Carocci editore - Itabolario

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L'Italia unita in 150 parole

a cura di: Massimo Arcangeli

Edizione: 2011

Ristampa: 1^, 2012

Collana: Sfere (55)

ISBN: 9788843057054

  • Pagine: 372
  • Prezzo:23,00 19,55
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In breve

Centocinquanta brevi schede, una per ciascuno degli anni compresi fra il 1861 e il 2010, intitolate a una voce rappresentativa dell’anno di riferimento. Centocinquanta parole o espressioni chiave attraverso le quali, in occasione del centocinquantenario della proclamazione del Regno d’Italia, ripercorrere o ricostruire tappe e momenti centrali della storia linguistica, culturale e sociale della nazione. Parole o espressioni che fotografano il paese per temi, aspetti, oggetti portanti della sua storia unitaria o raccontano di cambiamenti di grande importanza o impatto emotivo per la collettività; di nuove realtà e ideologie, nuove mode e tendenze, nuovi costumi e comportamenti, nuovi movimenti artistici e letterari; di invenzioni epocali e decisive scoperte. E non potevano certo mancare i tratti "originali", inconfondibili o stereotipici, dell’italianità; tratti distintivi del carattere piuttosto che dell’identità dei nostri connazionali.

Indice

Sigle
Premessa
Itabolario
Bibliografia
Indice dei nomi
Indice delle forme lessicali

