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Dalla «breccia» alla «beffa». Parlo del 140º anniversario della presa di Roma che verrà oggi celebrato a Porta Pia dove i bersaglieri il 20 settembre 1870 innalzarono il tricolore che costò loro la scomunica, evidentemente ormai venuta meno, vista la presenza del cardinal Bertone, accanto al presidente della Repubblica. Se parlo di beffa non è, però, per la lodevole compresenza di Stato e Chiesa quanto per la ostentata cancellazione del significato laico della data che coincise con la fine del potere temporale del papato. E cosa altro vuol essere se non un atto di cancellazione la contemporanea orazione in Campidoglio di monsignor Ravasi glorificante Pio IX, «massimo esponente del sovrano potere temporale», nonché papa del Sillabo e responsabile delle ultime condanne alla ghigliottina dei patrioti arrestati dalla polizia pontificia, qualche anno prima del 1870? Così, una volta ancora, un atto positivo stinge nell'equivoco embrassons nous revisionistico: tutti eguali, divisi al più da qualche equivoco di appartenenza, partigiani e repubblichini di Salò, tutti eguali i piumati fanti di Cadorna e gli zuavi pontifici comandati da un generale tedesco. La Storia si tramuta così in una marmellata dolciastra ove tutto si confonde e amalgama, ed alcun valore ispira. Chi, ad esempio, può oggi, in questo clima, capire le parole del re sabaudo, subito dopo il plebiscito che univa l'Emilia (marzo 1860) al nascente Regno d'Italia, quale replica della scomunica maggiore lanciata da Pio IX contro gli «usurpatori delle province ecclesiastiche»? Parole che suonavano testualmente: «Se l'autorità ecclesiastica adoperasse armi spirituali per interessi temporali, io nella sicura coscienza e nelle tradizioni degli avi stessi, troverò la forza per mantenere intiera la libertà civile e la mia autorità della quale debbo ragione a Dio ed ai miei popoli». Ebbene, credo che neanche il più ben disposto fra i cosiddetti liberali di scuola berlusconiana potrebbe oggi raffigurarsi un Cavaliere capace di ispirarsi a Vittorio Emanuele II. Piuttosto non è irriverente immaginarsi che avendo il potere temporale, nella sostanza se non nella forma, frattanto recuperato molti perduti privilegi non costi poi molto al successore di Pio IX plaudire ai bersaglieri. Ma dietro queste riflessioni estemporanee vi è un fenomeno negativo assai più ampio di cui cominciamo a cogliere il profilo devastante: la cancellazione dalla memoria pubblica e, ancor peggio, individuale, del Risorgimento e dei suoi valori. È appena uscito in proposito un prezioso libretto (poco più di 200 pagine), «Il miracolo del Risorgimento - La formazione dell'Italia unita» di Domenico Fisichella (Carocci ed.). Vi ho ritrovato il «racconto», ripercorso con la vivacità e l'intelligenza critica che contraddistinguono l'autore, della storia della Penisola divisa in tanti staterelli, soggetti, comprati e venduti dalle grandi potenze, l'influenza della Rivoluzione francese, i moti risorgimentali, le guerre d'indipendenza, il ruolo di Cavour, Garibaldi, Mazzini e dei re sabaudi. Infine il «miracolo» dell' unità di una nazione così a lungo dominata e spartita. «La tradizione risorgimentale è, dunque, la tradizione della modernità, mentre la tradizione dell'eccesso regionalistico e localistico è la tradizione della vecchiezza». E qui inizia il discorso che non ho neppure lo spazio per riassumere del perché una coltre di oblio stia facilitando una regressione in fondo alla quale si profila di nuovo la frantumazione dell'Italia unita. Certo è che la mia generazione si sente tra le ultime che hanno studiato il Risorgimento come storia viva e sentita di una patria appena ritrovata. Dopo di allora sembra quasi che la sinistra assieme a Stalin abbia gettato alle ortiche anche Garibaldi, la destra abbia subito un lavacro dei peggiori ricordi del fascismo ma anche dei valori nazionali che l' accompagnavano, gli elettori di Berlusconi siano sempre al «Franza o Spagna purché se magna»: l'Italia è tutt' altro che desta.
