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Il miracolo del Risorgimento

Domenico Fisichella

Il miracolo del Risorgimento

La formazione dell'Italia unita

Edizione: 2010

Ristampa: 5^, 2011

Collana: Sfere (54)

ISBN: 9788843055029

In breve

Il volume ripercorre, con linguaggio chiaro e non accademico, le vicende che nei secoli hanno condotto allo sviluppo di un profilo unitario – sul piano culturale (religione, lingua, tecnologia) e materiale (commercio, produzione, tecnica) – del popolo italiano. In tale quadro, il Risorgimento è visto come il risultato di un lungo processo di incubazione e di selezione: esito condizionato dai passaggi precedenti e ad essi inevitabilmente legato, ma insieme frutto dell’iniziativa perspicace di quanti, superando robusti ostacoli, sono riusciti a conseguire credibilità etico-politica e vigore militare nell’arena europea. Ampia parte del saggio analizza l’incidenza del principio di nazionalità, l’ipotesi federalista, il ruolo di personalità come Carlo Alberto, Cavour, Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini, Pio IX, Gioberti, Cattaneo, nonché il rilievo degli elementi elitari, popolari, dinastici, internazionali che hanno condotto al 1861 (nascita del Regno d’Italia), con la sua ineludibile appendice di Porta Pia (1870).

Indice

Premessa
1. Libertà feudale e libertà borghese
La statualità come requisito
Un popolo si affaccia alla storia
Caratteri del feudalesimo in Italia
Alle origini della civiltà comunale
Il potere temporale dei papi
Un reticolo accomunante
Federico II di Svevia e la Chiesa
Il popolo come aggregato sociologico
2. L’Europa verso la modernità
Popolo e nazione: significati storici
Spinte centrifughe e ruolo dell’auctoritas
Selezione storica e dinastia nazionale
Monarchia, élites e Stato nazionale
Cristianesimo, diritto politico e diritto pubblico europeo
3. La stagione della signoria
Una nuova forma istituzionale
Papato e sindrome dell’accerchiamento
Alleanze straniere e divisioni italiane
4. Rinascimento civile e crisi politica
La questione delle forze armate
L’Europa avanza, l’Italia arranca
5. Tra declino e ascesa
Controriforma e unità religiosa
Casa Savoia da contea a ducato
Emanuele Filiberto e Torino capitale
6. L’incidenza del fattore internazionale
Roma, Toscana, Venezia: caduta di ruolo politico
Spregiudicatezza ed equilibrio dinamico
Istituzione militare e vertice dello Stato
Il primo re sabaudo: da Sicilia a Sardegna
Impegno autonomo di riforme
7. Tra teoria e pratica: una difficile combinazione
Gli Asburgo e le loro «colonie italiane»
Settecento fisiocratico e questione agricola
Decadenza delle repubbliche aristo-oligarchiche
Élite culturale e aspettative civili
Sovranità, assolutezza, illuminismo
Stati cattolici e politica ecclesiastica
8. Riforme nel segno della continuità
I dilemmi della politica internazionale
Problema linguistico in Sardegna e crisi agraria in Piemonte
9. La discontinuità storica della Rivoluzione francese
Il Terzo Stato si proclama Assemblea Nazionale
Il concetto di nazione dalla complessità alla semplicità
Sovranità nazionale e sovranità popolare
Patriottismo escludente e cosmopolitismo: lo spirito del mondo
L’Impero repubblicano di Napoleone il Grande
L’eversione dell’ordine europeo
10. Italia e principio di nazionalità
Vita e morte delle repubbliche "democratizzate"
Il dominio francese nella penisola
Sicilia e Sardegna rifugio dei re
Capire il popolo, perché il popolo capisca
11. L’età della Restaurazione
Le conseguenze del Congresso di Vienna
L’azione diplomatica del Regno sabaudo e Genova
Legittimità, equilibrio, nazionalità
12. Lo spirito repubblicano in Italia
Il fascino dell’esempio francese
Rivoluzioni o insurrezioni, rivolte, cospirazioni?
Vincenzo Gioberti e l’ipotesi federalista
Venezia, Napoli, Roma. Perché non così?
Carlo Cattaneo repubblicano anti-unitario
Giuseppe Mazzini repubblicano unitario
13. Il Quarantotto anno di svolta
Borghesia e virtù patriottica
Il mito del popolo in rivoluzione
14. Il ruolo politico di Carlo Alberto
Storia nazionale e storie "locali"
L’orgoglio militare offeso e la reggenza
Legge salica e problema della successione
La conservazione dello Stato è dovere del sovrano
Superare la crisi economica e sociale
Riforme nel segno della tradizione
La prima guerra di indipendenza e Pio IX
15. Le grandi scelte di Vittorio Emanuele II
Verso Roma: il chiodo fisso di Alessandro Manzoni
La più antica stirpe sovrana d’Europa
Camillo Benso di Cavour tra connubio e diplomazia
16. La seconda guerra di indipendenza
Il proclama di Moncalieri
Giuseppe Garibaldi dice no alle insurrezioni
Dalla Crimea al Congresso di Parigi
Plombières e il grido di dolore
Nascono i Cacciatori delle Alpi
L’armistizio di Villafranca
Plebisciti: Toscana, Emilia, Nizza, Savoia
17. Nasce il Regno d’Italia
La rivolta di Palermo
I garibaldini a Napoli
La posizione della Gran Bretagna
Conclusione
Nota bibliografica

Recensioni

, L'indice dei libri del mese, 01-01-2010
Mario Pirani, la Repubblica, 20-09-2010