Recensioni

Matteo Sacchi, Il giornale, 19-03-2011
Vocabolario? No Itabolario (Carocci, pagg. 372, 23 euro). Cioè una raccolta di lemmi - così i linguisti hanno l’abitudine di chiamare quegli oggetti immateriali che tutti gli altri chiamano parole - che riassume cento cinquant’anni di storia italiana. È questa l’idea che è venuta al linguista Massimo Arcangeli che ha curato la realizzazione di un glossario che va dall’unità a oggi: ogni anno una breve scheda intitolata ad una locuzione di riferimento, quella che ha dominato quei 365 giorni. Insomma la storia per parole chiave, per titoli e occhielli di giornale, per mode e per «temi forti».ll risultato?Una radiografia dell’evoluzione del carattere degli italiani, delle loro idiosincrasie, dei loro vezzi, della loro passione, feroce ma effimera, per certi tormentoni. Ma anche un’indagine in punta di lingua per riscoprire le loro caratteristiche più profonde. Insomma, un primo tentativo di fare un «carotaggio» - cosi si direbbe in geologia - che mostri la sedimentazione culturale di termini che abitualmente usiamo, o l’esame paleontologico di parole che si sono estinte come dinosauri lessicali. E la lettura davvero diverte, sia nell’ovvietà di alcuni tormentoni sia nella stranezza di altri. Ad esempio, è ovvio che il 1861 sia dominato dal lemma «Nazione». Finì dappertutto, dai discorsi dei politici, ai titoli dei pochi quotidiani ai nuovi libri di scuola. Significativa piuttosto l’escalation degli anni subito seguenti: 1862 «Inno»; 1863 «Brigantaggio» 1864; «Sillaba»; 1865 «Mafia». Insomma già in un quinquennio i problemi forti e duraturi del Paese, le fratture, erano venuti a galla ed erano diventati refrain inarrestabile. Ma al di là del peso della politica (lo sapevate che I’anno dei «Portaborse» è il 1980 e quello del «Burocratese» il 1979?) le parole chiave che hanno fatto l’ltalia e l’Italiano rivelano tante cose. Prima fra tutte l’esterofilia. L’arte di arrangiarsi vi sembra tutta nostra, connaturata da sempre alla nostra mediterraneità? No «arrangiarsi» è il termine chiave del 1877 ed è «un verbo francioso de’ dialetti cisalpini» e a questo titolo viene inserito nel Lessico dell’infima e corrotta italianità, proprio di quell’anno. Ma non solo parole "franciose" già nel 1869 sono tutti a parlare di «selezione» sul calco dell’inglese selection che segna l’arrivo delle teorie darwiniane nel nostro Paese e dal 1878 tutti vogliono andare in «Tram», mentre è dal 1951 che tutti vogliono andare al «Festival», ovviamente di San Remo. Insomma gli italiani sono esterofili a partire dalle parole che più li connaturano, e non da oggi. E a questa lista potremmo tranquillamente aggiungere Liberty (1900), taxi (1914), pulp (1994) ... Dovranno farsene una ragione tutti i puristi della lingua. Nemmeno nel Ventennio, infondo, le parole neoitaliane hanno mai sfondato. Ci si deve accontentare di «Pugilato» al posto di Boxe, ma solo perché il 1933 è l’anno di Carnera. Per il resto a sfogliare questo elenco ci si rende rapidamente conto che siamo anche un popolo un po’ modaiolo e qualunquista. Forse è inevitabile se si ragiona per termini chiave. Ma a volte davvero si esagera: 1946 «Repubblica», 1958 «Volare», 1960 «Dolce Vita», 1967 «Hippy», 1968 «Contestazione», 1987 «New Age», 2010 «Social Network ».
Matteo Sacchi, Il giornale, 19-03-2011
Vocabolario? No Itabolario (Carocci, pagg. 372, 23 euro). Cioè una raccolta di lemmi - così i linguisti hanno l’abitudine di chiamare quegli oggetti immateriali che tutti gli altri chiamano parole - che riassume cento cinquant’anni di storia italiana. È questa l’idea che è venuta al linguista Massimo Arcangeli che ha curato la realizzazione di un glossario che va dall’unità a oggi: ogni anno una breve scheda intitolata ad una locuzione di riferimento, quella che ha dominato quei 365 giorni. Insomma la storia per parole chiave, per titoli e occhielli di giornale, per mode e per «temi forti».ll risultato? Una radiografia dell’evoluzione del carattere degli italiani, delle loro idiosincrasie, dei loro vezzi, della loro passione, feroce ma effimera, per certi tormentoni. Ma anche un’indagine in punta di lingua per riscoprire le loro caratteristiche più profonde. Insomma, un primo tentativo di fare un «carotaggio» - cosi si direbbe in geologia - che mostri la sedimentazione culturale di termini che abitualmente usiamo, o l’esame paleontologico di parole che si sono estinte come dinosauri lessicali. E la lettura davvero diverte, sia nell’ovvietà di alcuni tormentoni sia nella stranezza di altri. Ad esempio, è ovvio che il 1861 sia dominato dal lemma «Nazione». Finì dappertutto, dai discorsi dei politici, ai titoli dei pochi quotidiani ai nuovi libri di scuola. Significativa piuttosto l’escalation degli anni subito seguenti: 1862 «Inno»; 1863 «Brigantaggio» 1864; «Sillaba»; 