Carocci editore - Napoli

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Napoli

Luigi Musella

Napoli

Dall'Unità a oggi

Edizione: 2010

Collana: Quality paperbacks (304)

ISBN: 9788843053322

  • Pagine: 176
  • Prezzo:15,50 13,18
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In breve

La storia di Napoli dall’Unità a oggi può essere letta come la lenta, ma profonda transizione da una città che è stata capitale rappresentativa dell’intero Mezzogiorno – dotata, come tale, di uffici, risorse, culture, ricchi circuiti sociali, un ampio mercato di consumo – a una città che, dopo l’Unità, ha finito per ritrovarsi in una dimensione che non la rendeva né città-Stato né città-municipio. Una transizione ancora incompiuta, dunque, forse alla radice dei tanti problemi in cui Napoli, oggi come ieri, sembra dibattersi, cercando di volta in volta nuove soluzioni alle continue emergenze che la scuotono senza tuttavia giungere a snaturarla.

Indice

Introduzione
1. Fine secolo
La partecipazione all’Unità
La città nei primi due decenni
La "scoperta" di Napoli
Il colera del 1884
Il risanamento
I luoghi del lavoro industriale
La crisi politica di fine secolo
2. La Belle Époque
L’immagine della città
La novità politica: i socialisti
Emigranti, agenti, compagnie e banchieri
La legge speciale per l’incremento industriale
3. Il fascismo e la guerra
Un mondo piccolo-borghese
Napoli fascista
La città fascista
La guerra
4. La Repubblica
La città monarchica e Achille Lauro
Gli anni del centrosinistra
Il PCI al governo della città
Il post terremoto
Gli anni ottanta
La chiusura dell’Italsider di Bagnoli
5. L’ultimo ventennio
"Mani pulite" a Napoli
Il "sindaco"
La fine del Banco di Napoli
Gomorra
Bibliografia
I sindaci di Napoli dal 1860 a oggi
Indice dei nomi

Recensioni

, Il Mattino, 20-04-2010

S’intitola «Napoli. Dall’unità a oggi» (edito da Carocci, 176 pagine, 15.50 euro) l’ultimo volume - appena arrivato nelle librerie - di Luigi Musella, docente di Storia contemporanea e Storia del potere e della politica all’università Federico II, già autore di diversi saggi tra cui «Il trasformismo» e «Craxi». Si tratta di un vero e proprio excursus - suddiviso in cinque capitoli: Fine secolo, La Belle Époque, Il fascismo e la guerra, La Repubblica e L’ultimo ventennio - nel corso del quale Musella analizza luci e ombre di una città percorsa da continue emergenze: colera, terremoto, leggi speciali, disfunzioni amministrative, camorra. Il brano che pubblichiamo riguarda la «scoperta» di Napoli, e delle sue sacche di povertà ed emarginazione, subito dopo l’Unità.

Aurelio Musi, la Repubblica ed. Napoli, 08-05-2010

Una storia di fatti documentati, al di fuori di schemi, immagini, rappresentazioni, luoghi comuni. È questo soprattutto il pregio dell’ ultimo volume di Luigi Musella "Napoli. Dall’ Unità a oggi". In altre sue opere l'autore, che insegna storia contemporanea alla "Federico II", ha approfondito con interpretazioni originali temi quali il meridionalismo e il trasformismo. Ora offre materiali di una ricostruzione della storia napoletana che procede per frammenti, che comunica al lettore un'impressione quasi di incompiutezza. Insomma è la stessa identità mobile di Napoli, fondata sul continuo stato di emergenza, ad esigere l'approccio proposto dall'autore: la normalità non appartiene a questa città che è dovuta mutare continuamente e ancora oggi continua a farlo. Scrive Musella: "Le caratteristiche politiche, economiche, culturali, comportamentali sono mutate nel tempo, ma i tratti di fondo sono rimasti gli stessi e le novità hanno finito sempre per essere assimilate nel contesto di una tradizione tenace e resistente che ha contribuito a definirla secondo una precisa identità". Le prime due cesure sono costituite dal periodo successivo all’ Unità e dalla prima guerra mondiale. L'ex capitale del Regno, nei decenni successivi all'Unità, non è più città-stato. Ma non è riuscita nemmeno a configurarsi come città-municipio, capace cioè di costruire intorno alle istituzioni locali un senso civico. Nella definizione del sentimento di appartenenza hanno invece prevalso legami verticali che hanno condotto i cittadini a cercare il "santo" per i problemi di tutti i giorni, il capo carismatico che riuscisse a soddisfare il suo popolo: basti pensare a figure di sindaci come il duca di San Donato, Nicola Amore, Achille Lauro, Antonio Bassolino. L'altra cesura storica è rappresentata dalla prima guerra mondiale. Negli anni che seguono il conflitto bellico Napoli non è più rappresentabile attraverso la dicotomia tra nobiltà e plebe, viene ora avanti la piccola borghesia. Su questi gruppi farà leva il fascismo, che assumerà tratti affatto particolari a Napoli. Nel segno di un equilibrio non comune viene svolta la ricostruzione del periodo repubblicano e dell'ultimo ventennio. Lauro non è riabilitato da Musella, ma l'autore ha ragione quando scrive che "Lauro ebbe molte colpe, ma fu nel periodo successivo alla sua amministrazione che gli speculatori provocarono i danni peggiori». Asettica e distaccata è la narrazione da Valenzi a Bassolino. Documenti interessanti offre l'autore per capire soprattutto il successo della prima fase bassoliniana. Glissa completamente, invece, sui motivi del tramonto della "stagione dei sindaci". Questo di Musella resta un libro utile soprattutto per le fonti che rende disponibile al lettore. Un libro impietoso, che lascia pochi spiragli alla speranza: con molto più "pessimismo dell’ intelligenza" che "ottimismo della volontà".