Dalla «breccia» alla «beffa». Parlo del 140º anniversario della presa di Roma che verrà oggi celebrato a Porta Pia dove i bersaglieri il 20 settembre 1870 innalzarono il tricolore che costò loro la scomunica, evidentemente ormai venuta meno, vista la presenza del cardinal Bertone, accanto al presidente della Repubblica. Se parlo di beffa non è, però, per la lodevole compresenza di Stato e Chiesa quanto per la ostentata cancellazione del significato laico della data che coincise con la fine del potere temporale del papato. E cosa altro vuol essere se non un atto di cancellazione la contemporanea orazione in Campidoglio di monsignor Ravasi glorificante Pio IX, «massimo esponente del sovrano potere temporale», nonché papa del Sillabo e responsabile delle ultime condanne alla ghigliottina dei patrioti arrestati dalla polizia pontificia, qualche anno prima del 1870? Così, una volta ancora, un atto positivo stinge nell'equivoco embrassons nous revisionistico: tutti eguali, divisi al più da qualche equivoco di appartenenza, partigiani e repubblichini di Salò, tutti eguali i piumati fanti di Cadorna e gli zuavi pontifici comandati da un generale tedesco. La Storia si tramuta così in una marmellata dolciastra ove tutto si confonde e amalgama, ed alcun valore ispira. Chi, ad esempio, può oggi, in questo clima, capire le parole del re sabaudo, subito dopo il plebiscito che univa l'Emilia (marzo 1860) al nascente Regno d'Italia, quale replica della scomunica maggiore lanciata da Pio IX contro gli «usurpatori delle province ecclesiastiche»? Parole che suonavano testualmente: «Se l'autorità ecclesiastica adoperasse armi spirituali per interessi temporali, io nella sicura coscienza e nelle tradizioni degli avi stessi, troverò la forza per mantenere intiera la libertà civile e la mia autorità della quale debbo ragione a Dio ed ai miei popoli». Ebbene, credo che neanche il più ben disposto fra i cosiddetti liberali di scuola berlusconiana potrebbe oggi raffigurarsi un Cavaliere capace di ispirarsi a Vittorio Emanuele II. Piuttosto non è irriverente immaginarsi che avendo il potere temporale, nella sostanza se non nella forma, frattanto recuperato molti perduti privilegi non costi poi molto al successore di Pio IX plaudire ai bersaglieri. Ma dietro queste riflessioni estemporanee vi è un fenomeno negativo assai più ampio di cui cominciamo a cogliere il profilo devastante: la cancellazione dalla memoria pubblica e, ancor peggio, individuale, del Risorgimento e dei suoi valori. È appena uscito in proposito un prezioso libretto (poco più di 200 pagine), «Il miracolo del Risorgimento - La formazione dell'Italia unita» di Domenico Fisichella (Carocci ed.). Vi ho ritrovato il «racconto», ripercorso con la vivacità e l'intelligenza critica che contraddistinguono l'autore, della storia della Penisola divisa in tanti staterelli, soggetti, comprati e venduti dalle grandi potenze, l'influenza della Rivoluzione francese, i moti risorgimentali, le guerre d'indipendenza, il ruolo di Cavour, Garibaldi, Mazzini e dei re sabaudi. Infine il «miracolo» dell' unità di una nazione così a lungo dominata e spartita. «La tradizione risorgimentale è, dunque, la tradizione della modernità, mentre la tradizione dell'eccesso regionalistico e localistico è la tradizione della vecchiezza». E qui inizia il discorso che non ho neppure lo spazio per riassumere del perché una coltre di oblio stia facilitando una regressione in fondo alla quale si profila di nuovo la frantumazione dell'Italia unita. Certo è che la mia generazione si sente tra le ultime che hanno studiato il Risorgimento come storia viva e sentita di una patria appena ritrovata. Dopo di allora sembra quasi che la sinistra assieme a Stalin abbia gettato alle ortiche anche Garibaldi, la destra abbia subito un lavacro dei peggiori ricordi del fascismo ma anche dei valori nazionali che l' accompagnavano, gli elettori di Berlusconi siano sempre al «Franza o Spagna purché se magna»: l'Italia è tutt' altro che desta.

Paolo Simoncelli, Corriere della sera, 01-10-2010

Questo denso saggio di Fisichella offre molto più di quanto promesso dal titolo: non solo una riflessione storico-politica sul Risorgimento, ma un lungo percorso nella storia italiana dell’età medievale e moderna, in cui l’A. riversa le sue competenze giuridiche, tratta di diritto pubblico europeo e di categorie politiche specifiche (stato, nazione, popolo, patria…) usate troppo spesso con approssimazione e spropositi nelle discussioni odierne. Con questo studio, che è dunque una riflessione sui tempi lunghi della storia italiana, Fisichella si presenta come erede della grande tradizione politica liberale: non ha paura di rifarsi a maestri che per ossequio all’egemonia marxista sono considerati politicamente scorretti (o quanto meno superati) come Volpe e Rodolico; e accanto a loro rinverdisce la lezione crociana (altrettanto politicamente scorretta in tema di Riforma e Controriforma), recupera l’attenzione alle radici nazionali presente in Cognasso e Rota, fino a congiungersi idealmente alla storiografia filorisorgimentista, sabaudista e cavourriana di Romeo. È dunque una riflessione che batte in breccia tutto il peso della tradizione storiografica marxista-gramsciana di questo dopoguerra. Senza alcuna polemica, anzi consentendo a volte con tesi “giacobinistiche" (e saittiane, come nel caso della riconosciuta importanza del fuoriuscitismo "italiano" in Francia, che fa superare l’originario regionalismo), Fisichella affronta strutture politicamente portanti del processo unitario: l’idea di "repubblica" (che già aveva alle spalle un significato antico di particolarismo e campanilismo) era un sogno teorico privo di alcuna prospettiva concreta, tanto più che necessitava di un innesco rivoluzionario, inesistente, mentre era presente una forza politico-militare monarchica pronta a fare quello che con teorie e chiacchiere (e insurrezioni e ribellioni) non si faceva o provocava danni. Né, in questo quadro, soggiacciono alla rimozione psicanalitica ricordi "scorretti"? e da tacere come la soddisfazione espressa da Cattaneo per la sconfitta piemontese di Custoza. Al Risorgimento come rivoluzione mancata Fisichella oppone, al di là del dato “quantitativo" (da verificare nei dettagli della stratificazione sociale), l’apporto innegabile di sacrifici popolari, tutt’altro che simbolici, propriamente dichiarativi della volontà di giungere ad una meta unitario-nazionale molto più ampia della liquidatoria “rivoluzione fallita" che nei fatti è solo la sanzione storico-pratica del rifiuto del radicalismo giacobino. Il volume meriterà discussioni molto più ampie; ora due sole osservazioni: solo dopo la sconfitta di Napoleone, l’Europa continentale importa un modello costituzionale britannico inafferente a tutta la sua plurisecolare storia (nulla da obiettare?). Dalla connessa morte storiografica del Risorgimento e politica dello Stato, c’è possibilità di “resurrezione" culturale? (E gli “assassini"?).

