Carocci editore - Animali della letteratura italiana

Password dimenticata?

Registrazione

TFA e formazione

Banner

crediti formativi

Banner

Promo del mese

Banner
Banner
Animali della letteratura italiana

Gino Ruozzi, Gian Mario Anselmi

Animali della letteratura italiana

Edizione: 2010

Collana: Quality paperbacks (322)

ISBN: 9788843055081

  • Pagine: 288
  • Prezzo:17,00 14,45
  • Acquista

In breve

Il volume presenta autori e opere della letteratura italiana attraverso l’ottica degli animali. Non è un catalogo enciclopedico ma la proposta di alcuni percorsi esemplari. Nella tradizione esopica gli animali erano allegorie di vizi e virtù; oggi sono anche amici con cui condividere un cammino.
Saggi di D. Aricò, D. Baroncini, F. Benozzo, A. Bertoni, N. Billi, B. Capaci, E. Conti, F. Giunta, G. Ledda, N. Maldina, M. Marangoni, I. Palladini, M. R. Panté, E. Pasquini, S. Pavarini, F. Ricci, M. Righini, C. Ruozzi, S. Scioli, A. Sebastiani, A. Severi, M. Veglia, S. Verhulst.

Indice

Introduzione. L’uomo e gli animali, di Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi
1. Api, di Nicolò Maldina
2. Aquile, di Emilio Pasquini
3. Asini, di Denise Aricò
4. Cani, di Gian Mario Anselmi
5. Capre, pecore, mucche, di Michele Righini
6. Cavalli, di Andrea Severi
7. Cavalli da corsa, di Alberto Bertoni
8. Centauri, di Daniela Baroncini
9. Draghi, grifoni e altri animali fantastici, di Irene Palladini
10. Farfalle, di Sabine Verhulst
11. Formiche e cicale, di Gino Ruozzi
12. Gatti, di Noemi Billi
13. Leoni, tigri, elefanti, di Stefano Scioli
14. Lepri e tartarughe, di Maria Rosa Pantè
15. Lupi e volpi, di Marco Veglia
16. Mosche, di Francesca Ricci
17. Orsi e cervi, di Francesco Benozzo
18. Passeri e altri volatili, di Stefano Pavarini
19. Pesci, crostacei, ostriche e sirene, di Bruno Capaci
20. Pipistrelli e uccelli notturni, di Giuseppe Ledda
21. Porci e maiali, di Alberto Sebastiani
22. Ragni, di Cinzia Ruozzi
23. Rane, di Marco Marangoni
24. Serpenti, di Fabio Giunta
25. Tacchini e pennuti da cortile, di Eleonora Conti
26. Topi, di Nicolò Maldina
Indice dei nomi.