Marco De Marco, Corriere del Mezzogiorno, 20-05-2010

Dal trionfale arrivo di Garibaldi alla seconda rielezione di Bassolino; dagli anni di Gennaro Sambiase di Sanseverino duca di san Donato a quelli di Rosa Russo Iervolino, sindaca tanto evanescente da non meritare neanche una citazione; dai racconti commossi di Jessie White Mario alle dure denunce di Roberto Saviano. Luigi Musella, storico ed editorialista de Il Mattino, ha scritto un libro ( Napoli, dall’Unità ad oggi, Carocci) utile ma non del tutto innocente. L’utilità è nell’estrema compattezza del saggio, nella fluidità del racconto e nella chiarezza della tesi, che vede il declino della città iscritto nel traumatico passaggio dalla condizione di capitale del Mezzogiorno a quella di municipio senza spirito municipale. La mancata innocenza si manifesta, invece, con una sorta di malcelata reticenza, con un dire e non dire al limite del cerchiobottismo, con un disagio che probabilmente deriva da un revisionismo inevitabile ma indigesto. Il risultato è che talvolta il libro sembra essere scritto negli anni Novanta, come se, a Napoli, nulla nel frattempo fosse successo o come se quel che comunque è successo non dovesse indurre a una rivalutazione definitiva e radicale dei fatti. Una prova della reticenza malcelata è nel capitolo dedicato alla Repubblica. Si fa riferimento agli ormai noti, e ripeto noti, fatti di via Medina. Siamo nel 1946, nei giorni del referendum istituzionale. «I fedelissimi di casa Savoia — scrive Musella— finirono per invadere le strade della città, mossero all’assalto della federazione comunista, vennero respinti da militanti e polizia lasciando a terra nove morti e decine di feriti». Si ammetta: non è uno strano modo di raccontare una strage? Per giunta una delle prime stragi della Repubblica? È davvero così chiaro che imorti furono tutti, proprio tutti, di parte monarchica? E chi mise mano alle pistole? Perché dà ancora tanto tormento riportare in un libro di storia che a sparare e a uccidere furono anche i comunisti? In realtà, la strage di via Medina, proprio perché lungamente negata, è stata per Napoli una ferita profonda, mai rimarginata. Creò un risentimento monarchico che non può non essere messo in relazione anche col successivo, clamoroso apparire sulla scena di Achille Lauro. Il capitolo sul Comandante è, non a caso, tra i più inquieti e irrisolti. Lauro non fu un cialtrone, né un bluff, dice Musella. E allora chi fu? Per l’autore, i giornali del tempo non sbagliarono «a inventare un personaggio a mezza strada tra un viceré spagnolo e Masaniello, tra il cardinale Ruffo e un bucaniere dei Caraibi». Poche righe prima, però, a complicare l’interpretazione del populismo laurino, viene citato L’Espresso, e non dunque un giornale di destra, che parla della gratitudine dei napoletani e della pazienza «che Lauro e il suo stato maggiore spendono nell’ascoltare e rimediare i guai della povera gente». Allora, torna la domanda: chi fu davvero Lauro? Incoraggiò la speculazione, dice ancora Musella. Ma è vero anche che i guai veri vennero dopo, con i commissari governativi. E dunque? E se è altrettanto vero, come nel libro si conferma, che perfino il film Le mani sulla città fu una invenzione dei socialisti Rosi e La Capria per mettere il leader monarchico in cattiva luce a vantaggio dei democristiani, perché tanto zigzagare tra giudizi incerti e contraddittori? Incertezza che non si ravvisa più avanti, a conferma del peso diverso con cui Musella giudica i protagonisti della storia napoletana. Quando si parla di Maurizio Valenzi e della sua amministrazione rossa, ad esempio, nel libro si sottolinea l’impegno contro l’abusivismo edilizio. Non una parola è però dedicata a quel che, proprio in quegli anni, avveniva a Pianura: lì, sotto gli occhi di tutti, nasceva non una lottizzazione, ma un quartiere senza licenze edilizie, senza infrastrutture e senza servizi civili. Interamente abusivo. Infine, c’è l’illuminante capitolo su Gava. Per pagine e pagine si riportano le accuse più pesanti contro il leader democristiano e le conseguenti inchieste giudiziarie. In modo particolare si indugia sulle dichiarazioni del pentito Galasso a proposito dell’associazione mafiosa e si ricordano le argomentazioni della Procura di Napoli. Ma in quattro righe, ecco il finale della storia: «Le accuse sia nei confronti di Gava, sia nei confronti di non pochi esponenti politici coinvolti nelle indagini sul finanziamento illecito ai partiti solo dopo molti anni avrebbero avuto il loro esito definitivo di non colpevolezza sul piano giudiziario». Quasi come se si trattasse di un particolare di poco conto, del tutto marginale. Don Antonio è sempre don Antonio: prima, durante e dopo i processi. Poco importa se le parole di un pentito non possono valere più di quelle di un giudice. A libro finito il dubbio che resta è che, in fondo, a Napoli, cambiare la storia serva a poco, perché tanto gli storici raramente cambiano la loro idea di Napoli.

