, Aldo Borelli del Corriere della Sera e Francesco Malgeri del Messaggero. Gli inviati Barzini junior e Alfio Russo celebrarono in ampie corrispondenze le prime brillanti vittorie degli italiani, ritratti come "virtuosi colonizzatori" di un popolo sostanzialmente troglodita. L'arte dell'epinicio fu affinata in Spagna, dove i giornalisti - in mancanza di pagine gloriose da raccontare - venivano sollecitati a esercitare la propria fantasia. Se l'inviato del Corriere Achille Benedetti si limita a ignorare la sconfitta di Guadalajara, Barzini senjor sul Popolo d'Italia fa molto di più, incensando la drammatica avventura dell'eroico legionario che resiste al contrattacco nemico nascondendosi per tre giorni in una botte. L'inventiva di Barzini, nutrita di letture classiche, procura un attacco di allergia al direttore del Corriere, che mortifica il suo cronista facendogli recapitare sul fronte "il bellissimo scritto" della concorrenza. Ma nel descrivere i nemici repubblicani come "combattenti pavidi", "capaci delle peggiori brutalità", si distinsero altre due firme, quelle di Indro Montanelli e Guido Piovene, assai efficaci nell'esaltare le imprese dei legionari italiani contro autentici "criminali dalle facce bestiali". Seppure con qualche insofferenza, l'intonazione non muterà nel corso del secondo conflitto mondiale. La parte più interessante del saggio riguarda ciò che accadde all'indomani del crollo del regime fascista, nell'estate del 1943. Con la medesima disinvoltura con cui era traslocata dall'antifascismo al fascismo, l'élite giornalistica italiana cominciò a fare il percorso inverso. All'esame di coscienza si preferisce la scorciatoia della colpa collettiva. Allotti indica come esemplare il caso di Monelli. Per le sue compromissioni con il regime, il nuovo direttore del Corriere della Sera Ettore Janni, subentrato dopo il 25 luglio, gli chiede con garbo una temporanea sospensione nella collaborazione. Monelli non la prende bene. «E i colleghi che hanno divinizzato uomini e fatti del regime? E i redattori ligi agli ordini di Roma che bocciavano o castravano o lardellavano di aggettivi le mie corrispondenze?». Le sue responsabilità, rispetto al servilismo diffuso, gli paiono poca cosa. Lo stesso genere di argomenti ricorre nell'autodifesa di tante firme illustri. Un'autoassoluzione granitica, che non ammette crepe. Molti di loro avrebbero presto riconquistato le prime pagine della stampa libera, confluendo in larga parte in una zona politica di moderatismo prossima alla Democrazia Cristiana. E poi la memorialistica. Da Piovene a Montanelli, definito "il giornalista che più contribuì alla defascistizzazione del fascismo", fu tutt'un proliferare di testimonianze indulgenti che fecero calare il sipario sulle compromissioni di "padri" e "fratelli maggiori". La rimozione è destinata a segnare parte delle generazioni successive, quella viziata da "una concezione del potere politico" - lo rilevò Forcella - come qualcosa di "ineluttabile" e "pericoloso", verso il quale è consigliabile la remissività. Una distorsione che - se colpisce ma è interpretabile sotto una dittatura - in democrazia appare ancora meno tollerabile.

Luigi Mascheroni, Il Giornale, 01-03-2012
Ci sono giornalisti al soldo di un padrone, e giornalisti che scrivono sotto due bandiere. Ma chi furono, e cosa scrissero, le grandi firme fiorite professionalmente sotto il fascismo - che difesero e incensarono - e che poi si riciclarono nel dopoguerra in maniera altrettanto brillante e vibrante dentro la grande stampa democratica? Una domanda alla quale ancora di recente hanno in parte risposto Pierluigi Battista con Cancellare le tracce nel 2007 e Mirella Serri con I redenti nel 2009. Due libri che raccontano nei dettagli la «doppia vita» di tanti intellettuali italiani, prima organici alle istituzioni culturali fasciste e poi, dal ’43-45, convinti sostenitori degli ideali e dei valori della nuova Italia democratica. Ora si aggiunge un altro tassello al complicato puzzle dei rapporti tra intellighenzia e Ventennio: Giornalisti di regime. La stampa italiana tra fascismo e antifascismo, 1922-1948 di Pierluigi Allotti (Carocci). È una storia interessante, e documentatissima, delle carriere costruite dentro le redazioni più importanti d’Italia da quanti prima (improvvisamente, con l’instaurazione del regime) scrissero prose