Questo denso saggio di Fisichella offre molto più di quanto promesso dal titolo: non solo una riflessione storico-politica sul Risorgimento, ma un lungo percorso nella storia italiana dell’età medievale e moderna, in cui l’A. riversa le sue competenze giuridiche, tratta di diritto pubblico europeo e di categorie politiche specifiche (stato, nazione, popolo, patria…) usate troppo spesso con approssimazione e spropositi nelle discussioni odierne. Con questo studio, che è dunque una riflessione sui tempi lunghi della storia italiana, Fisichella si presenta come erede della grande tradizione politica liberale: non ha paura di rifarsi a maestri che per ossequio all’egemonia marxista sono considerati politicamente scorretti (o quanto meno superati) come Volpe e Rodolico; e accanto a loro rinverdisce la lezione crociana (altrettanto politicamente scorretta in tema di Riforma e Controriforma), recupera l’attenzione alle radici nazionali presente in Cognasso e Rota, fino a congiungersi idealmente alla storiografia filorisorgimentista, sabaudista e cavourriana di Romeo. È dunque una riflessione che batte in breccia tutto il peso della tradizione storiografica marxista-gramsciana di questo dopoguerra. Senza alcuna polemica, anzi consentendo a volte con tesi “giacobinistiche" (e saittiane, come nel caso della riconosciuta importanza del fuoriuscitismo "italiano" in Francia, che fa superare l’originario regionalismo), Fisichella affronta strutture politicamente portanti del processo unitario: l’idea di "repubblica" (che già aveva alle spalle un significato antico di particolarismo e campanilismo) era un sogno teorico privo di alcuna prospettiva concreta, tanto più che necessitava di un innesco rivoluzionario, inesistente, mentre era presente una forza politico-militare monarchica pronta a fare quello che con teorie e chiacchiere (e insurrezioni e ribellioni) non si faceva o provocava danni. Né, in questo quadro, soggiacciono alla rimozione psicanalitica ricordi "scorretti"? e da tacere come la soddisfazione espressa da Cattaneo per la sconfitta piemontese di Custoza. Al Risorgimento come rivoluzione mancata Fisichella oppone, al di là del dato “quantitativo" (da verificare nei dettagli della stratificazione sociale), l’apporto innegabile di sacrifici popolari, tutt’altro che simbolici, propriamente dichiarativi della volontà di giungere ad una meta unitario-nazionale molto più ampia della liquidatoria “rivoluzione fallita" che nei fatti è solo la sanzione storico-pratica del rifiuto del radicalismo giacobino. Il volume meriterà discussioni molto più ampie; ora due sole osservazioni: solo dopo la sconfitta di Napoleone, l’Europa continentale importa un modello costituzionale britannico inafferente a tutta la sua plurisecolare storia (nulla da obiettare?). Dalla connessa morte storiografica del Risorgimento e politica dello Stato, c’è possibilità di “resurrezione" culturale? (E gli “assassini"?).
Il volume ripercorre, con linguaggio chiaro e non accademico, le vicende che nei secoli hanno condotto allo sviluppo di un profilo unitario – sul piano culturale (religione, lingua, tecnologia) e materiale (commercio, produzione, tecnica) – del popolo italiano. In tale quadro, il Risorgimento è visto come il risultato di un lungo processo di incubazione e di selezione: esito condizionato dai passaggi precedenti e ad essi inevitabilmente legato, ma insieme frutto dell’iniziativa perspicace di quanti, superando robusti ostacoli, sono riusciti a conseguire credibilità etico-politica e vigore militare nell’arena europea. Ampia parte del saggio analizza l’incidenza del principio di nazionalità, l’ipotesi federalista, il ruolo di personalità come Carlo Alberto, Cavour, Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini, Pio IX, Gioberti, Cattaneo, nonché il rilievo degli elementi elitari, popolari, dinastici, internazionali che hanno condotto al 1861 (nascita del Regno d’Italia), con la sua ineludibile appendice di Porta Pia (1870).
