Carocci editore - Il Festival di Sanremo

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Il Festival di Sanremo

Serena Facci, Paolo Soddu

Il Festival di Sanremo

Parole e suoni raccontano la nazione

Edizione: 2011

Collana: Sfere (51)

ISBN: 9788843052721

  • Pagine: 424
  • Prezzo:29,00 27,55
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In breve

Il 30 gennaio 1964 Gigliola Cinquetti, accollata in un abitino acqua e sapone e lanciando occhiate maliziosamente candide, debuttò a Sanremo: Non ho l’età, ideata da professionisti di lungo corso come Nisa, Panzeri e Colonnello, non era solo l’efficace confezione melodica di un testo esile con un buon attacco. Era il frammento di un più complessivo discorso sulla nazione e in questo caso una delle risposte alla sfida dell’autodeterminazione femminile e della libertà sessuale. Quella serata non è che un tassello di una foto di famiglia lunga 60 anni nella quale riconosciamo volti e voci diventati monumenti nazionali incontestati (da Nilla Pizzi a Domenico Modugno, da Mina a Vasco Rossi) o discussi (da Claudio Villa a Orietta Berti fino a Toto Cutugno), alcuni dimenticati, altri ancora freschissimi. La tradizione era iniziata nel 1951: l’Italia non riusciva a rielaborare le ferite del recente passato e preferiva alludere a sé stessa ricomponendo come poteva, con leggerezza quasi frivola, reminiscenze da melodramma o realismo da chansonnier, i pezzi di una nazione che aspirava alla democrazia e alla modernità. Il Festival è arrivato indenne, sorvolando mille traversie, fino a questi giorni: non è solo audience, kermesse, dietrologie e pettegolezzi, noia o passione; è anche uno dei momenti in cui una fibrillante democrazia occidentale si racconta e si interroga.

Indice

Introduzione
1. Vola colomba: i materiali per ricostruire la nazione (1951-60)
Le origini
Le molteplici Italie degli anni cinquanta
Rielaborare il passato
Fra tradizione e rinnovamento
«Aprite le finestre al nuovo sole»: l’Italia in trasformazione
La stagione delle orchestre a Sanremo
Le forme della canzone
«Volare oh oh cantare»: il boom
2. Da Le mille bolle blu a Ciao amore ciao: speranze e delusioni di un paese in ascesa (1961-67)
Le mille bolle blu: una nuova Italia
1961: quattro canzoni
Voci
Sanremo si internazionalizza
Una nuova leva diserta Sanremo
Presessantotto: il beat
Tenco ed Endrigo: i cantautori e le costruzioni melodiche sul tema del viaggio
Ciao amore ciao: la crisi
3. «La festa appena cominciata è già finita»: tra centro-sinistra e "lungo Sessantotto" (1968-80)
Il Sessantotto al Casinò
Il ritorno al villaggio
La decadenza e la rielaborazione del nazionale-popolare
Maschi e femmine negli anni del movimento femminista
4. «E vola vola si va»: il nuovo boom (1981-95)
Sanremo-disco. L’influenza delle musiche degli ultimi anni settanta
Nel tempo del duopolio televisivo: il nazionale-popolare di Pippo Baudo
Il ritorno dell’orchestra
Rinverdire le radici: i primi anni novanta
Il premio che divise il buono dal cattivo gusto
5. La terra dei cachi: nell’Italia frantumata (1996-2010)
L’alternanza
Il decennio di Berlusconi
I nuovi mostri tra belcanto e disincanto
Italia Italia!
6. Sanremo giovani di Matteo Piloni
Le Nuove proposte in un Festival âgé
Trampolino di lancio
I giovani cantano i giovani
I giovani cantano d’altro
Il rapporto con i reality
Bibliografia
Indice dei nomi
Indice delle canzoni

