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Letterature nascoste

Anna Bogaro

Letterature nascoste

Storia della scrittura e degli autori in lingua minoritaria in Italia
Prefazione di Tullio De Mauro

Edizione: 2011

Collana: Lingue e Letterature Carocci (118)

ISBN: 9788843057405

In breve

Esiste in Italia un mondo letterario sconosciuto al grande pubblico e poco frequentato anche dai critici: le creazioni poetiche e le prose composte nelle lingue minoritarie storicamente presenti nella penisola. Per la prima volta il volume ne propone un quadro critico d’insieme, illustrando le maggiori storie letterarie prodotte nell’Italia plurilingue (sarda, slovena, friulana, ladina, occitana, arbëreshe), e dedica una particolare attenzione ai percorsi della narrativa. Il filo rosso seguito dall’autrice conduce dalle osservazioni dei critici letterari novecenteschi sulla questione "lingua" e "dialetto" al problema della definizione della letteratura in lingua minoritaria. Il libro è corredato di interviste, tra gli altri, agli scrittori Boris Pahor, Flavio Soriga e Carmine Abate.

Indice

Prefazione di Tullio De Mauro
Introduzione
1. La letteratura italiana e la questione lingua/dialetto
La "discesa" della lingua letteraria/Tra centro e periferia, il valore del dialetto di per sé/Il dialetto in narrativa e le anomalie del romanzo italiano/Le riflessioni più recenti su lingua e dialetto in letteratura/Per una definizione di letteratura in lingua minoritaria/I legami con la letteratura translingue e la letteratura di migrazione
2. La Sardegna
Sardegna marca di frontiera?/Le origini/La narrativa tra Ottocento e Novecento/Verso la contemporaneità/La "formattazione dello scrittore sardo"
3. La Ladinia dolomitica
Una coscienza tardiva/Il secondo dopoguerra/La letteratura ladina contemporanea/La letteratura ladina in area bellunese
4. La letteratura slovena d’Italia
Trieste/La Slavia friulana/La Valle di Resia/Gorizia e dintorni/I dialettali sloveni
5. La letteratura friulana
Le origini/I fermenti letterari del Friuli orientale/1942, l’anno della svolta/La narrativa contemporanea
6. Le altre letterature
La letteratura dell’Occitania/La letteratura occitana nelle valli italiane/La letteratura arbëreshe/Altre letterature
7. Interviste letterarie
Flavio Soriga/Roland Verra/Boris Pahor/Carlo Tolazzi/Franco Bronzat/Carmine Abate
Bibliografia
Letteratura sarda
Letteratura ladina
Letteratura slovena
Letteratura friulana
Letteratura occitana
Letteratura arbëreshe
Letteratura grecanica

