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Il sorriso della Mezzaluna

Barbara De Poli, Patrizia Zanelli, Paolo Branca

Il sorriso della Mezzaluna

Umorismo, ironia e satira nella cultura arabaPrefazione di Mario Scialoja

Edizione: 2011

Collana: Sfere (62)

ISBN: 9788843059942

  • Pagine: 200
  • Prezzo:18,00 15,30
  • Acquista

In breve

Lo stereotipo dell’arabo dal volto truce che brandisce una scimitarra fa parte del nostro  immaginario collettivo. Ad esso si vanno  affiancando i cliché delle agenzie di viaggio,  dove Oriente fa rima con spiagge, fondali corallini, vacanze esotiche all inclusive.  Tuttavia l’aspetto minaccioso dell’Oriente,  e in particolare di quello arabo-musulmano,  ha avuto un revival drammatico negli ultimi  anni. Si va rafforzando nell’opinione pubblica  l’idea di una intera civiltà incapace di leggerezza e d’ironia. Immagine quanto mai irrealistica, che cozza contro la straboccante umanità  dei villaggi e delle metropoli del Medio Oriente  o del Nordafrica, per tanti aspetti simili  ad altri spazi mediterranei, ben distanti  da ogni cupezza non solo per le condizioni climatiche ma anche e soprattutto per l’indole  dei loro abitanti. Il libro porta alla luce un tratto comune a tutta l’umanità: l’ironia come forma  di resistenza e di sopravvivenza.

Indice

Prefazione di Mario Scialoja
Introduzione di Paolo Branca
1. L’umorismo classico di Paolo Branca
2. La satira proverbiale di Barbara De Poli
3. Ridere oggi: le barzellette di Paolo Branca e Barbara De Poli
4. Egitto, mitica terra della risata di Patrizia Zanelli
5. Umorismo e censura nel mondo arabo: il caso “Demain? di Barbara De Poli
6. Reazioni a vere o presunte provocazioni di Paolo Branca
Note
Bibliografia

