Carocci editore - Melancolia occidentale

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Melancolia occidentale

Luca Crescenzi

Melancolia occidentale

La montagna magica di Thomas Mann

Edizione: 2011

Collana: Saggi (64)

ISBN: 9788843059966

In breve

Per molti versi La montagna magica, forse il più grande romanzo compiuto del Novecento tedesco, resta ancora oggi un libro misterioso. In questo studio, basato su ricerche originali che hanno riscritto la storia della sua nascita, il capolavoro di Thomas Mann viene letto come uno dei grandi testi della melancolia occidentale, in una prospettiva critica sorprendente che ne fa emergere i legami con l’arte figurativa dell’età della Riforma, con la cultura del romanticismo e del simbolismo europei, con la psicoanalisi freudiana e con la filosofia di fine secolo. Ne scaturisce un’interpretazione inedita, sviluppata come un racconto appassionante, al termine della quale quello che sembra essere l’ultimo romanzo della grande tradizione ottocentesca si rivela, invece, uno dei più straordinari esperimenti narrativi del XX secolo.

Indice

1. Neoromanticismo e décadence
2. Il Buonannulla
3. Heinrich Wölfflin – Albrecht Dürer – Thomas Mann
4. Uno studioso geniale
Parte prima
Melancolia
5. Hans Castorp
6. Excursus storico-biografico
7. Melencolia I e il circolo umanistico massimilianeo
8. La montagna della melancolia
9. Padrone e cane
10. Spigolature: Rudolf Kassner e Christian Morgenstern
Parte seconda
Eros – Libertà – Sogno
11. Considerazioni cronologiche
12. Melancolia d’artista
13. Imparare a vedere
14. Eros I: Clawdia Chauchat
15. Una teoria del sonnambulismo: Carl du Prel
16. Postilla: il misticismo etico di du Prel
17. Il cavaliere, la morte e il diavolo: Hans Castorp tra Naphta e Settembrini
18. Eros II: Schneetraum
19. Mynheer Peeperkorn
20. Il risveglio
21. Romanticismo, simbolismo, surrealismo
Note
Indice dei nomi

Recensioni

Daniele Abbiati, Il Giornale, 10-06-2011

«Incantata» o «magica» che la si voglia (scegliendo l’una o l’altra traduzione per l’aggettivo zauber di cui si fregia), La montagna di Thomas Mann è soprattutto malinconica. Non tanto per il contesto «malato» del sanatorio Berghof, né del buio incipiente che ingoia le troppo brevi giornate dei pazienti lì ricoverati, e neppure per l’aria eccessivamente sottile, nervosa che vi si respira. Piuttosto, l’umor nero di cui s’ammanta risiede nel suo patrimonio genetico. Essendo essa figlia del romanticismo germanico al tramonto; e prima ancora del rinascimento alchemico; e prima ancora dei caratteri indagati dallo Pseudo Aristotele nei Problemi; e prima ancora dei geroglifici egizi... È occulta, simbolica, surrealista, questa Montagna alla quale Mann, fedele Maometto spinto dalla fede nell’umanesimo, va, raccontando l’iniziazione estatica di Hans Castorp, intrappolato nello Zeitroman, il «romanzo del tempo» in cui tuttavia il tempo (e lo spazio) diventa specchietto per allodole, non riflettendo che immagini oniriche. Anche Melancolia occidentale. «La montagna magica» di Thomas Mann, di Luca Crescenzi (Carocci, pagg. 282, euro 25), è leggibile come uno Zeitroman. Ma qui il tempo esiste eccome, e l’epicentro della narrazione-ricerca si trova, ben localizzato, nell’incisione di Albrecht Dürer dal titolo, appunto, Melencolia I. La vediamo in copertina e ne ripercorriamo i significati reconditi cui Mann attinge, indirettamente ma non per questo meno profondamente, appena riverberati o filologicamente scandagliati, da alcuni testi di varia natura: dalla Vita di un buonannulla di Joseph von Eichendorff, il cui protagonista è fra i modelli di Castorp, ai lavori di Heinrich Wölfflin e, soprattutto, di Carl Giehlow proprio su Dürer, dagli studi di Ricarda Huch sulla contiguità fra romanticismo e cultura della décadence ai capisaldi manniani Schopenhauer e Nietzsche. Immersa nel suo presente del prima, durante e dopo la guerra, e nel maestoso corso del fiume che collega I Buddenbrok alle Considerazioni di un impolitico e persino, ci permettiamo di aggiungere, al Doctor Faustus, visto l’episodio musicale dell’ascolto dell’Albero di tiglio schubertiano, alla fine del capitolo «Dovizia di armonie», tutta La montagna dispiega l’incanto della propria magia. E, reciprocamente, ogni centimetro quadrato di Melencolia I traspare dalle pagine di Mann: si veda il parallelo fra il manto del cane accucciato nell’incisione e quello di Bauschan un Padrone e cane.
Germinata, fra il ’12 e il ’13, come novella in funzione di «pendant umoristico» (così la definì l’autore in una lettera a Ernst Bertram) alla Morte a Venezia, l’opera assunse forme, connotati e dimensioni colossali fino a diventare, nel ’24, ciò che conosciamo: un monumento vivente alla cultura del XIX secolo. A tal punto vivente da inglobare, fra l’altro, buona parte del Novecento melancolico: quello di Ibsen e Strindberg, di Carl du Prel, di Freud. Così, nel denso e appassionante excursus di Crescenzi, Dürer dialoga con la psicanalisi, la morte e il diavolo sono Naphta e Settembrini, i duellanti pedagoghi del cavaliere Castorp; Clawdia Chauchat è il richiamo sessuale; Mynheer Peeperkorn è un Dioniso-Buddha-Cristo... «La magia del romanzo sta, novalisianamente, nella coincidenza tra conscio e inconscio, universale e individuale, reale e onirico. La montagna è magica, insomma, perché trasforma i sogni in realtà». E viceversa, come avviene nella sublime metafora della vita che chiamiamo malinconia.