Recensioni

Alessandro Michelucci, Avvenire, 12-03-2011
Diversità, tolleranza, dialogo fra culture diverse: ormai questi temi sono all’ordine del giorno da molti anni. Il più delle volte, però, sembra che l’attenzione si concentri esclusivamente sul dialogo fra la cultura europea e quella islamica, come se all’interno del Vecchio Continente i nodi della convivenza fossero già stati sciolti. La realtà è molto diversa, perché in Europa
esistono ancora diversi casi in cui i problemi delle minoranze attendono una soluzione soddisfacente. Se la politica italiana stenta a rispondere a questi problemi in modo adeguato, il fronte accademico offre diverse novità interessanti che si stanno sviluppando proprio negli ultimi anni. Una delle regioni dove si concentrano queste iniziative è il Friuli Venezia Giulia. Lo conferma Anna Bogaro, la docente universitaria udinese, che ha pubblicato recentemente il libro Letterature nascoste. Storia della scrittura e degli autori in lingua minoritaria in Italia (Carocci, Roma 2010). L’introduzione è firmata dal glottologo Tullio De Mauro, che ha sempre guardato con attenzione alle minoranze linguistiche. Già in tempi lontani, tanto è vero che nel 1974 partecipò a una conferenza internazionale sul tema che si svolse a Trieste. Il libro di Anna Bogaro apre una finestra su una ricchezza culturale che viene trascurata. È la prima volta che questa materia viene trattata in maniera così sistematica, fornendo una mappa complessiva delle letterature minoritarie in Italia. Il libro colma una grave lacuna della critica ufficiale, mettendo in evidenza quanto sia diffuso il bilinguismo e quanto siano affascinanti le prove letterarie espresse nelle lingue meno diffuse. Quello che viene offerto al lettore è il panorama articolato e composito di espressioni letterarie, che pur avendo un’identità culturale autonoma rimangono profondamente legate a quella italiana. Chi vuole un futuro basato sulla ricchezza della varietà, anziché sulla triste uniformità del grigio, dovrebbe capire che le minoranze linguistiche sono una componente irrinunciabile di questa ricchezza. In altre parole, una realtà culturale di cui tutti gli italiani dovrebbero essere orgogliosi. Il libro di Anna Bogaro è la guida ideale per chi vuole fare questo viaggio di riscoperta. Letterature nascoste è completato da sei interviste con scrittori rappresentativi delle varie minoranze: Flavio Soriga per i sardi, Roland Verra per i ladini, Boris Pahor per gli sloveni, Carlo Tolazzi per i friulani, Franco Bronzat per gli occitani, Carmine Abate per gli arberesh (albanesi dell’Italia meridionale). Si tratta di figure eterogenee: alcune note al grande pubblico per i loro romanzi in italiano, altri circoscritte a un ambito prettamente locale, ma non meno interessanti. Proprio per questo l’autrice ha avuto l’accortezza di dedicare maggiore spazio ai nomi meno conosciuti, come Verra e Tolazzi. Alcuni autori, come Soriga, denunciano senza mezzi termini gli stereotipi che gravano sulla loro cultura. Le parole del giovane scrittore, che si definisce «sardo, italiano, europeo», ricordano quelle di Vine Deloria, autore indiano del Nordamerica: «Quanto più cerchiamo di essere noi stessi, tanto più dobbiamo difenderci da ciò che non siamo mai stati» (Custer è morto per i vostri peccati, Jaca Book, 1972). Boris Pahor, dal canto suo, rivendica un ruolo attivo nella difesa delle lingue minoritarie: «Dal
1966 faccio parte di un’associazione di tutela delle lingue minori, siamo degli idealisti, ma abbiamo fatto molto». Carmine Abate offre un’esperienza insolita: emigrato in Germania, è stato conosciuto come scrittore arberesh soltanto successivamente, in seguito al successo ottenuto in Italia. Ne è nata una prosa «il cui ritmo è dettato dal miscuglio di lingue in cui sono cresciuto, in particolare dall’arberesh e dalle sue straordinarie rapsodie».
Valeria Della Valle, il manifesto, 19-03-2011

Quasi il 90 per cento dei cittadini italiani parla oggi la stessa lingua. Per il nostro paese è un fenomeno nuovo, che non deve far dimenticare né la presenza significativa di idiomi minoritari, né il fatto che sempre più numerosi sono coloro per i quali l’italiano non è la lingua madre. Due saggi recenti, Letterature nascoste di Anna Bogaro e Italiano per principianti di Costanza Menzinger, tracciano una mappa di questo panorama in movimento.