Recensioni

Aldo Grasso, Corriere della sera, 23-01-2011

«Lungi dall'essere specchio della società e del costume, Sanremo ha assunto precocemente e ha conservato le caratteristiche di un più modesto, ma anche più interessante discorso sullo stato di salute della nazione che, uscita ferita dalle lusinghe del nazionalismo, privilegiava il parlare di sé stessa entro le forme lievi di un linguaggio tuttavia profondamente depositato quale quello musicale». Con questa premessa in minore, l'etnomusicologa Serena Facci e lo storico Paolo Soddu hanno affrontato una delle grandi cerimonie mediatiche del nostro Paese, quel rito collettivo che ogni anno si celebra fra entusiasmi e polemiche, nato da una manifestazione di canzoni che, dal 1951, tra alti e bassi, svolge una funzione istituzionale unica in tutta Europa. Giustamente i due autori de «Il Festival di Sanremo. Parole e suoni raccontano la nazione» (Carocci editore; il libro uscirà in libreria a fine mese) non cadono nel tranello di considerare il Festival come il riflesso immediato degli stati d'animo della nazione ma, unendo le loro competenze, e partendo quindi da un'attenta e preziosa analisi musicale e testuale delle canzoni (il che fa piazza pulita di quella vasta e un po' corriva letteratura sui retroscena di Sanremo), preferiscono puntare l'attenzione sul Festival come celebrazione del sentire comune del Paese, attraverso cui si manifestano permanenze, innovazioni, sofferenze e aspirazioni della nostra collettività. Il Festival è una sorta di archetipo delle comunicazioni di massa, una cerimonia pubblica che ogni febbraio stringe una platea che lo attende con timore e voluttà: pubblico, giornalisti, tv. Ogni anno si consuma un rito: mezza nazione incollata al video, canzoni più o meno insensate, la grande occasione per parlare - per liberarsi? - di Sanremo, delle canzoni, della tv. Come quella volta che Adriano Celentano, era il 1961, intonò «24 mila baci»: «Celentano inizia immediatamente a cantare "Amami ti voglio bene". Un incipit mesto, ma perentorio. Prende il posto del verse, la strofa introduttiva in semi-recitativo del song classico, che aveva un ruolo narrativo ed era preceduta dall'introduzione orchestrale. In questo caso si tratta di un solo verso, senza introduzione strumentale, che comincia con un verbo all'imperativo, con lo spirito di chi spalanca una porta senza chiedere permesso». Il libro alterna osservazioni storiche e di costume con vere e proprie analisi musicali in una costruzione che mescola saperi diversi ma ben armonizzati. Ne esce fuori un ritrattone storico di Sanremo che si dispiega, al contempo, in un grandioso affresco dei gusti musicali degli italiani. «Per me è uno stage - sostiene Renzo Arbore - un corso accelerato di interpretazione dello spirito nazionale». Promossa agli inizi degli anni Cinquanta dall'industriale Pier Busseti, gestore del Casinò di Sanremo, l'idea di un Festival della canzone italiana attira subito l'interesse della Rai che, secondo le iniziali intenzioni, interviene nel progetto per valorizzare ed elevare i presupposti popolari della musica leggera. Le prime edizioni vengono trasmesse solo dalla radio, con una certa indifferenza anche della stampa, ma nel 1955, la manifestazione canora è divenuta ormai popolare e la tv decide di appropriarsene. Da allora, infatti la storia del Festival di Sanremo prosegue di pari passo, spesso sovrapponendosi, alla storia della tv italiana. La messa in scena televisiva della canzonetta porta notevoli trasformazioni nella comunicazione musicale legata fino a quel momento alle sole doti vocali dell'interprete che non può più permettersi di mostrare impaccio di fronte a una telecamera ma si vede costretto a imparare a usare la tv in modo sempre più disinvolto. Gli autori propongono una singolare periodizzazione del Festival attraverso titoli e ritornelli celebri. «Vola colomba» è la canzone simbolo dei vari materiali per ricostruire la nazione (1951-60); l'arco di tempo che va da «Le mille bolle blu» a «Ciao, amore ciao» (1961-67) mette in scena speranze e delusioni di un Paese in ascesa; «La festa appena cominciata è già finita» è il luogo del disincanto tra centro-sinistra e un «lungo Sessantotto» (1968-80); «E vola vola si va» racconta di un nuovo boom (1981-95); «La terra dei cachi» risulta infine l'amaro approdo di un'Italia frantumata (1996-2010). Anche se, negli ultimi anni, l'aspetto televisivo (conduttore, vallette, stilisti, ospiti internazionali, comici, ecc.) prevale su quello musicale.
Capita di rado che una trasmissione televisiva e una parata di «canzonette» mobilitino la coscienza critica del Paese. Ma Sanremo è così: una scarica di adrenalina per chi ne parla, per chi la descrive, per chi la vede. Sanremo accende grandi polemiche, sparge veleni, abusa di metafore e fa in modo che tutti si prendano maledettamente sul serio. Come l'idea, per celebrare i 150 anni dell'Unità d'Italia, di dedicare una serata speciale del prossimo Festival a questo tema. Si chiamerà «Nata per unire». E dire che, leggendo il libro di Facci e Soddu, Sanremo sembra nata apposta per disunire, per dividere, per suscitare polemiche.