Paolo Simoncelli, Corriere della sera, 01-10-2010
Questo denso saggio di Fisichella offre molto più di quanto promesso dal titolo: non solo una riflessione storico-politica sul Risorgimento, ma un lungo percorso nella storia italiana dell’età medievale e moderna, in cui l’A. riversa le sue competenze giuridiche, tratta di diritto pubblico europeo e di categorie politiche specifiche (stato, nazione, popolo, patria…) usate troppo spesso con approssimazione e spropositi nelle discussioni odierne. Con questo studio, che è dunque una riflessione sui tempi lunghi della storia italiana, Fisichella si presenta come erede della grande tradizione politica liberale: non ha paura di rifarsi a maestri che per ossequio all’egemonia marxista sono considerati politicamente scorretti (o quanto meno superati) come Volpe e Rodolico; e accanto a loro rinverdisce la lezione crociana (altrettanto politicamente scorretta in tema di Riforma e Controriforma), recupera l’attenzione alle radici nazionali presente in Cognasso e Rota, fino a congiungersi idealmente alla storiografia filorisorgimentista, sabaudista e cavourriana di Romeo. È dunque una riflessione che batte in breccia tutto il peso della tradizione storiografica marxista-gramsciana di questo dopoguerra. Senza alcuna polemica, anzi consentendo a volte con tesi “giacobinistiche" (e saittiane, come nel caso della riconosciuta importanza del fuoriuscitismo "italiano" in Francia, che fa superare l’originario regionalismo), Fisichella affronta strutture politicamente portanti del processo unitario: l’idea di "repubblica" (che già aveva alle spalle un significato antico di particolarismo e campanilismo) era un sogno teorico privo di alcuna prospettiva concreta, tanto più che necessitava di un innesco rivoluzionario, inesistente, mentre era presente una forza politico-militare monarchica pronta a fare quello che con teorie e chiacchiere (e insurrezioni e ribellioni) non si faceva o provocava danni. Né, in questo quadro, soggiacciono alla rimozione psicanalitica ricordi "scorretti"? e da tacere come la soddisfazione espressa da Cattaneo per la sconfitta piemontese di Custoza. Al Risorgimento come rivoluzione mancata Fisichella oppone, al di là del dato “quantitativo" (da verificare nei dettagli della stratificazione sociale), l’apporto innegabile di sacrifici popolari, tutt’altro che simbolici, propriamente dichiarativi della volontà di giungere ad una meta unitario-nazionale molto più ampia della liquidatoria “rivoluzione fallita" che nei fatti è solo la sanzione storico-pratica del rifiuto del radicalismo giacobino. Il volume meriterà discussioni molto più ampie; ora due sole osservazioni: solo dopo la sconfitta di Napoleone, l’Europa continentale importa un modello costituzionale britannico inafferente a tutta la sua plurisecolare storia (nulla da obiettare?). Dalla connessa morte storiografica del Risorgimento e politica dello Stato, c’è possibilità di “resurrezione" culturale? (E gli “assassini"?).
A.A., Area, 01-10-2010
«Vi sono stati e vi sono in Italia elementi di continuità rispetto al passato che prepara e realizza il Risorgimento? La risposta è parzialmente affermativa. È nelle forze armate e nei corpi armati dello Stato che si esprime nella forza più alta ed esplicita, in chiave sia di politica interna sia di politica estera, la sovranità delle istituzioni (...) Parimenti, un altro segno di continuità è possibile richiamare (...) gli uomini che nel secondo dopoguerra hanno governato o comunque rappresentato politicamente l’Italia (...) hanno saputo mantenere il senso dell’unità nazionale e statuale». Domenico Fisichella, studioso impegnato per anni nella politica attiva (ministro per i Beni culturali nel governo Berlusconi 1 e vicepresidente del Senato per due lustri), tratteggia in un agile volume la storia d’Italia dal Medioevo all’unità. «Il problema di partenza» che  cerca di chiarire in questo escursus «riguarda proprio l’inizio della vicenda degli Italiani come popolo italiano» e le fasi che hanno ostacolato o favorito l’unità. Secondo l’autore i Savoia furono un caso unico in Europa: mentre le altre case regnanti si opponevano alla rivoluzione, loro preferirono cavalcarla, favorendo, così, una sorta di piemontesizzazione del nuovo Stato italiano. Una lettura stimolante e un punto di vista originale.
Luca Rolandi, Conquiste del lavoro, 23-10-2010
Domenico Fischella, autorevole scienziato della politica, è forse uno dei più autorevoli rappresentanti della cultura liberale di destra che in Italia, dopo un quindicennio di stabilizzazione politica, stenta ancora a definirsi compiutamente. L'autore cerca di introduce una pista analitica per comprendere come l'Italia sia giunta dopo 150 anni, ad una situazione di lacerazioni e contrasti del quadro politico cercando le radici di questa scomposizione nella storia dell'Italia unitaria, con l'eccezione appunto del "miracolo" che 150 fa fu realizzato con la costruzione di un destino comune per la nazione. Fisichella docente di "dottrina dello stato e Scienza della politica", ha partecipato alla nascita del movimento di AN e ricoperto cariche istituzionali come vicepresidente del Senato ed Ministro dei Beni Culturali. Oggi, tornato stabilmente nel mondo della ricerca e dell'accademia, membro del comitato scientifico dell'Istituto Enciclopedia Italiana Treccani, porta alle stampe, dopo i prestigiosi saggi su De Maistre, Hobbes e il commento alla dottrina di Montesquieu, il tempo risorgimentale. E lo fa in modo divulgativo attraverso una ricostruzione storico-politologica innovativa. Il volume racconta, con linguaggio chiaro e non accademico, le vicende che nei secoli hanno condotto allo sviluppo di un profilo unitario - sul piano culturale (religione, lingua, tecnologia) e materiale (commercio, produzione, tecnica) - del popolo italiano. In tale quadro, il Risorgimento è visto come il risultato di un lungo processo di incubazione e di selezione: esito condizionato dai passaggi precedenti e ad essi inevitabilmente legato, ma insieme frutto dell'iniziativa perspicace di quanti, superando robusti ostacoli, sono riusciti a conseguire credibilità etico-politica e vigore militare nell'arena europea. Ampia parte del saggio analizza l'incidenza del principio di nazionalità, l'ipotesi federalista, il ruolo di personalità come Carlo Alberto, Cavour, Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini, Pio IX, Gioberti, Cattaneo, nonché il rilievo degli elementi elitari, popolari, dinastici, internazionali che hanno condotto al 1861 (nascita del Regno d'Italia), con la sua ineludibile appendice di Porta Pia (1870). Fisichella si pone in contraddizione con talune teorie oggi dominanti, rivendicando per esempio la funzione fondamentale della monarchia, intesa sia come istituzione, sia come dinastia (si vedano le pagine dedicate a numerosi sovrani sabaudi, andando ben oltre il pur essenziale e indispensabile ruolo di Vittorio Emanuele II). Altrettanto egli fa ridimensionando le utopie federaliste, in particolare quelle di Cattaneo, che furono sconfitte dalla storia. Vinse la visione unitaria, nazionale, moderata, monarchica, incarnata nella classe politica della Destra storica, guidata da Cavour. E si tratta della miglior dirigenza che l'Italia abbia avuto in un secolo e mezzo. La tabe del regionalismo, l'odierno trionfo del regionalismo, la rivendicazione di un ruolo populistico che non poté certo svolgersi nel Risorgimento, sono soltanto alcuni degli idola contro i quali correttamente si batte l'Autore. Il "racconto" della storia della Penisola divisa in tanti piccoli Stati, soggetti, comprati e venduti dalle grandi potenze, l'influenza della Rivoluzione francese, i moti risorgimentali, le guerre d' indipendenza, il ruolo di Cavour, Garibaldi, Mazzini e dei re sabaudi sono analizzati con la vivacità e l' intelligenza critica che contraddistinguono il politologo e l'osservatore storico. Il "miracolo" dell'unità di una nazione così a lungo dominata e spartita un esito per nulla scontato se contestualizzato nell'epoca in cui si compì. "La tradizione risorgimentale è, dunque, la tradizione della modernità, mentre la tradizione dell'eccesso regionalistico e localistico è la tradizione antica, un posizione arroccata nel "particolare" e nella polverizzazione dell'Italia dei 1000 comuni.
Francesco Algisi, www.archiviostorico.info, 01-11-2010

Il volume ripercorre, con linguaggio chiaro e non accademico, le vicende che nei secoli hanno condotto allo sviluppo di un profilo unitario – sul piano culturale (religione, lingua, tecnologia) e materiale (commercio, produzione, tecnica) – del popolo italiano. In tale quadro, il Risorgimento è visto come il risultato di un lungo processo di incubazione e di selezione: esito condizionato dai passaggi precedenti e ad essi inevitabilmente legato, ma insieme frutto dell’iniziativa perspicace di quanti, superando robusti ostacoli, sono riusciti a conseguire credibilità etico-politica e vigore militare nell’arena europea. Ampia parte del saggio analizza l’incidenza del principio di nazionalità, l’ipotesi federalista, il ruolo di personalità come Carlo Alberto, Cavour, Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini, Pio IX, Gioberti, Cattaneo, nonché il rilievo degli elementi elitari, popolari, dinastici, internazionali che hanno condotto al 1861 (nascita del Regno d’Italia), con la sua ineludibile appendice di Porta Pia (1870).