Recensioni

Emanuele Trevi, Tutto Libri La Stampa, 21-11-2009
Sembra proprio che i vecchi trucchi, in ogni tipo di arte, siano sempre i più efficaci. Prendiamo quella condizione di rapimento, rara e beata in ogni età della vita, che potremmo definire lo stupore fiabesco. In Up, l’ultimo capolavoro in animazione digitale della Pixar, i due protagonisti a un certo punto si imbattono in un cane parlante. Ebbene sì, come ai tempi di Esopo, o dei poemi mitologici indiani. A fidarsi esclusivamente del criterio romantico dell’originalità, l’idea non dovrebbe essere presa nemmeno in considerazione. Eppure, funziona. Liberando l’animale dai ceppi del verso e assegnandogli una lingua, il narratore di una storia ci offre un filo d’Arianna nel labirinto delle apparenze. Come un meraviglioso e delicatissimo strumento musicale, il mondo vibra di un’infinità di accordi e di segrete corrispondenze. Non solo il Grillo di Pinocchio, ma centinaia d’altri animali in veste di aiutanti magici - come li definisce la teoria della fiaba - parlano per rivelare verità impellenti, svelare arcani, ammonire l’eroe smarrito nelle sue illusioni. Simmetricamente, la conoscenza delle lingue degli animali da parte di esseri umani è il privilegio delle infanzie mitiche, delle iniziazioni magiche, della santità. Quello fornito all’uomo dal mondo animale è un alfabeto simbolico di tale ricchezza che non solo le civiltà tradizionali, con le loro imponenti metafisiche, ma anche le odierne società secolarizzate non smettono di attingere alle sue inesauribili riserve di significato. L’opera degli scrittori rappresenta una testimonianza decisiva. Mentre la letteratura, nel processo irreversibile di separazione e specializzazione dei saperi, rinuncia ad ogni pretesa scientifica, il fascino esercitato dagli animali rimane intatto, come un’energia che si sprigiona fra i due poli estremi dell’attrazione e della fobia. Ma lo scrittore moderno non può più riferirsi a un sistema di significati condivisi, come quello dell’astrologia o dei bestiari morali, che per tutta l’antichità e il Medio Evo avevano assegnato ad ogni bestia, reale o immaginaria che fosse, un preciso valore d’ordine etico, religioso, iniziatico. Per ogni cristiano capace di intendere il Grande Libro naturale, il pellicano, ad esempio, era una figura del Salvatore. E le bestie feroci che ostacolano il cammino di Dante nel primo canto dell’Inferno avevano un significato etico abbastanza trasparente per ogni lettore. Giunge però il momento storico in cui questo sapere, così compatto e tutto sommato coerente, viene per così dire frantumato. Diretta da Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi, l’imponente ricerca sugli Animali della letteratura italiana in uscita da Carocci (pp. 287, e 25) documenta come meglio non si potrebbe il passaggio da un simbolismo universale durato per secoli alla più sfrenata e imprevedibile soggettività. In questo nuovo quadro, le antiche credenze non scompaiono del tutto, ma sopravvivono come curiosità erudite e superstiti testimonianze di un cataclisma intellettuale senza precedenti. Il meccanismo fondamentale della relazione tra la sensibilità dello scrittore e gli innumerevoli rappresentanti del regno animale diventa quello della proiezione. «Gli animali - riflettono Anselmi e Ruozzi nell’introduzione al volume - ci sono diventati più vicini, esseri smarriti come noi». E dunque «amici con cui condividere il cammino» anziché «allegorie dei nostri vizi e delle nostre virtù». Nelle pagine di scrittori come Anna Maria Ortese e Raffaele La Capria, in effetti, percepiamo con straziante intensità i sentimenti di chi si trova a riconoscere, nello sguardo mite ed attento dell’animale, un’immagine credibile della propria stessa sorte. Simile per metodo ad altre indagini condotte sui Luoghi e sugli Oggetti della letteratura italiana, questo volume offre una documentazione ricchissima, dalle api ai topi, senza tralasciare draghi, grifoni e centauri. Scelta da condividere: dal punto di vista della letteratura, infatti, la zoologia reale e quella fantastica, alla quale Borges dedicò uno splendido Manuale, hanno ben poche differenze sostanziali. Si potrebbe arrivare a dire che ogni animale che incontriamo nelle pagine degli scrittori, fosse pure il gatto di casa o un volatile da cortile, non è meno fantastico di un ariostesco ippogrifo. Come in Alonso, l’indimenticabile puma dell’ultimo romanzo di Anna Maria Ortese, nell’animale si incontrano e si fondono il quotidiano e l’immaginario, la regola e l’eccezione. Per secoli, si è disputato seriamente sulla possibilità che questi nostri parenti, sottomessi come noi al fato e alla mortalità, fossero dotati di un’anima. Oggi che è sulla nostra anima che pesa un sospetto - forse irrimediabile - di inconsistenza, è in loro che cerchiamo le ultime tracce di quel senso del mondo che ci è sfuggito di mano.
Dino Basili, Avvenire, 15-12-2009
Meglio contenere le lodi alle formiche e le contrapposte critiche alle cicale. Quest'ultime, "messaggere delle muse", spesso erano più apprezzate delle "avare e ladre" formiche. Rianimando allegorie e infrangendo stereotipi, lo rammenta Gino Ruozzi in uno dei 26 brevi saggi Gli animali nella letteratura italiana, appena uscito da Carocci.
Massimiliano Panarari, la Repubblica ed. Bologna, 12-01-2010

