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Non desiderare la terra d'altri

Federico Cresti

Non desiderare la terra d'altri

La colonizzazione italiana in Libia

Edizione: 2011

Ristampa: 1^, 2011

Collana: Saggi (60)

ISBN: 9788843057030

In breve

Negli ultimi anni i rapporti che legano l’Italia alla Libia sono stati spesso al centro di polemiche e dibattiti. A cento anni di distanza dall’inizio dell’occupazione coloniale (1911) e a sessanta dall’indipendenza dello stato libico (1951), il libro ripercorre un capitolo fondamentale della storia che ha unito i due paesi per alcuni decenni: la drammatica vicenda della colonizzazione della Cirenaica, uno dei "posti al sole" del sogno nazionalista, destinata dal governo fascista ad essere popolata da agricoltori italiani.

Indice

Nota su trascrizioni di nomi arabi e abbreviazioni
Introduzione
1. La Cirenaica tra geografia e storia
2. Colonizzare la Cirenaica: nascita di un’idea
3. Gli italiani in Cirenaica prima della “pacificazione"
4. La "pacificazione" della Cirenaica
5. L’Ente per la colonizzazione della Cirenaica
6. La costruzione dei primi villaggi agricoli
7. 1935-37: un fallimento e qualche nuova iniziativa
8. Un colono sui generis: Amerigo Dùmini, assassino di Matteotti
9. 1938-39: il piano di colonizzazione di Italo Balbo. "Politica araba" e nuova forma del territorio
10. I Ventimila (1938)
11. Il programma del 1939 e gli Undicimila
12. La «colonizzazione indigena»: i villaggi agricoli musulmani
13. L’Italia (e la Libia) in guerra
14. La prima occupazione inglese della Cirenaica
15. Da esercito del lavoro a classe proprietaria, nell’attesa della sicura vittoria
16. La seconda occupazione inglese (dicembre 1941-gennaio 1942)
17. Dalla Cirenaica alla Tripolitania: consuntivi
Conclusioni
Note
Bibliografia
Indice dei nomi e dei luoghi