Valeria Arnaldi, Leggo Milano, 01-11-2010
[…] Domenico Fisichella punta l’attenzione su Il miracolo del Risorgimento (Carocci), ripercorrendo le vicende culturali, economiche e sociali che portarono alla nascita di un profilo unitario, per poi approfondire vita e ruolo di alcuni dei grandi nomi rinascimentali, da Cavour a Garibaldi e Mazzini.
Federico Orlando, Europa, 02-11-2010

Venerdì a Torino alcuni discutibili e discussi eredi di Vittorio Emanuele II, in visita alla grande mostra in memoria del "Re Galantuomo", sono stati contestati da un gruppetto di anarchici al grido di "Viva Bresci" (l’anarchico che uccise Umberto I). E siccome domani il presidente della repubblica va al Vittoriano alla presentazione della mostra Gioventù ribelle - L’Italia del Risorgimento, promossa dalla ministra Meloni; e temo l’ennesima vulgata di revisionismo popular-propagandistico, complice involontario un Garibaldi piovuto a Marsala da Marte e non dal Regno sardo; così, mi sono affrettato a immunizzarmi facendo l’iniezione di richiamo (Domenico Fisichella, Il miracolo del Risorgimento, ed. Carocci, 15 euro). La vaccinazione contro la pandemia leghista o nazional-resistenziale dell’anno 150, l’avevo già fatta con una dose di Rosario Villari (Bella e perduta – L’Italia del Risorgimento, Laterza). Tuttavia non credo che Giorgia Meloni ci marci: la sua mostra, aperta al pubblico dal 4 Novembre (Giornata delle forze armate), al 18 dicembre (san Vunibaldo, «fiducia delusa non tollera scusa », dal calendario di Frate Indovino), parlerà di Manara e Mameli, Nievo e Bixio: tutti eroi che pagarono di persona; e che, turandosi il naso, potrebbero tornare oggi a dire qualcosa ai giovani, per le necessità del presente. Una logica che, se rispettata, non solo de-musealizza la mostra, ma s’incontra con lo spirito dell’opera scientifica-divulgativa di Fisichella: il quale, nella sua querelle filomonarchica, vuol farci capire che qui in Europa una repubblica può essere solida se le basi statuali furono gettate e crebbero in forti regni nazionali. Scriveva Renan nel 1882 (quando la Francia aveva preso definitivamente a numerare non più i suoi re, ma le sue repubbliche, 1,2,3,4 e con De Gaulle 5): «Il re di Francia ha realizzato la più perfetta unità nazionale oggi esistente (…) Questa grande monarchia francese era stata così profondamente nazionale che, all’indomani della sua caduta, la nazione ha potuto reggersi senza di essa». Tutt’altro discorso in Italia. La penisola, dove princìpi unificanti esistono da secoli (lingua, memoria della romanità, arte, religione, rinascimento giuridico e poi umanistico), si fa però nazione e stato non in un travaglio di secoli, dove una dinastia potenzialmente nazionale emerge su regni, ducati, repubbliche, contee; ma in un processo conclusivo che emerge assai tardi e si svolge in meno di un cinquantennio: "parte" dal 1815 (usiamo verbo e data per comodità), quando a Vienna fu restaurato il principio legittimista contro quello rivoluzionario e fu sancito che l’Italia dovesse restare «una somma di stati, riuniti soltanto sotto la stessa espressione geografica», Metternich); e si conclude nel 1861, quando il primo parlamento dell’Italia appena unificata e sancita dai plebisciti, si riunisce a Torino e proclama il Regno d’Italia. Che era emerso da due guerre d’indipendenza combattute dal Piemonte – la prima da solo, la seconda coi francesi – contro l’imperatore d’Austria, il re di Napoli, il papa. Ma soprattutto contro lo spirito "repubblicano" degli italiani, che si era espresso, con geniale originalità, o per necessità fatta virtù, in autarchia di comuni e di signorie: «Il Risorgimento – aveva intuito Gioacchino Volpe – è una conquista degli italiani su se stessi, prima ancora che non sugli stranieri. Non si coglie il senso del Risorgimento se non si è consapevoli della lunga decadenza italiana che fu necessario superare». Fisichella riesamina tutto il caleidoscopio delle soluzioni che furono proposte o tentate in alternativa a quella unitaria-liberale- monarchica: il federalismo papista di Gioberti (convertitosi alla soluzione unitaria dopo la "brumal Novara" del 1849) e il repubblicanesimo realistico di Garibaldi; il repubblicanesimo unitario e teista di Mazzini e quello federalista e lombardo di Cattaneo. Fra l’altro, l’un contro l’altro armati. Incredibili (e spesso tristi) le cose che si trovano nelle 200 pagine di questo libro, dove ogni fatto è un concetto: e perciò fin qui censurato, e che sarà censurato dai recensori del conformismo. Ci limiteremo al concetto-guida. Nell’Italia postnapoleonica e della restaurazione, solo il regno di Sardegna era nelle condizioni di farsi guida di una politica nazionale: Napoli (Carlo III e Gioacchino Murat a parte) era da quattro secoli dominio straniero, di spagnoli e austriaci; Milano lo era da tre secoli; Venezia era stata cancellata col trattato di Campoformio; il papa non era certo il più adatto a una crociata nazionale; il granduca di Toscana, l’austriaco Lorena, non aveva forza economica, diplomatica e militare: a differenza del regno sabaudo, che non solo aveva quelle forze, ma vi aggiunse, con lo statuto di Carlo Alberto, la più importante di tutte: l’adesione allo spirito del tempo, cioè al risveglio liberal-nazionale dei popoli non ancora indipendenti e uniti, italiano e tedesco in testa. Con molta sapienza, Cavour e il re riuscirono a parlare alla Francia di principio di nazionalità (pagarono salato, con Nizza e Savoia); all’Inghilterra di politica di equilibrio, che solo un forte regno euro-mediterraneo avrebbe potuto garantire contro l’espansionismo francese in Nord Africa; ai patrioti di tutta Italia di guerra alla restaurazione; ai conservatori di imbrigliamento della rivoluzione repubblicana. La quale avrebbe richiamato nella penisola tutta l’Europa legittimista, memore del sanguinoso trentennio rivoluzionario-bonapartista. La soluzione monarchica unitaria garantiva dagli eccessi rivoluzionari, limitava alla detronizzazione dei Borbone e dei Lorena la violazione del principio di legittimità, creava uno stato abbastanza forte per garantire Francia e Inghilterra da rotture del principio di equilibrio fra le potenze. Insomma, il Miracolo del Risorgimento fu il risultato del gioco di un tris d’assi, nazionalità, legittimità, equilibrio. E tuttavia quel "gioco" non impedì che l’Italia facesse col suo Risorgimento ciò che tedeschi e inglesi avevano fatto con la Riforma e i francesi con la Rivoluzione: un mutamento storico, di valore europeo.