Lunedì 21 febbraio, nello stesso giorno e nelle stesse ore in cui, al Quirinale, si è svolto l’incontro intitolato «La lingua italiana fattore portante dell’identità nazionale», nella sala del Museo dell’Emigrazione italiana nel Complesso del Vittoriano si è discusso di «Lingua madre e immigrazione», in occasione della Giornata internazionale Unesco della lingua madre, istituita per ricordare la sollevazione del 1952, nel Pakistan orientale, in difesa del bengalese, madre lingua di quella parte del paese, contro l’imposizione della lingua urdu. La coincidenza può apparire simbolica: mentre nelle sale del Palazzo sul Colle si celebrava l’anniversario dell’Unità esaltando la lingua italiana come il più importante vincolo identitario realmente condiviso dagli italiani, nel monumento costruito in memoria di Vittorio Emanuele II per celebrare la raggiunta unità nazionale si concentrava l’attenzione sul valore della lingua madre e della diversità linguistica nelle società multiculturali, attraverso l’esperienza di integrazione dei nuovi italiani e attraverso lo scambio reciproco delle loro culture con la nostra.
Modelli di integrazione
Dopo tante polemiche sul bilancio dei centocinquant’anni postunitari si è arrivati a un accordo almeno su un punto, quello che riguarda la lingua (perfino grazie a uno spettacolo popolare come il Festival di Sanremo e alla partecipazione di Roberto Benigni, che nel suo intervento ha insistito sulla lingua come fattore unificante). Del resto, a parte qualche marginale rivendicazione e strumentalizzazione politica a proposito del ruolo dei dialetti, nessuno sembra più voler mettere in discussione un dato di fatto: che la quasi totalità dei cittadini italiani parla oggi, finalmente, la stessa lingua, e che mai in tremila anni di storia le popolazioni italiane hanno conosciuto il grado attuale di condivisione di uno stesso idioma. Quasi il 90% dei cittadini convergono, attualmente, verso l’uso dell’italiano.
Cittadini italiani, appunto. Ma cittadini italiani sono anche gli italiani nati altrove, che per necessità hanno dovuto accostare o sovrapporre alla propria lingua madre una seconda lingua, la lingua italiana. Di fronte a questa nuova realtà è andata crescendo l’attenzione nei confronti del multilinguismo, cioè della compresenza di più lingue parlate all’interno di una stessa area geografica.
È dedicato a questo tema, con un titolo che richiama volutamente quello del film danese di Lone Scherfig, il saggio Italiano per principianti di Costanza Menzinger (in «Lingua è potere. I quaderni speciali di Limes. Rivista italiana di geopolitica», in collaborazione con la Società Dante Alighieri, Gruppo Editoriale L’Espresso, anno 2 n.3, pp. 208, euro 12) sul ruolo della lingua per un pieno inserimento professionale e sociale degli immigrati in Europa e in Italia.
Dopo aver ricostruito il dibattito nato in Germania, in Francia e in Inghilterra sull’integrazione linguistica degli immigrati, dibattito che «ha assunto negli ultimi anni toni accesi, quando i modelli di integrazione adottati sin dai tempi della decolonizzazione hanno rivelato la loro parziale inadeguatezza», Menzinger descrive lo scenario attuale, con particolare attenzione per le scelte dell’Unione Europea sul multilinguismo e il multiculturalismo, e per le nuove strategie indicate per l’integrazione degli immigrati e il rafforzamento dei legami con i paesi di provenienza.
Multilinguismo e multiculturalismo sembrerebbero un modello e un obiettivo largamente condiviso dalle rappresentanze degli Stati membri dell’Unione Europea, mentre in realtà il tema dell’integrazione degli immigrati è spesso terreno di scontro politico o addirittura, come osserva l’autrice del saggio, in molti paesi europei le comunità di immigrati, anche di lungo periodo, non sono integrate né dal punto di vista linguistico, né da quello culturale. Perfino in Germania, uno dei paesi europei con le migliori politiche d’integrazione, recentemente il dibattito sul tema si è fatto più acceso e ostile nei confronti di chi non parla la lingua tedesca.
Eppure, ricorda Menzinger, il Quadro comune europeo di riferimento per le lingue si basa proprio sul principio del plurilinguismo, «che consiste nel riconoscere che ogni individuo è potenzialmente dotato della capacità di apprendere nuove lingue in qualsiasi momento della propria vita. Diversamente dal multilinguismo, il plurilinguismo mira a sviluppare la capacità di integrare diversi sistemi linguistici (la lingua materna, una o più lingue straniere)». La studiosa si sofferma con particolare attenzione a esaminare il modello italiano d’integrazione linguistica: si tratta di un modello che, almeno in teoria, pone al centro della questione la scuola come luogo deputato all’insegnamento della lingua italiana e dei fondamenti della nostra Carta costituzionale.
Segnali di incontro
Certo, può sembrare un’utopia immaginare, nella difficile situazione attuale, un plurilinguismo che mira a sviluppare la capacità di integrare diversi sistemi linguistici. Eppure ci sono segnali di incontro e di integrazione, e uno dei fattori di successo nell’apprendimento di una seconda lingua è, secondo Menzinger «la motivazione, che può scaturire dal semplice desiderio di comunicare, da un interesse nella cultura di cui la lingua è espressione, da un vantaggio diretto e concreto, ovvero dalla somma di questi fattori. Difficilmente si imparerà una lingua se questo processo viene vissuto come un’imposizione».