Recensioni

Paolo Mieli, Corriere della sera, 22-02-2011

Mai colonizzazione fu più sfortunata di quella italiana in Libia. E pensare che tutto era parso facile nell' ottobre del 1911, quando le truppe italiane inviate dal governo liberale di Giovanni Giolitti erano sbarcate a Tobruk, Derna, Bengasi e si erano avventurate in quella terra senza quasi incontrare resistenza da parte dei duemila mal equipaggiati soldati ottomani lasciati a presidio dalla Turchia. Casomai il nostro esercito ebbe qualche problema da parte dei senussi, gli islamici che, senza entrare in conflitto con Istanbul, dalla metà dell' Ottocento (nel 1843 Muhammad al-Sanusi si era stabilito a sud-ovest di Cirene), avevano dato alle genti della Tripolitania e della Cirenaica nuove forme di organizzazione politico-sociale (oltre a una versione del tradizionale credo religioso maomettano più moderna, più adatta alla mentalità e alle esigenze delle popolazioni beduine). Ma l' impresa italiana ebbe comunque successo e nell' ottobre del 1912 la Sublime Porta (il governo di Istanbul) firmò il trattato di Ouchy (Losanna) in virtù del quale la Turchia ritirava le proprie forze armate dalla Libia, lasciando il Paese all' Italia. Dopodiché la guerriglia della Senussia proseguì e - con l' aiuto di parte dell' esercito turco non rassegnato a rispettare le decisioni di Ouchy - avrebbe potuto crearci seri guai se le ripercussioni in loco della Prima guerra mondiale e un' epidemia di peste (tra il 1916 e il 1917) non ne avessero mortificato le ambizioni. Così, terminato il grande conflitto, l' avventura della colonizzazione italiana in Libia poté riprendere. E procedere gradualmente alla conclusione che giustifica il titolo di un libro di Federico Cresti che l' editore Carocci si accinge adesso a dare alle stampe: Non desiderare la terra d' altri. La storiografia ci ha tramandato il racconto di un' Italia liberale che, dalla fine della guerra (1918) alla marcia su Roma (1922), tentò la via di una convivenza pacifica con i senussi e la popolazione locale; sarebbe stata poi l' Italia mussoliniana a riprendere la via delle armi. In parte le cose andarono così. Ma solo in parte. L' esperimento - successivo alla Prima guerra mondiale - di governo indiretto e di «associazione» dei locali, scrive Cresti, mostrò effettivamente «una volontà di conciliazione e di rispetto delle popolazioni della Libia che avrebbe forse potuto evitare, se applicata con continuità, gli eccidi e i disastri successivi». Ma già nel 1922, prima della marcia su Roma, all' epoca del governatorato di Giuseppe Volpi (quando era ministro delle Colonie Giovanni Amendola), da parte italiana, in Libia, si era tornati all' uso delle maniere forti. Sicché si può tranquillamente affermare che la seconda guerra italo-senussa, all' epoca enfaticamente presentata come la riconquista fascista della Cirenaica, era stata impostata prima dell' avvento del fascismo. Anche se poi la stagione più cruenta del conflitto sarà riconducibile alla responsabilità del maresciallo Pietro Badoglio, il quale entrò sulla scena libica alla fine del 1928 affermando che non avrebbe dato tregua a chi non si fosse sottomesso («né a lui né alla sua famiglia né ai suoi armenti né ai suoi eredi») e a quella del generale Rodolfo Graziani, che dal marzo del 1930 diede avvio all' ultima e più dura fase di repressione della resistenza. In questo contesto furono organizzati spostamenti coatti di popolazione mai visti prima di allora. Scriveva Badoglio, poco dopo l' arrivo di Graziani: «Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben deciso fra formazioni ribelli e popolazione sottomessa; non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa; ma oramai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo proseguirla fino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica». E Graziani prese l' ordine alla lettera, organizzando lo spostamento dell' intera popolazione della Cirenaica lungo la pianura costiera, tra il mare e le pendici dell' altipiano. Fu una marcia, in inverno, di centinaia e centinaia di chilometri. Si ebbe qualche gesto di pietà nei confronti delle popolazioni nomadi del Gebel? Pressoché nessuno. Badoglio così scrisse a Graziani nel 1932: «Non ricercare il rientro dei fuorusciti. È meglio perderli per sempre... Il Gebel deve essere dominato prevalentemente dal colono italiano... L' indigeno si convinca o, per meglio dire, si abitui a considerare quella (dei campi di concentramento lungo i territori costieri della Cirenaica e della Sirtica) come la sua destinazione permanente». Le direttive di Badoglio sul mantenimento delle popolazioni nei campi di concentramento, a meno che non fossero determinate da una precisa volontà di sterminio, erano insostenibili, osserva Cresti; «se si fossero concretizzate avrebbero portato, con ogni probabilità, alla progressiva distruzione delle popolazioni concentrate». Graziani fu più duttile. Ma l' esito di quelle politiche fu in ogni caso drammatico. Impossibile calcolare con esattezza il numero dei morti, che furono numerosissimi. Oltretutto Badoglio ordinò di passare per le armi chiunque, tra i nativi, fosse stato trovato sul Gebel da dove la deportazione aveva avuto inizio. Nel settembre del 1931 Umar al-Muktar, l' anziano capo della resistenza (aveva quasi 70 anni), fu catturato e impiccato. Il 24 gennaio del 1932 Badoglio fu in grado di dichiarare che la ribellione era definitivamente stroncata e la Libia «del tutto pacificata». Secondo i dati ufficiali italiani i morti nelle operazioni contro la guerriglia erano stati, tra il 1923 e il 1932, 6.500. Ma già gli studiosi Giorgio Rochat e Angelo Del Boca, che negli anni passati hanno approfondito la questione, hanno calcolato che furono invece diverse decine di migliaia. Forse centomila. Molti, certo, anche se infinitamente meno di quelli indicati da esponenti politici libici contemporanei quali Salah Buissir (un milione e mezzo) o Gheddafi (750 mila) che corrisponderebbero nel primo caso al doppio, nel secondo alla quasi totalità della popolazione locale presente all' epoca del censimento ottomano del 1911. Ali Abdellatif Ahmida, uno studioso di origine libica che attualmente insegna negli Stati Uniti, stima che mezzo milione di suoi connazionali morì in battaglia o di malattia, fame e sete; altri 250 mila furono costretti all' esilio in Egitto, Ciad, Tunisia, Turchia, Palestina, Siria e Algeria. Un altro storico libico, Yusuf Salim al-Bargathi, sostiene che i morti per la deportazione furono tra i 50 e i 70 mila (laddove Rochat e Del Boca calcolano che furono circa 40 mila). Il 13 agosto del 1932, su proposta del ministro per le Colonie Emilio De Bono, Luigi Razza viene nominato presidente dell' Ente per la colonizzazione della Cirenaica. Razza, già giornalista nel mussoliniano «Popolo d' Italia», sansepolcrista, ex segretario dei fasci d' azione, futuro ministro dei Lavori pubblici, vara un ambizioso piano per far giungere sul luogo italiani disposti al lavoro duro. Gente, in genere, con la fedina penale non immacolata. Non importa se pregiudicati a seguito di condanne politiche o per delitti comuni. Circostanza che costringerà in seguito Italo Balbo a «depurare», tra il 1938 e il 1939, quella corrente di immigrazione. Ma nella prima metà degli anni Trenta non si va per il sottile. Nel 1934 arriva in Cirenaica anche Amerigo Dumini, già condannato (anche se con una pena risibile: sei anni di cui quattro condonati) per l' uccisione, nel giugno del ' 24, di Giacomo Matteotti. Dumini, riarrestato in Italia per traffico d' armi, aveva cominciato a ricattare Mussolini e, su pressione del ministro dell' Interno Arturo Bocchini, era stato «accolto» in Libia. Arrivato lì, cominciò subito a lamentarsi dei terreni che gli erano stati assegnati e della riduzione dei finanziamenti che gli erano stati promessi. Poco dopo essere giunto in Libia, riprese a scrivere a Mussolini lettere sottilmente ricattatorie, i soldi arrivarono e nel giro di tre anni divenne un ricco possidente. Nel 1939 i terreni della sua azienda furono acquisiti dal governo della colonia e Dumini ne uscì con un lauto indennizzo. Restò in Libia dove, quando arrivarono gli inglesi, grazie alla sua padronanza della lingua (era nato negli Stati Uniti), per un breve periodo fece anche da interprete. Insomma se la passò più che bene. Ma per tutti gli altri che non avevano armi di ricatto nei confronti del Duce, fossero o meno pregiudicati, le cose andarono assai diversamente. Pieno di difficoltà è già l' adattamento dei nuovi arrivati. Si registrano casi «di eccitamento delle varie funzioni organiche seguito da lieve stato depressivo... specialmente nel sesso femminile»; «qualche caso importante di malattia cronica... qualche caso di forme oculari contagiose croniche e qualche caso di tricofizia e di tigna, tutti però cronici e cioè non avvenuti per contagio con elemento indigeno»; frequenti disturbi artritici, malattie cardiache, lue; tra i bambini, linfatismo, scrofolosi, altre patologie cutanee, qualche sporadico caso di tubercolosi. A detta di Armando Maugini, che dirigeva l' Ufficio per i servizi agrari della Cirenaica, i pugliesi erano quanto di meglio l' Italia potesse offrire alla Libia per la loro capacità di affrontare la durezza delle condizioni di vita di quella fase pioneristica. «Il colono pugliese» scriveva Maugini in un rapporto «è molto indicato per tale tipo di colonizzazione, non solo per lo spirito di adattamento e per la notevole sobrietà, ma anche perché, essendo molto attaccato ai parenti, ed essendo proveniente da territori aventi requisiti agrologici molto simili a quelli del Gebel Cirenaico, esercita un' influenza di attrazione verso gli elementi rimasti nella Madrepatria, i quali pertanto potrebbero un giorno intensificare spontaneamente l' opera di popolamento delle zone già occupate dai pugliesi». Luigi Razza conferma: «La scelta delle famiglie è stata effettuata in un primo tempo nelle Puglie, e più largamente nel barese, perché il primo nucleo di sei famiglie di Corato trasferite al completo in colonia all' inizio delle attività, a titolo di esperimento, dettero ottimo risultato, e si ebbe quindi un primo punto di appoggio che avrebbe potuto funzionare come assimilatore qualora fossero stati messi a suo contatto elementi della stessa provenienza... I coloni sono già ambientati tutti benissimo e si sono attaccati alla loro terra, della quale hanno già potuto accertare le buone attitudini alla valorizzazione». In subordine vengono apprezzati abruzzesi e calabresi. Le condizioni per avviare in colonia una nuova attività erano terribili. Agli inizi del 1935 una comunità di trenta pescatori fu trasferita a Zuetina. Ma già ai primi di giugno molti di loro chiedevano di tornare in Italia. L' isolamento e lo stato di abbandono della ridotta rendevano la vita assai difficile: un mobilio ridotto all' indispensabile, il pane che arrivava saltuariamente da Agedabia dove il piccolo forno funzionava poco e male per la mancanza di fornaio, farina e combustibile. Le imbarcazioni erano poche e si erano rovinate durante il tragitto dall' Italia. La calura lungo la costa sirtica, riferisce Cresti, era tale che già alla fine della giornata di lavoro una parte del pesce, ridotto in pessime condizioni, doveva essere buttata via. A terra le attrezzature di refrigerazione erano scadenti: uno dei locali della ridotta era stato trasformato in cella frigorifera, ma il ghiaccio disponibile era insufficiente. Ancor più difficile, prosegue Cresti, «si era dimostrata la vendita del pesce; la vettura disponibile non era attrezzata per il trasporto e si era dunque fatto ricorso ad un commerciante privato». Ma l' impresa si era rivelata poco remunerativa e il contratto era stato presto stracciato. In più i pescatori ebbero a lamentarsi dell' eccessiva fiscalità delle autorità locali dal momento che, una volta giunto a Bengasi e sottoposto al controllo dell' ufficio d' igiene, spesso il pesce era stato giudicato avariato e buttato via prima che potesse arrivare al mercato. Nel mese di settembre a Zuetina non rimanevano che quattro persone, anch' esse desiderose di rimpatriare al più presto. Nel tentativo di rilanciare l' esperimento furono presi contatti con una cooperativa di Trapani. Ma, a fine stagione, anche gli ultimi rimasti furono rimpatriati. Il 1936 fu poi, in Tripolitania, causa la siccità, un anno pessimo per i raccolti. Si giudicò da quel momento un errore l' aver mandato in Libia famiglie numerose: la presenza di bambini e vecchi si era rivelata un peso morto per la bonifica. E si cambiò registro. Il 1938 fu l' anno dell' operazione cosiddetta dei «ventimila». Tanti dovevano essere, secondo Italo Balbo, i «non emigranti» da trapiantare in Libia. Perché «non emigranti»? Il fascismo aveva sempre fatto una politica antiemigratoria e non poteva smentirsi. Il trasferimento in Libia dei ventimila, racconta Cresti, «venne così presentato dai giornali italiani come l' esatto contrario di tutto ciò che era stata l' emigrazione sofferta fino ad allora da quanti partivano alla ricerca di condizioni di vita che l' Italia non poteva offrire: non più un evento triste, ma un' avventura eccitante - dove l' inatteso era fonte di curiosità e non di angoscia (ovvero dove l' inatteso, come fonte di angoscia, era eliminato) - piena di sorprese positive, allegra; non più separazione, unicamente, dal proprio ambiente di vita e dalla società in cui coloro che partivano erano vissuti fino ad allora, ma la possibilità di realizzare nuovi legami forti, di gruppo, con coloro che partecipavano allo stesso evento; non più continuazione della miseria nelle condizioni del viaggio, ma partecipazione al lusso della modernità; non più la prospettiva della penuria, ma quella dell' abbondanza; non più la fredda, sospettosa accoglienza riservata a stranieri alla frontiera, ma la manifestazione del calore di un' accoglienza fraterna in una terra che si affermava non essere più "Oltremare" ma parte costituente della madrepatria». La partenza fu organizzata da Venezia il 28 ottobre, nell' anniversario della marcia su Roma. Grande fu la risonanza su tutti i giornali. Mussolini gradì fino a un certo punto l' enfasi che Balbo diede all' operazione. E, quando mancava meno di un anno all' inizio della Seconda guerra mondiale, cominciò a dare segni di insofferenza nei confronti dello stesso Balbo. L' Italia entrò in guerra solo nel giugno del 1940, ma l' andamento sfavorevole della stagione agricola aveva provocato notevoli difficoltà già alla fine del 1939. All' inizio del ' 40 si dovettero organizzare nuove spedizioni, in particolare di foraggio e di mangime per gli animali. Furono comprati più di mille buoi maremmani, ma molte bestie si ammalarono prima ancora di partire e dovettero sostare a lungo a Civitavecchia, con nuove spese per il foraggio che diventava sempre più caro. Il bestiame patì, nell' inverno del ' 40, di denutrizione a cui seguirono perdite di capi per mancanza di foraggio. Con il passare dei mesi, poi, era divenuto sempre più difficile trovare spazio per il trasporto delle merci. Nei mesi di aprile e maggio 1940 quasi tutte le navi erano state requisite per i servizi militari: in alcuni casi i beni e i materiali già imbarcati per la Libia erano stati scaricati a Siracusa e a Catania per liberare le navi. Un piroscafo carico di materiali agricoli partito da Genova nel mese di ottobre, a metà dicembre era ancora bloccato a Palermo in attesa di compiere la traversata. «In queste condizioni» nota l' autore «era sconsigliabile l' invio di merci deperibili, come le sementi o le talee di viti». Per cui, a ridurre le perdite, fu deciso di rivendere in Italia i materiali già acquistati per essere inviati in Libia. Una catastrofe. L' Italia entra in guerra nel giugno del 1940 e il 28 di quello stesso mese cade, nel cielo di Tobruk, l' aereo su cui è imbarcato Italo Balbo (la morte desta qualche sospetto di un ancora non provato coinvolgimento di Mussolini). Prende il suo posto Rodolfo Graziani, che è subito impegnato dal Duce in un' offensiva contro l' Egitto. Segue, nei mesi di febbraio e marzo del 1941, la prima occupazione inglese che, scrive Cresti, «dette una violentissima scossa all' edificio ancora malfermo della colonizzazione in Cirenaica». Praticamente non c' è pace per la Libia che, quando dovrebbe raccogliere i primi frutti dell' opera dei «ventimila», si ritrova ad essere teatro di guerra. I coloni vengono presi dal panico e si accalcano all' istituto di credito per ritirare i risparmi, cercando di fuggire verso Tripoli e di rientrare in Italia. Man mano che avanzano le truppe alleate, gli arabi in loco - spalleggiati da un corpo senusso che combatte a fianco degli inglesi - saccheggiano ogni volta che gliene è offerta la possibilità. Si distinguono per assenza di scrupoli gli australiani. Scrive nel suo diario l' agronomo Paolo Sabbetta: «Militari australiani entrano, di giorno e di notte, nelle case coloniche chiedendo generi diversi pagandoli, alcuni, profumatamente, altri invece, quasi sempre ubriachi, saccheggiando e violentando le donne mentre tengono gli uomini a bada con le armi in pugno». E le testimonianze di queste violenze sono numerose. Dall' Italia il regime cerca di minimizzare e di promuovere l' immagine di una popolazione libica della Cirenaica solidale con i coloni. Ma tra il dicembre del 1941 e il gennaio del 1942 per gli italiani è l' inizio della disfatta. Ancora un anno terribile e il 23 gennaio del ' 43 le truppe britanniche fanno il loro ingresso a Tripoli. Tra Libia e Italia è interrotto ogni contatto. Qualche migliaio di italiani resta lì a lavorare fino alla fine della guerra e oltre. Anche dopo che nel ' 49 l' assemblea generale delle Nazioni Unite vota per il progetto di una Libia come Stato a sé e dopo la proclamazione, nel ' 51, dell' indipendenza. Va aggiunto che nel dopoguerra, venuta meno l' autorità italiana sulla regione, si registrano sanguinose manifestazioni arabe ostili alla comunità ebraica che era stata fin lì una colonna della presenza italiana, al punto che Balbo nel ' 38 aveva ottenuto una sorta di esenzione della Libia dalle leggi razziali. I pogrom più sanguinosi saranno quelli del novembre 1945 (particolarmente raccapriccianti perché compiuti proprio nei giorni in cui, con l' uscita dei superstiti ebrei dai campi di concentramento d' Europa, il mondo veniva a conoscenza delle atrocità compiute nei lager nazisti) e del giugno del 1948, all' indomani della nascita dello Stato di Israele. Poi si ripeteranno nel 1967 all' epoca della guerra dei sei giorni. Nel 1956 un accordo tra Italia e Libia regola la presenza nella ex colonia dei nostri connazionali che si trasformano, la maggior parte, in piccoli possidenti. Ma saranno tutti cacciati dopo il colpo di Stato degli ufficiali liberi guidati da Gheddafi, che nel 1969 rovescerà la monarchia senussa. Nel frattempo la Libia, che ancora non conosceva la sua fortuna petrolifera, era tornata ad essere uno dei Paesi più poveri del mondo. I pastori-contadini della Cirenaica, una volta tornati sulle loro antiche terre, non potendo più avvalersi dei capitali, delle attrezzature e degli impianti italiani, avevano rapidamente ricondotto il Paese nel solco della tradizione. La Gran Bretagna, nel lungo periodo dell' amministrazione militare (1942-1951), aveva rifiutato di investire i propri soldi nella nostra ex colonia. E quando nel 1970 partirono gli ultimi italiani, il bilancio dei quasi sessant' anni di loro presenza in quella terra poteva vantare pochi punti al proprio attivo. Neanche quelli che hanno contrassegnato le esperienze coloniali negli altri Paesi del Terzo Mondo. Come se una punizione particolare si fosse abbattuta su chi aveva contravvenuto al comandamento inventato da Federico Cresti per il titolo del suo libro: Non desiderare la terra d' altri, appunto. paolo.mieli@rcs.it RIPRODUZIONE RISERVATA **** 1911-12 L' Italia, guidata dal governo liberale di Giovanni Giolitti, conquista la Libia dopo un conflitto di circa un anno contro la Turchia ottomana **** 1922-32 Il dominio italiano sulla Libia, ridotto a pochi capisaldi, viene esteso progressivamente con la forza, fino all' annientamento di ogni resistenza indigena **** 1934 Diventa governatore della Libia il gerarca Italo Balbo, che intensifica la colonizzazione italiana e realizza un vasto programma di lavori pubblici **** 1940-43 In Libia e in Egitto si combatte una guerra a fasi alterne tra i britannici e le forze dell' Asse. Il risultato è la fine del dominio italiano in Nord Africa **** La guerra Dopo la vittoria sui turchi nel conflitto del 1911-12, il dominio italiano sulla Libia si ridusse a poca cosa durante la Prima guerra mondiale Dal 1922 cominciò la riconquista militare della colonia, che fu guidata dai generali Pietro Badoglio (nella foto in alto) e Rodolfo Graziani (nella foto in basso) La lotta fu molto dura in Cirenaica, dove la guerriglia era diretta da Umar al-Muktar (nella foto al centro). Solo deportando in massa i civili, Graziani stroncò la resistenza tra il 1930 e il 1932. Al-Muktar fu catturato e ucciso nel 1931 * * * Bibliografia La scelta di espandersi nell' Africa del Nord Esce in libreria giovedì 3 marzo il saggio di Federico Cresti Non desiderare la terra d' altri (Carocci, pp. 436, Euro 35), dedicato alle vicende della colonizzazione italiana in Libia. Sull' argomento resta fondamentale il lavoro Gli italiani in Libia di Angelo Del Boca, edito in due volumi (Tripoli bel suol d' amore e Dal fascismo a Gheddafi) da Laterza nel 1986 e riproposto nel 1994 da Mondadori. Una documentazione di rilievo si trova nel volume L' occupazione italiana della Libia, curato da Costantino Di Sante e Salaheddin Hasan Sury (Centro per l' archivio nazionale e gli studi storici, 2009). Da segnalare anche Il colonialismo italiano da Adua all' Impero di Luigi Goglia e Fabio Grassi (Laterza, 1981).

