Carocci editore - Le idee e le forme

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Le idee e le forme

Emanuele Zinato

Le idee e le forme

La critica letteraria in Italia dal 1900 ai nostri giorni

Edizione: 2010

Collana: Frecce (105)

ISBN: 9788843055814

  • Pagine: 240
  • Prezzo:22,80 21,66
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In breve

La critica letteraria, accanto alla vicenda intellettuale, ha una propria evidente dimensione stilistica. Il libro traccia la storia della critica italiana per campioni, per linee e per funzioni, nella convinzione che alcuni dettagli significativi possano illuminare l’intero quadro. Mette a fuoco dunque le principali parole-chiave dei singoli critici e la capacità di argomentarle in rapporto alle idee: da Croce, Gramsci, Debenedetti e Contini a Pasolini, Calvino e Fortini fino all’odierna critica online. I termini "stili" e "forme" vanno qui intesi in senso ampio: dalle figure della frase fino ai registri espressivi e all’insieme delle procedure retoriche che caratterizzano la forza argomentativa di un critico. Non esclusa la questione dei diversi generi del discorso: la monografia, il saggio su rivista, l’intervento breve, la recensione, la stroncatura, le storie della letteratura, i manuali, i blog. Le forme e le idee costituiscono inoltre un campo di forze discorsive soggetto alle regole della riproduzione sociale. Nel corso del Novecento la critica passa dal prestigio alla fungibilità (che contraddistingue in ogni ambito i lavoratori della conoscenza) e alla conseguente autocoscienza della propria "crisi" e "responsabilità": il libro, perciò, considera gli ambiti dell’editoria, del giornalismo, della scuola e dell’università come gli scenari in cui hanno luogo i posizionamenti e le legittimazioni del discorso critico e la scelta dei destinatari.

Indice

1. Introduzione
Come fare storia della critica letteraria?/Che cos’è la critica letteraria?
2. Estetica, intuizione, totalità: Croce (e i suoi avversari) inaugurano la critica letteraria del Novecento
Il contesto/Mutamenti del campo intellettuale/Le parole-chiave della critica di Croce/Le forme e lo stile della critica di Croce/La fortuna e l’eredità di Croce/Frammento e autobiografia: i giovani anticrociani/La mediazione di Borgese e quella di Serra/Il modello di Cecchi: la critica dalla "Voce" alla "Ronda"
3. La politica, la cultura, la storia: il modello di Gramsci
Il contesto/Lo stile di pensiero e i concetti-termini di Antonio Gramsci/La fortuna della critica gramsciana/Raccontare la letteratura: storia delle poetiche e storia dei luoghi/La critica contro la storia: gli ermetici/La critica nella storia: l’impegno e la scrittura di Vittorini, critico-editore
4. Il rilievo del dettaglio: la critica stilistica e il modello Contini
Il campo culturale: il testo tra filologia e critica stilistica/Le parole-chiave della critica di Gianfranco Contini, i suoi oggetti e il suo "metodo"/Le forme e lo stile della critica di Contini/La fortuna del metodo di Contini/Continiani eterodossi: Cesare Segre.../... e Pier Vincenzo Mengaldo/La lunga eredità di Auerbach: Gli oggetti desueti diFrancesco Orlando
5. La forma-saggio e la critica interdisciplinare: il modello Debenedetti
Il campo culturale/Lo "stile europeo" di Sergio Solmi e di Eugenio Montale/Il modello Debenedetti/Idee e parole-chiave della critica di Debenedetti/Lo stile e le forme della scrittura critica di Debenedetti/La fortuna di Debenedetti/L’eredità di Debenedetti: il saggismo di Alfonso Berardinelli/In dialogo con Debenedetti
6. Le idee e gli stili della critica negli anni della mutazione: i modelli di Pasolini, di Fortini e di Calvino
Il contesto/I problemi della critica letteraria: il “decennio aureo"/Dal testo al lettore/Riviste e storie letterarie/La saggistica critica di Pier Paolo Pasolini/Contro Pasolini: la critica di Edoardo Sanguineti, tra avanguardia e ideologia/Franco Fortini: la funzione del critico/In dialogo con Fortini: Cesare Cases e Romano Luperini/La scrittura critica di Italo Calvino: compresenza degli opposti/Gli stili critici negli anni della crisi: Cesare Garboli e Claudio Magris
7. Tra vecchio e nuovo millennio: la crisi, lo stile e la critica nella rete
Il contesto/Forme e strategie della critica tra gli anni novanta e il primo decennio del Duemila/Per una critica futura: verifica degli stili e rapportocon la tradizione/La critica nella rete
Bibliografia
Indice dei nomi.