Basti pensare, a proposito di motivazione, agli scrittori provenienti da paesi di lingua araba che si sono imposti all’attenzione con romanzi scritti in italiano, ma senza rinunciare alla propria cultura e alla propria tradizione. Proprio uno scrittore nato ad Algeri, Amara Lakhous (presente al convegno «Lingua madre e immigrazione»), ha dimostrato con due libri di successo scritti in italiano, Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio e Divorzio all’islamica a viale Marconi (edizioni e/o, rispettivamente 2006 e 2010) le possibilità di incontro e di arricchimento reciproco tra lingua d’origine e lingua seconda, tanto da dichiarare: «Ero cittadino della lingua italiana. La lingua è come la madre. Ti ama perché sei figlio. Per imparare la lingua non sono necessari visti, passaporti, Schengen, permessi di soggiorno».
Indifferenza accademica
Un altro aspetto dell’incontro fra diverse tradizioni linguistiche all’interno di uno stesso territorio è rappresentato dagli scrittori che scrivono le loro opere servendosi di lingue minoritarie, o scrivendo in lingua italiana, ma senza rinunciare del tutto alla propria lingua madre, o incrociando le due lingue in un impasto originale. Nella prefazione al libro di Anna Bogaro Letterature nascoste. storia della scrittura e degli autori in lingua minoritaria in Italia, Carocci, pp. 214, euro 21,70), Tullio De Mauro ricorda che nei confronti degli autori che scrivono servendosi di lingue minoritarie c’è sempre stato, da parte degli intellettuali italiani, un colpevole disinteresse (con le note eccezioni, nei confronti dei testi in dialetto, di Gramsci, Pasolini, Dell’Arco, Mengaldo, Contini). Solo con la Letteratura italiana einaudiana ideata e diretta da Alberto Asor Rosa è stato avviato un riconoscimento sistematico e ampio delle produzioni letterarie italiane non in lingua italiana. Per il resto, secondo De Mauro, una fitta nebbia ha coperto in Italia la realtà degli idiomi minoritari presenti entro i confini nazionali.
Per questo motivo è da considerare particolarmente meritevole il lavoro di ricerca intrapreso da Anna Bogaro, che basandosi proprio sui testi in prosa e in poesia composti nelle lingue minoritarie ha illustrato le maggiori storie letterarie prodotte nell’Italia plurilingue, dedicando una particolare attenzione ai percorsi della narrativa contemporanea. Bogaro è partita dal tentativo di proporre una definizione di letteratura in lingua minoritaria, osservando la materia sia dalla prospettiva linguistica sia da quella letteraria: compito difficile, perché nella nostra penisola «difetta la trattazione in sede accademica circa la presenza e, soprattutto, la riconoscibilità e quindi una pur indicativa denominazione delle letterature in lingue diverse dall’italiano storicamente radicate nel territorio peninsulare».
Una storia ultramillenaria
L’autrice, al contrario, si dichiara convinta che le diverse strutture linguistiche e i differenti patrimoni culturali degli scrittori in lingua minoritaria costituiscano una forte carica potenziale di rinnovamento e di creatività. Di ognuna delle lingue minoritarie prese in esame Bogaro ricostruisce la storia degli autori che in quella lingua hanno scritto le loro opere, anche attraverso le testimonianze e le dichiarazioni di poetica degli stessi scrittori. Se molti di essi sono ormai noti anche a un pubblico di non specialisti (per esempio, molti degli scrittori sardi contemporanei, da Salvatore Niffoi a Salvatore Mannuzzu, da Marcello Fois a Flavio Soriga, e poi lo sloveno Boris Pahor, e l’arbëreshe Carmine Abate), la relativa esiguità di opere letterarie prodotte nelle lingue minoritarie, e il loro isolamento, hanno reso più difficile il compito della studiosa, che tuttavia ha messo insieme un buon numero di scrittori: oltre a quelli sardi, i ladini, gli sloveni, i friulani, gli occitani e gli arbëreshe, con cenni anche alle testimonianze numericamente più esili (la tradizione francoprovenzale e quella neogreca).
Il libro si chiude con sei interviste ad alcuni degli scrittori provenienti da queste tradizioni linguistiche (Flavio Soriga, Roland Verra, Boris Pahor, Franco Bronzat, Carmine Abate). Tutti gli autori intervistati da Bogaro concordano su un punto: l’importanza del proprio ruolo di «scrittori tra le lingue», come valore aggiunto alla letteratura «maggioritaria» e come testimonianza per far conoscere realtà e storie spesso sconosciute, dimenticate, o volutamente ignorate.
La storia ultramillenaria della nostra lingua sta a dimostrare che attraverso i secoli l’italiano è stato arricchito, non impoverito, dall’apporto di elementi provenienti da altre lingue. E se, proprio in concomitanza con le celebrazioni dell’Unità d’Italia, l’incontro con le lingue minoritarie e con gli idiomi dei nuovi italiani fosse finalmente accolto e considerato come una possibilità di rinnovamento e arricchimento e non come un pericolo da cui difendersi?