Aldo Grasso, Corriere della sera, 23-01-2011
«Lungi dall’essere specchio della società e del costume, Sanremo ha assunto precocemente e ha conservato le caratteristiche di un più modesto, ma anche più interessante discorso sullo stato di salute della nazione che, uscita ferita dalle lusinghe del nazionalismo, privilegiava il parlare di sé stessa entro le forme lievi di un linguaggio tuttavia profondamente depositato quale quello musicale». Con questa premessa in minore, l’etnomusicologa Serena Facci e lo storico Paolo Soddu hanno affrontato una delle grandi cerimonie mediatiche del nostro Paese, quel rito collettivo che ogni anno si celebra fra entusiasmi e polemiche, nato da una manifestazione di canzoni che, dal 1951, tra alti e bassi, svolge una funzione istituzionale unica in tutta Europa. Giustamente i due autori de «Il Festival di Sanremo. Parole e suoni raccontano la nazione» (Carocci editore; il libro uscirà in libreria a fine mese) non cadono nel tranello di considerare il Festival come il riflesso immediato degli stati d’animo della nazione ma, unendo le loro competenze, e partendo quindi da un’attenta e preziosa analisi musicale e testuale delle canzoni (il che fa piazza pulita di quella vasta e un po’ corriva letteratura sui retroscena di Sanremo), preferiscono puntare l’attenzione sul Festival come celebrazione del sentire comune del Paese, attraverso cui si manifestano permanenze, innovazioni, sofferenze e aspirazioni della nostra collettività. Il Festival è una sorta di archetipo delle comunicazioni di massa, una cerimonia pubblica che ogni febbraio stringe una platea che lo attende con timore e voluttà: pubblico, giornalisti, tv. Ogni anno si consuma un rito: mezza nazione incollata al video, canzoni più o meno insensate, la grande occasione per parlare - per liberarsi? - di Sanremo, delle canzoni, della tv. Come quella volta che Adriano Celentano, era il 1961, intonò «24 mila baci»: «Celentano inizia immediatamente a cantare "Amami ti voglio bene". Un incipit mesto, ma perentorio. Prende il posto del verse, la strofa introduttiva in semi-recitativo del song classico, che aveva un ruolo narrativo ed era preceduta dall’introduzione orchestrale. In questo caso si tratta di un solo verso, senza introduzione strumentale, che comincia con un verbo all’imperativo, con lo spirito di chi spalanca una porta senza chiedere permesso». Il libro alterna osservazioni storiche e di costume con vere e proprie analisi musicali in una costruzione che mescola saperi diversi ma ben armonizzati. Ne esce fuori un ritrattone storico di Sanremo che si dispiega, al contempo, in un grandioso affresco dei gusti musicali degli italiani. «Per me è uno stage - sostiene Renzo Arbore - un corso accelerato di interpretazione dello spirito nazionale». Promossa agli inizi degli anni Cinquanta dall’industrialePier Busseti, gestore del Casinò di Sanremo, l’idea di un Festival della canzone italiana attira subito l’interesse della Rai che, secondo le iniziali intenzioni, interviene nel progetto per valorizzare ed elevare i presupposti popolari della musica leggera. Le prime edizioni vengono trasmesse solo dalla radio, con una certa indifferenza anche della stampa, ma nel 1955, la manifestazione canora è divenuta ormai popolare e la tv decide di appropriarsene. Da allora, infatti la storia del Festival di Sanremo prosegue di pari passo, spesso sovrapponendosi, alla storia della tv italiana. La messa in scena televisiva della canzonetta porta notevoli trasformazioni nella comunicazione musicale legata fino a quel momento alle sole doti vocali dell’interprete che non può più permettersi di mostrare impaccio di fronte a una telecamera ma si vede costretto a imparare a usare la tv in modo sempre più disinvolto. Gli autori propongono una singolare periodizzazione del Festival attraverso titoli e ritornelli celebri. «Vola colomba» è la canzone simbolo dei vari materiali per ricostruire la nazione (1951-60); l’arco di tempo che va da «Le mille bolle blu» a «Ciao, amore ciao» (1961-67) mette in scena speranze e delusioni di un Paese in ascesa; «La festa appena cominciata è già finita» è il luogo del disincanto tra centro-sinistra e un «lungo Sessantotto» (1968-80); «E vola vola si va» racconta di un nuovo boom (1981-95); «La terra dei cachi» risulta infine l’amaro approdo di un’Italia frantumata (1996-2010). Anche se, negli ultimi anni, l’aspetto televisivo (conduttore, vallette, stilisti, ospiti internazionali, comici, ecc.) prevale su quello musicale.
Capita di rado che una trasmissione televisiva e una parata di «canzonette» mobilitino la coscienza critica del Paese. Ma Sanremo è così: una scarica di adrenalina per chi ne parla, per chi la descrive, per chi la vede. Sanremo accende grandi polemiche, sparge veleni, abusa di metafore e fa in modo che tutti si prendano maledettamente sul serio. Come l’idea, per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, di dedicare una serata speciale del prossimo Festival a questo tema. Si chiamerà «Nata per unire». E dire che, leggendo il libro di Facci e Soddu, Sanremo sembra nata apposta per disunire, per dividere, per suscitare polemiche.
Giovanni De Luna, Tutto Libri La Stampa, 05-02-2011