Paolo Mieli, Corriere della sera, 22-02-2011
Mai colonizzazione fu più sfortunata di quella italiana in Libia. E pensare che tutto era parso facile nell’ ottobre del 1911, quando le truppe italiane inviate dal governo liberale di Giovanni Giolitti erano sbarcate a Tobruk, Derna, Bengasi e si erano avventurate in quella terra senza quasi incontrare resistenza da parte dei duemila mal equipaggiati soldati ottomani lasciati a presidio dalla Turchia. Casomai il nostro esercito ebbe qualche problema da parte dei senussi, gli islamici che, senza entrare in conflitto con Istanbul, dalla metà dell’ Ottocento (nel 1843 Muhammad al-Sanusi si era stabilito a sud-ovest di Cirene), avevano dato alle genti della Tripolitania e della Cirenaica nuove forme di organizzazione politico-sociale (oltre a una versione del tradizionale credo religioso maomettano più moderna, più adatta alla mentalità e alle esigenze delle popolazioni beduine). Ma l’ impresa italiana ebbe comunque successo e nell’ ottobre del 1912 la Sublime Porta (il governo di Istanbul) firmò il trattato di Ouchy (Losanna) in virtù del quale la Turchia ritirava le proprie forze armate dalla Libia, lasciando il Paese all’ Italia. Dopodiché la guerriglia della Senussia proseguì e - con l’ aiuto di parte dell’ esercito turco non rassegnato a rispettare le decisioni di Ouchy - avrebbe potuto crearci seri guai se le ripercussioni in loco della Prima guerra mondiale e un’ epidemia di peste (tra il 1916 e il 1917) non ne avessero mortificato le ambizioni. Così, terminato il grande conflitto, l’ avventura della colonizzazione italiana in Libia poté riprendere. E procedere gradualmente alla conclusione che giustifica il titolo di un libro di Federico Cresti che l’ editore Carocci si accinge adesso a dare alle stampe: Non desiderare la terra d’ altri. La storiografia ci ha tramandato il racconto di un’ Italia liberale che, dalla fine della guerra (1918) alla marcia su Roma (1922), tentò la via di una convivenza pacifica con i senussi e la popolazione locale; sarebbe stata poi l’ Italia mussoliniana a riprendere la via delle armi. In parte le cose andarono così. Ma solo in parte. L’ esperimento - successivo alla Prima guerra mondiale - di governo indiretto e di «associazione» dei locali, scrive Cresti, mostrò effettivamente «una volontà di conciliazione e di rispetto delle popolazioni della Libia che avrebbe forse potuto evitare, se applicata con continuità, gli eccidi e i disastri successivi». Ma già nel 1922, prima della marcia su Roma, all’ epoca del governatorato di Giuseppe Volpi (quando era ministro delle Colonie Giovanni Amendola), da parte italiana, in Libia, si era tornati all’ uso delle maniere forti. Sicché si può tranquillamente affermare che la seconda guerra italo-senussa, all’ epoca enfaticamente presentata come la riconquista fascista della Cirenaica, era stata impostata prima dell’ avvento del fascismo. Anche se poi la stagione più cruenta del conflitto sarà riconducibile alla responsabilità del maresciallo Pietro Badoglio, il quale entrò sulla scena libica alla fine del 1928 affermando che non avrebbe dato tregua a chi non si fosse sottomesso («né a lui né alla sua famiglia né ai suoi armenti né ai suoi eredi») e a quella del generale Rodolfo Graziani, che dal marzo del 1930 diede avvio all’ ultima e più dura fase di repressione della resistenza. In questo contesto furono organizzati spostamenti coatti di popolazione mai visti prima di allora. Scriveva Badoglio, poco dopo l’ arrivo di Graziani: «Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben deciso fra formazioni ribelli e popolazione sottomessa; non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa; ma oramai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo proseguirla fino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica». E Graziani prese l’ ordine alla lettera, organizzando lo spostamento dell’ intera popolazione della Cirenaica lungo la pianura costiera, tra il mare e le pendici dell’ altipiano. Fu una marcia, in inverno, di centinaia e centinaia di chilometri. Si ebbe qualche gesto di pietà nei confronti delle popolazioni nomadi del Gebel? Pressoché nessuno. Badoglio così scrisse a Graziani nel 1932: «Non ricercare il rientro dei fuorusciti. È meglio perderli per sempre... Il Gebel deve essere dominato prevalentemente dal colono italiano... L’ indigeno si convinca o, per meglio dire, si abitui a considerare quella (dei campi di concentramento lungo i territori costieri della Cirenaica e della Sirtica) come la sua destinazione permanente». Le direttive di Badoglio sul mantenimento delle popolazioni nei campi di concentramento, a meno che non fossero determinate da una precisa volontà di sterminio, erano insostenibili, osserva Cresti; «se si fossero concretizzate avrebbero portato, con ogni probabilità, alla progressiva distruzione delle popolazioni concentrate». Graziani fu più duttile. Ma l’ esito di quelle politiche fu in ogni caso drammatico. Impossibile calcolare con esattezza il numero dei morti, che furono numerosissimi. Oltretutto Badoglio ordinò di passare per le armi chiunque, tra i nativi, fosse stato trovato sul Gebel da dove la deportazione aveva avuto inizio. Nel settembre del 1931 Umar al-Muktar, l’ anziano capo della resistenza (aveva quasi 70 anni), fu catturato e impiccato. Il 24 gennaio del 1932 Badoglio fu in grado di dichiarare che la ribellione era definitivamente stroncata e la Libia «del tutto pacificata». Secondo i dati ufficiali italiani i morti nelle operazioni contro la guerriglia erano stati, tra il 1923 e il 1932, 6.500. Ma già gli studiosi Giorgio Rochat e Angelo Del Boca, che negli anni passati hanno approfondito la questione, hanno calcolato che furono invece diverse decine di migliaia. Forse centomila. Molti, certo, anche se infinitamente meno di quelli indicati da esponenti politici libici contemporanei quali Salah Buissir (un milione e mezzo) o Gheddafi (750 mila) che corrisponderebbero nel primo caso al doppio, nel secondo alla quasi totalità della popolazione locale presente all’ epoca del censimento ottomano del 1911. Ali Abdellatif Ahmida, uno studioso di origine libica che attualmente insegna negli Stati Uniti, stima che mezzo milione di suoi connazionali morì in battaglia o di malattia, fame e sete; altri 250 mila furono costretti all’ esilio in Egitto, Ciad, Tunisia, Turchia, Palestina, Siria e Algeria. Un altro storico libico, Yusuf Salim al-Bargathi, sostiene che i morti per la deportazione furono tra i 50 e i 70 mila (laddove Rochat e Del Boca calcolano che furono circa 40 mila). Il 13 agosto del 1932, su proposta del ministro per le Colonie Emilio De Bono, Luigi Razza viene nominato presidente dell’ Ente per la colonizzazione della Cirenaica. Razza, già giornalista nel mussoliniano «Popolo d’ Italia», sansepolcrista, ex segretario dei fasci d’ azione, futuro ministro dei Lavori pubblici, vara un ambizioso piano per far giungere sul luogo italiani disposti al lavoro duro. Gente, in genere, con la fedina penale non immacolata. Non importa se pregiudicati a seguito di condanne politiche o per delitti comuni. Circostanza che costringerà in seguito Italo Balbo a «depurare», tra il 1938 e il 1939, quella corrente di immigrazione. Ma nella prima metà degli anni Trenta non si va per il sottile. Nel 1934 arriva in Cirenaica anche Amerigo Dumini, già condannato (anche se con una pena risibile: sei anni di cui quattro condonati) per l’ uccisione, nel giugno del ’ 24, di Giacomo Matteotti. Dumini, riarrestato in Italia per traffico d’ armi, aveva cominciato a ricattare Mussolini e, su pressione del ministro dell’ Interno Arturo Bocchini, era stato «accolto» in Libia. Arrivato lì, cominciò subito a lamentarsi dei terreni che gli erano stati assegnati e della riduzione dei finanziamenti che gli erano stati promessi. Poco dopo essere giunto in Libia, riprese a scrivere a Mussolini lettere sottilmente ricattatorie, i soldi arrivarono e nel giro di tre anni divenne un ricco possidente. Nel 1939 i terreni della sua azienda furono acquisiti dal governo della colonia e Dumini ne uscì con un lauto indennizzo. Restò in Libia dove, quando arrivarono gli inglesi, grazie alla sua padronanza della lingua (era nato negli Stati Uniti), per un breve periodo fece anche da interprete. Insomma se la passò più che bene. Ma per tutti gli altri che non avevano armi di ricatto nei confronti del Duce, fossero o meno pregiudicati, le cose andarono assai diversamente. Pieno di difficoltà è già l’ adattamento dei nuovi arrivati. Si registrano casi «di eccitamento delle varie funzioni organiche seguito da lieve stato depressivo... specialmente nel sesso femminile»; «qualche caso importante di malattia cronica... qualche caso di forme oculari contagiose croniche e qualche caso di tricofizia e di tigna, tutti però cronici e cioè non avvenuti per contagio con elemento indigeno»; frequenti disturbi artritici, malattie cardiache, lue; tra i bambini, linfatismo, scrofolosi, altre patologie cutanee, qualche sporadico caso di tubercolosi. A detta di Armando Maugini, che dirigeva l’ Ufficio per i servizi agrari della Cirenaica, i pugliesi erano quanto di meglio l’ Italia potesse offrire alla Libia per la loro capacità di affrontare la durezza delle condizioni di vita di quella fase pioneristica. «Il colono pugliese» scriveva Maugini in un rapporto «è molto indicato per tale tipo di colonizzazione, non solo per lo spirito di adattamento e per la notevole sobrietà, ma anche perché, essendo molto attaccato ai parenti, ed essendo proveniente da territori aventi requisiti agrologici molto simili a quelli del Gebel Cirenaico, esercita un’ influenza di attrazione verso gli elementi rimasti nella Madrepatria, i quali pertanto potrebbero un giorno intensificare spontaneamente l’ opera di popolamento delle zone già occupate dai pugliesi». Luigi Razza conferma: «La scelta delle famiglie è stata effettuata in un primo tempo nelle Puglie, e più largamente nel barese, perché il primo nucleo di sei famiglie di Corato trasferite al completo in colonia all’ inizio delle attività, a titolo di esperimento, dettero ottimo risultato, e si ebbe quindi un primo punto di appoggio che avrebbe potuto funzionare come assimilatore qualora fossero stati messi a suo contatto elementi della stessa provenienza... I coloni sono già ambientati tutti benissimo e si sono attaccati alla loro terra, della quale hanno già potuto accertare le buone attitudini alla valorizzazione». In subordine vengono apprezzati abruzzesi e calabresi. Le condizioni per avviare in colonia una nuova attività erano terribili. Agli inizi del 1935 una comunità di trenta pescatori fu trasferita a Zuetina. Ma già ai primi di giugno molti di loro chiedevano di tornare in Italia. L’ isolamento e lo stato di abbandono della ridotta rendevano la vita assai difficile: un mobilio ridotto all’ indispensabile, il pane che arrivava saltuariamente da Agedabia dove il piccolo forno funzionava poco e male