Carocci editore - Dopo la Shoah

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Dopo la Shoah

Dopo la Shoah

Un nuovo inizio per il pensiero

a cura di: Isabella Adinolfi

Edizione: 2011

Collana: Studi Storici Carocci (163)

ISBN: 9788843057399

  • Pagine: 328
  • Prezzo:31,00 26,35
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In breve

La Shoah ha fatto emergere gli interrogativi più radicali sull’uomo e su Dio. Ci si è chiesti se e come fosse ancora possibile pensare e invocare Dio dopo l’orrore dei campi di sterminio e, in modo ancora più urgente, cosa pensare dell’uomo e della sua umanità dopo la sistematica politica di distruzione inflitta a un intero popolo dalla nazione europea culturalmente più evoluta, dopo che l’assurdo e l’impensabile era accaduto. Eppure, proprio nel momento più buio di quella vicenda, quando tutto sembrava essere giunto a consumazione, alcuni uomini e donne, spesso vittime di quel disegno di morte, hanno dato una risposta forte alle domande che interrogano sull’uomo e su Dio, attingendo un «nuovo senso delle cose», come scrive uno di quei testimoni, «dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione». Quelle risposte, maturate nell’inferno della Shoah, vengono riprese ed elaborate dagli autori di questo libro come un prezioso contributo alla fondazione di un "nuovo pensiero" che renda impossibile il ripetersi di Auschwitz.

Indice

Introduzione di Isabella Adinolfi
Parte prima
I problemi
La Shoah nella tribunalizzazione della storia di Alberto Melloni
Le testimonianze della Shoah: tipi e varietà di Pier Vincenzo Mengaldo
Diventare ebrei, diventare uomini. Una lettura ontologica dell'enigma di Auschwitz di Giorgio Brianese
La crisi della teodicea in Wolfgang Hildesheimer e Elie Wiesel di Roberto Garaventa
Le figure della colpa in Karl Jaspers e Günther Anders di Umberto Galimberti
In margine alle riflessioni di Jean-Luc Nancy a proposito della rappresentazione dei campi e della Shoah di Giuseppe Fulvio Maurilio Accardi
È innocente la filosofia? Adorno, la dialettica, lo sterminio di Marco Fortunato
Parte seconda
I testimoni
Fratello Hitler. Thomas Mann e il nazionalsocialismo di Paolo Bettiolo
«Con un vero senso della storia»: la fede di Etty Hillesum di Giancarlo Gaeta
L’etica come traumatismo. La coscienza morale in Lévinas di Sebastiano Galanti Grollo
Hannah Arendt. Il male politico fra orrore e banalità di Giuseppe Goisis
Una testimonianza per l’oggi: Sophie Scholl e la Rosa bianca di Marta Perrini
E sentì stranamente uno straniero dire: "Iosonoconte" di Silvia Piccolotto
Forza e dolore in Simone Weil di Umberto Regina
Il concetto di Dio dopo Auschwitz nella riflessione di Hans Jonas di Fabrizio Turoldo
Irène Némirovsky e l’ebraismo di Rolando Damiani
Le Lettere di Etty Hillesum. Una cronaca poetica di Westerbork di Isabella Adinolfi