Recensioni

, TTL, 08-01-2010
Da Bendetto Croce alla rete. In Le idee e la forma (Carocci, pp. 239, € 22,80), Emanuele Zinato, professore a Padova, ripercorre la critica letteraria in Italia dal 1900 ai nostri giorni. Distinguendo cinque periodi: Croce, appunto (e i suoi avversari), il modello di Gramsci, la critica stilistica e il modello Contini, la forma-saggio e la critica interdisciplinare (Giacomo Debenedetti), Pasolini-Fortini-Calvino (e Cesare Cases, Romano Luperini, Garboli, Claudio Magris). Fino a Internet, alla navigazione digitale.
Raoul Bruni, Alias, 12-03-2011
Fin dal titolo -Le idee e le forme. La critica letteraria in Italia dal1900 ai nostri giorni (Carocci, pp.239 € 22,80) - il nuovo volume di Emanuele Zinato si distingue notevolmente per originalità d'impostazione dai numerosi panorami della critica letteraria conternporanea usciti negli ultimi anni. A ispirare questo libro è stato infatti il convincimento, pienamente condivisibile, che non si possa adeguatamente collocare o descrivere una scrittura critica dissociando le idee dalle forme, separando, cioè, le teorie critiche dagli stili in cui sono state espresse. Come osserva Zinato, la critica, al pari della letteratura, «accanto alla vicenda intellettuale, ha una pro pria dimensione stilistica. Da ciò consegue il problema di dar conto delle scritture della critica». La connessione strettissima tra idee e forme è evidente fin dagli esordi della saggistica letteraria novecentesca, laddove si fronteggiano, da un lato, la critica ufficiale di stampo idealistico, guidata da Croce, che predilige i trattati sistematici alla Hegel; dall'altro, certi vociani, quali Boine o Papini, che accompagnano al loro anticrocianesimo «ideale» un anticrocianesimo, per così dire, stilistico, che si traduce nella propensione per la scrittura frammentaria e aforistica, di matrice nietzscheana. In questo di libro non contano tanto le singole personalità dei critici (donde l'assenza di alcuni grandi nomi), ma i modelli di critica, intesi come archetipi insieme teorici e formali. Oltre a quello crociano, gli altri prototipi critici individuati da Zinato sono: il modello Gramsci, da cui si sviluppò la critica storicista; il modello Contini, a cui possono variamente riallacciarsi figure assai diverse come Mengaldo e Francesco Orlando il modello Debenedetti, il cui ultimo importante rappresentante è Beraradinelli; e i modelli Pasolini, Fortini e Calvino, i tre critici-scrittori più influenti sulle ultime generazioni di critici. Si giunge così agli anni novanta, in cui assistiamo – con il dominio sempre più persuasivo dei mass-media a una sorta di mutazione antropologica del critico, i cui rappresentanti più tipici diventano figure come Vittorio Sgarbi, (o Aldo Busi, o Giuliano Ferrara), che inaugurano in televisione una comunicazione spettacolare e aggressiva, interpretando sé stessi in modo esibizionistico». Nel nuovo millennio la critica che non accetta di trasformarsi in mera esibizione sara sempre più emarginata dagli spazi ufficiali della cultura e i giovani critici troveranno sfogo soprattutto nei siti letterari on-line o nei blog. Nasceranno cosi siti come «Nazione indiana», che, fin dalla scelta dei nomi, manifestano la propria condizione di marginalità. Benché siano spesso incondite o scomposte, le scritture critiche on-line rappresentano nondimeno l'officina della critica futura. Anzi, secondo Zinato, la rete costituisce una delle risorse potenzialmente più preziose della critica: il canale che potrebbe condurla «al superamento dalla sua condizione di impotenza».
Bruno Pischedda, Il sole 24 ore, 24-04-2011