per la mancanza di fornaio, farina e combustibile. Le imbarcazioni erano poche e si erano rovinate durante il tragitto dall’ Italia. La calura lungo la costa sirtica, riferisce Cresti, era tale che già alla fine della giornata di lavoro una parte del pesce, ridotto in pessime condizioni, doveva essere buttata via. A terra le attrezzature di refrigerazione erano scadenti: uno dei locali della ridotta era stato trasformato in cella frigorifera, ma il ghiaccio disponibile era insufficiente. Ancor più difficile, prosegue Cresti, «si era dimostrata la vendita del pesce; la vettura disponibile non era attrezzata per il trasporto e si era dunque fatto ricorso ad un commerciante privato». Ma l’ impresa si era rivelata poco remunerativa e il contratto era stato presto stracciato. In più i pescatori ebbero a lamentarsi dell’ eccessiva fiscalità delle autorità locali dal momento che, una volta giunto a Bengasi e sottoposto al controllo dell’ ufficio d’ igiene, spesso il pesce era stato giudicato avariato e buttato via prima che potesse arrivare al mercato. Nel mese di settembre a Zuetina non rimanevano che quattro persone, anch’ esse desiderose di rimpatriare al più presto. Nel tentativo di rilanciare l’ esperimento furono presi contatti con una cooperativa di Trapani. Ma, a fine stagione, anche gli ultimi rimasti furono rimpatriati. Il 1936 fu poi, in Tripolitania, causa la siccità, un anno pessimo per i raccolti. Si giudicò da quel momento un errore l’ aver mandato in Libia famiglie numerose: la presenza di bambini e vecchi si era rivelata un peso morto per la bonifica. E si cambiò registro. Il 1938 fu l’ anno dell’ operazione cosiddetta dei «ventimila». Tanti dovevano essere, secondo Italo Balbo, i «non emigranti» da trapiantare in Libia. Perché «non emigranti»? Il fascismo aveva sempre fatto una politica antiemigratoria e non poteva smentirsi. Il trasferimento in Libia dei ventimila, racconta Cresti, «venne così presentato dai giornali italiani come l’ esatto contrario di tutto ciò che era stata l’ emigrazione sofferta fino ad allora da quanti partivano alla ricerca di condizioni di vita che l’ Italia non poteva offrire: non più un evento triste, ma un’ avventura eccitante - dove l’ inatteso era fonte di curiosità e non di angoscia (ovvero dove l’ inatteso, come fonte di angoscia, era eliminato) - piena di sorprese positive, allegra; non più separazione, unicamente, dal proprio ambiente di vita e dalla società in cui coloro che partivano erano vissuti fino ad allora, ma la possibilità di realizzare nuovi legami forti, di gruppo, con coloro che partecipavano allo stesso evento; non più continuazione della miseria nelle condizioni del viaggio, ma partecipazione al lusso della modernità; non più la prospettiva della penuria, ma quella dell’ abbondanza; non più la fredda, sospettosa accoglienza riservata a stranieri alla frontiera, ma la manifestazione del calore di un’ accoglienza fraterna in una terra che si affermava non essere più "Oltremare" ma parte costituente della madrepatria». La partenza fu organizzata da Venezia il 28 ottobre, nell’ anniversario della marcia su Roma. Grande fu la risonanza su tutti i giornali. Mussolini gradì fino a un certo punto l’ enfasi che Balbo diede all’ operazione. E, quando mancava meno di un anno all’ inizio della Seconda guerra mondiale, cominciò a dare segni di insofferenza nei confronti dello stesso Balbo. L’ Italia entrò in guerra solo nel giugno del 1940, ma l’ andamento sfavorevole della stagione agricola aveva provocato notevoli difficoltà già alla fine del 1939. All’ inizio del ’ 40 si dovettero organizzare nuove spedizioni, in particolare di foraggio e di mangime per gli animali. Furono comprati più di mille buoi maremmani, ma molte bestie si ammalarono prima ancora di partire e dovettero sostare a lungo a Civitavecchia, con nuove spese per il foraggio che diventava sempre più caro. Il bestiame patì, nell’ inverno del ’ 40, di denutrizione a cui seguirono perdite di capi per mancanza di foraggio. Con il passare dei mesi, poi, era divenuto sempre più difficile trovare spazio per il trasporto delle merci. Nei mesi di aprile e maggio 1940 quasi tutte le navi erano state requisite per i servizi militari: in alcuni casi i beni e i materiali già imbarcati per la Libia erano stati scaricati a Siracusa e a Catania per liberare le navi. Un piroscafo carico di materiali agricoli partito da Genova nel mese di ottobre, a metà dicembre era ancora bloccato a Palermo in attesa di compiere la traversata. «In queste condizioni» nota l’ autore «era sconsigliabile l’ invio di merci deperibili, come le sementi o le talee di viti». Per cui, a ridurre le perdite, fu deciso di rivendere in Italia i materiali già acquistati per essere inviati in Libia. Una catastrofe. L’ Italia entra in guerra nel giugno del 1940 e il 28 di quello stesso mese cade, nel cielo di Tobruk, l’ aereo su cui è imbarcato Italo Balbo (la morte desta qualche sospetto di un ancora non provato coinvolgimento di Mussolini). Prende il suo posto Rodolfo Graziani, che è subito impegnato dal Duce in un’ offensiva contro l’ Egitto. Segue, nei mesi di febbraio e marzo del 1941, la prima occupazione inglese che, scrive Cresti, «dette una violentissima scossa all’ edificio ancora malfermo della colonizzazione in Cirenaica». Praticamente non c’ è pace per la Libia che, quando dovrebbe raccogliere i primi frutti dell’ opera dei «ventimila», si ritrova ad essere teatro di guerra. I coloni vengono presi dal panico e si accalcano all’ istituto di credito per ritirare i risparmi, cercando di fuggire verso Tripoli e di rientrare in Italia. Man mano che avanzano le truppe alleate, gli arabi in loco - spalleggiati da un corpo senusso che combatte a fianco degli inglesi - saccheggiano ogni volta che gliene è offerta la possibilità. Si distinguono per assenza di scrupoli gli australiani. Scrive nel suo diario l’ agronomo Paolo Sabbetta: «Militari australiani entrano, di giorno e di notte, nelle case coloniche chiedendo generi diversi pagandoli, alcuni, profumatamente, altri invece, quasi sempre ubriachi, saccheggiando e violentando le donne mentre tengono gli uomini a bada con le armi in pugno». E le testimonianze di queste violenze sono numerose. Dall’ Italia il regime cerca di minimizzare e di promuovere l’ immagine di una popolazione libica della Cirenaica solidale con i coloni. Ma tra il dicembre del 1941 e il gennaio del 1942 per gli italiani è l’ inizio della disfatta. Ancora un anno terribile e il 23 gennaio del ’ 43 le truppe britanniche fanno il loro ingresso a Tripoli. Tra Libia e Italia è interrotto ogni contatto. Qualche migliaio di italiani resta lì a lavorare fino alla fine della guerra e oltre. Anche dopo che nel ’ 49 l’ assemblea generale delle Nazioni Unite vota per il progetto di una Libia come Stato a sé e dopo la proclamazione, nel ’ 51, dell’ indipendenza. Va aggiunto che nel dopoguerra, venuta meno l’ autorità italiana sulla regione, si registrano sanguinose manifestazioni arabe ostili alla comunità ebraica che era stata fin lì una colonna della presenza italiana, al punto che Balbo nel ’ 38 aveva ottenuto una sorta di esenzione della Libia dalle leggi razziali. I pogrom più sanguinosi saranno quelli del novembre 1945 (particolarmente raccapriccianti perché compiuti proprio nei giorni in cui, con l’ uscita dei superstiti ebrei dai campi di concentramento d’ Europa, il mondo veniva a conoscenza delle atrocità compiute nei lager nazisti) e del giugno del 1948, all’ indomani della nascita dello Stato di Israele. Poi si ripeteranno nel 1967 all’ epoca della guerra dei sei giorni. Nel 1956 un accordo tra Italia e Libia regola la presenza nella ex colonia dei nostri connazionali che si trasformano, la maggior parte, in piccoli possidenti. Ma saranno tutti cacciati dopo il colpo di Stato degli ufficiali liberi guidati da Gheddafi, che nel 1969 rovescerà la monarchia senussa. Nel frattempo la Libia, che ancora non conosceva la sua fortuna petrolifera, era tornata ad essere uno dei Paesi più poveri del mondo. I pastori-contadini della Cirenaica, una volta tornati sulle loro antiche terre, non potendo più avvalersi dei capitali, delle attrezzature e degli impianti italiani, avevano rapidamente ricondotto il Paese nel solco della tradizione. La Gran Bretagna, nel lungo periodo dell’ amministrazione militare (1942-1951), aveva rifiutato di investire i propri soldi nella nostra ex colonia. E quando nel 1970 partirono gli ultimi italiani, il bilancio dei quasi sessant’ anni di loro presenza in quella terra poteva vantare pochi punti al proprio attivo. Neanche quelli che hanno contrassegnato le esperienze coloniali negli altri Paesi del Terzo Mondo. Come se una punizione particolare si fosse abbattuta su chi aveva contravvenuto al comandamento inventato da Federico Cresti per il titolo del suo libro: Non desiderare la terra d’ altri, appunto. paolo.mieli@rcs.it RIPRODUZIONE RISERVATA **** 1911-12 L’ Italia, guidata dal governo liberale di Giovanni Giolitti, conquista la Libia dopo un conflitto di circa un anno contro la Turchia ottomana **** 1922-32 Il dominio italiano sulla Libia, ridotto a pochi capisaldi, viene esteso progressivamente con la forza, fino all’ annientamento di ogni resistenza indigena **** 1934 Diventa governatore della Libia il gerarca Italo Balbo, che intensifica la colonizzazione italiana e realizza un vasto programma di lavori pubblici **** 1940-43 In Libia e in Egitto si combatte una guerra a fasi alterne tra i britannici e le forze dell’ Asse. Il risultato è la fine del dominio italiano in Nord Africa **** La guerra Dopo la vittoria sui turchi nel conflitto del 1911-12, il dominio italiano sulla Libia si ridusse a poca cosa durante la Prima guerra mondiale Dal 1922 cominciò la riconquista militare della colonia, che fu guidata dai generali Pietro Badoglio (nella foto in alto) e Rodolfo Graziani (nella foto in basso) La lotta fu molto dura in Cirenaica, dove la guerriglia era diretta da Umar al-Muktar (nella foto al centro). Solo deportando in massa i civili, Graziani stroncò la resistenza tra il 1930 e il 1932. Al-Muktar fu catturato e ucciso nel 1931 * * * Bibliografia La scelta di espandersi nell’ Africa del Nord Esce in libreria giovedì 3 marzo il saggio di Federico Cresti Non desiderare la terra d’ altri (Carocci, pp. 436, Euro 35), dedicato alle vicende della colonizzazione italiana in Libia. Sull’ argomento resta fondamentale il lavoro Gli italiani in Libia di Angelo Del Boca, edito in due volumi (Tripoli bel suol d’ amore e Dal fascismo a Gheddafi) da Laterza nel 1986 e riproposto nel 1994 da Mondadori. Una documentazione di rilievo si trova nel volume L’ occupazione italiana della Libia, curato da Costantino Di Sante e Salaheddin Hasan Sury (Centro per l’ archivio nazionale e gli studi storici, 2009). Da segnalare anche Il colonialismo italiano da Adua all’ Impero di Luigi Goglia e Fabio Grassi (Laterza, 1981).
Marco Maugeri, Conquiste del lavoro, 19-03-2011