 

Valeria Della Valle, Il manifesto, 19-03-2011

Quasi il 90 per cento dei cittadini italiani parla oggi la stessa lingua. Per il nostro paese è un fenomeno nuovo, che non deve far dimenticare né la presenza significativa di idiomi minoritari, né il fatto che sempre più numerosi sono coloro per i quali l'italiano non è la lingua madre. Due saggi recenti, Letterature nascoste di Anna Bogaro e Italiano per principianti di Costanza Menzinger, tracciano una mappa di questo panorama in movimento

Lunedì 21 febbraio, nello stesso giorno e nelle stesse ore in cui, al Quirinale, si è svolto l'incontro intitolato «La lingua italiana fattore portante dell'identità nazionale», nella sala del Museo dell'Emigrazione italiana nel Complesso del Vittoriano si è discusso di «Lingua madre e immigrazione», in occasione della Giornata internazionale Unesco della lingua madre, istituita per ricordare la sollevazione del 1952, nel Pakistan orientale, in difesa del bengalese, madre lingua di quella parte del paese, contro l'imposizione della lingua urdu. La coincidenza può apparire simbolica: mentre nelle sale del Palazzo sul Colle si celebrava l'anniversario dell'Unità esaltando la lingua italiana come il più importante vincolo identitario realmente condiviso dagli italiani, nel monumento costruito in memoria di Vittorio Emanuele II per celebrare la raggiunta unità nazionale si concentrava l'attenzione sul valore della lingua madre e della diversità linguistica nelle società multiculturali, attraverso l'esperienza di integrazione dei nuovi italiani e attraverso lo scambio reciproco delle loro culture con la nostra.
Modelli di integrazione
Dopo tante polemiche sul bilancio dei centocinquant'anni postunitari si è arrivati a un accordo almeno su un punto, quello che riguarda la lingua (perfino grazie a uno spettacolo popolare come il Festival di Sanremo e alla partecipazione di Roberto Benigni, che nel suo intervento ha insistito sulla lingua come fattore unificante). Del resto, a parte qualche marginale rivendicazione e strumentalizzazione politica a proposito del ruolo dei dialetti, nessuno sembra più voler mettere in discussione un dato di fatto: che la quasi totalità dei cittadini italiani parla oggi, finalmente, la stessa lingua, e che mai in tremila anni di storia le popolazioni italiane hanno conosciuto il grado attuale di condivisione di uno stesso idioma. Quasi il 90% dei cittadini convergono, attualmente, verso l'uso dell'italiano.
Cittadini italiani, appunto. Ma cittadini italiani sono anche gli italiani nati altrove, che per necessità hanno dovuto accostare o sovrapporre alla propria lingua madre una seconda lingua, la lingua italiana. Di fronte a questa nuova realtà è andata crescendo l'attenzione nei confronti del multilinguismo, cioè della compresenza di più lingue parlate all'interno di una stessa area geografica.
È dedicato a questo tema, con un titolo che richiama volutamente quello del film danese di Lone Scherfig, il saggio Italiano per principianti di Costanza Menzinger (in «Lingua è potere. I quaderni speciali di Limes. Rivista italiana di geopolitica», in collaborazione con la Società Dante Alighieri, Gruppo Editoriale L'Espresso, anno 2 n.3, pp. 208, euro 12) sul ruolo della lingua per un pieno inserimento professionale e sociale degli immigrati in Europa e in Italia.
Dopo aver ricostruito il dibattito nato in Germania, in Francia e in Inghilterra sull'integrazione linguistica degli immigrati, dibattito che «ha assunto negli ultimi anni toni accesi, quando i modelli di integrazione adottati sin dai tempi della decolonizzazione hanno rivelato la loro parziale inadeguatezza», Menzinger descrive lo scenario attuale, con particolare attenzione per le scelte dell'Unione Europea sul multilinguismo e il multiculturalismo, e per le nuove strategie indicate per l'integrazione degli immigrati e il rafforzamento dei legami con i paesi di provenienza.