Il titolo ricorda il giovane Lukács, il metodo evoca per molti versi la lezione sociologica di Pierre Bourdieu. Stiamo parlando del volume Le idee e le forme. La critica letteraria in Italia dal 1900 ai nostri giorni, disteso con lodevole nitore da Emanuele Zinato, comparatista e teorico della letteratura presso l'Università di Padova. Entrambi i modelli presi a prestito garantiscono alla rassegna un andamento selettivo, agglutinante. Dal filosofo ungherese deriva la convinzione che stili e sostanza concettuale stringano un legame delicatissimo anche nell'ambito delle scritture critiche: siano esse affidate alle tipologie canoniche del trattato e della chiosa, ovvero a recensioni, note, campionamenti, racconti analitici, parodie. Su questo vasto terreno di «discorsività ibrida», l'acquirente del libro potrà reperire le analisi di maggiore rilievo, le sistemazioni più originali. A essere davvero in causa è però una ridefinizione generale della disciplina, e Zinato intende contribuirvi; magari ricorrendo – come molti ormai, in Italia e all'estero – a strumenti di non immediata pertinenza umanistica.
È infatti dal sociologo francese che egli ricava la nozione di "campo": spazio entro il quale si definiscono le poste in gioco, le prevalenze relative e i protagonisti di una determinata attività economica o culturale. Una nozione solitamente utilizzata in senso sincronico, che Zinato piega invece a necessità di ordine storiografico. Ne discende una struttura a blocchi, a tagli esemplari, comprensivi di altrettanti contesti, di critici con la statura da leader e di compagni di strada. A inizio Novecento valga la costellazione crociana, entro cui orbitano con libera licenza figure come quelle di Borgese, Russo, Fubini, Flora, Gargiulo. O nel medio secolo si consideri il magistero esercitato da Debenedetti, valido dal lato freudiano per Lavagetto, per Orlando, e ora riaffiorante nel saggismo di Berardinelli, di Luperini. Grande spazio è naturalmente concesso a Gianfranco Contini e a talune personalità non proprio ligie al suo modo di operare: Mengaldo, un «continiano paradossale»; e ancor più Segre, un «continiano eterodosso». Contini da un lato, Debenedetti dall'altro: sono queste per Zinato le due "funzioni" principalissime destinate a polarizzare la scena novecentesca. Ciò non significa che egli rinunci a una più ampia ricognizione, imperniata sulla posizione del critico letterario e sulla crescente marginalità che questi viene scontando nel corso del secolo. Ne sortisce un diagramma altalenante: dalle avvisaglie di una crisi (inizi Novecento), all'apice deficitario di una "mutazione", quando le prevalenze di ordine capitalistico e i diktat di mercato più sembrano interdire la sua mediazione competente (anni 60-80); sino ai timidi barbagli di una possibile rinascenza. Proprio qui, tra fine secolo e alba del nuovo millennio, emergerebbe una folta leva di studiosi, assai scarsamente omogenea e tuttavia «capace di non perdere il legame con il passato». Interpretazione, esperienza, responsabilità nel giudizio sembrano esserne le parole d'ordine nuove o ritrovate. Non è tanto questione di nomi: Onofri, Casadei, La Porta, Cortellessa, per menzionare solo alcuni; né a venire in causa sono soltanto gli ambiti di esercizio: accademici o militanti, scritture cartacee o via web. A costituire la svolta (auspicata), è piuttosto il coraggioso atteggiarsi di tutti costoro entro le partiture di una modernità adempiuta, cioè il loro reagire a vario titolo dinnanzi alla "sconfitta" onerosa e debilitante patita nella «guerra con i media». È insomma il binomio Mutazione/Elaborazione del lutto a campeggiare incontrastato nel volume Le idee e le forme. Attento alle modalità emergenti, ma anche consapevole di quanto sia inerte una strategia puramente deprecatoria, Zinato rilancia, riconnettendo la prassi critica a un più ampio novero di varianti, di spunti teorici, utili a oltrepassare la consueta rassegna di medaglioni e di monumenti prestigiosi. Tuttavia formule depositate qui e là sulla pagina fanno dubitare molto circa il consenso, sia pure problematico, che egli concede al nuovo quadro storico. «L'ossessione espansionistica dell'audience – scrive – e una maliziosa nozione di democrazia culturale», sin dalla fine del Novecento «fanno assoluto divieto di distinguere fra una letteratura di serie A e una di serie C». E ancora: «I cambiamenti nel campo della comunicazione e le risorse rese disponibili dall'aumento di capitali della Borsa di Milano, a partire dal 1982, rendono possibile il passaggio del potere culturale direttamente nelle mani dell'élite economica». Va accolto – sia chiaro – lo sforzo per allargare l'orizzonte delle riflessioni in ambito sociologico. Colpisce però la parzialità innocente del fraseggiare; come se l'egemonia culturale non fosse da sempre nelle mani della borghesia, e segnatamente dei suoi segmenti più dotati sul piano economico. In questo senso una lettura più approfondita di Bourdieu avrebbe recato al volume maggiore prospettiva. Non a una "mutazione" pasoliniana abbiamo assistito nel discrimine tra anni Settanta e Ottanta del Novecento, ma, per chiamare le cose con giusto nome, a un crescente imborghesimento del settore editoriale e letterario (cui il postmodernismo, se mai, ha fatto da intermediario autorevole). «Campo» d'altronde è un concetto dinamico, indica uno spazio di conflitti incessanti, entro cui si definiscono i ruoli preminenti e i criteri di gusto. Di tutto ciò, troppo poco rimane nel lavoro di Zinato: dove sono le lotte di successione tra vecchie e nuove élite, le scelte strategiche circa chi recensire e chi no, le classificazioni esplicite o implicite che sanciscono quanto ha rilevanza estetica e quanto invece va abbandonato all'appetito corrivo delle moltitudini? In verità, a proporsi centralmente nel volume Le idee e le forme è un inesplicato «giudizio di valore»; e questo giudizio sembra muovere da prerogative per troppa parte innate, individuali: obbliga, spiega Zinato, ad «argomentare le scelte del proprio gusto». Peccato sia da una simile estetica, unitaria e falsamente oggettiva, al massimo di ceto, per funzionari preposti, che sorge e anzi cresce la marginalizzazione del critico. Nel contesto odierno, egli non può essere più, semplicemente, «un lettore che scrive di quel che legge», o colui che «descrive, interpreta e valuta un'opera d'arte»; né può limitarsi a tenere «in riuso il patrimonio letterario», selezionandolo e rendendone attuali i significati originari.  E allora – si dirà – che gli facciamo fare, povero critico? Risposta: gli chiediamo una giusta consapevolezza non solo riguardo ai metodi, agli stili, alle prerogative di gusto; ma riguardo al pubblico più riccamente articolato di cui dovrebbe porsi al servizio. Lo invitiamo a riflettere sulla relatività dei giudizi e sui conflitti che vi sono sottesi. Non già per annullare le differenze tra letterature di serie A, B o C, che pure esistono, e vanno accertate caso per caso, ma per trarne oggetto di studio con i medesimi strumenti. Su una parte almeno di questi problemi dichiara di convergere la Generazione TQ: critici quarantenni, scrittori, editoriali che il 29 prossimo si riuniscono negli uffici romani di Laterza (vedi articolo di domenica scorsa). Se vorranno riprendere il discorso, come pare, senza pregiudizi passatisti né ipotesi "mutanti", non faranno che di necessità un bene.