Tutto era cominciato con gli alberi da frutta. Di "olivi folti" parlava Corradini, di viti letteralmente schiantate dal peso dei grappoli. Giuseppe Bevione si spinse più avanti, spergiurando di gelsi "grandi come faggi", ulivi "più colossali che le querce". "Il grano e la melica" (concludeva) danno, e solo negli anni medi, raccolti tre o quattro volte superiori a quelli dell'intera Europa. Corresse Corradini e fissò a trenta chili la pezzatura media dei grappoli d'uva". Va da sé che Giolitti non menzionerà nessuna di queste fantasticherie, ma la prima guerra in Cirenaica nascerà sopra poche, e poco convinte motivazioni. Al Teatro Regio di Torino, Giolitti parlerà del rischio di una decadenza politica, inevitabile in caso di mancato intervento. Inizia il 26 settembre del 1911, i quasi 23.000 uomini del generale Caneva, finirà con le tristi transumanze di arabi raccolti a caso, distribuiti alla meno peggio fra Egadi e Tremiti ridotti a carcere. Ma bisogna riconoscere che Corradini e compagnia non si erano inventati niente. Il medico genovese Paolo Della Cella, aggregato alle milizie del califfo, già nel 1817 poteva scrivere: "l'olivo vi cresce e vi si propaga da sé sì vigoroso, e in tanta copia. I beduini che non conoscono altra specie di condimento che il burro, non solo non fanno alcun conto di quest'albero, ma per una certa loro superstizione impediscono che altri ne raccolga il frutto e ne faccia olio, il quale per via di Bengasi recato in Europa, basterebbe ad arricchire queste contrade". Aggiunge poi di "giganteschi alberi di fichi e carrubi e pistacchi e peri selvatici" e - e qui sta il "busillis" - "io non sapevo comprendere come, le armate europee, spinte dallo zelo di religiose conquiste, nessuna potenza abbia pensato di trasmettere qui una colonia, onde sostenersi a piè fermo nel fertilissimo suolo della Cirenaica". Ecco. Che tutto in realtà non fosse cominciato da qui. Giolitti, Mussolini, gli inglesi. Certo Giolitti poteva cercare di stornare l'aria degli scandali con buona rivendicazione delle vecchie sconfitte di Crispi, Mussolini ebbe miglior gioco a rispolverare i fasti imperiali, a rivendicare l'improbabile destino romano di quella che un tempo fu Adrianopoli. Romana già dal '74 a.C. , sotto Traiano nella Cirenaica si riversò una buona parte della diaspora giudaica dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme ad opera di Tito. Adriano vi piazzò Adrianopoli. Ci vorrà Giustiniano per unire Cirenaica e Tripolitania in una sola provincia. Un altipiano leonino in faccia al mediterraneo, deserti e oasi sinuosamente distribuiti. Vennero poi i beduini, e la beduinizzazione del territorio. Secondo Ibn Kaldun "gli arabi nomadi portarono la rovina, fino a ridurre gradualmente con la loro invasione e i loro atti briganteschi l'estensione del territorio coltivato". I migliori si piazzavano sull'altopiano del Gebel, i peggio infestavano il deserto facendo carne di porco di pellegrini diretti alla mecca, mercanti etc. "Danno loro a bere latte caldo, dappoi gli crollano e levano in alto per siffatto modo, che i poveri uomini sono costretti a vomitare perinsino alle interiora". Fra vomito e frattaglie i briganti si davano alla ricerca delle monete che i malcapitati avevano ingerito prima di attraversare i deserti. I turchi si limiteranno all'amministrazione attraverso governatorati locali. Il rapporto fu insomma di natura eminentemente fiscale. Nel 1835, con la presa di Algeri da parte dei francesi, il controllò però aumentò. Segui il periodo dell'inaspettata rinascita sotto l'azione della confraternita senussa, opera di Muhammad bin Ali al-Sanusi, dotto predicatore del Magreb centrale. L'idea era semplice: attorno a ciò che restava delle vecchie vestigia romane, i senussiti tirarono su elementari villaggi forniti del minimo e aperti a tutti: micro comunità che presto si aprirono alla soluzione di controversie, pratiche educative, una manna per lo stesso sultano che presto riconobbe loro un regime fiscale del tutto eccezionale, alleggerito di grane e guai. Il nome è oggi tristemente attuale, si trattava delle "zawye". All'inizio le quattro pietre romane, poi caravanserragli, centri commerciali, centri sociali, corti di giustizia, depositi, rifugi per poveri, santuari e spazzi di sepoltura. Senza trascurare la ripresa di una capillare attività di sfruttamento agricolo. Al fascismo non sfuggì il fascino di cui i "fratelli" della confraternita godevano. Tentò di screditarli come poté. Diffusero l'immagine insulsa di predicatori che s'avventuravano per deserti alla ricerca di comunità vergini da conquistare e convertire dopo alla interessata rinuncia dei beni. Cosa che giustificò l'efferatezza della seconda colonizzazione. Se nel 1911 l'ultimo censimento turco computava in Cirenaica una popolazione di 198.300 anime, le autorità italiane nel 1931 ne poterono contare solo quasi 140.000. Ben 20.000 quelli fuggiti in Egitto, quaranta fra rappresaglie e campi di concentramento. Il ministro delle colonie Lanza di Scalea equiparava campi a resort, ma cartelli in arabo invitavano patentemente la popolazione carceraria al suicidio. Il bestiame sottratto ai ricchi altipiani, morì inopinatamente nel viaggio verso i campi costruiti davanti al mare. Per catturare il solo al Mukhtar – è il vecchio della foto malamente appuntata alla giacca di Gheddafi in uno dei suoi ultimi viaggi in Italia - il generale Graziani non esitò a costruire un reticolato fra Libia e Egitto di ben 270 chilometri costato più di venti milioni di lire dell'epoca. Lo presero ormai settantatreenne. Perfino i sicari di Graziani ebbero timore a ucciderlo dopo averlo arrestato, ed eliminato tutti gli uominI della guardia. Davanti alla lettura della sentenza di morte, si limitò a un "da Dio veniamo, a Dio dobbiamo tornare". C'è un film che racconta la vicenda. Per carità di patria la televisione italiana non lo trasmette da più di trent'anni. Eppure fra le innumeri accise della benzina, più di una voce rubrica le spese di guerra italiane. Guerre agli italiani completamente ignote.