encomiastiche al seguito del Duce, esaltate corrispondenze di guerra ed editoriali inneggianti l’Italia di Mussolini fino al giorno prima del crollo. E poi, all’indomani della caduta del fascismo, spesso senza neppure una breve pausa di riflessione (e senza epurazioni), ripresero a scrivere sulle maggiori testate nazionali, dal Corriere della sera al Messaggero alla Stampa, senza mai ricordare, pubblicamente, il proprio passato in camicia nera ma elaborando, privatamente, una «complessa» autoassoluzione. E spesso anzi contribuendo coi loro nuovi scritti al processo di banalizzazione e «defascistizzazione» del fascismo, per ripulirsi curriculum e coscienza. Come, ad esempio, Mario Missiroli, Giovanni Ansaldo, Paolo Monelli... (i «padri»), e poi Vittorio Gorresio, Indro Montanelli, Virgilio Lilli, Guido Piovene, Arrigo Benedetti, Luigi Barzini jr, Vitaliano Brancati...  (i «fratelli maggiori»). Alcuni dei quali, come Lilli o Piovene, o lo stesso Giorgio Bocca, parteciparono anche alle peggiori campagne di stampa antisemite. Tutti ottimi giornalisti, tutti smemorati quando si è trattato di fare i conti coi loro vent’anni e col Ventennio d’Italia. Come ottima giornalista, ma smemorata, si rivela la firma di Repubblica che ieri, recensendo il libro di Pierluigi Allotti sul proprio giornale, si è inopinatamente dimenticata di citare, tra tanti altri, qualche collega della sua stessa redazione: giornalisti con la schiena dritta nell’Italia democratica e col braccio teso in quella littoria. Curiosamente è lo stesso Allotti che sceglie di sorvolare sul lavoro di alcuni giornalisti, che pure cita, come Eugenio Scalfari, o Enzo Forcella, o Giorgio Bocca (nome quest’ultimo che compare nell’indice, scompare nella prima bozza del libro forse cancellata post mortem da una mano pietosa, e poi riappare in quella definitiva...) perché «essendo nati negli anni Venti, mossero i primi passi nel giornalismo nel corso della Seconda guerra mondiale». Meno curiosamente, invece, la giornalista di Repubblica li salta a pie’ pari, come gli ostacoli ai Littoriali. Peccato, perché se l’autore del libro e l’autrice del pezzo avessero invece compiuto questo utile esercizio di ricerca, si sarebbe potuto completare il quadro dei difficili e viscidi rapporti tra cultura e potere a cavallo tra le due Italie, quella fascista e quella repubblicana. E della Repubblica, soprattutto. Dove, dalla metà degli anni Settanta, Eugenio Scalfari portò mezza redazione del suo vecchio giornale, il settimanale Roma Fascista, l’organo ufficiale del Guf. Qui - come ricorda Giancarlo Perna nella biografia non autorizzata Scalfari. Una vita per il potere del 1990 - il giovanissimo Eugenio scrisse a partire dal ’42, diventando caporedattore (prima di passare a un’altra rivista di regime, Nuovo Occidente), e qui lavoravano Enzo Forcella, poi editorialista di Repubblica; Ferruccio Troiani che sarà all’Europeo con Scalfari; Paolo Sylos Labini, futuro economista e firma di Repubblica; e persino Luciano Salce e Massino Franciosa, registi cinematografici di sinistra degli anni ’60... «Io adoravo la divisa fascista - ricordò lo stesso Scalfari in un’intervista rilasciata a Pietrangelo Buttafuco per Il Foglio nel 2008 - Era molto elegante la tenuta. Avevo la giacca, la sahariana, i pantaloni grigio verde a sbuffo alto, gli stivali, le losanghe sulle spalle, idem sulle maniche, con le stelline, quindi il fazzoletto azzurro e la camicia nera naturalmente». Naturalmente.
Per il resto, il saggio di Pierluigi Allotti è una sfilata in pompa magna del nostro più bel giornalismo, che non ebbe remore a passare, durante il fascismo, da posizioni magari dissenzienti a megafoni entusiasti del nuovo corso, e poi, esaurito l’inchiostro nella penna nera, a impugnare magari quella rossa. Sempre con ottimi voti e lauti stipendi. C’è Emilio Cecchi che per il Corriere della sera di Aldo Borelli, nel ’38, scrisse un reportage dagli Usa per dimostrare ai lettori italiani come razzismo e antisemitismo fossero presenti anche nella società americana. C’è Mario Missiroli - futuro megadirettore del Corriere della sera dal 1952 al 1961 - che sul suo Messaggero nel ’38 firma (sotto pseudonimo) una recensione elogiativa del Contra judaeos di Telesio Interlandi. E ci poi tutti gli altri, gli Ansaldo, i Gorresio, i Montanelli... Il fior fiore, insomma, delle due Italie.