Bruno Pischedda, Il Sole 24 ore, 24-04-2011

Il titolo ricorda il giovane Lukács, il metodo evoca per molti versi la lezione sociologica di Pierre Bourdieu. Stiamo parlando del volume Le idee e le forme. La critica letteraria in Italia dal 1900 ai nostri giorni, disteso con lodevole nitore da Emanuele Zinato, comparatista e teorico della letteratura presso l’Università di Padova. Entrambi i modelli presi a prestito garantiscono alla rassegna un andamento selettivo, agglutinante. Dal filosofo ungherese deriva la convinzione che stili e sostanza concettuale stringano un legame delicatissimo anche nell’ambito delle scritture critiche: siano esse affidate alle tipologie canoniche del trattato e della chiosa, ovvero a recensioni, note, campionamenti, racconti analitici, parodie. Su questo vasto terreno di «discorsività ibrida», l’acquirente del libro potrà reperire le analisi di maggiore rilievo, le sistemazioni più originali. A essere davvero in causa è però una ridefinizione generale della disciplina, e Zinato intende contribuirvi; magari ricorrendo – come molti ormai, in Italia e all’estero – a strumenti di non immediata pertinenza umanistica.
È infatti dal sociologo francese che egli ricava la nozione di "campo": spazio entro il quale si definiscono le poste in gioco, le prevalenze relative e i protagonisti di una determinata attività economica o culturale. Una nozione solitamente utilizzata in senso sincronico, che Zinato piega invece a necessità di ordine storiografico. Ne discende una struttura a blocchi, a tagli esemplari, comprensivi di altrettanti contesti, di critici con la statura da leader e di compagni di strada. A inizio Novecento valga la costellazione crociana, entro cui orbitano con libera licenza figure come quelle di Borgese, Russo, Fubini, Flora, Gargiulo. O nel medio secolo si consideri il magistero esercitato da Debenedetti, valido dal lato freudiano per Lavagetto, per Orlando, e ora riaffiorante nel saggismo di Berardinelli, di Luperini. Grande spazio è naturalmente concesso a Gianfranco Contini e a talune personalità non proprio ligie al suo modo di operare: Mengaldo, un «continiano paradossale»; e ancor più Segre, un «continiano eterodosso». Contini da un lato, Debenedetti dall’altro: sono queste per Zinato le due "funzioni" principalissime destinate a polarizzare la scena novecentesca.
Ciò non significa che egli rinunci a una più ampia ricognizione, imperniata sulla posizione del critico letterario e sulla crescente marginalità che questi viene scontando nel corso del secolo. Ne sortisce un diagramma altalenante: dalle avvisaglie di una crisi (inizi Novecento), all’apice deficitario di una "mutazione", quando le prevalenze di ordine capitalistico e i diktat di mercato più sembrano interdire la sua mediazione competente (anni 60-80); sino ai timidi barbagli di una possibile rinascenza. Proprio qui, tra fine secolo e alba del nuovo millennio, emergerebbe una folta leva di studiosi, assai scarsamente omogenea e tuttavia «capace di non perdere il legame con il passato». Interpretazione, esperienza, responsabilità nel giudizio sembrano esserne le parole d’ordine nuove o ritrovate. Non è tanto questione di nomi: Onofri, Casadei, La Porta, Cortellessa, per menzionare solo alcuni; né a venire in causa sono soltanto gli ambiti di esercizio: accademici o militanti, scritture cartacee o via web. A costituire la svolta (auspicata), è piuttosto il coraggioso atteggiarsi di tutti costoro entro le partiture di una modernità adempiuta, cioè il loro reagire a vario titolo dinnanzi alla "sconfitta" onerosa e debilitante patita nella «guerra con i media». È insomma il binomio Mutazione/Elaborazione del lutto a campeggiare incontrastato nel volume Le idee e