Venerdì a Torino alcuni discutibili e discussi eredi di Vittorio Emanuele II, in visita alla grande mostra in memoria del "Re Galantuomo", sono stati contestati da un gruppetto di anarchici al grido di "Viva Bresci" (l’anarchico che uccise Umberto I). E siccome domani il presidente della repubblica va al Vittoriano alla presentazione della mostra Gioventù ribelle - L’Italia del Risorgimento, promossa dalla ministra Meloni; e temo l’ennesima vulgata di revisionismo popular-propagandistico, complice involontario un Garibaldi piovuto a Marsala da Marte e non dal Regno sardo; così, mi sono affrettato a immunizzarmi facendo l’iniezione di richiamo (Domenico Fisichella, Il miracolo del Risorgimento, ed. Carocci, 15 euro). La vaccinazione contro la pandemia leghista o nazional-resistenziale dell’anno 150, l’avevo già fatta con una dose di Rosario Villari (Bella e perduta – L’Italia del Risorgimento, Laterza). Tuttavia non credo che Giorgia Meloni ci marci: la sua mostra, aperta al pubblico dal 4 Novembre (Giornata delle forze armate), al 18 dicembre (san Vunibaldo, «fiducia delusa non tollera scusa », dal calendario di Frate Indovino), parlerà di Manara e Mameli, Nievo e Bixio: tutti eroi che pagarono di persona; e che, turandosi il naso, potrebbero tornare oggi a dire qualcosa ai giovani, per le necessità del presente. Una logica che, se rispettata, non solo de-musealizza la mostra, ma s’incontra con lo spirito dell’opera scientifica-divulgativa di Fisichella: il quale, nella sua querelle filomonarchica, vuol farci capire che qui in Europa una repubblica può essere solida se le basi statuali furono gettate e crebbero in forti regni nazionali. Scriveva Renan nel 1882 (quando la Francia aveva preso definitivamente a numerare non più i suoi re, ma le sue repubbliche, 1,2,3,4 e con De Gaulle 5): «Il re di Francia ha realizzato la più perfetta unità nazionale oggi esistente (…) Questa grande monarchia francese era stata così profondamente nazionale che, all’indomani della sua caduta, la nazione ha potuto reggersi senza di essa». Tutt’altro discorso in Italia. La penisola, dove princìpi unificanti esistono da secoli (lingua, memoria della romanità, arte, religione, rinascimento giuridico e poi umanistico), si fa però nazione e stato non in un travaglio di secoli, dove una dinastia potenzialmente nazionale emerge su regni, ducati, repubbliche, contee; ma in un processo conclusivo che emerge assai tardi e si svolge in meno di un cinquantennio: "parte" dal 1815 (usiamo verbo e data per comodità), quando a Vienna fu restaurato il principio legittimista contro quello rivoluzionario e fu sancito che l’Italia dovesse restare «una somma di stati, riuniti soltanto sotto la stessa espressione geografica», Metternich); e si conclude nel 1861, quando il primo parlamento dell’Italia appena unificata e sancita dai plebisciti, si riunisce a Torino e proclama il Regno d’Italia. Che era emerso da due guerre d’indipendenza combattute dal Piemonte – la prima da solo, la seconda coi francesi – contro l’imperatore d’Austria, il re di Napoli, il papa. Ma soprattutto contro lo spirito "repubblicano" degli italiani, che si era espresso, con geniale originalità, o per necessità fatta virtù, in autarchia di comuni e di signorie: «Il Risorgimento – aveva intuito Gioacchino Volpe – è una conquista degli italiani su se stessi, prima ancora che non sugli stranieri. Non si coglie il senso del Risorgimento se non si è consapevoli della lunga decadenza italiana che fu necessario superare». Fisichella riesamina tutto il caleidoscopio delle soluzioni che furono proposte o tentate in alternativa a quella unitaria-liberale- monarchica: il federalismo papista di Gioberti (convertitosi alla soluzione unitaria dopo la "brumal Novara" del 1849) e il repubblicanesimo realistico di Garibaldi; il repubblicanesimo unitario e teista di Mazzini e quello federalista e lombardo di Cattaneo. Fra l’altro, l’un contro l’altro armati. Incredibili (e spesso tristi) le cose che si trovano nelle 200 pagine di questo libro, dove ogni fatto è un concetto: e perciò fin qui censurato, e che sarà censurato dai recensori del conformismo. Ci