Giovanni Valentini, la Repubblica, 13-11-2010

È un titolo a tesi quello che Domenico Fisichella propone nel suo ultimo libro, Il miracolo del Risorgimento, con un riferimento esplicito alla "provvidenza storica". Un "miracolo", dunque, prodotto - come tutte le rivoluzioni - da un movimento d' élite e d' opinione, capace di guidare "un popolo unito socialmente e culturalmente, ma diviso politicamente e istituzionalmente". Da studioso di storia e di politica, oltre che da ideologo ed ex parlamentare di Alleanza Nazionale, Fisichella difende l' eredità del Risorgimento, e quindi dell' unità d' Italia, contro la deriva federalista che rischia di degenerare nel separatismo o addirittura nella secessione. Ma il pregio maggiore del libro sta nell' intreccio continuo fra la storia italiana e quella europea, in una sintesi efficace che colloca fatti e personaggi in un contesto omogeneo. Se Benedetto Croce definì il Risorgimento una "poesia bella", l' autore lancia un avvertimento: «Oggi viviamo un tempo di brutta prosa». E conclude con un appello: «Abbiamo il dovere di impedire la dissipazione di tale eredità».

Giovanni Valentini, la Repubblica, 13-11-2010

È un titolo a tesi quello che Domenico Fisichella propone nel suo ultimo libro, Il miracolo del Risorgimento, con un riferimento esplicito alla "provvidenza storica". Un "miracolo", dunque, prodotto - come tutte le rivoluzioni - da un movimento d’élite e d’opinione, capace di guidare "un popolo unito socialmente e culturalmente, ma diviso politicamente e istituzionalmente". Da studioso di storia e di politica, oltre che da ideologo ed ex parlamentare di Alleanza Nazionale, Fisichella difende l’eredità del Risorgimento, e quindi dell’ unità d’ Italia, contro la deriva federalista che rischia di degenerare nel separatismo o addirittura nella secessione. Ma il pregio maggiore del libro sta nell’intreccio continuo fra la storia italiana e quella europea, in una sintesi efficace che colloca fatti e personaggi in un contesto omogeneo. Se Benedetto Croce definì il Risorgimento una "poesia bella", l’autore lancia un avvertimento: «Oggi viviamo un tempo di brutta prosa». E conclude con un appello: «Abbiamo il dovere di impedire la dissipazione di tale eredità».

, La discussione, 30-11-2010
Non si sa cosa abbia spinto Clemente Mastella a partecipare al convegno promosso dall'Unione Monarchici Italiani, all'Istituto italiano per gli Studi filosofici. Forse la voglia di «capire» la reale consistenza, anche politica, di un movimento che può contare sul territorio nazionale su oltre 70mila iscritti. La presenza del candidato sindaco di Napoli, in occasione della presentazione del libro dal titolo «Il miracolo del Risorgimento- La formazione dell'Italia Unita» di Domenico Fisichella (Carocci Editore), è stata in ogni caso una vera sorpresa. All’evento hanno preso parte, tra gli altri, il segretario nazionale dell'Umi, Sergio Boschiero, il presidente nazionale Alessandro Sacchi e Silvio Mastrocola dell'Università degli studi Suor Orsola Benincasa. Il volume di Fisichella ripercorre le vicende che nei secoli hanno condotto allo sviluppo di un profilo unitario - sul piano culturale e materiale del popolo italiano. Il Risorgimento è visto come il risultato di un lungo processo di incubazione e di selezione: esito condizionato dai passaggi precedenti e ad essi inevitabilmente legato, ma insieme frutto dell'iniziativa perspicace di quanti, superando robusti ostacoli, sono riusciti a conseguire credibilità etico-politica e vigore militare nell'arena europea. Ampia parte del saggio analizza l'incidenza del principio di nazionalità, l'ipotesi federalista, il ruolo di personalità come Carlo Alberto, Cavour, Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini, Pio IX, Gioberti, Cattaneo, nonché il rilievo degli elementi elitari, popolari, dinastici, internazionali che hanno condotto al 1861. I lavori del convegno, cui hanno preso parte 200 persone, sono stati conclusi dall'intervento del presidente nazionale dell'Umi, Alessandro Sacchi. «Il Risogimento è stato fatto da grandi uomini con la penna e con la spada - ha detto Sacchi - guai a chi dovesse attentare all'unità morale e territoriale dello Stato. I monarchici sono pronti a difenderla con la penna e, se necessario, per quanto mi riguarda, anche con la spada».
Marco Bertoncini, Libro aperto, 01-12-2010
L’ultima fatica di Domenico Fisichella, studioso della politica prestato per anni alla politica (ministro per i Beni culturali nel governo Berlusconi I e vicepresidente del Senato per due lustri), ripercorre, con linguaggio chiaro, con rigore e con semplicità non affettata, le vicende secolari che hanno condotto, favorito o impedito lo sviluppo di  un profilo unitario - sul piano sia culturale (religione, lingua, tecnologia), sia materiale (commercio, produzione, tecnica) - del popolo italiano. Fra gli storici più da vicino citati figurano Gioacchino Volpe e Niccolò Rodolico, entrambi lontanissimi dal chiudere la storia d’Italia nella limitata cronologia dello Stato nazionale unitario: non per nulla il Rodolico stese una bella, e oggi pretermessa, Storia degli Italiani. In tale quadro, il Risorgimento è visto come il risultato di un lungo, faticoso e lento processo d’incubazione e di selezione. Certo, fu un esito condizionato dai complessi e sovente spiacevoli passaggi precedenti e ad essi inevitabilmente legato, ma insieme risultò frutto dell’iniziativa perspicace di quanti, Cavour in primis, superando robusti ostacoli, riuscirono a conseguire credibilità etico-politica e vigore militare nell’arena europea. Fisichella si pone in contraddizione con taluni deteriori stilemi oggi dominanti, rivendicando per esempio la funzione fondamentale della monarchia, intesa sia come istituzione, sia come dinastia (si vedano le pagine dedicate a numerosi sovrani sabaudi, andando ben oltre il pur essenziale e indispensabile ruolo di Vittorio Emanuele II). Altrettanto egli fa ridimensionando le utopie federaliste, in particolare quelle di Cattaneo, che furono sconfitte dalla storia. Anche se oggi a molti spiace, tanto che vorrebbero immaginarsi un’Italia diversa da quella che fu costituita, vinse la visione unitaria, nazionale, moderata, monarchica, incarnata nella classe politica della Destra storica, guidata da Cavour. E si tratta della miglior dirigenza che l’Italia abbia avuto in un secolo e mezzo. Non vinsero i repubblicani. Non vinsero i federalisti. Non vinsero i mazziniani. Non vinsero i socialisti. Non vinsero i rivoluzionari. Il 17 marzo 1861, e poi ancora con l’annessione del Veneto nel 1866 e di Roma nel 1870, vinsero Cavour e i liberali che a Cavour si rifacevano: come si diceva, monarchici, moderati, unitari. Fisichella non ha dubbi nel riconoscersi in questa vittoria. Sa molto bene che vi furono errori e deficienze, prezzo necessario per percorrere la strada la rivendicazione di un ruolo populistico che non poté certo svolgersi nel Risorgimento, sono soltanto alcuni degli idola contro i quali correttamente si batte l’Autore. Anticonformista e politicamente scorretto, certo, però ben cosciente di essere tale.
Arturo Colombo, Corriere della sera, 04-12-2010