Sta diventando quasi un appuntamento fisso annuale la rassegna di percorsi "guidati" all’ interno della letteratura italiana, curata da Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi. Dopo i Luoghi e gli Oggetti, escono ora gli Animali della letteratura italiana (Carocci), un libro nel quale vari critici e storici (per lo più docenti noti o giovani contrattisti all’ Alma mater, dal dantista Emilio Pasquini ad Alberto Bertoni, da Alberto Sebastiani a Fabio Giunta) analizzano le presenze etologiche nelle opere che hanno segnato il nostro patrimonio linguistico e culturale. E si apre, letteralmente, un mondo, in questo caso animale, che de facto accompagna, attraverso le parole della letteratura, l’ evoluzione delle autorappresentazioni e dell’ immagine del popolo italiano lungo i secoli. «Un tragitto letterario, antropologico e paideutico», come scrivono per l’ appunto i curatori, da cui emerge con nettezza la profonda influenza avuta da questi nostri più o meno grandi e più o meno amichevoli "compagni di viaggio" sull’ immaginario e il linguaggio dei nostri connazionali. I cavalli dei classici (da Catone a Virgilio), le api delle Georgiche o quelle "epiche" dell’ Orlando furioso, le aquile della Divina Commedia, la gatta degli apologhi di Leonardo da Vinci, le formiche rosse del montaliano Meriggiare pallido e assorto, le lepri mangiate in Pinocchio e nel pirandelliano Un invito a pranzo, i pipistrelli dannunziani, i serpenti di Dino Buzzati, i cervi del calviniano Barone rampante, le mosche di Malaparte, di Gadda o di Volponi, fino ai pennuti comici di Lupo Alberto di Silver, popolano i venti saggi del volume e, pur senza esaurire l’ universo etologico, rimandano spesso a un’ idea di innocenza arcaica e smarrita tanto più forte quanto più siamo diventati figli di una società urbana (e sempre meno candida...). Una presenza di volta in volta rassicurante o problematica, e via via sempre maggiormente familiare, anche in virtù del dilagante interesse che, nel corso di questi ultimi anni, l’ etologia ha incontrato presso le famiglie e i bambini (dalle dispense enciclopediche ai programmi televisivi alle rubriche giornalistiche, dalla pet therapy alla passione per gli animali esotici, che regala evidentemente ai possessori più di un brivido). Insomma, l’ Italia postindustriale si è scoperta affascinata dal mondo animale (e, in taluni casi, persino più sensibile nei suoi confronti), anche se, come non mancano di notare gli autori nelle loro colte e originali scorribande letterarie, a quella che potremmo chiamare la "frequentazione virtuale" corrisponde una sempre minore dimestichezza reale. Ma se anche questo cambiamento di prospettiva può accrescere quella che il filosofo animalista Peter Singer chiamerebbe la "compassione" verso questi nostri "vicini di specie", allora ben venga.