Sanremo cominciò nel 1951, con una «tre giorni musicale» (29-30-31 gennaio) trasmessa alla radio. L'orchestra la dirigeva il maestro Angelini e i cantanti erano solo due (Nilla Pizzi e Achille Togliani), con il supporto del Duo Fasano. Tutto qui. Pure, un Festival nato in sordina, senza «lanci» e «promozioni», riuscì a far diventare famose in una sola sera (e con un solo «passaggio» radiofonico!) molte canzoni, non solo quella vincitrice. La serata conclusiva fu seguita da circa 25 milioni di ascoltatori. Oggi quella data è diventata storica tanto da dare l'impressione che raccontare le vicende del festival sia un po' come scrivere pagine importanti del nostro passato, quasi che anno dopo anno le sue canzoni abbiano composto la colonna sonora della nostra quotidianità. In questo senso, mettono subito le mani avanti i due autori de Il festival di Sanremo. Parole e suoni raccontano la nazione, in uscita da Carocci: Sanremo - dicono Serena Facci e Paolo Soddu - «non è lo specchio della nazione», e non è nemmeno «un evento capace di dare la propria impronta al costume». Si tratta piuttosto di una grande narrazione, di un racconto autenticamente nazionalpopolare, in grado di riassumere con efficacia i tratti salienti di alcune tra le più significative situazioni storiche che si sono avvicendate nell'Italia repubblicana: un percorso che, da un lato, intreccia tutte insieme Grazie dei fiori e Nel blu dipinto di blu, Non ho l'età (per amarti) e Canzone per te, Per Elisa e Una vita spericolata, La terra dei cachi e Mentre tutto scorre, e, dall'altro, vede passare gli anni della ricostruzione, quelli del boom, e così via, fino a questo lunghissimo quindicennio berlusconiano. Il racconto proposto da Sanremo non è però lineare; ci sono impennate, brusche accelerazioni e, in alcune fasi, un forte, effettivo «rispecchiamento». E' così, ad esempio, per le canzoni che accompagnarono il boom economico. Facci e Soddu ci ricordano che nel 1957, proprio nell'anno in cui in Italia spopolavano Only You dei Platters e Rock around the Clock di Bill Haley & The Comets, a Sanremo Carla Boni e Gino Latilla cantarono Casetta in Canadà di Panzeri e Mascheroni. Collocata nello scenario dell'Italia degli anni 50, questa canzone raccontava la storia dell’interminabile fatica di tale Martin che, con incrollabile ostinazione, ricostruiva la sua casa «con vasche e pesciolini e tanti fiori di lillà», ogni volta sistematicamente distrutta dal suo cattivissimo nemico, Pinco Panco. Martin, la vittima rassegnata e inerme di Pinco Panco, fu denunciato come il simbolo emblematico dei valori dominanti, «del lavorare senza discutere e tollerare illimitatamente il sopruso». Le sue virtù, la pazienza e la laboriosità, diventarono i capi di accusa di una dura requisitoria. Fu il gruppo dei Cantacronache a portarlo sul banco degli imputati. Attivo soprattutto tra il 1958 e il 1962, univa musicisti come Fausto Amodei e Sergio Liberovici, e proponeva testi di Michele Straniero, Emilio Jona e Giorgio De Maria, con la collaborazione prestigiosa di Italo Calvino e Franco Fortini. Ispirato da Brassens, Prévert, Brecht e dalla tradizione popolare italiana, il gruppo nacque con l'esplicito progetto di contrastare lo sfruttamento industriale della canzone, la deriva commerciale del mondo della musica. La canzone dei fiori e del silenzio, di Emilio Jona e Sergio Liberovici, può considerarsi un po’ il loro manifesto programmatico. La canzone è del 1958, proprio l'anno in cui a Sanremo trionfò Nel blu dipinto di blu di Modugno, un «volo» cantato a squarciagola che oggi appare un grido liberatorio e eccitante, in grado di restituirci le grandi trasformazioni che stavano scuotendo in profondità il nostro Paese negli anni del boom. Si può quindi essere d'accordo con Facci e Soddu. Sanremo non è un «luogo» dell'identità italiana; è piuttosto «rappresentativo» di una delle tante forme che quell'identità può assumere. La contrapposizione tra la Casetta in Canadà e la Canzone dei fiori e del silenzio, può così agevolmente suggerire quella tra due Italie differenti, tra due diversi modi di declinare il nostro modo di essere italiani. Nel 1970 al primo posto si classificò Chi non lavora non fa l'amore, cantata dai coniugi Celentano. A decretarne il trionfo non furono certamente gli operai e gli studenti che avevano infiammato le piazze e le fabbriche dell' «autunno caldo»! E d'altra parte, la terza classificata di quello stesso anno, L'arca di Noè, cantata da Sergio Endrigo e Iva Zanicchi, vide entrare i suoi versi («Partirà / la nave partirà / dove arriverà / questo non si sa») nel repertorio della contestazione extraparlamentare, con la consueta deformazione che accompagna ogni volta questi «transiti», diventando «Partirà / la lotta partirà / dove arriverà / questo non si sa». Erano infatti le musiche, più che le parole, a decretare il successo delle canzoni, a sancirne la capacità di introdursi anche nello spazio pubblico delle appartenenze politiche. Uno degli aspetti più significativi del libro di Facci e Soddu sta proprio nell'affiancare all'esame dei testi quello del linguaggio musicale. E' solo in tempi relativamente recenti che gli storici hanno scoperto di avere non solo occhi per vedere, ma anche orecchie per sentire. Ne è nato un importante filone di ricerca che ha avuto in Marco Peroni (Il nostro concerto, Bruno Mondadori, 2004) e Marco Gervasoni (Le armi di Orfeo, La Nuova Italia, 2002) due giovanissimi pionieri e che è poi stato egregiamente coltivato da studiosi affermati come Stefano Pivato (La storia leggera. L'uso pubblico della storia nella canzone italiana, Il Mulino, 2002). Tutti hanno dovuto confrontarsi con un problema: trattare le canzoni scrivendone, leggere come documenti solo i testi e le parole, amputandole della loro parte musicale e rischiando di naufragare in vere e proprie trappole (quando si parla dello spirito patriottico di Verdi, si citano i versi dei suoi librettisti o le armonie delle sue opere? Possono delle parole «rivoluzionarie» accompagnare delle musiche assolutamente «tradizionali»?). I due diversi percorsi disciplinari di Facci (etnomusicologa) e Soddu (storico della contemporaneità) in questo caso si incrociano in modo efficace, fugando ogni rischio interpretativo. Dal libro si avverte, infine, la sensazione che proprio nel «quindicennio berlusconiano», a Sanremo, le canzoni abbiano progressivamente smarrito la loro centralità. Si ricordano le «edizioni di Baudo», non chi ha vinto. La logica dello spettacolo ha come soffocato la competizione squisitamente canora delle origini, così che, tornando al «rispecchiamento», a ripensarci, appaiono particolarmente significativi alcuni degli episodi che si sono svolti in quello stesso teatro Ariston, ma che non c'entravano niente con le canzoni. Penso all'apparizione sul palco di una delegazione degli operai dell'Ansaldo, «ospitati» da Pippo Baudo e costretti (negli anni Novanta) a raccattare briciole di protagonismo mediatico, quasi a sancire la sconfitta storica delle loro lotte; o al buffo tentativo di suicidio in diretta, con lo stesso Baudo che intervenne per salvare un disoccupato che voleva buttarsi da un palco: una protesta solitaria che anticipava in modo grottesco i gesti disperati che hanno affollato le cronache recenti e che rimbalzano dai luoghi dell'emarginazione.