limiteremo al concetto-guida. Nell’Italia postnapoleonica e della restaurazione, solo il regno di Sardegna era nelle condizioni di farsi guida di una politica nazionale: Napoli (Carlo III e Gioacchino Murat a parte) era da quattro secoli dominio straniero, di spagnoli e austriaci; Milano lo era da tre secoli; Venezia era stata cancellata col trattato di Campoformio; il papa non era certo il più adatto a una crociata nazionale; il granduca di Toscana, l’austriaco Lorena, non aveva forza economica, diplomatica e militare: a differenza del regno sabaudo, che non solo aveva quelle forze, ma vi aggiunse, con lo statuto di Carlo Alberto, la più importante di tutte: l’adesione allo spirito del tempo, cioè al risveglio liberal-nazionale dei popoli non ancora indipendenti e uniti, italiano e tedesco in testa. Con molta sapienza, Cavour e il re riuscirono a parlare alla Francia di principio di nazionalità (pagarono salato, con Nizza e Savoia); all’Inghilterra di politica di equilibrio, che solo un forte regno euro-mediterraneo avrebbe potuto garantire contro l’espansionismo francese in Nord Africa; ai patrioti di tutta Italia di guerra alla restaurazione; ai conservatori di imbrigliamento della rivoluzione repubblicana. La quale avrebbe richiamato nella penisola tutta l’Europa legittimista, memore del sanguinoso trentennio rivoluzionario-bonapartista. La soluzione monarchica unitaria garantiva dagli eccessi rivoluzionari, limitava alla detronizzazione dei Borbone e dei Lorena la violazione del principio di legittimità, creava uno stato abbastanza forte per garantire Francia e Inghilterra da rotture del principio di equilibrio fra le potenze. Insomma, il Miracolo del Risorgimento fu il risultato del gioco di un tris d’assi, nazionalità, legittimità, equilibrio. E tuttavia quel "gioco" non impedì che l’Italia facesse col suo Risorgimento ciò che tedeschi e inglesi avevano fatto con la Riforma e i francesi con la Rivoluzione: un mutamento storico, di valore europeo.
È un titolo a tesi quello che Domenico Fisichella propone nel suo ultimo libro, Il miracolo del Risorgimento, con un riferimento esplicito alla "provvidenza storica". Un "miracolo", dunque, prodotto - come tutte le rivoluzioni - da un movimento d' élite e d' opinione, capace di guidare "un popolo unito socialmente e culturalmente, ma diviso politicamente e istituzionalmente". Da studioso di storia e di politica, oltre che da ideologo ed ex parlamentare di Alleanza Nazionale, Fisichella difende l' eredità del Risorgimento, e quindi dell' unità d' Italia, contro la deriva federalista che rischia di degenerare nel separatismo o addirittura nella secessione. Ma il pregio maggiore del libro sta nell' intreccio continuo fra la storia italiana e quella europea, in una sintesi efficace che colloca fatti e personaggi in un contesto omogeneo. Se Benedetto Croce definì il Risorgimento una "poesia bella", l' autore lancia un avvertimento: «Oggi viviamo un tempo di brutta prosa». E conclude con un appello: «Abbiamo il dovere di impedire la dissipazione di tale eredità».
È un titolo a tesi quello che Domenico Fisichella propone nel suo ultimo libro, Il miracolo del Risorgimento, con un riferimento esplicito alla "provvidenza storica". Un "miracolo", dunque, prodotto - come tutte le rivoluzioni - da un movimento d’élite e d’opinione, capace di guidare "un popolo unito socialmente e culturalmente, ma diviso politicamente e istituzionalmente". Da studioso di storia e di politica, oltre che da ideologo ed ex parlamentare di Alleanza Nazionale, Fisichella difende l’eredità del Risorgimento, e quindi dell’ unità d’ Italia, contro la deriva federalista che rischia di degenerare nel separatismo o addirittura nella secessione. Ma il pregio maggiore del libro sta nell’intreccio continuo fra la storia italiana e quella europea, in una sintesi efficace che colloca fatti e personaggi in un contesto omogeneo. Se Benedetto Croce definì il Risorgimento una "poesia bella", l’autore lancia un avvertimento: «Oggi viviamo un tempo di brutta prosa». E conclude con un appello: «Abbiamo il dovere di impedire la dissipazione di tale eredità».