Recensioni

Farian Sabahi, Il sole 24 ore, 10-07-2011

«Nel mondo arabo la gente scherza sugli oppressori non per rovesciarli, ma per sopportarli», scrisse Khalid Kishtainy in un vecchio libro sulla satira mediterranea, mentre un altro studioso osservò come l'ironia sia «quella forma di resistenza che permette di sopravvivere alla paura». Le barzellette non saranno uno strumento efficace per rovesciare i regimi, ma sono indubbiamente eversive perché – trasmettendosi oralmente – è impossibile controllarne la circolazione e individuarne gli autori. All'indomani delle rivolte arabe, mentre tanta enfasi è posta sui blogger e sui social network, dovremmo chiederci se non sia stata anche l'irriverenza della satira a scatenare le proteste. A offrire la soluzione al nostro quesito è il saggio Il sorriso della mezzaluna che gli studiosi Paolo Branca, Barbara De Poli e Patrizia Zanelli dedicano all'arabo ironico e talvolta persino scanzonato, che sa giocare e divertirsi con la parola, si fa beffe dei potenti e del clero, e mette in guardia dagli intrighi femminili. Da questa lettura, che ha il pregio della profondità storica e della leggerezza, emerge un arabo lontano dagli stereotipi. In particolare dall'immagine lasciva degli harem orientalisti, da quella minacciosa con volto truce e scimitarra, e da quella del vu' cumpra su qualche spiaggia assolata, carico di oggetti "tipici" in realtà made in China. Gli autori ripercorrono gli scritti umoristici dell'epoca classica dell'Islam, proponendo le storie di animali contenute nel libro di Kalila e Dimna, composto da Ibn al-Muqaffa' nell'ottavo secolo, e alcuni passi del Libro degli avari di al-Jahiz (IX secolo) dove a essere presa di mira è l'avarizia come attributo dell'animo umano, cui ognuno di noi può talvolta cedere. A esercitare maggiore attrazione sugli arabi sembrano essere i bisogni fisiologici, talvolta le questioni religiose ma soprattutto la sfera sessuale. A dimostrazione che, se la fede e i profeti non possono essere derisi, per i musulmani il sesso non è un tabù. Nelle barzellette e nelle storielle i protagonisti sono spesso uomini semplici, non privi di una certa arguzia, come il Nasreddin di area mediterranea e il Joha dell'Asia Centrale. In una società prevalentemente patriarcale e maschilista, le donne sono vittime da una satira pungente da cui emerge come, dopo tante prevaricazioni, l'uomo debba giustamente temere la loro rabbia e vendetta, parandosi soprattutto dai colpi delle suocere. Talvolta l'altra metà del cielo è derisa in modo bonario, con toni che potrebbero valere a qualsiasi latitudine. Come in quel negozio di sei piani dove si vendono uomini e le donne possono scegliere marito a patto di non tornare indietro: al primo piano lo sposo è un gran lavoratore e ha tanta fede in Dio, al secondo ha una dote in più e ama i bambini, al terzo piano si aggiunge che rispetta la moglie, al quarto che aiuta nelle faccende domestiche, e al quinto che desidera sempre la sua donna. Inevitabilmente, le acquirenti si ritrovano però all'ultimo piano senza aver scelto. Ma lì non ci sono uomini, quel reparto è stato creato solo per dimostrare che siamo incontentabili. L'umorismo non è politicamente corretto ed è un'arma potente. Lo hanno capito i regimi di tanti Paesi mediorientali che in questi decenni hanno messo fuorilegge diverse pubblicazioni come «Demain» in Marocco e «Addomari» in Siria, senza peraltro mettere a tacere il passaparola popolare. In realtà, spiegano gli autori del saggio Il sorriso della mezzaluna, sono secoli che la scure del censore – non solo arabo – tenta di sferrare colpi alla satira. A temere le derisioni popolari furono anche inglesi e francesi che in epoca coloniale si preoccupavano di chiudere i caffè egiziani dove si raccontavano barzellette contro l'occupazione. Successivamente, la satira prese di mira il presidente egiziano Nasser e alcune sue decisioni nell'ambito del panarabismo, come quella di inviare le truppe nello Yemen del Nord, dove nel 1962 era esplosa la guerra civile. A quel tempo la barzelletta che girava aveva come protagonisti due politici yemeniti: alle prese con la crisi economica ma poco consapevoli di come girava il mondo, suggerivano di dichiarare guerra agli Stati Uniti in previsione di essere sconfitti e beneficiare degli aiuti alla ricostruzione come la Germania e il Giappone. Di fronte a questa ipotesi uno dei due yemeniti chiese: Ma che succede, se poi vinciamo? In questa e in tante altre barzellette, la morale è che, oltre a essere corrotti, i politici arabi sono spesso degli stolti.