Recensioni

Elio Matassi, Avanti, 16-02-2011

In modo particolare, nella cultura francese, ritorna spesso il motivo della compromissione di Martin Heidegger, il più grande filosofo del Novecento, con il Nazionalsocialismo. Non era comunque mai accaduto che tale compromissione avvenisse per il tramite della finzione letteraria, come nell'affermato scrittore argentino contemporaneo, José Pablo Feinmann, in "L'ombra di Heidegger". Il romanzo viene costruito in due parti: "La lettera del padre" e "Il racconto del figlio". È un giorno di novembre del 1948 a Buenos Aires. Seduto al suo tavolo di lavoro, Dieter Muller, filosofo tedesco riparato in Argentina dopo la fine della guerra, sta scrivendo un'ultima lettera al figlio. Sulla scrivania, accanto ai fogli di carta, spicca una pistola Luger ed una foto in bianco e nero. Ritrae un uomo che si avvia nudo verso una doccia a gas di un campo di concentramento. Nessuno lo trascina e lo spintona. Cammina da solo verso la morte e, come una spoglia umana, un essere già fatto a pezzi come persona, guarda con gli occhi dilatati e vuoti l'aguzzino che lo ritrae. Ma da quella scrivani fissa ora anche lui, Dieter Muller, l'illustre allievo di Martin Heidegger, come a richiamarlo alle sue terribili colpe nel momento cruciale della sua vita. Dieter Muller è stato, infatti, un fervente nazionalsocialista, divenuto tale dopo aver ascoltato, nel 1933, il Discorso del rettorato del suo maestro Martin Heidegger. Nella sua lettera al figlio, Muller elenca con spietata precisione le tappe della follia che si impadronì del suo cuore e della sua mente, incendiando l'università tedesca negli anni Trenta: l'incontro con Heidegger a Friburgo, l'immediata sensazione di avere a che fare con un uomo che incarnava una nuova fascinazione e festa dell'intelligenza, capace di trascinare con sé la furia degli uragani ed il dolore della devastazione; i contatti con le SA di Rohm e la convinzione che i guerrieri tedeschi del 1918 erano stati traditi da politici e mercanti; le riunioni a casa di Hanna, giovane e bella studentessa dagli occhi scuri, che scintillavano in modo travolgente nei quali Heidegger e i suoi allievi si arrampicavano sulle cime più alte della spiritualità tedesca e della sua missione irrinunciabile: difendere lo spirito dell'Occidente. Il giorno 27 maggio del 1933, quando davanti a una folla acclamante di studenti combattenti delle SA, con le bandiere in alto ad esibire la croce uncinata, Heidegger affermò che "Tutto ciò che è grande… è nella tempesta", utilizzando la stessa parola, "Sturm", con cui Rohm e i suoi uomini chiamavano se stessi, "Sturm Abteilung", ed, infine, l'appello del 3 novembre agli studenti tedeschi, in cui l'autore di "Essere e tempo" sostenne che "solo il Fuhrer stesso" rappresentava "nel presente e nel futuro la realtà tedesca e la sua legge". La compromissione heideggeriana può essere inscritta a pieno titolo nella storia ideale del male: il "male" è solo un nome per designare ciò che ci minaccia: caos, violenza, barbarie, il vuoto fuori e dentro di noi. Personaggio chiave nel dramma della libertà umana, il male è una possibilità di tale libertà, anzi ne incarna esattamente il prezzo, non solo la società, ma ogni uomo è a rischio. La riflessione sul male può attraversare i grandi miti, le religioni, l'intera storia della cultura e della politica: il peccato originale, Caino e Abele, Giobbe, Prometeo. I tentativi dell'antichità classica e del cristianesimo di fornire una risposta al problema: Platone ed Agostino; le strategie di arginamento, da Hobbes