Bianca Garavelli, Avvenire, 27-02-2010

Non siamo più al tempo dei bestiari medievali. Non crediamo più o non fingia­mo di credere che una salamandra possa gettarsi nel fuoco senza dan­ni. Ma possiamo ancora subire il fascino selvaggio di un lupo, o pro­vare per l’operosità perfetta di un alveare l’invidia di chi non sa co­struire nidi tanto ben organizzati. E come osservano Gian Mario An­selmi e Gino Ruozzi, i curatori dell’antologia di saggi Animali del­la letteratura italiana, loro sono i nostri compagni di vita, i doni più belli di quel giardino del mondo che Dio ha affidato all’umanità all’inizio della storia. Oggi la lette­ratura non manca di ricordarci che rischiamo di perdere questi doni dell’Eden, con la nostra smania di dominio e lo sfruttamento sconsi­derato di quelle che chiamiamo «risorse» per la nostra sopravvi­venza. Per esempio con il romanzo La strada di Cormac McCarthy, in cui in un futuro non improbabile i protagonisti si aggirano in un mondo spoglio di vita anche per­ché privo di animali. Gli scrittori sembra vogliano farsi portavoce di un clima di allarme, di un senso opprimente di perdita e sciagura che le molte specie a rischio di e­stinzione, a loro volta, stanno testi­moniando. E non solo specie eso­tiche, che in qualche modo possia­mo sentire lontane dalla nostra vi­ta quotidiana: anche, appunto, u­na familiare e domestica, «che da sempre ha accompagnato la storia dell’uomo»: proprio le api, che tanto hanno ispirato poeti e narra­tori, «allegoria di società perfetta». Che persino loro rischino di scom­parire è un segnale preoccupante, il segno di un declino gravissimo. Il nuovo secolo sembra essere domi­nato dalla paura di non riuscire più a custodire il giardino che ci è stato affidato all’inizio dei tempi. Ma ci sono anche storie positive da raccontare, in cui gli animali ci offrono esempi, simboli vivi di una speranza di vita che si rinnova, ci svelano indifesi istinti, parti di noi che a volte dimentichiamo, ma che rimangono nostre qualità profonde. In parallelo a scrittori che coltivano nei loro libri senti­menti di affetto e compassione per gli animali, come Anna Maria Or­tese, Raffaele La Capria, Nico Orengo, Paola Mastrocola, sono or­mai consolidati i movimenti ani­malisti, che lottano perché i diritti dei nostri compagni siano ricono­sciuti e rispettati. Forse il disastro ambientale, di cui gli animali sono la prima immagine evidente, si può fermare, forse addirittura il corso dannoso degli eventi si può invertire. Così rinasce una speran­za, come ci fa scoprire questo li­bro, attraverso le pagine di Raffaele La Capria, partecipe della tristezza del cane Guappo, consapevole di essere «ultimo fra gli ultimi», o at­traverso le avventure epiche dei «gatti ostinati» di Italo Calvino, ca­paci con la loro resistenza passiva di combattere la guerra più effica­ce. Romanzi e racconti, poesie e poemi ci mostrano che gli animali «hanno un’anima, come attesta la radice stessa» del loro nome.