Fin dalla prima metà del secolo scorso, Benedetto Croce aveva definito il nostro Risorgimento «il capolavoro dello spirito liberale europeo». Ce lo ricorda Domenico Fisichella nelle pagine conclusive del suo saggio Il miracolo del Risorgimento (Carocci, pp. 218, 15), dove ci propone un'efficace «rivisitazione» del processo storico-politico, che ha condotto all'unità italiana. Fisichella è convinto (giustamente) che una certa idea dell' Italia corre lungo i secoli; anzi, risale così indietro nel tempo che la romanità e la latinità vanno considerate «quali elementi ispiratori di un profilo distintivo rispetto ad altri popoli». Così la prima parte del saggio Fisichella la dedica a farci capire, nella nascita e poi nello sviluppo dello «Stato nazionale», quanto hanno contato - naturalmente, non solo nel caso italiano - le élites, prima nobiliari e poi borghesi, e soprattutto «la Corona», ossia la monarchia. Anche se a me sembra che Fisichella privilegi la leadership di Casa Savoia ben oltre il compimento e completamento dell'unità territoriale, tanto da giungere fino alla chiusura della «stagione monarchica» nel 1946. Ma la parte più ricca, e spesso originale, di queste pagine riguarda il periodo che prende il via dalla fine del XVIII secolo, quando il «principio di nazionalità» deve fare i conti - spiega Fisichella - con il Paese Italia, che «è una povera terra divisa in tanti Stati, per lo più quasi tutti a guida straniera», con l'aggravante che «il vuoto di comunicazione simbolica e materiale tra popolo e classi dirigenti in emergenza è ancora da colmare». Se merita parlare di «miracolo» a proposito del nostro Risorgimento, l'anno della «svolta» coincide con il 1848, prosegue fino alla nascita del regno d'Italia e si concluderà con Roma capitale. Pochissimi ricordano - e Fisichella fa bene a notarlo - che tutti i plebisciti furono massicciamente favorevoli all'unità: con soli 30.509 «no», quasi tutti concentrati nella Toscana e nelle province napoletane. Adesso, invece - e vedremo cosa accadrà con le manifestazioni per i 150 anni dell' unificazione - su questa vicenda risorgimentale se ne sentono di tutti i colori. Ecco perché mi pare impossibile non dar ragione a Fisichella, quando conclude che «nella storia d'Italia, la vicenda risorgimentale è stata un'impresa di straordinario impegno. Abbiamo il dovere di impedire la dissipazione di tale eredità».
Fin dalla prima metà del secolo scorso, Benedetto Croce aveva definito il nostro Risorgimento «il capolavoro dello spirito liberale europeo». Ce lo ricorda Domenico Fisichella nelle pagine conclusive del suo saggio Il miracolo del Risorgimento (Carocci, pp. 218, 15), dove ci propone un’efficace «rivisitazione» del processo storico-politico, che ha condotto all’unità italiana. Fisichella è convinto (giustamente) che una certa idea dell’ Italia corre lungo i secoli; anzi, risale così indietro nel tempo che la romanità e la latinità vanno considerate «quali elementi ispiratori di un profilo distintivo rispetto ad altri popoli». Così la prima parte del saggio Fisichella la dedica a farci capire, nella nascita e poi nello sviluppo dello «Stato nazionale», quanto hanno contato - naturalmente, non solo nel caso italiano - le élites, prima nobiliari e poi borghesi, e soprattutto «la Corona», ossia la monarchia. Anche se a me sembra che Fisichella privilegi la leadership di Casa Savoia ben oltre il compimento e completamento dell’unità territoriale, tanto da giungere fino alla chiusura della «stagione monarchica» nel 1946. Ma la parte più ricca, e spesso originale, di queste pagine riguarda il periodo che prende il via dalla fine del XVIII secolo, quando il «principio di nazionalità» deve fare i conti - spiega Fisichella - con il Paese Italia, che «è una povera terra divisa in tanti Stati, per lo più quasi tutti a guida straniera», con l’aggravante che «il vuoto di comunicazione simbolica e materiale tra popolo e classi dirigenti in emergenza è ancora da colmare». Se merita parlare di «miracolo» a proposito del nostro Risorgimento, l’anno della «svolta» coincide con il 1848, prosegue fino alla nascita del regno d’Italia e si concluderà con Roma capitale. Pochissimi ricordano - e Fisichella fa bene a notarlo - che tutti i plebisciti furono massicciamente favorevoli all’unità: con soli 30.509 «no», quasi tutti concentrati nella Toscana e nelle province napoletane. Adesso, invece - e vedremo cosa accadrà con le manifestazioni per i 150 anni dell’ unificazione - su questa vicenda risorgimentale se ne sentono di tutti i colori. Ecco perché mi pare impossibile non dar ragione a Fisichella, quando conclude che «nella storia d’Italia, la vicenda risorgimentale è stata un’impresa di straordinario impegno. Abbiamo il dovere di impedire la dissipazione di tale eredità».