Fin dalla prima metà del secolo scorso, Benedetto Croce aveva definito il nostro Risorgimento «il capolavoro dello spirito liberale europeo». Ce lo ricorda Domenico Fisichella nelle pagine conclusive del suo saggio Il miracolo del Risorgimento (Carocci, pp. 218, 15), dove ci propone un'efficace «rivisitazione» del processo storico-politico, che ha condotto all'unità italiana. Fisichella è convinto (giustamente) che una certa idea dell' Italia corre lungo i secoli; anzi, risale così indietro nel tempo che la romanità e la latinità vanno considerate «quali elementi ispiratori di un profilo distintivo rispetto ad altri popoli». Così la prima parte del saggio Fisichella la dedica a farci capire, nella nascita e poi nello sviluppo dello «Stato nazionale», quanto hanno contato - naturalmente, non solo nel caso italiano - le élites, prima nobiliari e poi borghesi, e soprattutto «la Corona», ossia la monarchia. Anche se a me sembra che Fisichella privilegi la leadership di Casa Savoia ben oltre il compimento e completamento dell'unità territoriale, tanto da giungere fino alla chiusura della «stagione monarchica» nel 1946. Ma la parte più ricca, e spesso originale, di queste pagine riguarda il periodo che prende il via dalla fine del XVIII secolo, quando il «principio di nazionalità» deve fare i conti - spiega Fisichella - con il Paese Italia, che «è una povera terra divisa in tanti Stati, per lo più quasi tutti a guida straniera», con l'aggravante che «il vuoto di comunicazione simbolica e materiale tra popolo e classi dirigenti in emergenza è ancora da colmare». Se merita parlare di «miracolo» a proposito del nostro Risorgimento, l'anno della «svolta» coincide con il 1848, prosegue fino alla nascita del regno d'Italia e si concluderà con Roma capitale. Pochissimi ricordano - e Fisichella fa bene a notarlo - che tutti i plebisciti furono massicciamente favorevoli all'unità: con soli 30.509 «no», quasi tutti concentrati nella Toscana e nelle province napoletane. Adesso, invece - e vedremo cosa accadrà con le manifestazioni per i 150 anni dell' unificazione - su questa vicenda risorgimentale se ne sentono di tutti i colori. Ecco perché mi pare impossibile non dar ragione a Fisichella, quando conclude che «nella storia d'Italia, la vicenda risorgimentale è stata un'impresa di straordinario impegno. Abbiamo il dovere di impedire la dissipazione di tale eredità».

Arturo Colombo, Corriere della sera, 04-12-2010

Fin dalla prima metà del secolo scorso, Benedetto Croce aveva definito il nostro Risorgimento «il capolavoro dello spirito liberale europeo». Ce lo ricorda Domenico Fisichella nelle pagine conclusive del suo saggio Il miracolo del Risorgimento (Carocci, pp. 218, 15), dove ci propone un’efficace «rivisitazione» del processo storico-politico, che ha condotto all’unità italiana. Fisichella è convinto (giustamente) che una certa idea dell’ Italia corre lungo i secoli; anzi, risale così indietro nel tempo che la romanità e la latinità vanno considerate «quali elementi ispiratori di un profilo distintivo rispetto ad altri popoli». Così la prima parte del saggio Fisichella la dedica a farci capire, nella nascita e poi nello sviluppo dello «Stato nazionale», quanto hanno contato - naturalmente, non solo nel caso italiano - le élites, prima nobiliari e poi borghesi, e soprattutto «la Corona», ossia la monarchia. Anche se a me sembra che Fisichella privilegi la leadership di Casa Savoia ben oltre il compimento e completamento dell’unità territoriale, tanto da giungere fino alla chiusura della «stagione monarchica» nel 1946. Ma la parte più ricca, e spesso originale, di queste pagine riguarda il periodo che prende il via dalla fine del XVIII secolo, quando il «principio di nazionalità» deve fare i conti - spiega Fisichella - con il Paese Italia, che «è una povera terra divisa in tanti Stati, per lo più quasi tutti a guida straniera», con l’aggravante che «il vuoto di comunicazione simbolica e materiale tra popolo e classi dirigenti in emergenza è ancora da colmare». Se merita parlare di «miracolo» a proposito del nostro Risorgimento, l’anno della «svolta» coincide con il 1848, prosegue fino alla nascita del regno d’Italia e si concluderà con Roma capitale. Pochissimi ricordano - e Fisichella fa bene a notarlo - che tutti i plebisciti furono massicciamente favorevoli all’unità: con soli 30.509 «no», quasi tutti concentrati nella Toscana e nelle province napoletane. Adesso, invece - e vedremo cosa accadrà con le manifestazioni per i 150 anni dell’ unificazione - su questa vicenda risorgimentale se ne sentono di tutti i colori. Ecco perché mi pare impossibile non dar ragione a Fisichella, quando conclude che «nella storia d’Italia, la vicenda risorgimentale è stata un’impresa di straordinario impegno. Abbiamo il dovere di impedire la dissipazione di tale eredità».