Marco Maugeri, Conquiste del lavoro, 19-03-2011
Tutto era cominciato con gli alberi da frutta. Di "olivi folti" parlava Corradini, di viti letteralmente schiantate dal peso dei grappoli. Giuseppe Bevione si spinse più avanti, spergiurando di gelsi "grandi come faggi", ulivi "più colossali che le querce". "Il grano e la melica" (concludeva) danno, e solo negli anni medi, raccolti tre o quattro volte superiori a quelli dell'intera Europa. Corresse Corradini e fissò a trenta chili la pezzatura media dei grappoli d'uva". Va da sé che Giolitti non menzionerà nessuna di queste fantasticherie, ma la prima guerra in Cirenaica nascerà sopra poche, e poco convinte motivazioni. Al Teatro Regio di Torino, Giolitti parlerà del rischio di una decadenza politica, inevitabile in caso di mancato intervento. Inizia il 26 settembre del 1911, i quasi 23.000 uomini del generale Caneva, finirà con le tristi transumanze di arabi raccolti a caso, distribuiti alla meno peggio fra Egadi e Tremiti ridotti a carcere. Ma bisogna riconoscere che Corradini e compagnia non si erano inventati niente. Il medico genovese Paolo Della Cella, aggregato alle milizie del califfo, già nel 1817 poteva scrivere: "l'olivo vi cresce e vi si propaga da sé sì vigoroso, e in tanta copia. I beduini che non conoscono altra specie di condimento che il burro, non solo non fanno alcun conto di quest'albero, ma per una certa loro superstizione impediscono che altri ne raccolga il frutto e ne faccia olio, il quale per via di Bengasi recato in Europa, basterebbe ad arricchire queste contrade". Aggiunge poi di "giganteschi alberi di fichi e carrubi e pistacchi e peri selvatici" e - e qui sta il "busillis" - "io non sapevo comprendere come, le armate europee, spinte dallo zelo di religiose conquiste, nessuna potenza abbia pensato di trasmettere qui una colonia, onde sostenersi a piè fermo nel fertilissimo suolo della Cirenaica". Ecco. Che tutto in realtà non fosse cominciato da qui. Giolitti, Mussolini, gli inglesi. Certo Giolitti poteva cercare di stornare l'aria degli scandali con buona rivendicazione delle vecchie sconfitte di Crispi, Mussolini ebbe miglior gioco a rispolverare i fasti imperiali, a rivendicare l'improbabile destino romano di quella che un tempo fu Adrianopoli. Romana già dal '74 a.C. , sotto Traiano nella Cirenaica si riversò una buona parte della diaspora giudaica dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme ad opera di Tito. Adriano vi piazzò Adrianopoli. Ci vorrà Giustiniano per unire Cirenaica e Tripolitania in una sola provincia. Un altipiano leonino in faccia al mediterraneo, deserti e oasi sinuosamente distribuiti. Vennero poi i beduini, e la beduinizzazione del territorio. Secondo Ibn Kaldun "gli arabi nomadi portarono la rovina, fino a ridurre gradualmente con la loro invasione e i loro atti briganteschi l'estensione del territorio coltivato". I migliori si piazzavano sull'altopiano del Gebel, i peggio infestavano il deserto facendo carne di porco di pellegrini diretti alla mecca, mercanti etc. "Danno loro a bere latte caldo, dappoi gli crollano e levano in alto per siffatto modo, che i poveri uomini sono costretti a vomitare perinsino alle interiora". Fra vomito e frattaglie i briganti si davano alla ricerca delle monete che i malcapitati avevano ingerito prima di attraversare i deserti. I turchi si limiteranno all'amministrazione attraverso governatorati locali. Il rapporto fu insomma di natura eminentemente fiscale. Nel 1835, con la presa di Algeri da parte dei francesi, il controllò però aumentò. Segui il periodo dell'inaspettata rinascita sotto l'azione della confraternita senussa, opera di Muhammad bin Ali al-Sanusi, dotto predicatore del Magreb centrale. L'idea era semplice: attorno a ciò che restava delle vecchie vestigia romane, i senussiti tirarono su elementari villaggi forniti del minimo e aperti a tutti: micro comunità che presto si aprirono alla soluzione di controversie, pratiche educative, una manna per lo stesso sultano che presto riconobbe loro un regime fiscale del tutto eccezionale, alleggerito di grane e guai. Il nome è oggi tristemente attuale, si trattava delle "zawye". All'inizio le quattro pietre romane, poi caravanserragli, centri commerciali, centri sociali, corti di giustizia, depositi, rifugi per poveri, santuari e spazzi di sepoltura. Senza trascurare la ripresa di una capillare attività di sfruttamento agricolo. Al fascismo non sfuggì il fascino di cui i "fratelli" della confraternita godevano. Tentò di screditarli come poté. Diffusero l'immagine insulsa di predicatori che s'avventuravano per deserti alla ricerca di comunità vergini da conquistare e convertire dopo alla interessata rinuncia dei beni. Cosa che giustificò l'efferatezza della seconda colonizzazione. Se nel 1911 l'ultimo censimento turco computava in Cirenaica una popolazione di 198.300 anime, le autorità italiane nel 1931 ne poterono contare solo quasi 140.000. Ben 20.000 quelli fuggiti in Egitto, quaranta fra rappresaglie e campi di concentramento. Il ministro delle colonie Lanza di Scalea equiparava campi a resort, ma cartelli in arabo invitavano patentemente la popolazione carceraria al suicidio. Il bestiame sottratto ai ricchi altipiani, morì inopinatamente nel viaggio verso i campi costruiti davanti al mare. Per catturare il solo al Mukhtar – è il vecchio della foto malamente appuntata alla giacca di Gheddafi in uno dei suoi ultimi viaggi in Italia - il generale Graziani non esitò a costruire un reticolato fra Libia e Egitto di ben 270 chilometri costato più di venti milioni di lire dell'epoca. Lo presero ormai settantatreenne. Perfino i sicari di Graziani ebbero timore a ucciderlo dopo averlo arrestato, ed eliminato tutti gli uominI della guardia. Davanti alla lettura della sentenza di morte, si limitò a un "da Dio veniamo, a Dio dobbiamo tornare". C'è un film che racconta la vicenda. Per carità di patria la televisione italiana non lo trasmette da più di trent'anni. Eppure fra le innumeri accise della benzina, più di una voce rubrica le spese di guerra italiane. Guerre agli italiani completamente ignote.
Giuliano Milani, Internazionale, 08-04-2011
Nel dibattito sui rapporti Italia-Libia sollecitato dagli avvenimenti delle ultime settimane, domina una prospettiva di breve termine. Ci si sofferma sulla relazione tra Berlusconi e Gheddafi, ma si tralascia tutta la lunga storia che ha portato a quella relazione. In questo processo la colonizzazione italiana della Libia occupa un posto centrale, che gli storici – dopo un lungo silenzio – hanno cominciato a rischiarare di luce nuova negli ultimi decenni. Il libro di Federico Cresti si sofferma in modo originale sulla vicenda della Cirenaica, la regione orientale del paese in cui negli anni venti e trenta fu particolarmente drammatica la resistenza all’occupazione italiana e in cui oggi si è accesa la rivolta contro il regime del colonnello. Sulla base di un fondo documentario ritrovato, l’archivio dell’Ente per la colonizzazione della Libia, Cresti analizza con ricchezza di dettagli la tormentata applicazione del progetto di rendere quella terra un’area di sfruttamento agricolo per gli italiani: dalle prime (vaghe) ipotesi di agronomi e visitatori, passando per la violenta concentrazione degli agricoltori volta a impedire i rifornimenti ai “ribelli?, la marginalizzazione dell’allevamento, la strombazzata immigrazione di lavoratori italiani, e l’occupazione degli inglesi, preludio al fallimento di un’idea pensata male e attuata peggio.
Dino Messina, Corriere della sera, 24-04-2011