Multilinguismo e multiculturalismo sembrerebbero un modello e un obiettivo largamente condiviso dalle rappresentanze degli Stati membri dell'Unione Europea, mentre in realtà il tema dell'integrazione degli immigrati è spesso terreno di scontro politico o addirittura, come osserva l'autrice del saggio, in molti paesi europei le comunità di immigrati, anche di lungo periodo, non sono integrate né dal punto di vista linguistico, né da quello culturale. Perfino in Germania, uno dei paesi europei con le migliori politiche d'integrazione, recentemente il dibattito sul tema si è fatto più acceso e ostile nei confronti di chi non parla la lingua tedesca.
Eppure, ricorda Menzinger, il Quadro comune europeo di riferimento per le lingue si basa proprio sul principio del plurilinguismo, «che consiste nel riconoscere che ogni individuo è potenzialmente dotato della capacità di apprendere nuove lingue in qualsiasi momento della propria vita. Diversamente dal multilinguismo, il plurilinguismo mira a sviluppare la capacità di integrare diversi sistemi linguistici (la lingua materna, una o più lingue straniere)». La studiosa si sofferma con particolare attenzione a esaminare il modello italiano d'integrazione linguistica: si tratta di un modello che, almeno in teoria, pone al centro della questione la scuola come luogo deputato all'insegnamento della lingua italiana e dei fondamenti della nostra Carta costituzionale.
Segnali di incontro
Certo, può sembrare un'utopia immaginare, nella difficile situazione attuale, un plurilinguismo che mira a sviluppare la capacità di integrare diversi sistemi linguistici. Eppure ci sono segnali di incontro e di integrazione, e uno dei fattori di successo nell'apprendimento di una seconda lingua è, secondo Menzinger «la motivazione, che può scaturire dal semplice desiderio di comunicare, da un interesse nella cultura di cui la lingua è espressione, da un vantaggio diretto e concreto, ovvero dalla somma di questi fattori. Difficilmente si imparerà una lingua se questo processo viene vissuto come un'imposizione».
Basti pensare, a proposito di motivazione, agli scrittori provenienti da paesi di lingua araba che si sono imposti all'attenzione con romanzi scritti in italiano, ma senza rinunciare alla propria cultura e alla propria tradizione. Proprio uno scrittore nato ad Algeri, Amara Lakhous (presente al convegno «Lingua madre e immigrazione»), ha dimostrato con due libri di successo scritti in italiano, Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio e Divorzio all'islamica a viale Marconi (edizioni e/o, rispettivamente 2006 e 2010) le possibilità di incontro e di arricchimento reciproco tra lingua d'origine e lingua seconda, tanto da dichiarare: «Ero cittadino della lingua italiana. La lingua è come la madre. Ti ama perché sei figlio. Per imparare la lingua non sono necessari visti, passaporti, Schengen, permessi di soggiorno».
Indifferenza accademica