Massimo Tosti, Liberal, 18-12-2010

Risorgimento e Unità d'Italia, ovviamente. Decine di libri sull'argomento hanno invaso le vetrine delle librerie in vista delle celebrazioni (peraltro già avviate) per il 150° anniversario dello Stato Unitario. Ce n'è per tutti i gusti e per tutti i palati: dai testi agiografici a quelli che si autodefiniscono di «antistoria», affaccendati a distruggere (o almeno incrinare) la memoria eroica dei personaggi e degli eventi che condussero l'Italia a diventare una nazione e una Patria. L'offerta è ricca e attraente, sia per i divoratori di saggistica storica (che cercano nuove interpretazioni di fatti a loro noti) sia per i neofiti che - in occasione degli anniversari - cercano di recuperare sulle lacune accumulate negli anni. Qualcuno - a proposito di queste contraddittorie interpretazioni sull'atto di nascita dell'Italia - ha parlato di «Risorgimento schizofrenico »: a distanza di centocinquant'anni la «militanza » degli storici appare incredibilmente simile a quella dei politici (e dei commentatori politici) per i quali ogni evento, e ogni protagonista, o è bianco o è nero. E - manco a dirlo - le schiere di chi vede bianco più o meno si equivalgono con i fautori del nero. Sembra definitivamente tramontato l'appello (di moda qualche anno fa) di chi invocava, e auspicava, la formazione di una «memoria condivisa» sulle tragedie che hanno contrassegnato il cosiddetto «secolo breve», cioè il Novecento attraversato dalle dittature rosse e nere, con la scia di sangue e distruzioni che hanno provocato. Adesso il manicheismo si è esteso anche all'Ottocento. E la prova viene proprio dalla produzione storica che riguarda direttamente l'Unità d'Italia, gli anni che la precedettero e quelli che la seguirono. Forse sarebbe più costruttivo valutare ogni contributo (anche quelli di più acceso revisionismo) come utile per comprendere quel che realmente accadde. Fiero oppositore di ogni dubbio sulle glorie unitarie è un politologo autorevole (con trascorsi recenti anche in campo politico è istituzionale: è stato ministro dei Beni culturali e presidente del Senato): Domenico Fisichella propone un saggio - Il miracolo del Risorgimento (Carocci editore, 118 pagine, 15,00 euro) - il cui titolo riassume già le conclusioni. Un miracolo perché «il Risorgimento è l'espressione, è la formulazione di una nuova, inusitata tradizione, quella dell'unità della nazione» per un popolo che, «unito culturalmente e socialmente», per merito di un gruppo di grandi uomini, ha conquistato la «dignità di nazione». Meno inflessibili nella glorificazione sono Giordano Bruno Guerri (Il sangue del sud, Mondadori, 312 pagine, 20,00 euro, già recensito su queste colonne) che rievoca in termini crudi la lotta al brigantaggio meridionale condotta con metodi spietati dall'esercito «piemontese », e Arrigo Petacco (O Roma o morte, Mondadori, 168 pagine, 19,00 euro) che racconta senza indulgenze le disfatte militari che accompagnarono la nascita del nuovo Stato e l'incapacità dei governanti dopo Cavour. Altri due giornalisti di successo si sono cimentati nella rievocazione del Risorgimento: Bruno Vespa (Il cuore e la spada, Mondadori, 864 pagine, 22,00 euro) che parte da Cavour e Garibaldi per arrivare a Prodi e Berlusconi, e Aldo Cazzullo (Viva l'Italia!, Risorgimento e resistenza, Perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra nazione, Mondadori, pagine 160, 18,50 euro). Due libri curiosi sono Il viaggio della Capitale - Torino, Firenze e Roma dopo l'Unità d'Italia di Attilio Brilli (Utet, 150 pagine, 15,00 euro) e, Solferino - Storia di un campo di battaglia di Ulrich Ladurner (Il Mulino, 140 pagine, 12,00 euro) che racconta i luoghi della battaglia più sanguinosa combattuta in Italia nel XIX secolo, alla quale assistette Henri Dunant che ne ricavò lo stimolo per la creazione della Croce Rossa. Il personaggio più gettonato del Risorgimento resta Garibaldi.Tre libri gli sono stati dedicati: Andrea Possieri è l'autore di Garibaldi (Il Mulino, 248 pagine, 16,00 euro); Francesco Pappalardo di Il mito di Garibaldi - Una religione civile per una nuova Italia (Sugarco, 240 pagine, 18,50 euro), Nicola Fano di Garibaldi - L'illusione italiana (Baldini e Castoldi Dalai, 224 pagine, 17,50 euro). Possieri racconta il personaggio nelle sue luci e nelle sue ombre. Pappalardo e Fano si dividono il compito del nero e del bianco nella memoria divisa e antagonista. Il primo individua in Garibaldi uno dei responsabili della diffusione di un'ideologia laicista che ha posto le basi per una liturgia laicista alternativa rispetto alle radici cristiane dell'Italia. Fano racconta, con affetto e passione civile, la grandezza morale dell'Eroe, con frequenti paragoni con l'Italia di oggi, svilita e mortificata dalla corruzione. La casa editrice Salerno è presente nel mercato risorgimentale con due imponenti biografie: Cavour di Adriano Varengo (564 pagine, 28,00 euro) e Napoleone III di Eugenio Di Rienzo (716 pagine, 30,00 euro). Ciascuno nel suo ruolo, furono decisivi per il raggiungimento dell'obiettivo unitario. A proposito della memoria non condivisa, per ragioni diverse, hanno suscitato forti polemiche due libri. Salviamo l'Italia di Paul Ginsborg (Einaudi, 134 pagine, 10,00 euro) e I vinti non dimenticano - I crimini ignorati della nostra guerra civile di Giampaolo Pansa (Rizzoli, 466 pagine, 19,50 euro). Il primo - che affonda la lama nei difetti del nostro Paese ha suscitato molte critiche per alcuni svarioni storici, frutto - probabilmente - di quel tanto di sufficienza che gli storici inglesi (anche quelli trapiantati in Italia) riservano alla nostra storia. Il libro di Pansa è l'ultimo (per ora) della serie «revisionista» che il grande giornalista ha dedicato alla ricostruzione delle pagine più oscure delle vendette consumate contro la parte «sconfitta» nell'ultimo dopoguerra. Due saggi sul Novecento meritano una particolare attenzione da parte di chi conosce a fondo la storia del «nostro» Novecento. Francesco Perfetti in Lo Stato fascista - Le basi sindacali e corporative (Le Lettere, 452 pagine, 32,00 euro) ricostruisce il passaggio del fascismo da movimento a regime e la trasformazione dello Stato in senso autoritario: a traghettare l'Italia verso il totalitarismo furono soprattutto le «leggi di difesa dello Stato» concepite da Alfredo Rocco. Amedeo Osti Guerrazzi (Noi non sappiamo odiare - L'esercito italiano tra fascismo e democrazia, Utet, 368 pagine, 24,00 euro) offre le registrazioni delle conversazioni fra alcuni alti ufficiali italiani catturati dagli inglesi nel 1943, rivelando le ansie, le paure e le speranze di chi si preparava al passaggio di campo dall'Asse agli Alleati. Una citazione, infine, per quattro libri che si occupano del passato remoto. Giusto Traina in La resa di Roma (Laterza, 212 pagine, 18,00 euro) racconta un episodio poco conosciuto della storia romana: la battaglia di Carre, in Mesopotamia, combattuta nel 53 avanti Cristo, nella quale 25 mila legionari romani furono massacrati da un esercito persiano. Conor Kostick (L'assedio di Gerusalemme, Il Mulino, 275 pagine, 26,00 euro) ricostruisce il momento culminante della Prima Crociata. André Chastel (Il sacco di Roma, Einaudi, 274 pagine, 30,00 euro) approfondisce lo studio della calata dei Lanzichenecchi che creò un'autentica frattura nella storia di Roma e dell'Italia. Andrew Wheatcroft (Il nemico alle porte - Quando Vienna fermò l'avanzata ottomana, Laterza, 388 pagine, 24,00 euro) rievoca l'assedio fallito di 200 mila turchi alla città difesa da appena 27 mila uomini.Una guerra di religione: come Lepanto, e come tante altre, anche più recenti.