1865 «Mafia». Insomma già in un quinquennio i problemi forti e duraturi del Paese, le fratture, erano venuti a galla ed erano diventati refrain inarrestabile. Ma al di là del peso della politica (lo sapevate che I’anno dei «Portaborse» è il 1980 e quello del «Burocratese» il 1979?) le parole chiave che hanno fatto l’ltalia e l’Italiano rivelano tante cose. Prima fra tutte l’esterofilia. L’arte di arrangiarsi vi sembra tutta nostra, connaturata da sempre alla nostra mediterraneità? No «arrangiarsi» è il termine chiave del 1877 ed è «un verbo francioso de’ dialetti cisalpini» e a questo titolo viene inserito nel Lessico dell’infima e corrotta italianità, proprio di quell’anno. Ma non solo parole "franciose" già nel 1869 sono tutti a parlare di «selezione» sul calco dell’inglese selection che segna l’arrivo delle teorie darwiniane nel nostro Paese e dal 1878 tutti vogliono andare in «Tram», mentre è dal 1951 che tutti vogliono andare al «Festival», ovviamente di San Remo. Insomma gli italiani sono esterofili a partire dalle parole che più li connaturano, e non da oggi. E a questa lista potremmo tranquillamente aggiungere Liberty (1900), taxi (1914), pulp (1994) ... Dovranno farsene una ragione tutti i puristi della lingua. Nemmeno nel Ventennio, infondo, le parole neoitaliane hanno mai sfondato. Ci si deve accontentare di «Pugilato» al posto di Boxe, ma solo perché il 1933 è l’anno di Carnera. Per il resto a sfogliare questo elenco ci si rende rapidamente conto che siamo anche un popolo un po’ modaiolo e qualunquista. Forse è inevitabile se si ragiona per termini chiave. Ma a volte davvero si esagera: 1946 «Repubblica», 1958 «Volare», 1960 «Dolce Vita», 1967 «Hippy», 1968 «Contestazione», 1987 «New Age», 2010 «Social Network ».
Stefano Bartezzaghi, la Repubblica, 16-04-2011
Ho per le mani un Itabolario. Cosa sarà mai? Per una volta il gioco di parole appare abbastanza facile. Itabolario è un libro curato dal linguista Massimo Arcangeli e pubblicato dall’editore Carocci che contiene «L’Italia unita in 150 parole». Diversi autori, coordinati da Arcangeli, scrivono lemmi di due pagine per le parole che hanno caratterizzato la storia d’Italia, una all’anno. Per il 1861 è Nazione, per i1 2010 è Social Network: già dai due estremi si capisce che più che della parola il più delle volte si finisce per parlare della cosa (in grandissima maggioranza a lemma ci sono parole che svolgono funzioni di sostantivo, con eccezioni come i verbi dell’italianissima sequenza: arrangiarsi, 1877; vincere, 1940; volare, 1958). Il titolo è un trasparente motvalise, “parola macedonia? per i puristi, in cui si saldano l’?ItaLIA" e il "VOCabolario". Più un titolo gioca con le parole, più rischia. Per essere un gioco, deve essere divertente. Per essere un titolo, deve essere molto chiaro. Mai giochi troppo chiari non sono molto divertenti, e stufano subito. E i titoli che non si capiscono ... Eh, non sono più quelli i tempi. L’unico rischio che corre Itabolario è quello che, se balbettate, potrebbe uscire un «Italo Balbo», che però non c’entra. Anzi, c’entra: alle voci degli anni 1922 (Marcia) e 1924 (Aeroplano). Nel 1921 c’è Duce; per il 1923 c’è Carro Armato. Per fortuna nel 1925 c’è una tregua momentanea e frivola: entra la parola Cruciverba.
Stefano Bartezzaghi, la Repubblica, 16-04-2011
Ho per le mani un Itabolario. Cosa sarà mai? Per una volta il gioco di parole appare abbastanza facile. Itabolario è un libro curato dal linguista Massimo Arcangeli e pubblicato dall’editore Carocci che contiene «L’Italia unita in 150 parole». Diversi autori, coordinati da Arcangeli, scrivono lemmi di due pagine per le parole che hanno caratterizzato la storia d’Italia, una all’anno. Per il 1861 è Nazione, per i1 2010 è Social Network: già dai due estremi si capisce che più che della parola il più delle volte si finisce per parlare della cosa (in grandissima maggioranza a lemma ci sono parole che svolgono funzioni di sostantivo, con eccezioni come i verbi dell’italianissima sequenza: arrangiarsi, 1877; vincere, 1940; volare, 1958). Il titolo è un trasparente motvalise, “parola macedonia? per i puristi, in cui si saldano l’?ItaLIA" e il "VOCabolario". Più un titolo gioca con le parole, più rischia. Per essere un gioco, deve essere divertente. Per essere un titolo, deve essere molto chiaro. Mai giochi troppo chiari non sono molto divertenti, e stufano subito. E i titoli che non si capiscono ... Eh, non sono più quelli i tempi. L’unico rischio che corre Itabolario è quello che, se balbettate, potrebbe uscire un «Italo Balbo», che però non c’entra. Anzi, c’entra: alle voci degli anni 1922 (Marcia) e 1924 (Aeroplano). Nel 1921 c’è Duce; per il 1923 c’è Carro Armato. Per fortuna nel 1925 c’è una tregua momentanea e frivola: entra la parola Cruciverba.
Tobia Zevi, l'Unità, 26-04-2011