a Gehlen; i vani progetti tesi a migliorare l'uomo dall'illuminismo in poi; quella reversibilità tra filosofia della storia ed antropologia che ha caratterizzato l'illusione dell'idealismo classico tedesco; i ripetuti tentativi di costruire la torre di Babele. Il fascino sinistro esercitato dal male sull'arte, nella tragedia greca, in Sade, Baudelaire e Conrad. L'esperimento nichilistico di Nietzsche e soprattutto Hitler, ossia la cupa follia del Novecento divenuta realtà, diventano l'esemplificazione compiuta di quello che può essere considerato il male in tutta la sua radicalità ontologica. Il pensiero, la riflessione dopo l'esperienza hitleriana e dopo la tragedia di Auschwitz non potrà più essere la stessa: diventa imprescindibile un nuovo cominciamento che dovrà attraversare tutte le dimensioni da quelle speculative a quelle etico-sociali-politiche. Al problema dei problemi della contemporaneità è dedicato il bel libro collettaneo, curato dalla filosofa morale veneziana, Isabella Adinolfi, "Dopo la Shoah. Un nuovo inizio per il pensiero", che individua correttamente il controaltare speculativo della barbarie nazista. Alcune delle voci più significative del panorama intellettuale nazionale contribuiscono in maniera decisiva alla riuscita del volume. In particolare Alberto Melloni con "La Shoah nella tribunalizzazione della storia", in cui viene riargomentata la nota formula di uno dei filosofi tedeschi contemporanei più avvertiti, Odo Marquard. Altro contributo importante è quello del raffinato saggista Pier Vincenzo Mengaldo, "Le testimonianze della Shoah: tipi e varietà". Uno dei nostri filosofi più accreditati nel nostro panorama intellettuale, Umberto Galimberti, in "Le figure della colpa in Karl Japers e Guenther Anders", concentra la sua attenzione sulle diverse accezioni del concetto di colpa, declinabili in chiave giuridica, politica, etica e metafisica. Una delle "menti" speculativamente più stimolanti del nostro panorama filosofico, Marco Fortunato, si dedica con radicalità teoretica al problema della "compromissione filosofica" in un saggio da non perdere, "È innocente la filosofia? Adorno, la dialettica, lo sterminio". Lo studioso milanese è ben consapevole del fatto che uno dei risultati più innovativi della filosofia novecentesca, la "dialettica negativa" di Adorno, non potrebbe mai essere compresa in tutte le sue implicazioni se non a partire dall'orrore di Auschwitz. Il nostro storico del Cristianesimo più colto e con l'ambizione speculativa più spiccata, Paolo Bettiolo, in "Fratello Hitler. Thomas Mann e il nazionalsocialismo", nella seconda parte della silloge dedicata alle testimonianze più alte, riferendosi ad un saggio manniano pubblicato nel marzo del 1939, dal titolo "Fratello Hitler", ricostruisce in maniera molto stratificata le componenti storico-culturali dell'ideologia nazista, largamente presenti in una certa tipologia intellettuale germanica. Chiude il volume e la parte sulle testimonianze il bel saggio di Isabella Adinolfi, "La lettera di Etty Hillesum. Una cronaca poetica di Westerbork", dedicato all'approfondimento del grande significato filosofico dell'amore, l'unico convincimento che possa contrapporsi alla distruttività pregiudiziale della barbarie nazista. Si tratta di un libro-silloge che diventa ormai uno strumento di consultazione e di approfondimento indispensabili per poter prendere le distanze da quell'ossessione identitaria che Marco Fortunato addita giustamente come il codice-filo conduttore segreto del male radicale rappresentato dall'esperienza nazista.