Il nome di Misurata, nella nostra storia coloniale, ci riporta a quello di Giuseppe Volpi, imprenditore e finanziere veneziano che oltre a lanciare il polo industriale di Porto Marghera, deve la sua fama anche alla creazione del festival di Venezia. Uomo d' affari astuto, concreto e ambizioso, Volpi era riuscito a condurre a termine nel 1912 con i turchi il trattato di Ouchy (borgo nei pressi di Losanna) ottenendo il controllo effettivo della Tripolitania e Cirenaica senza umiliare la controparte: assicurò al sultano il mantenimento dell' autorità religiosa sulla popolazione musulmana e non costrinse la Turchia a riconoscere la sovranità italiana, bastava una semplice dichiarazione di indipendenza per i territori prima ottomani. Non c' è da meravigliarsi se l' uomo d' affari, diplomatico non di carriera, dal 1921 fu governatore della Tripolitania, dove cercò di recuperare una situazione che era andata precipitando dopo il ritiro da Misurata e da altri importanti centri costieri delle truppe italiane da impiegare sul fronte europeo. Nel 1918 l' espandersi della resistenza in Tripolitania e la dichiarazione della Repubblica di Misurata sotto la guida di Ramadan Sceteni, spiega Federico Cresti, professore a Catania e autore del saggio «Non desiderare la terra d' altri» (Carocci), sembravano aver reso quasi inutile lo sforzo delle truppe guidate dal generale Camerana che l' 8 luglio 1912 aveva conquistato la città dopo dieci ore di combattimento. Gli italiani erano rimasti sino al 19 luglio 1915 e ora toccava a Volpi rimettere le cose a posto, anche se la morte di Ramadan, ucciso durante una spedizione contro gli Orfella, cento chilometri a sud da Misurata, aveva reso il compito più facile. Il governatore veneziano, che nel 1920 aveva ottenuto da Vittorio Emanuele III l' agognato titolo di conte, cui nell' ottobre 1922 avrebbe aggiunto ad opera di Facta la nomina a senatore, aveva capito che per riprendersi la Tripolitania e la Cirenaica bisognava cominciare da Misurata. È in quel porto, allora più importante di Tripoli, che i turchi concentrarono tutti i loro uomini e mezzi, a cominciare da una importante flotta di sommergibili, per ostacolare l' ormai traballante egemonia italiana. Ed è a Misurata che Volpi decise di togliere ai ribelli l' accesso al mare e organizzò uno sbarco di truppe che avrebbe segnato l' inizio della riconquista. Fu così che dal 1925, quando tornò in patria, Giuseppe Volpi potè fregiarsi del titolo di conte di Misurata, italianizzazione del nome arabo Misrata. Una parola araba storpiata tante volte dagli avversari di Volpi, chiamato «conte di smisurata» per la lunga lista di incarichi conquistati anche durante il fascismo, da ministro delle Finanze a presidente della Confindustria. È interessante, osserva lo storico del colonialismo italiano Angelo Del Boca, che la decisione di tornare a usare la forza, dopo il fallimento della politica degli statuti, venga presa dalla classe politica liberale e non dai fascisti. A Giuseppe Volpi seguirono i vari governatori fascisti: il quadrumviro Emilio De Bono, il generale Pietro Badoglio e Italo Balbo. Ma il volto spietato della presenza italiana in Libia fu quello del colonnello, quindi generale e vicegovernatore, Rodolfo Graziani, che a partire da Misurata si servì degli ascari eritrei per la riconquista e la repressione. Città di commercianti dove già nel Medioevo, quando si chiamava Tubastis, approdavano i mercanti veneziani per vendere prodotti lavorati, comprese le perle di vetro prodotte a Murano, e comprare lana, ci dice un altro storico, Costantino Di Sante, che ha curato l' importante mostra «L' occupazione italiana della Libia», Misurata si è sempre distinta da Tripoli per un carattere più fattivo e aperto. «A Misurata hanno a lungo e pacificamente convissuto le comunità musulmana, ebraica e cristiana - dice Di Sante -. Un' apertura che ha favorito il fiorente artigianato dei tappeti, documentato anche da un intero piano al museo nazionale di Tripoli, un' importante industria siderurgica, e lo sviluppo di un ceto medio borghese che anche in questi drammatici giorni marca la differenza rispetto al ceto ministeriale della capitale, più legato a Gheddafi».