Le parole sono importanti» ammoniva Nanni Moretti in Palombella rossa. Secondo Gustavo Zagrebelsky, autore di Sulla lingua del tempo presente, l'uso del lessico misura la civiltà di un paese. E, da questo punto di vista è interessante l'osservazione di Roberto Faenza, regista di Silvio forever: il numero di vocaboli impiegati da Berlusconi è estremamente ridotto, la lingua è scarnificata, clamorosamente efficace e altamente evocativa. Le parole sono importanti. Perché definiscono la realtà, come spiegava Saussure, e a volte sono addirittura in grado di plasmarla. In occasione dei 150 anni dell'Italia unita, il linguista Massimo Arcangeli ha compilato, coniando anche un divertente neologismo, l'Itabolario (Carocci, pp. 372, euro 23): ogni anno una parola, cui vari studiosi hanno dedicato una scheda linguistico-storica. La gamma è molto varia, dalla politica al costume allo sport (si va da nazione, nel 1861, a social network per il 2010). Nella premessa il curatore mette in guardia sull'arbitrarietà inevitabile dell'operazione: «Perfino immani tragedie come il terremoto di Messina (1908), la bomba atomica sganciata su Hiroshima e Nagasaki (1945) e l'alluvione di Firenze (1966) hanno ceduto il posto a burino, qualunquismo e minigonna». Se il significato di pizza (1889) è universalmente noto, non tutti ricorderanno che la «margherita» fu battezzata dal cuoco napoletano Raffaele Esposito in onore dell'omonima regina, e che pomodoro, mozzarella e basilico simboleggiavano il tricolore. Ma soprattutto colpisce scoprire che il vocabolo ha una storia millenaria, ma che questo piatto prelibato era praticamente sconosciuto a Roma fino al Novecento, mentre nel Nord divenne comune solo dopo la seconda guerra mondiale! ETIMOLOGIE INCERTE Nel caso di mafia (1865) la funzione linguistica è ancora più essenziale: la parola, di lunga tradizione ed etimologia incerta, compare regolarmente nelle relazioni dei funzionari del Regno per indicare la commistione tra malavita, politica e affari. In un paese dove spesso si preferisce guardare dall'altra parte, la definizione del problema servì anche a riconoscerlo. Ancora più emblematico in quest'ottica è furbetto (2006), estrapolato dalla celeberrima intercettazione a Stefano Ricucci (prima della grandiosa imitazione di Max Giusti): «Stamo a fa' i furbetti del quartierino». Il finanziere di Zagarolo mostra una lucida autoironia, senza la quale avremmo faticato a figurarci l'epopea fallita - di un gruppetto di imprenditori di provincia alla guerra del Corriere della Sera. Per il 2004 compare tsunami, il terribile maremoto che devastò molti paesi del Sud-est asiatico, e che è oggi tragicamente tornato d'attualità. In lingua giapponese tsunami significa «onda del porto», dunque un equivalente di «maremoto»: l'esotismo linguistico ha prevalso in maniera schiacciante perché corrispondeva meglio alla nostra immaginazione, sconvolta dalla tragedia improvvisa in spiagge lontane e paradisi d'Oriente. Più discutibile in un volume spesso piacevolmente militante - è politicamente corretto (1992): sarà anche vero che «la finta solidarietà di chi vorrebbe mascherare la forma dell'offesa (...) è un nemico più difficile, più insidioso da combattere», ma ritengo che nessuno ami essere chiamato «ciccione», «negro», «frocio», e che questo basti a rendere i vocaboli sbagliati.