Daniele Abbiati, Il Giornale, 10-06-2011

«Incantata» o «magica» che la si voglia (scegliendo l’una o l’altra traduzione per l’aggettivo zauber di cui si fregia), La montagna di Thomas Mann è soprattutto malinconica. Non tanto per il contesto «malato» del sanatorio Berghof, né del buio incipiente che ingoia le troppo brevi giornate dei pazienti lì ricoverati, e neppure per l’aria eccessivamente sottile, nervosa che vi si respira. Piuttosto, l’umor nero di cui s’ammanta risiede nel suo patrimonio genetico. Essendo essa figlia del romanticismo germanico al tramonto; e prima ancora del rinascimento alchemico; e prima ancora dei caratteri indagati dallo Pseudo Aristotele nei Problemi; e prima ancora dei geroglifici egizi... È occulta, simbolica, surrealista, questa Montagna alla quale Mann, fedele Maometto spinto dalla fede nell’umanesimo, va, raccontando l’iniziazione estatica di Hans Castorp, intrappolato nello Zeitroman, il «romanzo del tempo» in cui tuttavia il tempo (e lo spazio) diventa specchietto per allodole, non riflettendo che immagini oniriche.
Anche Melancolia occidentale. «La montagna magica» di Thomas Mann, di Luca Crescenzi (Carocci, pagg. 282, euro 25), è leggibile come uno Zeitroman. Ma qui il tempo esiste eccome, e l’epicentro della narrazione-ricerca si trova, ben localizzato, nell’incisione di Albrecht Dürer dal titolo, appunto, Melencolia I. La vediamo in copertina e ne ripercorriamo i significati reconditi cui Mann attinge, indirettamente ma non per questo meno profondamente, appena riverberati o filologicamente scandagliati, da alcuni testi di varia natura: dalla Vita di un buonannulla di Joseph von Eichendorff, il cui protagonista è fra i modelli di Castorp, ai lavori di Heinrich Wölfflin e, soprattutto, di Carl Giehlow proprio su Dürer, dagli studi di Ricarda Huch sulla contiguità fra romanticismo e cultura della décadence ai capisaldi manniani Schopenhauer e Nietzsche. Immersa nel suo presente del prima, durante e dopo la guerra, e nel maestoso corso del fiume che collega I Buddenbrok alle Considerazioni di un impolitico e persino, ci permettiamo di aggiungere, al Doctor Faustus, visto l’episodio musicale dell’ascolto dell’Albero di tiglio schubertiano, alla fine del capitolo «Dovizia di armonie», tutta La montagna dispiega l’incanto della propria magia. E, reciprocamente, ogni centimetro quadrato di Melencolia I traspare dalle pagine di Mann: si veda il parallelo fra il manto del cane accucciato nell’incisione e quello di Bauschan un Padrone e cane. Germinata, fra il ’12 e il ’13, come novella in funzione di «pendant umoristico» (così la definì l’autore in una lettera a Ernst Bertram) alla Morte a Venezia, l’opera assunse forme, connotati e dimensioni colossali fino a diventare, nel ’24, ciò che conosciamo: un monumento vivente alla cultura del XIX secolo. A tal punto vivente da inglobare, fra l’altro, buona parte del Novecento melancolico: quello di Ibsen e Strindberg, di Carl du Prel, di Freud. Così, nel denso e appassionante excursus di Crescenzi, Dürer dialoga con la psicanalisi, la morte e il diavolo sono Naphta e Settembrini, i duellanti pedagoghi del cavaliere Castorp; Clawdia Chauchat è il richiamo sessuale; Mynheer Peeperkorn è un Dioniso-Buddha-Cristo... «La magia del romanzo sta, novalisianamente, nella coincidenza tra conscio e inconscio, universale e individuale, reale e onirico. La montagna è magica, insomma, perché trasforma i sogni in realtà». E viceversa, come avviene nella sublime metafora della vita che chiamiamo malinconia.