Franco Cardini , Europa, 18-07-2011
Lo sanno (quasi) tutti, che i musulmani non hanno humour. Figurarsi gli arabi. Peccato solo che (quasi) tutti si sbaglino. Per varie ragioni. Anzitutto, non tutti i musulmani (un miliardo e mezzo circa di persone nel mondo) sono arabi, i quali raggiungono “appena” i 350 milioni. Poi, non tutti gli arabi sono musulmani: ve ne sono difatti anche di cristiani e di ebrei (va tenuto presente che l’esser musulmano è una condizione religiosa, l’essere arabo una condizione etnolinguistica).
Quindi, l’umorismo è una questione strettamente connessa alle condizioni storiche e linguistiche di ciascun popolo o gruppo: ed è arduo comprenderlo quando non si fa parte del gruppo che lo esprime. È comunque abbastanza naturale che i musulmani, a qualunque origine etnolinguistica appartengano, abbiano una decisa tendenza a non accettare le gratuite battute di spirito spesso pesanti o irriverenti nei confronti del Profeta, del Corano, degli angeli e via dicendo. Ma, mentre un musulmano di origine occidentale ha nella sua origine gli strumenti per comprendere che cos’abbia significato da noi il cosiddetto “processo di secolarizzazione” ed è in qualche modo abituato a una cultura che, relativizzandola, può scherzare sulla sua stessa componente religiosa, per un musulmano arabo, berbero, iraniano o anche turco resta molto più difficile: specie se lo scherzo o il dileggio sono espressi attraverso modi e forme propri di lingue e tradizioni diverse da quelle di coloro che ne sono oggetto. Ridere, e in modo speciale saper ridere di se stessi, corrisponde a un processo antropologico in sé molto complesso e delicato. Per contro, è molto diffusa la critica pesante e malevola contro gli appartenenti ad altre culture che, messi alla berlina o ridicolizzati in casa nostra attraverso battute e situazioni che noi troviamo naturalmente comiche – ma che sono tali solo se costruite o fruite all’interno della nostra cultura –, reagiscono scandalizzati e indignati e si beccano perciò l’eurocentrica accusa di «non essere spiritosi»: come se lo “spirito” fosse solo quello che noi intediamo come tale. È del resto noto che le barzellette, raccontate in una lingua o addirittura in un dialetto o in un gergo estranei a chi le ascolta, non fanno ridere: il che non prova nulla sullo spirito e sull’intelligenza sia di chi ha concepito la barzelletta, sia di chi l’ascolta. Del resto, lo stesso pregiudizio sul fatto che vi siano genti o regioni più o meno “spiritose” (e “spirito” è spesso tout court sinonimo d’intelligenza) è profondamente falso e dipende da inaccettabili generazioni. I piemontesi vengono considerati, dalla stragrande maggioranza degli italiani, gente di comprendonio durissimo: ma a esempio due tra le persone più intelligenti e spiritose che io conosca, Umberto Eco e Alessandro Barbero, sono entrambi piemontesi. In materia d’intelligenza e di spirito, ma anche d’impegno civico e di cultura antropolinguistica, poche cose recenti conosco che possano esser paragonate a un libro uscito quest’anno per l’editore Carocci: Il sorriso della mezzaluna, a cura di Paolo Branca, Barbara De Poli e Patrizia Zanelli. Un lavoro davvero splendido e sul serio divertente, nel quale si presenta e si spiega un vasto campionario di barzellette, di battute, di motti di spirito circolanti sia nei paesi arabi, sia tra gl’immigrati da essi provenienti e che vivono tra noi. Comprendere perché un arabo rida, e come, e che cosa lo faccia ridere (con attenzione alla sua origine etnica, alla sua condizione sociale, al suo sesso, alla sua età, al suo livello culturale), aiuta moltissimo a entrare nella sua psicologia e a capir meglio azioni e reazioni da parte sua che, altrimenti, ci resterebbero estranee e incomprensibili. D’altronde, dire “arabo” non basta: un siriano, uno yemenita o un marocchino non ridono affatto nello stesso modo delle stesse cose: e anche il comune idioma che essi parlano è localmente e regionalmente diverso. È dunque un’ottima scelta quella dei tre coautori di questo libro, di aver insistito molto soprattutto sull’Egitto: non solo il più popoloso tra i paesi arabi, ma anche quello la produzione letteraria, cinematografica e televisiva del quale ha finito col rappresentare per l’umorismo arabofono quel che per l’Italia hanno rappresentato a lungo i dialetti romano o napoletano. Un altro capitolo del libro, prendendo spunto dal “caso” di una rivista satirica marocchina, affronta il tema della censura con argomenti rivelatori, per analogia, anche nei confronti dell’Occidente. Infine, è con molto coraggio e autentica