Matteo Chiavarone, www.ilrecensore.com, 23-03-2010

"Animali della letteratura italiana" (Carocci, 2009) - lavoro curato da Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi, entrambi professori presso l’Università di Bologna - vuol tracciare una linea particolarissima della nostra tradizione letteraria. Una linea che ha come protagonisti gli animali: animali "reali" e simbolici, "portatori" di valori a cui tendere o da abbandonare velocemente.Il volume non ha l’ambizione di essere un compendio enciclopedico ma, più che altro, una somma di attestazioni, percorsi esemplari di un bestiario colorato. La carrellata di animali - api, aquile, asini, capre, cavalli, cicale, farfalle, ragni, tigri, elefanti, topi - si sovrappone a quella di creature fantastiche - draghi, grifoni, centauri - creando una superficie vastissima su cui lavorare ma, tutto sommato, completa. In una società il cui rapporto con la natura sta scomparendo quasi del tutto, gli animali diventano umanizzazioni dei nostri stati d’animo, legami imprescindibili con il nostro passato e con la nostra materia profondamente terrena. Non si può non pensare alla lupa di Dante, avara di sentimenti, contrapposta a quella di Verga, famelica e ingorda; alle api meticolose che dalla letteratura latina diventano portatrici di una società perfetta e utopica; alla "bianca pollastra" con cui Saba, in A mia moglie, descrive la propria consorte. A volte "amici" a volte "nemici", gli animali diventano protagonisti assoluti delle nostre storie. Le meticolose formiche contro le viziate cicale, ad esempio; oppure l’aquila, simbolo di libertà ma anche di potere e, infine, con Giacomo da Lentini, portatrice d’amore: nell’aquila gruera ho messo amore. Le capre: legame con la terra prima, con il trascendente poi. I pesci di Verga, l’anguilla di Montale, le sirene-bambine di Malaparte. Insomma: un tributo, affascinante e interessantissimo, al rapporto millenario tra l’uomo, la letteratura e il mondo ferino. I saggi sono di Denise Aricò, Daniela Baroncini, Francesco Benozzo, Alberto Bertoni, Noemi Billi, Bruno Capaci, Eleonora Conti, Fabio Giunta, Giuseppe Ledda, Nicolò Maldina, Marco Marangoni, Irene Palladini, Maria Rosa Pantè, Emilio Pasquini, Stefano Pavarini, Francesca Ricci, Michele Righini, Cinzia Ruozzi, Stefano Scioli, Alberto Sebastiani, Andrea Severi, Marco Veglia, Sabine Verhulst.