Maria Pia Forte, Madre, 01-07-2011
«Ciao!», scrisse Verga nel 1874 nel romanzo Eros pubblicato l’anno successivo. Curioso che sia stato un siciliano, sia pure vissuto a lungo a Firenze e Milano, a innalzare agli onori letterari questo saluto di origine veneziana – da sciao, schiavo – destinato a divenire un simbolo del nostro Paese. Ciao, la cui voce è firmata da Michele Cortelazzo, è una delle 150 parole, rappresentative di ogni anno trascorso dall’Unità d’Italia a oggi, riunite
nel volume Itabolario (Carocci, 371 pagine, 23 euro) da Massimo Arcangeli, professore di Linguistica italiana all’Università di Cagliari e direttore dell’Osservatorio della Lingua Italiana Zanichelli. Un singolare vocabolario a più mani che traccia una storia culturale, linguistica, sociale e antropologica dell’Italia unita. «Dovremmo riconoscerci» mi dice il professor Arcangeli, «ora più che mai, in un’Italia ‘condivisa’ se non proprio unitaria. Un’Italia che tutti condividiamo perché tutti la sentiamo come patria. Sarebbe il momento di cominciare ad abbattere le tante barriere che per secoli hanno creato le ‘due Italie’, anzi talvolta anche più di due». Gli intenti di questa complessa iniziativa sono molteplici. L’intento primario è stato quello di restituire un quadro dei 150 anni di storia unitaria attraverso le sostanze nascoste in parole che usiamo distrattamente: un viaggio grazie al quale tutti, ma specialmente i giovani, possano recuperare la memoria di sé e della nazione. Si è inoltre mirato a far capire come l’Italia sia unica ma variegata: la Penisola è sempre stata plurilingue e pluriculturale. Un’Italia unica convive con un’Italia della varietà. Nell’Itabolario troviamo abbinamenti logici come nazione per il 1861, duce per il 1921, partigiano per il ‘44, euro per il ’99, social network per il 2010, ma anche altri meno ovvi, da fesso per il 1920 a mare per il ’63, a paninaro per il 1984. Qual è stato il criterio di selezione delle parole? Questa è stata la parte più difficile dell’impresa, anche perché bisognava trovare l’aggancio giusto. Il sostantivo e aggettivo fesso, per esempio, un napoletanismo registrato fin dal 1905 nell’autorevole ‘Dizionario moderno’ di Panzini, è stato abbinato al 1920 perché quell’anno comparve in uno scritto di Giuseppe Prezzolini che stigmatizzava una delle tante ‘due Italie’, quella che contrapponeva i dritti che nella Grande Guerra si erano imboscati e i fessi che si erano immolati per la patria. In generale ho tenuto conto innanzitutto delle nuove acquisizioni, abbinando alcune parole all’anno in cui si presuppone che siano nate, ma anche di guerre o di altri eventi capitali della nostra storia unitaria, nonché della memoria culturale, cioè del fatto che una certa parola possa essere rappresentativa e sintomatica del carattere italiano. Un carattere dipinto anche dai tanti stereotipi nei quali talvolta ci riconosciamo o altri ci riconoscono e ai quali ho attinto spesso. L’apporto dato dai dialetti, notevole quando nella Penisola affetta da un drammatico analfabetismo non tutti capivano l’italiano, continua tuttora? Basterebbe pensare al settore gastronomico: la diffusione di cibi e piatti regionali ha significato anche la diffusione nazionale del loro nome dialettale. A dispetto di chi alcuni decenni fa ne pronosticava la scomparsa, i dialetti sono un patrimonio che sopravvivrà a lungo continuando a influenzare la nostra lingua. Per il 1867 troviamo il sostantivo italiano. Perché? Il 1867 è l’anno della stesura delle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo e della pubblicazione delle Memorie di Massimo D’Azeglio, impietoso sul carattere del popolo italiano. Gli stereotipi abbinati a questo sostantivo sono infiniti: l’italiano è, anche secondo gli stranieri a cominciare dai viaggiatori del Grand Tour, passivo, vitellone, donnaiolo, familista, campanilista, gattopardesco, mangiatore di maccheroni, amante della dolce vita, maestro nell’inganno... Difetti che il nostro cinema ha amplificato in numerosi film, contribuendo a creare nel mondo l’idea che questa sia l’italianità, assecondando il radicamento di stereotipi. I quali, d’altronde, spesso fotografano una realtà oggettiva. Una parola oggi al centro di accesi dibattiti è Costituzione, che De Mauro esamina sotto il profilo linguistico. Un aspetto fondamentale della nostra Costituzione è la chiarezza del suo messaggio: i due terzi delle sue parole sono di uso comune. Nel 1947 i nostri padri costituenti ebbero il merito di redigere un testo comprensibile per una fascia il più ampia possibile di cittadini, quei cittadini che dal linguaggio della pubblica amministrazione erano sempre stati esclusi. Penso che questa parola rappresenti ciò che c’è di meglio in questi 150 anni di storia italiana.