spregiudicatezza – quella vera: che non gioca a sorprendere né a scandalizzare, ma vuol far riflettere sulle nostre contraddizioni e sul nostro considerar “ovvio” quel che ci riguarda e “aberrante” quanto ad altri appartiene – che gli autori esaminano alcuni casi speciali. Perché gli arabi musulmani non hanno trovato divertente la dissacratoria satira di Salman Rushdie? Perché se la sono tanto presa con il giornale danese Jylalnd Posten, che nel 2005 ha pubblicato una dozzina di vignette satiriche in cui il profeta Muhammad era rappresentato come un terrorista? In che senso si sono sentiti tanto offesi dalla Lectio magistralis di Benedetto XVI) a Regensburg nel 2006? E d’altro canto, se noialtri siamo, a differenza degli arabi – così aperti, tolleranti e intelligenti, come si spiegano le polemiche provocate da films come Je vous salue Marie o The last temptantion of Christ? Il fatto è, come ben spiegano gli autori, che ogni cultura ha in realtà i suoi tabù: e che il rapporto tra umorismo o satira o anche solo ironia da una parte, censura dall’altra, dovrebb’essere risolto anzitutto dai limiti autoimposti dal buon senso e dal buon gusto. Qui non stiamo parlando, intendiamoci, della Santanché la quale in tv tratta il Profeta da “pedofilo” senza neppure chiedersi che cosa potesse significare esser “minorenne” nell’Arabia del VII secolo. Qui si allude ad esempio a chi non si rende conto che scherzare sul nome di Dio o sulla Sacra scrittura possa essere per certi popoli altrettanto grave di quanto non fosse, nell’Italia di ieri, raccontare una barzelletta irriverente sui caduti della Resistenza; o di quanto non possa essere scherzare sulla shoah. Anche l’umorismo ha i suoi limiti: esattamente del resto come la libertà, che dovrebbe fermarsi dove comincia quella altrui. A scanso di equivoci, è bene infine avvisare che questo libro è anche scientificamente affidabile. Paolo Branca, islamista dell’Università Cattolica, è anche uno dei pochi membri davvero competenti di quella bislacca “Consulta sull’Islam in Italia” insediata presso il ministero degli interni e che raggruppa, nella sua quasi totalità, pseudoesperti autori di pamphlets di seconda mano, tuttologi competenti de omnibus rebus et de quibusdam aliis, delatori da blog travestiti da giornalisti, ex neopagani riciclatisi come cattolici tradizionalisti ed altra fauna. Come sia entrato Paolo Branca in una combriccola del genere, evidentemente messa insieme da qualche sottosegretario con intenti neppur troppo scopertamente antislamici, resta un mistero. Che ci sia, è una grande consolazione. Che ce lo facciano rimanere, sarebbe un terno al lotto.
Tommy Cappellini, Il Giornale, 20-07-2011
Ridere, ridono da sempre, arabi e persiani. Barzellette e storielle comiche, persino scurrili, vengono intercettate con facilità dal viaggiatore che frequenti il Medio Oriente. Piuttosto è la satira ad avere vita difficile. Tuttavia qualcosa si muove. Lo si capisce leggendo Il sorriso della mezzaluna. Umorismo, ironia e satira nella cultura araba di Paolo Branca, Barbara De Poli e Patrizia Zanelli (Carocci, pagg. 196, euro 18). Innanzitutto questa raccolta di saggi è un’ottima fonte di barzellette, alcune illustrate. Per chi, poi, ha un’idea dell’Islam imbevuta di shari’a, fustigazioni di adultere, impiccagioni di eretici, barbe talebane, sederi al vento e teste prone verso la Mecca, clima spirituale di tipo sovietico e stupidi immensi deserti punteggiati da centri commerciali con aria condizionata gelida, leggere e ridere di queste storielle può essere una rivelazione: vi si ritrova, infatti, un Islam cosmopolita, quotidiano, interiormente fragile e molto vicino all’Occidente nelle ossessioni sessuali, coniugali, economiche messe alla berlina in barzellette che soltanto alcuni dettagli «di costume» differenziano dalle nostre. Come si diceva, le cose stanno però in diverso modo quando dalla comicità tout court ci si sposta sulla satira. Sappiamo che arabi e musulmani la sopportano malvolentieri: quando nel 2005 il giornale danese Jylland Posten pubblicò una dozzina di vignette con Maometto «terrorista», poi riprese anche da altre testate straniere, ci furono svariati attacchi a consolati e ambasciate danesi del mondo islamico. Fuor dalla satira, invece, l’anno prima era stato ucciso il regista olandese Theo van Gogh per il suo film denuncia della condizione della donna islamica, Submission. In entrambi questi casi si trattò di satira o di critica scaturita - geograficamente e politicamente - dall’Occidente. La satira scritta o disegnata da arabi, invece, sebbene si