Salvatore Ferlita, la Repubblica ed. Palermo, 27-04-2010

Le carte degli scrittori siciliani sono affollate da animali di tutte le specie: a confermarlo è il volume "Animali della letteratura italiana" (Carocci, a cura di Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi, 288 pagine, 25 euro), da qualche giorno in libreria. Un' accurata mappatura che dà conto della presenza di belve e insetti, in un vertiginoso attraversamento di secoli e latitudini, fornendo delle preziose indicazioni a chi volesse ritagliare, dalla topografia letteraria italiana, una cartina "sub specie isolana". Certo, a farla da padrone, sono i soliti Verga e Pirandello, citatissimi in quasi tutti i saggi. Accanto ai quali però c'è un'ottima rappresentanza di altri autori siciliani, da De Roberto a Capuana, da Brancati a Quasimodo, da Sciascia a Camilleri: a venirne fuori, alla fine, è una ricca, anche se con certe lacune, campionatura degli animali che si muovono nei racconti, nei romanzi e anche nei versi, a volte a titolo di comparse fugaci, altre nelle vesti di protagonisti assoluti. Insomma, una sorta di storia della letteratura siciliana, declinata però dalla parte di volatili, quadrupedi, bestie feroci, animali domestici. Per volere semplificare al massimo, ci si torva tra due poli contrapposti, uno euforico di rispecchiamento simbolico e morale (seppure minoritario), e uno disforico, ossia di ripulsa e di paura del diverso e del mostruoso che l' animale racchiude in sé. Ma la cosa che più colpisce, leggendo i contributi del volume, è che ad avere la meglio è la rappresentazione degli animali come depositari di minacce e a volte di misteri. Avendo pure una certo rilievo il dato, diciamo così, antropologico, legato alla cultura e alle credenze del popolo siciliano: a questo proposito, non si può non citare l'asino, immortalato da par suo nelle pagine di Serafino Amabile Guastella, (che però non è citato), così come l'asino che spadroneggia nelle novelle e nei romanzi di Giovanni Verga: sullo sfondo di un universo primordiale, come si può evincere dalla novella "Storia dell'asino di San Giuseppe", il cui protagonista è proprio l'asino, che rimedia le prime bastonature dal padrone per non essere stato acquistato. Quasi sempre, nelle pagine dello scrittore di Vizzini, l'asino assurge a vittima di una società umana abbrutita dalla fatica e assuefatta a servire; lontano mille miglia, dunque, dalla tradizione favolistica. Per risollevare le sorti dello sfortunato quadrupede, basta volgere lo sguardo quasi un secolo indietro, nel poema picaresco "Don Chisciotti e Sancii Panza", composto in dialetto siciliano dal palermitano Giovanni Meli, dove, grazie all'uso di un'ottica rovesciata, l'animale risulta l'unico capace di interpretare i sentimenti umani. A fare da correttivo al buonismo diabetico di Meli, ci avrebbe pensato Pirandello, con un efficace apologo, in cui l'asino si rivolge a Esopo, uno dei suoi primi cantori, per dirgli: «Se tu metti fuori qualche altra storia su di me, vedi di farmi dire qualcosa di ragionevole e sennato». Al che, lo scrittore replica: «E come potrebbe ciò accordarsi? Non si direbbe allora che il moralista sei tue l'asino io?». Per restare tra i quadrupedi, sono contemplati pure i cani: il riferimento però, nel volume, non è al Bendicò che passeggia nel romanzo di Tomasi di Lampedusa, sbriciolandosi alla fine, ma ai ricordi struggenti del principe di Salina morente, in merito alla pratica della caccia. E ancora le capre e i maiali: le prime si affacciano con la loro natura semplice e misera dalla novella di Pirandello "Benedizione", come simbolo di miseria e sofferenza, e però solidale con l' uomo, a condividere uno stesso crudele destino. Relativamente al suino, va detto che la sua comparsa può avere a che fare con l' intento di allegorizzare vizi e virtù degli uomini, come fanno l' autore del "Fu Mattia Pascal" e Leonardo Sciascia, ma può anche essere messa in relazione al sottinteso negativo del termine, denunciando pinguedine, voracità grossolana, sporcizia, dissolutezza, volgarità. In questo senso, nei "Viceré" di De Roberto, si assiste a una raffica disarmante di insulti, da "maiale" a "porco". Non mancano poi animali esotici, come la tigre ad esempio: che in Verga si mescola alla natura umana, nella psicologia di Nata, protagonista di "Tigre reale", laddove il felino è chiamato in causa per riferirsi a un certo macabro erotismo; mentre in Pirandello, la tigre si carica di un importante ruolo simbolico, nel romanzo "Quaderni di Serafino Gubbio operatore". Lo conferma anche il titolo col quale era stato inizialmente proposto al "Corriere della Sera", "La tigre" appunto: in un mondo pervaso irrimediabilmente dall' inautentico, la belva prigioniera si fa ultima testimonianza della natura della civiltà ribellandosi all'uomo. A proposito di bestie strane, insolite, sempre in una novella del premio Nobel agrigentino, a un certo punto ci si imbatte addirittura in un orso: si intitola "Una giornata" e narra dell'ingresso in chiesa della bestia, inviata direttamente da Dio per mettere alla prova due chierici. Straordinaria parabola sulla incapacità, da parte dell'uomo, di decifrare i segni divini. Ma passiamo agli uccelli: non sono poche le aquile che sorvolano l'isola di carta, a partire da Giacomo da Lentini, che applica l' immagine del rapace a una situazione amorosa, per poi lambire il Novecento con i versi di Quasimodo. Ci sono gli allocchi, ma quasi sempre per traslato, ossia a voler indicare stupidità inguaribile, ma anche le gazze (Quasimodo docet) e le civette: in uno dei più noti romanzi di Sciascia, il predatore notturno è chiamato in causa metaforicamente, a rappresentare Cosa nostra. E a proposito di uccelli delle tenebre, Pirandello nella novella "Il pipistrello" fa di questo immondo volatile una sorta di «strappo nel cielo di carta», per affrontare il tema del rapporto tra realtà e finzione. Ci sono pure gli animali acquatici, dall' orca di D'Arrigo alle triglie di "Paolo il caldo",e gli insetti: la mosca pirandelliana, che porta la morte, e le formiche, che sempre lo scrittore agrigentino accoglie nelle sue pagine, quali presenze angoscianti nella novella "Vittoria delle formiche", in cui questi insetti diventano l'emblema della disgrazia e della persecuzione del protagonista. Le formiche in Vitaliano Brancati danno forma al racconto "Una formica", al centro del quale c' è un gesto inspiegabile: quello, da parte del personaggio principale, di bruciare una formica alla fiamma della candela. Un atto che carica chi lo compie di rimorsi e angoscia: formiche e dannazione è dunque il binomio inatteso che accomuna Pirandello e l' autore di "Don Giovanni in Sicilia", i testi dei quali sono contrassegnati entrambi dalla presenza devastante del fuoco.