Risorgimento e Unità d'Italia, ovviamente. Decine di libri sull'argomento hanno invaso le vetrine delle librerie in vista delle celebrazioni (peraltro già avviate) per il 150° anniversario dello Stato Unitario. Ce n'è per tutti i gusti e per tutti i palati: dai testi agiografici a quelli che si autodefiniscono di «antistoria», affaccendati a distruggere (o almeno incrinare) la memoria eroica dei personaggi e degli eventi che condussero l'Italia a diventare una nazione e una Patria. L'offerta è ricca e attraente, sia per i divoratori di saggistica storica (che cercano nuove interpretazioni di fatti a loro noti) sia per i neofiti che - in occasione degli anniversari - cercano di recuperare sulle lacune accumulate negli anni. Qualcuno - a proposito di queste contraddittorie interpretazioni sull'atto di nascita dell'Italia - ha parlato di «Risorgimento schizofrenico »: a distanza di centocinquant'anni la «militanza » degli storici appare incredibilmente simile a quella dei politici (e dei commentatori politici) per i quali ogni evento, e ogni protagonista, o è bianco o è nero. E - manco a dirlo - le schiere di chi vede bianco più o meno si equivalgono con i fautori del nero. Sembra definitivamente tramontato l'appello (di moda qualche anno fa) di chi invocava, e auspicava, la formazione di una «memoria condivisa» sulle tragedie che hanno contrassegnato il cosiddetto «secolo breve», cioè il Novecento attraversato dalle dittature rosse e nere, con la scia di sangue e distruzioni che hanno provocato. Adesso il manicheismo si è esteso anche all'Ottocento. E la prova viene proprio dalla produzione storica che riguarda direttamente l'Unità d'Italia, gli anni che la precedettero e quelli che la seguirono. Forse sarebbe più costruttivo valutare ogni contributo (anche quelli di più acceso revisionismo) come utile per comprendere quel che realmente accadde. Fiero oppositore di ogni dubbio sulle glorie unitarie è un politologo autorevole (con trascorsi recenti anche in campo politico è istituzionale: è stato ministro dei Beni culturali e presidente del Senato): Domenico Fisichella propone un saggio - Il miracolo del Risorgimento (Carocci editore, 118 pagine, 15,00 euro) - il cui titolo riassume già le conclusioni. Un miracolo perché «il Risorgimento è l'espressione, è la formulazione di una nuova, inusitata tradizione, quella dell'unità della nazione» per un popolo che, «unito culturalmente e socialmente», per merito di un gruppo di grandi uomini, ha conquistato la «dignità di nazione». Meno inflessibili nella glorificazione sono Giordano Bruno Guerri (Il sangue del sud, Mondadori, 312 pagine, 20,00 euro, già recensito su queste colonne) che rievoca in termini crudi la lotta al brigantaggio meridionale condotta con metodi spietati dall'esercito «piemontese », e Arrigo Petacco (O Roma o morte, Mondadori, 168 pagine, 19,00 euro) che racconta senza indulgenze le disfatte militari che accompagnarono la nascita del nuovo Stato e l'incapacità dei governanti dopo Cavour. Altri due giornalisti di successo si sono cimentati nella rievocazione del Risorgimento: Bruno Vespa (Il cuore e la spada, Mondadori, 864 pagine, 22,00 euro) che parte da Cavour e Garibaldi per arrivare a Prodi e Berlusconi, e Aldo Cazzullo (Viva l'Italia!, Risorgimento e resistenza, Perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra nazione, Mondadori, pagine 160, 18,50 euro). Due libri curiosi sono Il viaggio della Capitale - Torino, Firenze e Roma dopo l'Unità d'Italia di Attilio Brilli (Utet, 150 pagine, 15,00 euro) e, Solferino - Storia di un campo di battaglia di Ulrich Ladurner (Il Mulino, 140 pagine, 12,00 euro) che racconta i luoghi della battaglia più sanguinosa combattuta in Italia nel XIX secolo, alla quale assistette Henri Dunant che ne ricavò lo stimolo per la creazione