tratti spesso di fuoriusciti laici residenti nel mondo anglosassone, pare essere in una certa misura tollerata. Di sicuro gode di grande successo mediatico e siamo certi che nella prossima edizione de Il sorriso della mezzaluna ci saranno parecchi nuovi capitoli su di essa. La pachistana Shazia Mirza, a esempio, non le manda a dire all’Islam e si prende gioco della sessualità dei musulmani quanto della «passione nucleare» degli iraniani: è ormai famosa in tutto l’Occidente. Su Youtube possiamo poi trovare i cartoni animati della serie Kharabeesh, dove nessun leader arabo viene risparmiato: si vedono Mubarak e Ben Ali vocalizzare sulle note di Britney Spears o Gheddafi ballare il «zenga-zenga» in un night. All’interno di Tash ma Tash (Saudi Channel 1, durante il ramadan trasmesso solo dopo il tramonto) è invece andata in onda una puntata di Irhab Academy, l’Accademia del Terrore, specie di programma-competizione per sapere se si possiede l’X-Factor per diventare un terrorista di successo (primo premio, una cintura esplosiva). Era troppo: gli imam, questa volta, hanno scagliato la fatwa contro l’autore. Ma la satira del mondo arabo da parte di autori arabi pare inarrestabile soprattutto sul web. Il sito egiziano Al Koshary Today riporta notizie false ma spassosissime, dalla valenza politica: che dire dell’agenzia che segnala Yoda, il maestro di Guerre Stellari, come appena reclutato nel ruolo di advisor al Consiglio Supremo delle Forze Armate? O di quella su un’associazione di consumatori egiziani che garantisce un risarcimento economico nel caso si scopra che la propria moglie non era vergine al momento delle nozze? O ancora della notizia che finalmente l’Arabia Saudita permetterà alle donne di guidare (le biciclette)? È anche vero che la satira egiziana ha una storia ragguardevole, fin dall’epoca di Yaqùb Sanùa, che nel 1877 fondò la rivista Abu Naddàra Zarqa («Quello con gli occhiali azzurri»), e di Abdallah Nadìm che, nel 1881 creò Tankìt wa tabkìt («Ironia e biasimo»)....Il primo fu espulso dall’Egitto nel 1878 per aver messo alla berlina il corrotto kedivè Ismail, il secondo partecipò alla sanguinosa rivolta del 1882 contro gli inglesi. Ma pure nel resto del mondo arabo (e in quello persiano), negli ultimi anni la satira si è fatta spumeggiante, per diventare, paradossalmente negli Stati Uniti, un vero brand di comicità televisiva. Basti pensare all’attrice Maysoon Zahid, nata nel New Jersey nel ’74, ormai una delle più celebri entertainer del piccolo schermo. Previsto il tutto esaurito anche per l’ottava edizione - a settembre - del New York Arab-American Comedy Festival. Nato a ridosso dell’attacco alle Torri Gemelle per rimediare all’immagine sbagliata che i media occidentali fornivano degli arabi, proietta lungometraggi e permette a comici arabo-americani di recitare i propri sketch, nella miglior tradizione del cabaret yankee.
S.V., Vanity fair, 17-08-2011
Chi lo dice che i musulmani sono permalosi e non sanno che cosa sia l'ironia? Finalmente un libro, Il sorriso della Mezzaluna (Carocci, pagg.196, euro 18), a metà tra un saggio e un'antologia di barzellette e vignette, ci svela il lato leggero del mondo arabo. Oggetto di satira sono gli uomini che «pensano solo a quello»,  i politici, il bigottismo religioso (a destra) e i beduini (che passano per ignoranti). Ma la satira politica, scrive Paolo Branca, uno degli autori, può costare cara: il direttore della rivista marocchina Demain, a causa di alcune vignette, nel 2003 fu condannato a 4 anni di carcere per «allentato alle istituzioni sacre».
, http://www.nonsololibriweb.it, 01-09-2011
Lo stereotipo dell’arabo dal volto truce che brandisce una scimitarra fa parte del nostro immaginario collettivo. Ad esso si vanno affiancando i cliché delle agenzie di viaggio, dove Oriente fa rima con spiagge, fondali corallini, vacanze esotiche all inclusive. Tuttavia l’aspetto minaccioso dell’Oriente, e in particolare di quello arabo-musulmano, ha avuto un revival drammatico negli ultimi anni. Si va rafforzando nell’opinione pubblica l’idea di una intera civiltà incapace di leggerezza e d’ironia. Immagine quanto mai irrealistica, che cozza contro la straboccante umanità dei villaggi e delle metropoli del Medio Oriente o del Nordafrica, per tanti aspetti simili ad altri spazi mediterranei, ben distanti da ogni cupezza non solo per le condizioni climatiche ma anche e soprattutto per l’indole dei loro abitanti. Il libro porta alla luce un tratto comune a tutta l’umanità: l’ironia come forma di resistenza e di sopravvivenza.
, Il Corriere della Sera, 31-03-2019