Giuseppe Crimi, www.lareteonline.it, 25-05-2010
Senza saperlo, gli animali hanno impresso tracce profonde nell’arte, nella scrittura, nel pensiero. Per secoli essi hanno rappresentato per gli uomini di tutte le latitudini un punto di riferimento: emblemi di coraggio, di purezza, di ferocia, vicini minacciosi o alleati preziosi per la sopravvivenza. “Animali della letteratura italiana" – volume curato da Gian Mario Anselmi e da Gino Ruozzi – è un curioso libro che raccoglie un nutrito numero di contributi (tutti firmati da specialisti), che indagano sulla presenza animalesca nella cultura letteraria italiana (non senza incursioni diffuse anche in quella straniera). Un’occasione – sollecitata anche dalla pubblicazione, per cura dello stesso Ruozzi, del volume "Favole, apologhi e bestiari" (Milano, Rizzoli, 2007) – per avvicinarsi alla letteratura in una prospettiva insolita e per riappropriarsi di un’idea del mondo zoomorfo che l’urbanizzazione ha in gran parte impoverito o persino dissolto. I contributi di questo libro, in genere di lunghezza media, permettono di delineare un affresco chiaro e sintetico della presenza dei principali animali che hanno popolato le pagine dei più importanti scrittori nostrani. Il pregio dei saggi sta nella capacità di tracciare per sommi capi i significati più ricorrenti di ciascun animale, pur con la consapevolezza che ogni argomento necessiterebbe di centinaia di pagine: basti pensare al recente e formidabile saggio di Michel Pastoureau “L’orso. Storia di un re decaduto" (Torino, Einaudi, 2008), un libro che un italiano mediamente acculturato dovrebbe conservare nella personale biblioteca; oppure al bel volumetto di Desmond Morris "Le civette" (Roma, Castelvecchi, 2009), un arguto saggio interdisciplinare tra storia, mitologia ed etologia. "Animali della letteratura italiana" si scorre in rigoroso ordine alfabetico: si va dalle api fino ai topi, lasciando spazio anche ad esseri fantastici come i centauri, le sirene e i draghi. Ventisei saggi che ovviamente – anche per ragionevoli motivi di spazio all’interno di un lavoro collettivo – non affrontano tutti gli animali dello scibile, ma che possono essere il primo passo di un’opera, più ambiziosa, in grado di censire gran parte dello zoo in letteratura. Sono poi i curatori stessi a chiarire uno dei sensi riposti nel volume: «Scopriamo infatti con l’occhio dei nostri scrittori la linea parallela che insieme uomini e animali hanno percorso in Italia e osserviamo con stupore quanto influsso gli animali hanno esercitato (in ogni epoca e in modo crescente oggi che essi sono in maggior pericolo) sul nostro immaginario, sulle nostre affabulazioni, sulle nostre allegoresi e simbologie dotte come nei lessici della quotidianità» (p. 12). I saggi, tutti godibili, presentano l’immaginario intorno a ciascun animale, attraversando disinvoltamente il medioevo per arrivare agli scrittori contemporanei. Qui si segnalano volentieri quello di Emilio Pasquini sulle aquile (pp. 27-35), quello di Giuseppe Ledda sui pipistrelli e sugli uccelli notturni (pp. 205-215), dove non avrebbe stonato la menzione del dotto contributo di Enrica Ruaro (Il pipistrello come animale magico, in «Quaderni di semantica», XXIV, 2003, pp. 21-46), e quello di Nicolò Maldina sui topi (pp. 271-80). Un’occasione per accorciare le distanze da un mondo forse ancora salvabile. Non solo animali di carta, dunque, ma animali reali da riscoprire in ogni loro manifestazione. Una possibilità di rileggere criticamente il significato dei nostri compagni di viaggio, allontanando per una volta la passività alla quale i documentari somministrati per via catodica, pur nella loro bontà, ci hanno ormai abituato.