Giovanni De Luna, Tutto Libri La Stampa, 05-02-2011
Sanremo cominciò nel 1951, con una «tre giorni musicale» (29-30-31 gennaio) trasmessa alla radio. L’orchestra la dirigeva il maestro Angelini e i cantanti erano solo due (Nilla Pizzi e Achille Togliani), con il supporto del Duo Fasano. Tutto qui. Pure, un Festival nato in sordina, senza «lanci» e «promozioni», riuscì a far diventare famose in una sola sera (e con un solo «passaggio» radiofonico!) molte canzoni, non solo quella vincitrice. La serata conclusiva fu seguita da circa 25 milioni di ascoltatori. Oggi quella data è diventata storica tanto da dare l’impressione che raccontare le vicende del festival sia un po’ come scrivere pagine importanti del nostro passato, quasi che anno dopo anno le sue canzoni abbiano composto la colonna sonora della nostra quotidianità. In questo senso, mettono subito le mani avanti i due autori de Il festival di Sanremo. Parole e suoni raccontano la nazione, in uscita da Carocci: Sanremo - dicono Serena Facci e Paolo Soddu - «non è lo specchio della nazione», e non è nemmeno «un evento capace di dare la propria impronta al costume». Si tratta piuttosto di una grande narrazione, di un racconto autenticamente nazionalpopolare, in grado di riassumere con efficacia i tratti salienti di alcune tra le più significative situazioni storiche che si sono avvicendate nell’Italia repubblicana: un percorso che, da un lato, intreccia tutte insieme Grazie dei fiori e Nel blu dipinto di blu, Non ho l’età (per amarti) e Canzone per te, Per Elisa e Una vita spericolata, La terra dei cachi e Mentre tutto scorre, e, dall’altro, vede passare gli anni della ricostruzione, quelli del boom, e così via, fino a questo lunghissimo quindicennio berlusconiano. Il racconto proposto da Sanremo non è però lineare; ci sono impennate, brusche accelerazioni e, in alcune fasi, un forte, effettivo «rispecchiamento». E’ così, ad esempio, per le canzoni che accompagnarono il boom economico. Facci e Soddu ci ricordano che nel 1957, proprio nell’anno in cui in Italia spopolavano Only You dei Platters e Rock around the Clock di Bill Haley & The Comets, a Sanremo Carla Boni e Gino Latilla cantarono Casetta in Canadà di Panzeri e Mascheroni. Collocata nello scenario dell’Italia degli anni 50, questa canzone raccontava la storia dell’interminabile fatica di tale Martin che, con incrollabile ostinazione, ricostruiva la sua casa «con vasche e pesciolini e tanti fiori di lillà», ogni volta sistematicamente distrutta dal suo cattivissimo nemico, Pinco Panco. Martin, la vittima rassegnata e inerme di Pinco Panco, fu denunciato come il simbolo emblematico dei valori dominanti, «del lavorare senza discutere e tollerare illimitatamente il sopruso». Le sue virtù, la pazienza e la laboriosità, diventarono i capi di accusa di una dura requisitoria. Fu il gruppo dei Cantacronache a portarlo sul banco degli imputati. Attivo soprattutto tra il 1958 e il 1962, univa musicisti come Fausto Amodei e Sergio Liberovici, e proponeva testi di Michele Straniero, Emilio Jona e Giorgio De Maria, con la collaborazione prestigiosa di Italo Calvino e Franco Fortini. Ispirato da Brassens, Prévert, Brecht e dalla tradizione popolare italiana, il gruppo nacque con l’esplicito progetto di contrastare lo sfruttamento industriale della canzone, la deriva commerciale del mondo della musica. La canzone dei fiori e del silenzio, di Emilio Jona e Sergio Liberovici, può considerarsi un po’ il loro manifesto programmatico. La canzone è del 1958, proprio l’anno in cui a Sanremo trionfò Nel blu dipinto di blu di Modugno, un «volo» cantato a squarciagola che oggi appare un grido liberatorio e eccitante, in grado di restituirci le grandi trasformazioni che stavano scuotendo in profondità il nostro Paese negli anni del boom. Si può quindi essere d’accordo con Facci e Soddu. Sanremo non è un «luogo» dell’identità italiana; è piuttosto «rappresentativo» di una delle tante forme che quell’identità può assumere. La contrapposizione tra la Casetta in Canadà e la Canzone dei fiori e del silenzio, può così agevolmente suggerire quella tra due Italie differenti, tra due diversi modi di declinare il nostro modo di essere italiani. Nel 1970 al primo posto si classificò Chi non lavora non fa l’amore, cantata dai coniugi Celentano. A decretarne il trionfo non furono certamente gli operai e gli studenti che avevano infiammato le piazze e le fabbriche dell’ «autunno caldo»! E d’altra parte, la terza classificata di quello stesso anno, L’arca di Noè, cantata da Sergio Endrigo e Iva Zanicchi, vide entrare i suoi versi («Partirà / la nave partirà / dove arriverà / questo non si sa») nel repertorio della contestazione extraparlamentare, con la consueta deformazione che accompagna ogni volta questi «transiti», diventando «Partirà / la lotta partirà / dove arriverà / questo non si sa». Erano infatti le musiche, più che le parole, a decretare il successo delle canzoni, a sancirne la capacità di introdursi anche nello spazio pubblico delle appartenenze politiche. Uno degli aspetti più significativi del libro di Facci e Soddu sta proprio nell’affiancare all’esame dei testi quello del linguaggio musicale. E’ solo in tempi relativamente recenti che gli storici hanno scoperto di avere non solo occhi per vedere, ma anche orecchie per sentire. Ne è nato un importante filone di ricerca che ha avuto in Marco Peroni (Il nostro concerto, Bruno Mondadori, 2004) e Marco Gervasoni (Le armi di Orfeo, La Nuova Italia, 2002) due giovanissimi pionieri e che è poi stato egregiamente coltivato da studiosi affermati come Stefano Pivato (La storia leggera. L’uso pubblico della storia nella canzone italiana, Il Mulino, 2002). Tutti hanno dovuto confrontarsi con un problema: trattare le canzoni scrivendone, leggere come documenti solo i testi e le parole, amputandole della loro parte musicale e rischiando di naufragare in vere e proprie trappole (quando si parla dello spirito patriottico di Verdi, si citano i versi dei suoi librettisti o le armonie delle sue opere? Possono delle parole «rivoluzionarie» accompagnare delle musiche assolutamente «tradizionali»?). I due diversi percorsi disciplinari di Facci (etnomusicologa) e Soddu (storico della contemporaneità) in questo caso si incrociano in modo efficace, fugando ogni rischio interpretativo. Dal libro si avverte, infine, la sensazione che proprio nel «quindicennio berlusconiano», a Sanremo, le canzoni abbiano progressivamente smarrito la loro centralità. Si ricordano le «edizioni di Baudo», non chi ha vinto. La logica dello spettacolo ha come soffocato la competizione squisitamente canora delle origini, così che, tornando al «rispecchiamento», a ripensarci, appaiono particolarmente significativi alcuni degli episodi che si sono svolti in quello stesso teatro Ariston, ma che non c’entravano niente con le canzoni. Penso all’apparizione sul palco di una delegazione degli operai dell’Ansaldo, «ospitati» da Pippo Baudo e costretti (negli anni Novanta) a raccattare briciole di protagonismo mediatico, quasi a sancire la sconfitta storica delle loro lotte; o al buffo tentativo di suicidio in diretta, con lo stesso Baudo che intervenne per salvare un disoccupato che voleva buttarsi da un palco: una protesta solitaria che anticipava in modo grottesco i gesti disperati che hanno affollato le cronache recenti e che rimbalzano dai luoghi dell’emarginazione.