Giancristiano Desiderio, Liberal, 18-12-2010
Per i 150 anni dell’Unità d’Italia sono state pubblicate tanti cose, tanti libri e tanti altri ne saranno editi. Ci sono pubblicazioni celebrative, altre critiche e anche delle vere e proprie contro storie come, ad esempio, il nuovo libro di Giordano Bruno Guerri intitolato Il sangue del Sud (Mondadori). Però, se dovessi consigliare una lettura su come gli stati e staterelli del Belpaese divennero il Regno d’Italia indicherei un testo di Domenico Fisichella: Il miracolo del Risorgimento (Carocci). Il libro di Fisichella, infatti, ripercorre le tappe più importanti del processo di unificazione nazionale e il loro senso, ma ricostruisce anche le idee e gli avvenimenti che portarono agli ideali e interessi del Risorgimento. Si tratta di un libro chiaro e istruttivo. Tuttavia, il valore delle pagine di Fisichella è da ricercarsi altrove. Nel capitolo dedicato alle conclusioni, l’ex vicepresidente del Senato scrive: «... il Risorgimento è l’espressione, è la formulazione di una nuova, inusitata tradizione, quella dell’unità della nazione, ed è una tradizione che ha qualcosa appunto di miracoloso per la sua capacità di far ascendere un popolo unito culturalmente e socialmente ma diviso politicamente e istituzionalmente a dignità di nazione, accorciando le distanze che tanto lo hanno separato dalle altre nazioni». E aggiunge, pensando evidentemente anche alla situazione presente: «La tradizione dunque, è la tradizione della modernità, mentre la tradizione dell’eccesso regionalistico e localistico è la tradizione della vecchiezza. In questo senso non vi è dubbio che il Risorgimento rappresenta una discontinuità - non su base di violenza rivoluzionaria ma su base di arricchimento e accorpamento della coscienza spirituale, intellettuale, civile - rispetto all’eredità della vecchia tradizione divisionista e particolaristica, che come tale, riproposta oggi, è regressione, non avanzamento». Ecco, il valore e il significato vero e attuale del saggio di Domenico Fisichella è proprio in questa chiarificazione dell’impresa del Risorgimento che mette capo alla nascita dello Stato nazionale italiano e, al contrario, il particolarismo, il municipalismo, il regionalismo e le mille divisioni italiane sono state il disvalore che il Risorgimento, pur con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, supera e nega o prova a superare e negare. Letta così la politica del Risorgimento  non è una cosa vecchia e piemontese che appartiene al passato, ma è parte attiva di una storia nazionale e che giunge fino agli anni sessanta e comincia a declinare con l’inizio dell’era regionalistica. per non lasciare nulla di non detto aggiungiamo che la odierna politica federalista non appartiene alla tradizione risorgimentale ma a quella particolaristica, non è una conquista ma una perdita, non è un progresso ma un regresso. Avremmo bisogno di un altro “miracolo? risorgimentale.
Stefano Giovinazzo, http://editorilaziali.wordpress.com/, 17-03-2011
Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, il testo di Domenico Fisichella “Il miracolo del Risorgimento" (Carocci, 2011) non può non tenerci uniti. E non può nemmeno esimersi, visto il grande lavoro che l’autore mette assieme in queste oltre 200 pagine, dal ripercorrere e coinvolgere fatti istituzionali, politici, sociali, religiosi, economici, culturali e internazionali. Questo perché “i fatti contano“. Un testo con una bibliografia di notevole spessore con un interesse verso questi autori: Francesco Cognasso, Niccolò Rodolico e Gioacchino Volpe. Fisichella concepisce il Risorgimento, e viene fuori in maniera evidente e forte dal testo, “come il risultato di un lungo processo di incubazione e di selezione: esito condizionato dai passaggi precedenti e ad essi inevitabilmente legato, ma insieme frutto dell’iniziativa perspicace di quanti, superando robusti ostacoli, sono riusciti a conseguire credibilità etico-politica e vigore militare nell’arena europea“. Essenziale cogliere il senso della storia, le dinamiche del tempo, senza passato non c’è futuro: “se guardiamo all’oggi con le lenti interpretative che ci fornisce la riflessione sul passato, chiare ci appaiono le alternative che si presentano alla coscienza nazionale, se una tale coscienza ancora esiste“. Di particolare interesse le conclusioni a cui arriva lo storico. Conclusioni che lasciano spazio ad una riflessione di rilievo storico. Nel momento in cui l’Italia ottiene l’unità, la Germania diventa stato federale: una diversità che Fisichella spiega così: “il principio di nazionalità ha avuto letture diverse in Italia e in Germania, nel corso della formazione dello Stato nazionale.? Inoltre “anche l’idea stessa di Stato conosce applicazioni più pacate nel contesto italiano rispetto a quello germanico." Per l’Italia tuttavia il bisogno è il compimento dell’unità territoriale della nazione mentre l’Impero Germanico mira ad una “formazione di potenza diretta alla preponderanza? nel continente europeo. Critico Fisichella anche sul federalismo attuale, definito come disaggregante e disgregante. Il Risorgimento appare agli occhi di Fisichella, ed è qui il concentrato del testo, un miracolo della provvidenza storica perché “è insieme il prodotto e il produttore di un percorso di dignità che è stato capace di dar luogo a qualche momento di grandezza (…) Il Risorgimento rappresenta una discontinuità rispetto all’eredità della vecchia tradizione divisionista e particolarista, che come tale, riproposta oggi, è regressione, non avanzamento.“Il presente è “tempo di brutta prosa“. Abbiamo la responsabilità e il dovere di impedire che l’impresa del Risorgimento non sia stata vana.
Giuseppe Civile, Il Mestiere di storico, 01-12-2011
Nell’abbondanza di pubblicazioni legate ai 150 anni dell’unificazione, eccessiva e a volte molesta, il lavoro di Fisichella costituisce quasi certamente un unicum. Per lo stile, sempre magistrale ma non alieno da toni paternamente colloquiali; per il taglio cronologico e per la tesi, che vede nella Monarchia sabauda lo strumento unico, necessario e provvidenziale per cui si realizza il «miracolo del Risorgimento».
Nei primi otto capitoli le origini e lo sviluppo prima di un popolo, e poi di una nazione italiana sono ricostruiti attraverso i momenti cruciali dell’età medioevale e moderna, sottolineandone i principali fattori di ritardo nel quadro dell’Europa occidentale: particolarismo e frammentazione, peso politico della Chiesa cattolica, debolezza degli organismi statuali.
All’età risorgimentale è dedicata la seconda metà del volume in cui, progressivamente, le vicende della penisola si subordinano a quelle del Regno di Sardegna, o meglio ancora della dinastia sabauda come artefice dell’unificazione. Un destino che viene da lontano, se la scelta del conte Umberto II di Savoia di assumere il titolo di marchese di Torino alla fine dell’XI secolo, è letta come simbolo ab initio «della graduale affermazione di una vocazione nazionale che legherà in un intreccio sempre più stretto la storia della Dinastia alla storia dell’unità istituzionale e civile della nazione italiana» (p. 22). In quest’ottica tutta l’iniziativa risorgimentale che non fa capo ai Savoia è costituita da sintomi di «insofferenza, inquietudine e volontà di cambiamento» cui «i propositi dei ribelli e delle loro consorterie» (p. 136) non offrono sbocchi, sia per la loro pochezza teorica e pratica, sia perché la repubblica non «non ha senso storico in un’Italia di monarchie restaurate» (p. 137). Di contro sta la solidità dello Statuto Albertino, basata su due scelte precise: «l’opzione riformista rispetto all’opzione rivoluzionaria» e il privilegio concesso al «ruolo della nazione rispetto al nebuloso, inquietante e strumentalizzabile concetto di sovranità popolare» (p. 153) che fa da premessa all’azione sempre più lungimirante e insostituibile dei Savoia nel portare a compimento il «miracolo» dell’unità, oggi di nuovo a rischio.
Alla base di una lettura così particolare sta peraltro una dottrina ben precisa: «il principio di nazionalità, se e nella misura in cui ha un potenziale rivoluzionario, va depurato di tale potenziale, va calibrato con il principio di legittimità e con il principio di equilibrio». È questa «la lezione definitiva», alla cui luce risulta chiaro che il miracolo del Risorgimento «non è faccenda per improvvisatori, demagoghi, uomini senza storia e senza vocazione», poiché «occorre aver pratica di storia e dei suoi ritmi per condurre in porto l’impresa» (p. 148).
Da questo punto di vista non fa meraviglia che, al di là dei riferimenti a «una storiografia malamente infranciosata» (p. 136), o a «storici di formazione narrativa e aneddotica» (p. 159), il riferimento storiografico cui più spesso Fisichella ricorre sia Niccolò Rodolico, con la sua Storia degli italiani. Dall’Italia del Mille all’Italia del Piave, del 1964, nuova edizione ampliata di un testo del 1954.

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