Un altro aspetto dell'incontro fra diverse tradizioni linguistiche all'interno di uno stesso territorio è rappresentato dagli scrittori che scrivono le loro opere servendosi di lingue minoritarie, o scrivendo in lingua italiana, ma senza rinunciare del tutto alla propria lingua madre, o incrociando le due lingue in un impasto originale. Nella prefazione al libro di Anna Bogaro Letterature nascoste. storia della scrittura e degli autori in lingua minoritaria in Italia, Carocci, pp. 214, euro 21,70), Tullio De Mauro ricorda che nei confronti degli autori che scrivono servendosi di lingue minoritarie c'è sempre stato, da parte degli intellettuali italiani, un colpevole disinteresse (con le note eccezioni, nei confronti dei testi in dialetto, di Gramsci, Pasolini, Dell'Arco, Mengaldo, Contini). Solo con la Letteratura italiana einaudiana ideata e diretta da Alberto Asor Rosa è stato avviato un riconoscimento sistematico e ampio delle produzioni letterarie italiane non in lingua italiana. Per il resto, secondo De Mauro, una fitta nebbia ha coperto in Italia la realtà degli idiomi minoritari presenti entro i confini nazionali.
Per questo motivo è da considerare particolarmente meritevole il lavoro di ricerca intrapreso da Anna Bogaro, che basandosi proprio sui testi in prosa e in poesia composti nelle lingue minoritarie ha illustrato le maggiori storie letterarie prodotte nell'Italia plurilingue, dedicando una particolare attenzione ai percorsi della narrativa contemporanea. Bogaro è partita dal tentativo di proporre una definizione di letteratura in lingua minoritaria, osservando la materia sia dalla prospettiva linguistica sia da quella letteraria: compito difficile, perché nella nostra penisola «difetta la trattazione in sede accademica circa la presenza e, soprattutto, la riconoscibilità e quindi una pur indicativa denominazione delle letterature in lingue diverse dall'italiano storicamente radicate nel territorio peninsulare».
Una storia ultramillenaria
L'autrice, al contrario, si dichiara convinta che le diverse strutture linguistiche e i differenti patrimoni culturali degli scrittori in lingua minoritaria costituiscano una forte carica potenziale di rinnovamento e di creatività. Di ognuna delle lingue minoritarie prese in esame Bogaro ricostruisce la storia degli autori che in quella lingua hanno scritto le loro opere, anche attraverso le testimonianze e le dichiarazioni di poetica degli stessi scrittori. Se molti di essi sono ormai noti anche a un pubblico di non specialisti (per esempio, molti degli scrittori sardi contemporanei, da Salvatore Niffoi a Salvatore Mannuzzu, da Marcello Fois a Flavio Soriga, e poi lo sloveno Boris Pahor, e l'arbëreshe Carmine Abate), la relativa esiguità di opere letterarie prodotte nelle lingue minoritarie, e il loro isolamento, hanno reso più difficile il compito della studiosa, che tuttavia ha messo insieme un buon numero di scrittori: oltre a quelli sardi, i ladini, gli sloveni, i friulani, gli occitani e gli arbëreshe, con cenni anche alle testimonianze numericamente più esili (la tradizione francoprovenzale e quella neogreca).
Il libro si chiude con sei interviste ad alcuni degli scrittori provenienti da queste tradizioni linguistiche (Flavio Soriga, Roland Verra, Boris Pahor, Franco Bronzat, Carmine Abate). Tutti gli autori intervistati da Bogaro concordano su un punto: l'importanza del proprio ruolo di «scrittori tra le lingue», come valore aggiunto alla letteratura «maggioritaria» e come testimonianza per far conoscere realtà e storie spesso sconosciute, dimenticate, o volutamente ignorate.
La storia ultramillenaria della nostra lingua sta a dimostrare che attraverso i secoli l'italiano è stato arricchito, non impoverito, dall'apporto di elementi provenienti da altre lingue. E se, proprio in concomitanza con le celebrazioni dell'Unità d'Italia, l'incontro con le lingue minoritarie e con gli idiomi dei nuovi italiani fosse finalmente accolto e considerato come una possibilità di rinnovamento e arricchimento e non come un pericolo da cui difendersi?