Tiziano Modesti, Il Secolo d'Italia, 06-02-2011
Sanremo è…Sanremo, abbiamo sentito ripetere per anni, grosso modo dalla conduzione di Pippo Baudo, che infatti coniò questo slogan. Ed è talmente... Sanremo che, bel bene e nel male, le canzoni del Festival rappresentano senza dubbio lo specchio dell'Italia, dei suoi cambiamenti o anche di quello che non cambia affatto. Un percorso che ora - alla vigilia dell'ennesimo appuntamento - viene ripercorso con millimetrica precisione da Serena Facci e Paolo Soddu, con il libro Il festival di Sanremo. Parole e suoni raccontano la nazione, edito da Carocci e uscito proprio in questi giorni. Etnomusicologa lei e storico lui, la Facci e Soddu per un periodo hanno insegnato assieme all'università di Cremona, nel corso di Musicologia, distaccato dall'Ateneo di Pavia. E proprio nella patria del torrone e di Stradivari è nata l'idea di questo libro, come racconta la stessa Serena Facci, ora docente all'università romana di Tor Vergata: «Il proposito di scrivere questo libro a quattro mani è maturato lo scorso anno: all'università di Cremona io e Paolo Soddu abbiamo curato la tesi universitaria su Sanremo di Massimo Piloni, uno studente che ora ha scritto anche il capitolo del libro dedicato alle nuove proposte. Dopo aver affrontato assieme tutto il materiale oggetto della tesi, c'è venuta la curiosità di approfondire il discorso, a partire dal dato che il Festival non è solo spettacolo, ma anche costume, specchio del sociale. Ci siamo lanciati con entusiasmo in questa avventura, ascoltando ore e ore di trasmissioni, comprese le prime che andavano solo in radio. Abbiamo cercato di capire gli italiani attraverso quella musica, quelle parole. Non ci siamo mai posti il dilemma: questa canzone è bella o brutta, perché se era lì a qualcuno interessava. Abbiamo voluto capire il perché». Il viaggio attraverso il Festival dura oramai da più di mezzo secolo, da quei primi inizi quando in realtà andava solo alla radio… «Nelle prime annate, dal '52 al '55, c'era l'influenza dei modelli americani, ma anche della canzone realista francese e patriottica italiana, di un'Italia che cercava di capire sè stessa uscita dalla guerra, considerando che quelle canzoni, allora alla radio e cantate davanti al pubblico borghese del Casinò, prima del trasferimento al palco del teatro Ariston, erano un po' distanti dall'immagine popolare delle campagne. Fino al '58, quando irrompe Domenico Modugno e dà una spallata al passato. Poi siamo agli anni '60, fino al '67 e alla morte di Tenco, con un certo ecumenismo nelle canzoni: si andava così dai giovani agli urlatori al rock di Celentano. Insomma, dentro c'era un po' di tutto, per non scontentare nessuno». Ma intanto l'Italia e il resto del mondo già si vedono proiettati agli anni Settanta, che per noi sono quelli della crisi: «È un periodo certamente non facile - ricostruisce la Facci - e il Festival si fa un po' conservatore, anche in questo caso forse per non scontentare nessuno. E così arriviamo, come analizziamo nel libro, al 1977, l'anno in cui al Festival si esibiscono solo i gruppi, ma il loro è un rock per niente duro, con le melodie degli Homo Sapiens (che poi vinceranno con Bella da morire, ndr) ai Collage. Mentre le istanze femminili che arrivano da fuori trovano riflessi nella Rettore, nella Ruggero dei Matia Bazar. Il decennio successivo è tutta un'altra musica anche al Festival, visto che fuori impazza la disco-music, ma a Sanremo troviamo un po' tutto e il contrario di tutto». C'è però un momento in cui scatta qualcosa d'altro anche a Sanremo: non sono solo le canzoni ad interessare, a prendersi tutta la scena. E la Facci da attenta studiosa ci aiuta a ritrovarne le tracce: «È il 1980, quando presenta Roberto Benigni che, dopo i suoi interventi a dir poco scombinati, a un certo punto dirà: "Ci dispiace, ma adesso ci sono altre tre canzoni". Poi arrivano gli anni '90, le interruzioni pubblicitarie, le serate sbrodolate all'infinito, dopo-festival compreso, fino ai rapporti con i personaggi Mediaset, con i reality, analisi che fa molto bene Paolo Soddu, da storico molto attento». Tutto più "di plastica", quindi. Tanto che un testo decente come I bambini fanno ohhh di Povia non viene neppure ammesso in gara e ripescato da Paolo Bonolis come sigla di una campagna umanitaria, mentre un testo dei Pooh (allora ancora in quattro) riesce per fortuna a farsi largo e a trionfare, omaggio a tutti gli uomini soli. Il libro arriva fino ai nostri giorni, ovvero alle vittorie targate Maria De Filippi, come il Valerio Scanu dell'anno scorso o Mengoni. Nel libro vengono definiti "nuovi mostri", nel senso che sono andati sotto i riflettori assolutamente sicuri dell'immagine creata, mentre altri artisti di calibro e sicuramente ben più navigati nel mondo dello spettacolo, da Enrico Ruggeri e Toto Cotugno, in quelle serate hanno perfino stonato. Scanu e Mengoni invece hanno rasentato la perfezione, perché attorno avevano una macchina organizzativa completa, anche se dopo il Festival stanno rischiando di perdersi, senza una adeguata "assistenza". Anche se al Festival sono andati con canzoni dai testi improbabili. Roba che - come ha raccontato il cantautore Goran Kuzminac - bisognerebbe conoscere colui che ha scritto verso del tipo a far l'amore in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Fenomeni di una stagione, insomma, anche qui specchio di un'Italia che arranca. Se, ad esempio, proviamo ancora a chiedere a Serena Facci che Festival immagina per questo 2011, risponde: «Francamente non so che Festival avremo quest'anno, forse lo specchio di un'Italia in cui si naviga a vista. Personalmente mi incuriosisce vedere che taglio darà Gianni Morandi al suo modo di presentare. E nemmeno so dire tra 20 anni che Festival sarà. E se ci sarà ancora. Certo, dovesse finire nessuno si straccerebbe le vesti, ma sarebbe strano accendere la tv e non sentire le canzoni, no?». Certo, però a chi fa l'amore in tutti i luoghi e in tutti i laghi, se proprio dobbiamo soffrire, al limite preferiamo un trottolino amoroso e du du du da da da.
Valerio Rosa, l'Unità, 15-02-2011