Dino Messina, Corriere della sera, 24-04-2011

Il nome di Misurata, nella nostra storia coloniale, ci riporta a quello di Giuseppe Volpi, imprenditore e finanziere veneziano che oltre a lanciare il polo industriale di Porto Marghera, deve la sua fama anche alla creazione del festival di Venezia. Uomo d’ affari astuto, concreto e ambizioso, Volpi era riuscito a condurre a termine nel 1912 con i turchi il trattato di Ouchy (borgo nei pressi di Losanna) ottenendo il controllo effettivo della Tripolitania e Cirenaica senza umiliare la controparte: assicurò al sultano il mantenimento dell’ autorità religiosa sulla popolazione musulmana e non costrinse la Turchia a riconoscere la sovranità italiana, bastava una semplice dichiarazione di indipendenza per i territori prima ottomani. Non c’ è da meravigliarsi se l’ uomo d’ affari, diplomatico non di carriera, dal 1921 fu governatore della Tripolitania, dove cercò di recuperare una situazione che era andata precipitando dopo il ritiro da Misurata e da altri importanti centri costieri delle truppe italiane da impiegare sul fronte europeo. Nel 1918 l’ espandersi della resistenza in Tripolitania e la dichiarazione della Repubblica di Misurata sotto la guida di Ramadan Sceteni, spiega Federico Cresti, professore a Catania e autore del saggio «Non desiderare la terra d’ altri» (Carocci), sembravano aver reso quasi inutile lo sforzo delle truppe guidate dal generale Camerana che l’ 8 luglio 1912 aveva conquistato la città dopo dieci ore di combattimento. Gli italiani erano rimasti sino al 19 luglio 1915 e ora toccava a Volpi rimettere le cose a posto, anche se la morte di Ramadan, ucciso durante una spedizione contro gli Orfella, cento chilometri a sud da Misurata, aveva reso il compito più facile. Il governatore veneziano, che nel 1920 aveva ottenuto da Vittorio Emanuele III l’ agognato titolo di conte, cui nell’ ottobre 1922 avrebbe aggiunto ad opera di Facta la nomina a senatore, aveva capito che per riprendersi la Tripolitania e la Cirenaica bisognava cominciare da Misurata. È in quel porto, allora più importante di Tripoli, che i turchi concentrarono tutti i loro uomini e mezzi, a cominciare da una importante flotta di sommergibili, per ostacolare l’ ormai traballante egemonia italiana. Ed è a Misurata che Volpi decise di togliere ai ribelli l’ accesso al mare e organizzò uno sbarco di truppe che avrebbe segnato l’ inizio della riconquista. Fu così che dal 1925, quando tornò in patria, Giuseppe Volpi potè fregiarsi del titolo di conte di Misurata, italianizzazione del nome arabo Misrata. Una parola araba storpiata tante volte dagli avversari di Volpi, chiamato «conte di smisurata» per la lunga lista di incarichi conquistati anche durante il fascismo, da ministro delle Finanze a presidente della Confindustria. È interessante, osserva lo storico del colonialismo italiano Angelo Del Boca, che la decisione di tornare a usare la forza, dopo il fallimento della politica degli statuti, venga presa dalla classe politica liberale e non dai fascisti. A Giuseppe Volpi seguirono i vari governatori fascisti: il quadrumviro Emilio De Bono, il generale Pietro Badoglio e Italo Balbo. Ma il volto spietato della presenza italiana in Libia fu quello del colonnello, quindi generale e vicegovernatore, Rodolfo Graziani, che a partire da Misurata si servì degli ascari eritrei per la riconquista e la repressione. Città di commercianti dove già nel Medioevo, quando si chiamava Tubastis, approdavano i mercanti veneziani per vendere prodotti lavorati, comprese le perle di vetro prodotte a Murano, e comprare lana, ci dice un altro storico, Costantino Di Sante, che ha curato l’ importante mostra «L’ occupazione italiana della Libia», Misurata si è sempre distinta da Tripoli per un carattere più fattivo e aperto. «A Misurata hanno a lungo e pacificamente convissuto le comunità musulmana, ebraica e cristiana - dice Di Sante -. Un’ apertura che ha favorito il fiorente artigianato dei tappeti, documentato anche da un intero piano al museo nazionale di Tripoli, un’ importante industria siderurgica, e lo sviluppo di un ceto medio borghese che anche in questi drammatici giorni marca la differenza rispetto al ceto ministeriale della capitale, più legato a Gheddafi».

Maria Chiara Mattesini , Europa, 03-05-2011
«Non desiderare la terra d’altri», questo l’undicesimo comandamento inventato da Federico Cresti che dà il titolo al suo ultimo libro pubblicato da Carocci (pp. 418, € 35,00). La terra d’altri in questione è la Libia, oggi al centro delle cronache politiche di tutto il mondo. Attraverso l’analisi di numerose fonti archivistiche inedite, e sulla scia dei precedenti studi di Angelo Del Boca e Nicola Labanca, fra i primi a sfatare il mito degli "italiani brava gente", Cresti ripercorre le tappe di questa pagina drammatica. E una delle prime vulgata che l’autore smentisce è la presunta convivenza pacifica che l’Italia liberale avrebbe attuato: già prima della marcia su Roma, il governo italiano, in realtà, fece uso della forza per contrastare i nascenti ideali di indipendenza che si erano sviluppati presso le élites politiche e sociali libiche. Senza dubbio è durante il regime fascista, che, vista l’impossibilità di controllare la popolazione della Cirenaica, prese forma l’idea di concentrarla all’interno di campi delimitati: un episodio fra i più violenti nella storia della colonizzazione italiana e uno degli atti di sterminio più gravi nei confronti delle popolazioni africane voluti dal governo fascista, è rimasto a lungo una specie di tabù tra gli storici italiani.
L’esito di queste politiche si rivelerà drammatico. Il 13 agosto 1932 veniva varato un piano per far giungere in Libia italiani disposti al lavoro duro, non importa se pregiudicati. Due anni dopo arriverà in Cirenaica anche Amerigo Dumini, condannato, anche se con una pena irrisoria, per l’uccisione di Giacomo Matteotti. Fallimentare fu l’operazione "Ventimila", forse l’episodio più utilizzato dalla propaganda fascista per mostrare la sua faccia migliore. Tanti, infatti, secondo Italo Balbo, dovevano essere i "non emigrati" in Libia. Il trasferimento, scrive Cresti, venne presentato dal regime come «un’avventura eccitante». Tra gli elementi ricorrenti delle cronache giornalistiche dei Ventimila, «quello dell’allegria che permea l’emigrazione e i suoi protagonisti, è forse il più appariscente». La Libia, dichiarata indipendente nel 1951, non conobbe la pace e rimase, prima della scoperta del petrolio, uno dei paesi più poveri. I contadini e i pastori, infatti, tornati nelle proprie terre, non potevano, però, più avvalersi dei capitali, degli impianti e delle attrezzature italiane. Nel 1970, quando tutte le terre furono nazionalizzate e tutti gli italiani espulsi dal paese, si infranse, allora, definitivamente, il sogno di desiderare la terra d’altri.
, Mondo e misssione, 01-07-2011
Parlare di Libia, di questi tempi, rimanda automaticamente alle vicende di cronaca, che hanno visto le forze della Nato attaccare militarmente il regime del colonnello Gheddafi. Ma i rapporti che legano il nostro Paese alla Libia hanno una lunga storia, di cui il famigerato «trattato di amicizia», al centro di tanti dibattiti e polemiche, rappresentava solo il capitolo più recente. Questo volume esce a cento anni di distanza dallo scoppio della guerra italo-turca (1911) - primo atto del sogno nazionalista italiano di ottenere «un posto al sole» - e a sessanta dalla dichiarazione di indipendenza del Paese nordafricano, nel 1951. L’autore, direttore del Centro per gli Studi sul mondo islamico contemporaneo e l’Africa dell’Università di Catania, ripercorre qui un capitolo fondamentale dei rapporti fra i due Paesi: la drammatica vicenda della conquista coloniale della Cirenaica, destinata dal governo fascista a essere popolata da agricoltori italiani.
Francesco Prestopino, Italiani d'Africa, 01-07-2011
Il libro uscito in occasione del centenario della guerra di Libia offre al lettore una interessante interpretazione della colonizzazione, con particolare riferimento all’agricoltura in Cirenaica. Molti storici che si sono occupati della Quarta Sponda ci hanno abituato ad interpretazioni per lo più molto critiche nei confronti dell’avventura coloniale italiana. Infatti, a mio parere, la maggior parte degli studiosi ritiene che compito della storia sia quello di esprimere un giudizio morale su eventi e accadimenti del passato spesso, purtroppo, fondato su motivazioni e preconcetti ideologici più che su analisi comparative dei fattori dai quali scaturiscono gli eventi storici. Alcuni segnali fanno però presagire, se non un vero e proprio revisionismo, per lo meno una analisi più approfondita e una più obiettiva considerazione del comportamento dei colonizzatori. L’autore, Federico Cresti, sebbene ancora molto severo sul colonialismo italiano in Libia (come si evince già dal titolo), arriva a mettere in risalto il corretto comportamento sia delle autorità preposte alla direzione della colonizzazione, sia dei coloni stessi. Per esempio egli scrive che, all’inizio della conquista, “i terreni prescelti, soprattutto nelle vicinanze di Bengasi e di Derna, erano destinati alla coltivazione di ortaggi da vendere nel capoluogo, ed erano stati acquistati dai proprietari libici.” Oppure che la relazione della “Commissione del dopo-guerra”, indicava di non procedere alla espropriazione delle terre degli arabi cercando “la collaborazione della popolazione libica allo sviluppo e al progresso economico” evitando di turbare “la pace e l’equilibrio delle popolazioni autoctone”. Per quanto riguarda le perdite subite dalla popolazione libica nel corso della conquista coloniale, Cresti afferma come esse “siano state sovrastimate per ragioni evidentemente propagandistiche, legate come sono alla polemica anticoloniale che ha fatto seguito al colpo di stato militare del 1969.” Sulla cosiddetta “colonizzazione indigena”, egli scrive che nel progetto di Balbo secondo la relazione tecnica del piano agricolo per gli indigeni “si afferma che è necessario offrire alla popolazione libica un segno concreto dell’interesse del governo. Per questo saranno realizzati speciali comprensori per la colonizzazione araba, con lo scavo dei pozzi”. Scrive Cresti, “nelle terre, che furono in mano agli agricoltori italiani per molti anni, si ritrovano ancor oggi le tracce di un lavoro interrotto […] Ma il lavoro, su queste terre rubate (!), non era andato perduto […] Non ci fu […] il semplice ritorno alla pastorizia a distruggere l’opera penosa e sapiente dei contadini venuti dal Nord.” Il tono che l’autore usa nella sua documentata esposizione rappresenta un esempio nuovo e diverso di considerare il colonialismo italiano, evitando sia toni trionfalistici sia giudizi preconcetti, critici e oramai stereotipati. E, soprattutto, tiene sempre presente il reale comportamento dei coloni nei rapporti con la popolazione autoctona, forse l’elemento più corretto ed interessante per giudicare a posteriori il nostro colonialismo.
Emilio Teglio, il Manifesto, 20-05-2014