Paolo Pezzino, Il Mestiere di storico, 01-12-2011
La linea interpretativa adottata da Musella, nell’affrontare il difficile compito di sintetizzare in poche pagine la storia degli ultimi 150 anni di una città come Napoli, è quella di una perenne transizione, mai completata, da città-capitale, «rappresentativa dell’intero Mezzogiorno», a metropoli: «Si potrebbe […] parlare di una città in continua transizione? Forse sì. Le caratteristiche politiche, economiche, culturali, comportamentali ecc. sono, infatti, mutate nel tempo, ma i tratti di fondo sono rimasti gli stessi». Il processo di trasformazione è stato caratterizzato da «continue emergenze: colera, terremoto, leggi speciali, disfunzioni amministrative, camorre. Quasi come se Napoli non potesse vivere nella normalità. Ma è anche vero che la normalità non ha potuto far parte di una città che è dovuta mutare continuamente e che ancora oggi continua a farlo» (p. 9).
La storia che l’a. ci racconta è quella di una continua rincorsa alla modernità, i cui esiti tuttavia non compongono un quadro organico che permetta di parlare oggi di città dal respiro europeo (come pure potrebbe essere nella sua vocazione economica, turistica e culturale). L’a. ripercorre rapidamente i momenti salienti di questa rincorsa: la scoperta di Napoli e dei suoi problemi urbani e sociali dopo l’Unità (impressionanti le descrizioni dei fondachi fatte da scrittori e giornalisti); il colera del 1884 (e quello del 1973); i piani di risanamento, sempre in bilico fra attuazione e speculazione; l’emigrazione; la legge sull’incremento industriale di Napoli del 1904, che segna l’inizio dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno. E ancora le due guerre, con i bombardamenti che colpiscono pesantemente la città durante la seconda, e, in epoca repubblicana, il laurismo, il centro-sinistra, il governo del Pci col sindaco Valenzi, il potere di Antonio Gava. Ed Infine la chiusura dell’Italsider di Bagnoli e, dopo «mani pulite», l’esperienza di Bassolino (sul cui declino avremmo voluto una qualche informazione e interpretazione da parte dell’a.), la crisi del Banco di Napoli (che sembra simboleggiare la perdita di influenza dell’intera città nel quadro nazionale) e lo sviluppo della camorra imprenditrice.
A conclusione di una lettura a volte poco agevole per un eccesso di nomi (soprattutto di personaggi politici locali), che forse avrebbe potuto essere evitato a favore di una più distesa narrazione dei caratteri sociali della città e di alcuni fenomeni politici caratteristici (là dove vi riesce, come nelle pagine iniziali di descrizione della città post-unitaria, o per Lauro, l’a. raggiunge i risultati migliori del volume), l’impressione che se ne ricava è quello non di immobilismo, ma di continui conati di trasformazione che non raggiungono mai la soglia virtuosa che permetta di dire risolti i vari problemi che di volta in volta si sono posti e sono stati affrontati come emergenze. Colpa evidentemente di una classe politica locale insufficiente, di un ceto imprenditoriale asfittico e continuamente tentato dalle occasioni di speculazione edilizia che i vari piani di risanamento e di sviluppo hanno offerto, di «una struttura sociale e […] cultura politica che rendono difficili e addirittura irrazionali la cooperazione e la solidarietà» (p. 10).
Aurelio Musi, la Repubblica - ed. Napoli, 25-02-2017