Matteo Chiavarone, www.istitutodipolitica.it, 22-03-2012

Negli ultimi anni si è parlato molto di stampa di regime, a volte a ragione ma il più delle volte a torto, esasperando un concetto che già all’interno della sua collocazione storica è difficilmente traducibile in maniera univoca. Non è un caso che Pierlugi Allotti, giornalista e studioso apprezzato non solo in Italia, nel suo accurato saggio Giornalisti di regime – La stampa italiana tra fascismo e antifascismo (Carocci, 2012), si affretta a dare le giuste distinzioni tra, almeno, due generazioni di giornalisti che negli anni tra le due guerre mondiali hanno raccontato l’ascesa, lo sviluppo, l’apice e il crollo del potere mussoliniano: la prima, quella dei “padri”, nata intorno al 1890 e avviata alla “professione” prima del regime; la seconda, quella dei “fratelli maggiori”, nata intorno al 1910 e “avviata” sotto lo sguardo vigile di Mussolini, che guidava il paese già da quasi un decennio. Da un lato quindi i Missiroli, gli Ansaldo, i Monelli, i Maratea; dall’altro i Goressio, i Montanelli, i Piovene, i Pannunzio, i Flaiano, i Brancati. Quest’ultimi sono stati quindi “giornalisti che sapevano che quello era il regime politico e volevano continuare a fare il giornalista”, persone cioè che vedono la politica come qualcosa di “ineluttabile” e, spesso, di “pauroso”. Come non si può parlare di “fascismo” ma di “fascismi”, così è impensabile credere che possa esistere una stampa di regime, neanche se proviamo a dividerla da quella di opposizione. Nell’uno e nell’altro caso sono esistite ed esistono molte varabili perché nel rapporto tra giornalisti e dittatura vi è un vero e proprio problema storiografico. Il lavoro di Allotti, ove possibile, prova a rispondere a domande quali: cosa scrivevano i “padri” e i “fratelli maggiori” durante il fascismo? Quando smisero di scrivere per la dittatura? Su quali posizioni politiche si collocarono nel dopoguerra? Come si svolse l’epurazione antifascista? Per quali ragioni fallì? E quali conseguenze ebbe questo fallimento? L’indagine, a detta dell’autore, si sviluppa in tre parti: una di carattere introduttivo (la “rivoluzione” giornalistica messa in atto da Mussolini, con l’abolizione della libertà di stampa, le nuove leggi, la “fascistizzazione” dei maggiori quotidiani, la creazione di nuove strutture gerarchiche); un’altra che focalizza l’attenzione su ciò che fu effettivamente scritto in quegli anni (interessante il caso d Italo Zingarelli che rischiò il licenziamento scrivendo un articolo non gradito in occasione dell’Anschluss dell’Austria da parte della Germania nazista); un’ultima in cui si descrive il processo di “autoassoluzione” di quei giornalisti che voltarono le spalle al fascismo subito dopo il crollo del regime. In questa carrellata di “protagonisti” e di “comparse” di un periodo storico cruciale – soprattutto per comprendere alcune deformazioni del concetto di libertà di stampa che hanno quantomeno “viziato” l’uso dei mezzi di comunicazione in un paese come il nostro – ne esce fuori un quadro a volte persino grottesco ma fin troppo generoso con alcuni di questi personaggi che, nonostante l’indubbio valore, si sono persino “compiaciuti di perdere la propria indipendenza”. Sulle “pagine” più nere del ventennio, quelle che hanno lasciato alla storia le leggi razziali e la “sottomissione” al folle progetto nazista, sono state “scritte” altrettante “pagine” oscure, e non da uno sporadico gruppo di giornalisti: Ansaldo che inveisce ripetutamente contro “l’ebreo Morghentau”, Missiroli che applaude la bibbia dell’antisemitismo Contra Judaeos di Telesio Interlandi, Monelli che nella sua corrispondenza polacca si lancia in giudizi antiebraici (e antitetici ai pensieri mostrati precedentemente quando disse di non condividere la campagna antisemita). Difficile dare un giudizio su un periodo storico così convulso e così arduo da comprendere, anche soltanto su un piano squisitamente umano. Quello che colpisce, ed è la parte forse più interessante del saggio, è quello che successe dopo. Dopo il regime, dopo Mussolini, dopo l’estate del 1943. Se con l’avvento della dittatura si era passati dall’antifascismo militante all’accettazione pressoché totale del fascismo (naturalmente con numerosi distinguo) si procede ora, formando una vera e propria parabola, al processo inverso. Andata e ritorno, cancellando la destinazione originaria. Certo in modi diversi: Monelli (incredulo nell’accettare la temporanea sospensione dal “Corriere della Sera”) lontano da Malaparte (capace di asservire e, contemporaneamente, deridere il duce dall’alto del suo profilo letterario ammirato nei salotti europei, per poi “sfruttare” quella materia nelle opere più importanti), lontano da Piovene e Montanelli (“il giornalista che più contribuì alla defascistizzazione del fascismo”), lontano infine da tutti coloro che riconquistarono spazio negli anni della “stampa libera”, confluiti, i più, in quell’ala moderata prossima alla Democrazia Cristiana. Deformazioni culturali che forse danno ragione a Savinio quando affermava che “segno della ritornata libertà in Italia è la riapparizione dei giornali della notizia falsa”, perché se in fondo il vero torto della dittatura è “il principio di verità unica” si deve sapere che la verità umana “è fatta di vero e di falso: più di falso che di vero”.

Sandro Gerbi, Corriere della sera, 04-04-2012Mario Toscano, Mondo contemporaneo, 01-08-2012Assunta Esposito, Nuova antologia, 01-09-2012Luca La Rovere, L'Indice dei libri del mese, 01-11-2012