Elio Matassi, Avanti!, 16-02-2011
In modo particolare, nella cultura francese, ritorna spesso il motivo della compromissione di Martin Heidegger, il più grande filosofo del Novecento, con il Nazionalsocialismo. Non era comunque mai accaduto che tale compromissione avvenisse per il tramite della finzione letteraria, come nell’affermato scrittore argentino contemporaneo, José Pablo Feinmann, in "L’ombra di Heidegger". Il romanzo viene costruito in due parti: "La lettera del padre" e "Il racconto del figlio". È un giorno di novembre del 1948 a Buenos Aires. Seduto al suo tavolo di lavoro, Dieter Muller, filosofo tedesco riparato in Argentina dopo la fine della guerra, sta scrivendo un’ultima lettera al figlio. Sulla scrivania, accanto ai fogli di carta, spicca una pistola Luger ed una foto in bianco e nero. Ritrae un uomo che si avvia nudo verso una doccia a gas di un campo di concentramento. Nessuno lo trascina e lo spintona. Cammina da solo verso la morte e, come una spoglia umana, un essere già fatto a pezzi come persona, guarda con gli occhi dilatati e vuoti l’aguzzino che lo ritrae. Ma da quella scrivani fissa ora anche lui, Dieter Muller, l’illustre allievo di Martin Heidegger, come a richiamarlo alle sue terribili colpe nel momento cruciale della sua vita. Dieter Muller è stato, infatti, un fervente nazionalsocialista, divenuto tale dopo aver ascoltato, nel 1933, il Discorso del rettorato del suo maestro Martin Heidegger. Nella sua lettera al figlio, Muller elenca con spietata precisione le tappe della follia che si impadronì del suo cuore e della sua mente, incendiando l’università tedesca negli anni Trenta: l’incontro con Heidegger a Friburgo, l’immediata sensazione di avere a che fare con un uomo che incarnava una nuova fascinazione e festa dell’intelligenza, capace di trascinare con sé la furia degli uragani ed il dolore della devastazione; i contatti con le SA di Rohm e la convinzione che i guerrieri tedeschi del 1918 erano stati traditi da politici e mercanti; le riunioni a casa di Hanna, giovane e bella studentessa dagli occhi scuri, che scintillavano in modo travolgente nei quali Heidegger e i suoi allievi si arrampicavano sulle cime più alte della spiritualità tedesca e della sua missione irrinunciabile: difendere lo spirito dell’Occidente. Il giorno 27 maggio del 1933, quando davanti a una folla acclamante di studenti combattenti delle SA, con le bandiere in alto ad esibire la croce uncinata, Heidegger affermò che "Tutto ciò che è grande… è nella tempesta", utilizzando la stessa parola, "Sturm", con cui Rohm e i suoi uomini chiamavano se stessi, "Sturm Abteilung", ed, infine, l’appello del 3 novembre agli studenti tedeschi, in cui l’autore di "Essere e tempo" sostenne che "solo il Fuhrer stesso" rappresentava "nel presente e nel futuro la realtà tedesca e la sua legge". La compromissione heideggeriana può essere inscritta a pieno titolo nella storia ideale del male: il "male" è solo un nome per designare ciò che ci minaccia: caos, violenza, barbarie, il vuoto fuori e dentro di noi. Personaggio chiave nel dramma della libertà umana, il male è una possibilità di tale libertà, anzi ne incarna esattamente il prezzo, non solo la società, ma ogni uomo è a rischio. La riflessione sul male può attraversare i grandi miti, le religioni, l’intera storia della cultura e della politica: il peccato originale, Caino e Abele, Giobbe, Prometeo. I tentativi dell’antichità classica e del cristianesimo di fornire una risposta al problema: Platone ed Agostino; le strategie di arginamento, da Hobbes a Gehlen; i vani progetti tesi a migliorare l’uomo dall’illuminismo in poi; quella reversibilità tra filosofia della storia ed antropologia che ha caratterizzato l’illusione dell’idealismo classico tedesco; i ripetuti tentativi di costruire la torre di Babele. Il fascino sinistro esercitato dal male sull’arte, nella tragedia greca, in Sade, Baudelaire e Conrad. L’esperimento nichilistico di Nietzsche e soprattutto Hitler, ossia la cupa follia del Novecento divenuta realtà, diventano l’esemplificazione compiuta di quello che può essere considerato il male in tutta la sua radicalità ontologica. Il pensiero, la riflessione dopo l’esperienza hitleriana e dopo la tragedia di Auschwitz non potrà più essere la stessa: diventa imprescindibile un nuovo cominciamento che dovrà attraversare tutte le dimensioni da quelle speculative a quelle etico-sociali-politiche. Al problema dei problemi della contemporaneità è dedicato il bel libro collettaneo, curato dalla filosofa morale veneziana, Isabella Adinolfi, "Dopo la Shoah. Un nuovo inizio per il pensiero", che individua correttamente il controaltare speculativo della barbarie nazista. Alcune delle voci più significative del panorama intellettuale nazionale contribuiscono in maniera decisiva alla riuscita del volume. In particolare Alberto Melloni con "La Shoah nella tribunalizzazione della storia", in cui viene riargomentata la nota formula di uno dei filosofi tedeschi contemporanei più avvertiti, Odo Marquard. Altro contributo importante è quello del raffinato saggista Pier Vincenzo Mengaldo, "Le testimonianze della Shoah: tipi e varietà". Uno dei nostri filosofi più accreditati nel nostro panorama intellettuale, Umberto Galimberti, in "Le figure della colpa in Karl Japers e Guenther Anders", concentra la sua attenzione sulle diverse accezioni del concetto di colpa, declinabili in chiave giuridica, politica, etica e metafisica. Una delle "menti" speculativamente più stimolanti del nostro panorama filosofico, Marco Fortunato, si dedica con radicalità teoretica al problema della "compromissione filosofica" in un saggio da non perdere, "È innocente la filosofia? Adorno, la dialettica, lo sterminio". Lo studioso milanese è ben consapevole del fatto che uno dei risultati più innovativi della filosofia novecentesca, la "dialettica negativa" di Adorno, non potrebbe mai essere compresa in tutte le sue implicazioni se non a partire dall’orrore di Auschwitz. Il nostro storico del Cristianesimo più colto e con l’ambizione speculativa più spiccata, Paolo Bettiolo, in "Fratello Hitler. Thomas Mann e il nazionalsocialismo", nella seconda parte della silloge dedicata alle testimonianze più alte, riferendosi ad un saggio manniano pubblicato nel marzo del 1939, dal titolo "Fratello Hitler", ricostruisce in maniera molto stratificata le componenti storico-culturali dell’ideologia nazista, largamente presenti in una certa tipologia intellettuale germanica. Chiude il volume e la parte sulle testimonianze il bel saggio di Isabella Adinolfi, "La lettera di Etty Hillesum. Una cronaca poetica di Westerbork", dedicato all’approfondimento del grande significato filosofico dell’amore, l’unico convincimento che possa contrapporsi alla distruttività pregiudiziale della barbarie nazista. Si tratta di un libro-silloge che diventa ormai uno strumento di consultazione e di approfondimento indispensabili per poter prendere le distanze da quell’ossessione identitaria che Marco Fortunato addita giustamente come il codice-filo conduttore segreto del male radicale rappresentato dall’esperienza nazista.