Alessandro Michelucci, Avvenire, 19-03-2011
Diversità, tolleranza, dialogo fra culture diverse: ormai questi temi sono all’ordine del giorno da molti anni. Il più delle volte, però, sembra che l’attenzione si concentri esclusivamente sul dialogo fra la cultura europea e quella islamica, come se all’interno del Vecchio Continente i nodi della convivenza fossero già stati sciolti. La realtà è molto diversa, perché in Europa esistono ancora diversi casi in cui i problemi delle minoranze attendono una soluzione soddisfacente. Se la politica italiana stenta a rispondere a questi problemi in modo adeguato, il fronte accademico offre diverse novità interessanti che si stanno sviluppando proprio negli ultimi anni. Una delle regioni dove si concentrano queste iniziative è il Friuli Venezia Giulia. Lo conferma Anna Bogaro, la docente universitaria udinese, che ha pubblicato recentemente il libro Letterature nascoste. Storia della scrittura e degli autori in lingua minoritaria in Italia (Carocci, Roma 2010). L’introduzione è firmata dal glottologo Tullio De Mauro, che ha sempre guardato con attenzione alle minoranze linguistiche. Già in tempi lontani, tanto è vero che nel 1974 partecipò a una conferenza internazionale sul tema che si svolse a Trieste. Il libro di Anna Bogaro apre una finestra su una ricchezza culturale che viene trascurata. È la prima volta che questa materia viene trattata in maniera così sistematica, fornendo una mappa complessiva delle letterature minoritarie in Italia. Il libro colma una grave lacuna della critica ufficiale, mettendo in evidenza quanto sia diffuso il bilinguismo e quanto siano affascinanti le prove letterarie espresse nelle lingue meno diffuse. Quello che viene offerto al lettore è il panorama articolato e composito di espressioni letterarie, che pur avendo un’identità culturale autonoma rimangono profondamente legate a quella italiana. Chi vuole un futuro basato sulla ricchezza della varietà, anziché sulla triste uniformità del grigio, dovrebbe capire che le minoranze linguistiche sono una componente irrinunciabile di questa ricchezza. In altre parole, una realtà culturale di cui tutti gli italiani dovrebbero essere orgogliosi. Il libro di Anna Bogaro è la guida ideale per chi vuole fare questo viaggio di riscoperta. Letterature nascoste è completato da sei interviste con scrittori rappresentativi delle varie minoranze: Flavio Soriga per i sardi, Roland Verra per i ladini, Boris Pahor per gli sloveni, Carlo Tolazzi per i friulani, Franco Bronzat per gli occitani, Carmine Abate per gli arberesh (albanesi dell’Italia meridionale). Si tratta di figure eterogenee: alcune note al grande pubblico per i loro romanzi in italiano, altri circoscritte a un ambito prettamente locale, ma non meno interessanti. Proprio per questo l’autrice ha avuto l’accortezza di dedicare maggiore spazio ai nomi meno conosciuti, come Verra e Tolazzi. Alcuni autori, come Soriga, denunciano senza mezzi termini gli stereotipi che gravano sulla loro cultura. Le parole del giovane scrittore, che si definisce «sardo, italiano, europeo», ricordano quelle di Vine Deloria, autore indiano del Nordamerica: «Quanto più cerchiamo di essere noi stessi, tanto più dobbiamo difenderci da ciò che non siamo mai stati» (Custer è morto per i vostri peccati, Jaca Book, 1972). Boris Pahor, dal canto suo, rivendica un ruolo attivo nella difesa delle lingue minoritarie: «Dal 1966 faccio parte di un’associazione di tutela delle lingue minori, siamo degli idealisti, ma abbiamo fatto molto». Carmine Abate offre un’esperienza insolita: emigrato in Germania, è stato conosciuto come scrittore arberesh soltanto successivamente, in seguito al successo ottenuto in Italia. Ne è nata una prosa «il cui ritmo è dettato dal miscuglio di lingue in cui sono cresciuto, in particolare dall’arberesh e dalle sue straordinarie rapsodie».
Walter Tomada, Gazzettino di Udine, 31-03-2011
Uno scandaglio su letterature reiette e meravigliose, "minori" per definizione di comodo ma necessarie per capire qual è il vero mosaico che costituisce l'Italia vera, non quella che festeggia i suoi 150 anni senza nemmeno rendersi conto delle diversità che fanno la sua ricchezza. Ii libro di Anna Bogaro "Letterature nascoste. Storia della scrittura e degli autori in lingua minoritaria in Italia", edito da Carocci, è la prima sistematica ricognizione in un universo finora inesplorato: quello degli idiomi di minoranza oggi tutelati (per così dire) in Italia dalla legge 482/99, ma non ancora riconosciuti dalla cultura "ufficiale" come patrimonio effettivo della tradizione italica. Del valore pionieristico di questo studio è testimone il linguista Tuliio De Mauro che ne firma la prefazione sottolineando quanto la consapevolezza collettiva della valenza di queste letterature sia ancora opaca. Eppure il materiale da indagare è moltissimo e di grande levatura: l'affresco tracciato dalla Bogaro introduce le storie letterarie di queste "Italie", dalla sarda all'occitana, dalla slovena alla ladina, dall'arbereshe a quella friulana. L'autrice consapevolmente privilegia la prosa, in particolare la tradizione narrativa, perché più del verso testimonia di una consistenza del patrimonio
letterario di una comunità linguistica. E "testimoni" sono anche alcuni grandi inteliettuali di queste minoranze: dallo sloveno Boris Pahor ai sardo Flavio Soriga, fino all'albanese di Calabria Carmine Abate.