Che cosa racconta il Festival di Sanremo della società italiana e della sua evoluzione? In che misura potremmo ritenerlo, secondo le sclerotizzate formule dei telegiornali, uno "specchio del Paese", della cultura di massa, della televisione, di sé stesso? è un simbolo dell’identità italiana? Aiuta a comprenderla? Domande vecchie quanto il festival: è la prima, non scontata informazione che si ricava dall’utile "Il Festival di Sanremo. Parole e suoni raccontano la Nazione" (ed. Carocci), dell’etnomusicologa Serena Facci e dello storico Paolo Soddu. Nel tentativo di rielaborare il nazional-popolare entro i confini e le esigenze dello spettacolo di evasione, il Sanremo degli inizi, ricercando una comune identità musicale nazionale, ambiva a proporsi come uno sguardo sullo stato di salute di una nazione faticosamente impegnata nel tentativo incerto di farsi autenticamente democrazia. Ma già la critica dell’epoca (vanno ricordati Massimo Mila, Sergio Liberovici e Michele Straniero) individuava una costante conservatrice che, anche nelle timide, prudenti, sospettose e sempre strumentali aperture alle novità, avrebbe costituito l’eterno punto di forza e insieme di debolezza del festival. Alla puntuale esaltazione dei valori rassicuranti e ufficiali della cultura dominante è sempre corrisposto un cronico ritardo nell’accogliere istanze e mutamenti sociali di segno diverso, per contestarli apertamente o per omologarli, depotenziandone la credibilità e il carattere eversivo. Una normalizzazione che già nel 1959 autorizzava Mila a definire il festival una "sudicia industria dell’illusione, che vende i piaceri solitari del sogno a una gioventù scontenta del proprio stato, e così la tiene lontana da ogni tentazione d’intraprendere qualcosa di serio per modificarlo". Ed anche negli anni in cui, dopo il trionfo liberatorio di Modugno, Sanremo fu il punto d’incontro di tante parti rappresentative e significative della canzone italiana, si confermò la cartina di tornasole di un Paese "fondamentalmente conservatore e tradizionalista: per quanto le apparenze possano far credere il contrario, il gusto del nostro grande pubblico cambia molto lentamente, avversa le novità e invece appetisce tutto ciò che si conforma alle vecchie ed amate abitudini". Uno scollamento fattosi ancora più evidente dopo il suicidio di Tenco, che ha segnato il distacco delle componenti più vitali e innovative della nostra musica leggera dal festival della maggioranza silenziosa, sia nel decennio della crisi (i ’70) sia nella successiva rinascita, di pari passo con il fallimento del centrosinistra e delle politiche inclusive e con la rassegnazione ad una democrazia bloccata sulla conventio ad excludendum delle opposizioni. Il discorso vale ancora, con i dovuti aggiustamenti, fino ai giorni nostri, in cui il festival, fattosi ormai istituzione e costretto, per giustificare gli introiti pubblicitari, a spostare l’attenzione dalle canzoni al contesto che le circonda (presentatori, ospiti e polemiche) e ad assorbire energie dai talent-show, veleggia nelle acque, come sempre rassicuranti e tranquille, della più spinta autoreferenzialità televisiva. Il saggio contiene anche, a testimonianza di questa frattura, la prima vera trattazione sistematica dei premi della critica, anch’essi riconducibili, secondo gli autori, entro una tendenza precisa: "le donne, forse intelligenti e creative, devono comunque avere una bella voce (e forse anche essere belle o quanto meno affascinanti), mentre per gli uomini conta soprattutto lo spessore intellettivo e culturale". Parliamone.