della Croce Rossa. Il personaggio più gettonato del Risorgimento resta Garibaldi.Tre libri gli sono stati dedicati: Andrea Possieri è l'autore di Garibaldi (Il Mulino, 248 pagine, 16,00 euro); Francesco Pappalardo di Il mito di Garibaldi - Una religione civile per una nuova Italia (Sugarco, 240 pagine, 18,50 euro), Nicola Fano di Garibaldi - L'illusione italiana (Baldini e Castoldi Dalai, 224 pagine, 17,50 euro). Possieri racconta il personaggio nelle sue luci e nelle sue ombre. Pappalardo e Fano si dividono il compito del nero e del bianco nella memoria divisa e antagonista. Il primo individua in Garibaldi uno dei responsabili della diffusione di un'ideologia laicista che ha posto le basi per una liturgia laicista alternativa rispetto alle radici cristiane dell'Italia. Fano racconta, con affetto e passione civile, la grandezza morale dell'Eroe, con frequenti paragoni con l'Italia di oggi, svilita e mortificata dalla corruzione. La casa editrice Salerno è presente nel mercato risorgimentale con due imponenti biografie: Cavour di Adriano Varengo (564 pagine, 28,00 euro) e Napoleone III di Eugenio Di Rienzo (716 pagine, 30,00 euro). Ciascuno nel suo ruolo, furono decisivi per il raggiungimento dell'obiettivo unitario. A proposito della memoria non condivisa, per ragioni diverse, hanno suscitato forti polemiche due libri. Salviamo l'Italia di Paul Ginsborg (Einaudi, 134 pagine, 10,00 euro) e I vinti non dimenticano - I crimini ignorati della nostra guerra civile di Giampaolo Pansa (Rizzoli, 466 pagine, 19,50 euro). Il primo - che affonda la lama nei difetti del nostro Paese ha suscitato molte critiche per alcuni svarioni storici, frutto - probabilmente - di quel tanto di sufficienza che gli storici inglesi (anche quelli trapiantati in Italia) riservano alla nostra storia. Il libro di Pansa è l'ultimo (per ora) della serie «revisionista» che il grande giornalista ha dedicato alla ricostruzione delle pagine più oscure delle vendette consumate contro la parte «sconfitta» nell'ultimo dopoguerra. Due saggi sul Novecento meritano una particolare attenzione da parte di chi conosce a fondo la storia del «nostro» Novecento. Francesco Perfetti in Lo Stato fascista - Le basi sindacali e corporative (Le Lettere, 452 pagine, 32,00 euro) ricostruisce il passaggio del fascismo da movimento a regime e la trasformazione dello Stato in senso autoritario: a traghettare l'Italia verso il totalitarismo furono soprattutto le «leggi di difesa dello Stato» concepite da Alfredo Rocco. Amedeo Osti Guerrazzi (Noi non sappiamo odiare - L'esercito italiano tra fascismo e democrazia, Utet, 368 pagine, 24,00 euro) offre le registrazioni delle conversazioni fra alcuni alti ufficiali italiani catturati dagli inglesi nel 1943, rivelando le ansie, le paure e le speranze di chi si preparava al passaggio di campo dall'Asse agli Alleati. Una citazione, infine, per quattro libri che si occupano del passato remoto. Giusto Traina in La resa di Roma (Laterza, 212 pagine, 18,00 euro) racconta un episodio poco conosciuto della storia romana: la battaglia di Carre, in Mesopotamia, combattuta nel 53 avanti Cristo, nella quale 25 mila legionari romani furono massacrati da un esercito persiano. Conor Kostick (L'assedio di Gerusalemme, Il Mulino, 275 pagine, 26,00 euro) ricostruisce il momento culminante della Prima Crociata. André Chastel (Il sacco di Roma, Einaudi, 274 pagine, 30,00 euro) approfondisce lo studio della calata dei Lanzichenecchi che creò un'autentica frattura nella storia di Roma e dell'Italia. Andrew Wheatcroft (Il nemico alle porte - Quando Vienna fermò l'avanzata ottomana, Laterza, 388 pagine, 24,00 euro) rievoca l'assedio fallito di 200 mila turchi alla città difesa da appena 27 mila uomini.Una guerra di religione: come Lepanto, e come tante altre, anche più recenti.