, www.alibionline.it, 04-04-2011
Animali della letteratura italiana (Carocci, 2009 ma da poco ripubblicato in paperback) è un singolare lavoro, leggibile dai semplici curiosi delle patrie lettere come dagli studiosi, che si propone, più che nella veste di un erudito repertorio, come la trama di una domanda nascosta: possibile che gli animali e non gli umani possano essere protagonisti di una letteratura che non sia semplicemente favolistica? Io direi proprio di sì.  Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi (che già si era applicato in altri libri allo studio dei bestari), dell’Università di Bologna, grazie agli interventi di molti studiosi (impossibile citarli tutti) hanno curato un volume interessantissimo, in certe pagine persino divertente – il che in ambito accademico è tutt’altro che scontato – scorrendo la storia della letteratura italiana dai suoi albori al '900, inseguendo bestie di tutti i tipi, nascoste o briose, impaurite o sorprendentemente audaci, a fatica rassegnate al ruolo di comprimarie: per individuarne movimenti, percorsi narrativi, significazioni simboliche. Il repertorio è assai esteso (come i contributi bibliografici), gli animali son veri o immaginari, uno zoo di creature note (elefanti, aquile, tigri, topi, capre, volatili d’ogni genere, cavalli, asini, farfalle, maiali, gatti, pennuti e pipistrelli, orsi e così via) cui aggiungere il bestiario di creazioni mitiche e letterarie presenti nella poesia d’ogni tempo. Bestiole e bestioni rivivono nella grande letteratura italiana e in quelle  minore di vita propria o quali portati simbolici, allegorici di contenuti umani troppo umani. Alcune sono più affascinanti di altre, le sirene-bambine di Malaparte, le anguille di Montale, ma perché no gli allocchi, e mosche e tartarughe e sorci e porci che non t’aspetti. Sono esseri con i quali acclimatarsi piacevolmente o dai quali fuggire di corsa, del tutto chiusi nel loro mondo o spavaldamente capaci di fare capolino nell’esistenza degli uomini; a volte sembrano lontani come la luna, a volte servono come segnacoli che la luna indicano. È interessante notare come il periodo più ricco di spunti, quello durante il quale scrittori diversissimi fra loro hanno sentito il bisogno di far partecipare alle loro storie lupi, tacchini, cavalli, pollame, pennuti, pesci, ostriche e altre numinose presenze sia stato quello a cavallo fra fine '800 e inizi del '900: Verga, Pascoli, Tozzi, Pirandello. Guarda caso sono tutti scrittori decisivi, intenzionati a non fare “belle? pagine scolastiche (anche quando vi cedevano, specie Pascoli) e di sicuro innovatori, magari all’apparenza dimessi, ma dalla vista lunga, le antenne sensibilissime non a un vago, lirico bisogno di decantare un eden che non c’è mai stato, ma a percepire, descrivere e raccontare l’enormità di epifanie che dal mondo animale provengono, l’intreccio di trasformazioni che possono coinvolgere la vita dell’uomo se solo avesse la capacità di porvi attenzione. A loro non mancava.
, la Repubblica, 18-08-2012Fabrizio Legger, Il Monviso, 26-02-2019