le forme. Attento alle modalità emergenti, ma anche consapevole di quanto sia inerte una strategia puramente deprecatoria, Zinato rilancia, riconnettendo la prassi critica a un più ampio novero di varianti, di spunti teorici, utili a oltrepassare la consueta rassegna di medaglioni e di monumenti prestigiosi. Tuttavia formule depositate qui e là sulla pagina fanno dubitare molto circa il consenso, sia pure problematico, che egli concede al nuovo quadro storico. «L’ossessione espansionistica dell’audience – scrive – e una maliziosa nozione di democrazia culturale», sin dalla fine del Novecento «fanno assoluto divieto di distinguere fra una letteratura di serie A e una di serie C». E ancora: «I cambiamenti nel campo della comunicazione e le risorse rese disponibili dall’aumento di capitali della Borsa di Milano, a partire dal 1982, rendono possibile il passaggio del potere culturale direttamente nelle mani dell’élite economica». Va accolto – sia chiaro – lo sforzo per allargare l’orizzonte delle riflessioni in ambito sociologico. Colpisce però la parzialità innocente del fraseggiare; come se l’egemonia culturale non fosse da sempre nelle mani della borghesia, e segnatamente dei suoi segmenti più dotati sul piano economico. In questo senso una lettura più approfondita di Bourdieu avrebbe recato al volume maggiore prospettiva. Non a una "mutazione" pasoliniana abbiamo assistito nel discrimine tra anni Settanta e Ottanta del Novecento, ma, per chiamare le cose con giusto nome, a un crescente imborghesimento del settore editoriale e letterario (cui il postmodernismo, se mai, ha fatto da intermediario autorevole). «Campo» d’altronde è un concetto dinamico, indica uno spazio di conflitti incessanti, entro cui si definiscono i ruoli preminenti e i criteri di gusto. Di tutto ciò, troppo poco rimane nel lavoro di Zinato: dove sono le lotte di successione tra vecchie e nuove élite, le scelte strategiche circa chi recensire e chi no, le classificazioni esplicite o implicite che sanciscono quanto ha rilevanza estetica e quanto invece va abbandonato all’appetito corrivo delle moltitudini? In verità, a proporsi centralmente nel volume Le idee e le forme è un inesplicato «giudizio di valore»; e questo giudizio sembra muovere da prerogative per troppa parte innate, individuali: obbliga, spiega Zinato, ad «argomentare le scelte del proprio gusto». Peccato sia da una simile estetica, unitaria e falsamente oggettiva, al massimo di ceto, per funzionari preposti, che sorge e anzi cresce la marginalizzazione del critico. Nel contesto odierno, egli non può essere più, semplicemente, «un lettore che scrive di quel che legge», o colui che «descrive, interpreta e valuta un’opera d’arte»; né può limitarsi a tenere «in riuso il patrimonio letterario», selezionandolo e rendendone attuali i significati originari.  E allora – si dirà – che gli facciamo fare, povero critico? Risposta: gli chiediamo una giusta consapevolezza non solo riguardo ai metodi, agli stili, alle prerogative di gusto; ma riguardo al pubblico più riccamente articolato di cui dovrebbe porsi al servizio. Lo invitiamo a riflettere sulla relatività dei giudizi e sui conflitti che vi sono sottesi. Non già per annullare le differenze tra letterature di serie A, B o C, che pure esistono, e vanno accertate caso per caso, ma per trarne oggetto di studio con i medesimi strumenti. Su una parte almeno di questi problemi dichiara di convergere la Generazione TQ: critici quarantenni, scrittori, editoriali che il 29 prossimo si riuniscono negli uffici romani di Laterza (vedi articolo di domenica scorsa). Se vorranno riprendere il discorso, come pare, senza pregiudizi passatisti né ipotesi "mutanti", non faranno che di necessità un bene.

Vincenzo Scagliarini, L'Indice dei libri del mese, 01-09-2011
Interiorizzato il trauma della mutazione neocapitalistica e oltrepassata la dimensione astorica del postmodemismo, Le idee e le forme testimonia la ripresa del dialogo tra quelle due correnti che, escludendosi a vicenda, prediligevano o la descrizione di un testo o la sua interpretazione (due fronti che fanno capo, in linea ideale, a Contini e a Debenedetti). Il volume, diviso in sette capitoli in successione diacronica, prende le mosse dall'imponente figura di Croce e si addentra nel panorama contemporaneo. D'altronde, l'autore ci averte che la scrittura critica, caratterizzata da una "discorsività ibrida", si è sempre espressa in diverse forme e attraverso diversi generi letterari. Il rapporto tra critica e società viene affrontato anche dalla prospettiva dei blog letterari e, per questa via, s'indaga la disputa interna a www.nazioneindiana.com che -esemplare per molti aspetti – nel 2006 ha portato alla nascita di www.ilprimoamore.com. L'"oggi", richiamato fin dal titolo, non è un'etichetta storiografica ma il campo d'azione di forze di "difficile attualità" che, perciò, necessitano di un ponte di connessione con il passato e del riferimento preciso a un contesto. Zinato, insomma, opera al di fuori di quell' ottica "postuma" che, tenendosi a distanza dal presente più immediato, si limita ad attestare la perdita di prestigio del sapere umanistico. Per poter escludere la visione catastrofista di George Steiner sulla scomparsa della critica letteraria, è necessario deistituzionalizzare questa disciplina, sottrarle il privilegio sull'analisi del reale e indagarla come "un caso particolare di una gamma più vasta di fenomeni intellettuali e materiali" riguardante un"'investitura etica" individuale che "ha a che fare con lo spirito critico, con la verifica e con l'uso pubblico della ragione". Il dissolversi e il ripresentarsi di modelli critici che agiscono su tradizioni di lunga durata è una delle caratteristiche del Novecento e, per mostrare questa ricchezza, Zinato ha scelto "di tracciare la vicenda della critica per campioni, per linee e per funzioni, nella convinzione che i dettagli significativi possano illuminare per sineddoche l'intero quadro". Epperò, il sacrificio della completezza documentale sull'altare di una scelta metodologica netta porta un sicuro vantaggio: il largo spazio concesso alle citazioni esemplari permette di apprezzare le particolarità della prosa di critici come Cesare Cases o Alfonso Berardinelli. Con quest'impalcatura "sineddotica" Zinato dà voce al lavoro altrui, applicando la lezione di Lukacs in maniera operativa, al servizio del rigore nella trattazione. Così lo stile di un critico è il mezzo attraverso il quale si esplicita il "complesso di idee" che guida l'attività intellettuale. L'uso delle parole-chiave: "funzione" "ruolo" "verifica", invece, nel privilegiare l'autonomia del lavoro critico da ogni specialismo, riecheggia Fortini. Queste due anime si fondono nel penultimo paragrafo, nel quale si mostra il lavoro di quelle giovani generazioni che operano al di là della contrapposizione fra "critica militante" e "critica accademica": Alberto Casadei, Andrea Mribo, Guido Mazzoni e Andrea Cortellessa, per rendere atto dell"'uscita dallo stalla autocommiserante" della critica.