Mario Ruggeri, http://www.wuz.it/recensione, 20-02-2011
Il libro di Serena Facci, Paolo Soddu e Matteo Piloni racconta, dall’inizio, e con estrema lucidità, un intreccio di relazioni tra il Festival di Sanremo, ovvero la nostra bandiera musicale popolare nel mondo (che piaccia oppure no) e l’Italia in quanto luogo geografico, sociale ed economico. Penso ai libri di Guido Crainz. Penso, più in generale, ai libri di storia e di sociologia. E penso che Il festival di Sanremo. Parole e Suoni raccontano la nazione, edito da Carocci e scritto da Serena Facci, Paolo Soddu e Matteo Piloni, stia proprio bene, lì tra di loro. Con tutta l’autorevolezza di un opera che è un magnifico trattato “leggero? sulla nostra storia. Leggero e popolare, nel senso più alto e nobile del termine, proprio come la musica leggera italiana che ha solcato, dapprima i palchi di Sanremo, subito dopo le nostre vite. Legandole indissolubilmente ad esso. Avete mai provato a chiedere ai grandi critici appassionati, amanti della musica, quale sia la grande magia della musica stessa? Molti, fra loro, vi risponderanno che la musica è un'arte talmente sensibile da diventare, spesso e contemporaneamente, cassa armonica e ritratto di un paese. Di ciò che lo sta attraversando. Dei suoi sogni, della sua realtà e delle sue aspettative. La grandiosità della musica sta anche in questo: raccontare. Lo è sin dall’alba dei tempi. Oggi, più che mai. Non è un caso che la bellezza di questo libro passi innanzitutto dalla cultura che sta dietro di esso, che l’ha formato e l’ha costruito, dall’autorevolezza e la capacità dei suoi autori (musicologi, etnomusicologi, amanti della musica), dall’enorme bagaglio di conoscenze ed attenzione al particolare, che non lascia spazio a critiche. Insomma, Il festival di Sanremo. Parole e Suoni raccontano la nazione, lo diciamo subito, è un libro da avere.  Racconta, dall’inizio, e con estrema lucidità, un intreccio di relazioni tra il Festival di Sanremo, ovvero la nostra bandiera musicale popolare nel mondo (che piaccia oppure no) e l’Italia in quanto luogo geografico, sociale ed economico. Racconta di come la musica, come le canzoni, come gli interpreti saliti sul palco di Sanremo, siano stati cantori del loro tempo. Di come le parole delle loro canzoni abbiano assorbito (nel bene e nel male) quello che fuori c’era. Di ciò che stava accadendo. Fosse esso il boom economico, l’Italia del sorpasso o quella degli anni di piombo. Splendida, in questa direzione, l’analisi di testi e suoni. Di parole e musica. Incredibile accorgersi di fitte interrelazioni, di conseguenze logiche. Ma ancor di più (a partire da chi scrive) entrare nel dettaglio del cambiamento musicale, della modificazione della struttura delle canzoni, dei passaggi essenziali della musica italiana nel tempo di Sanremo. Alcuni vissuti direttamente, sulla propria pelle, alcuni ricostruiti con l’ausilio, il grande studio e la metodologia (impeccabile) di ricostruzione delle fonti.
Bastano esempi recenti per capire l’importanza e la portata di Il festival di Sanremo. Parole e Suoni raccontano la nazione: fondamentale la parte relativa all’invasione dei talent show nell’economia della musica italiana, sempre più dipendente da artisti “scelti? dal televoto e investiti ancor prima della propria carriera, di un’autorevolezza popolare forzata, e forzosa. Ancora una volta, figli della propria epoca. Decenni d’Italia visti attraverso sette note. Una lettura essenziale.
P.S. Aggiungiamo noi l’ultimo capitolo. Bastano poche puntate di Sanremo 2011. Un’edizione (musicalmente parlando) che rispecchia un paese sottotono, vittima di se stesso e delle sue paure, arroccato in difesa, legato a poche intramontabili certezze, e un po’ maldestro nel tentativo di scegliersi vie di fuga. Ed espressioni diverse.
, http://www.bintmusic.it, 21-02-2011
Ora che anche questa edizione del Festival di Sanremo è stata archiviata tra immancabili polemiche, dotte disquisizioni di carattere musicale ed esegesi delle bellezze in campo, qualcuno si chiederà: ma perchè tutto ciò? Si intitola ’Il Festival di Sanremo - Parole e suoni raccontano la nazione’ (ed. Carocci) un libro che forse potrà svelare come mai da oltre 60 anni la storia della nostra nazione passi da qui. Non c’è cambiamento sociale, rivoluzione, crisi della discografia o dell’economia che tenga: dato per morto di anno in anno, il Festival di Sanremo riesce comunque a calimitare l’interesse della nazione per l’intera settimana del suo svolgimento. Svelare l’arcano del suo successo non è semplice. Ecco perchè il libro di Serena Facci e Paolo Soddu cerca di occuparsi della questione a 360°, sulla base di studi e considerazioni a cavallo tra etnomusicologia, storia contemporanea e musicologia. Volendo rimanere sul piano strettamente musicale, comunque è impossibile dimenticare che già dalla prima edizione del Festival di Sanremo del 1951 sono usciti nomi e voci diventati indiscussi monumenti nazionali come Nilla Pizzi, Domenico Modugno, Mina, Celentano fino a Ramazzotti, Laura Pausini o Vasco Rossi, o personaggi controversi che hanno comunque rappresentato l’Italia nel mondo come Claudio Villa, Orietta Berti e Toto Cutugno. Vedremo se la stessa sorte capiterà anche ai vari Marco Carta e Valerio Scanu delle recenti edizioni, ma alla fine non è nemmeno così importante: il mondo della musica, dalla produzione fino alla comunicazione del prodotto e alla sua distribuzione, negli ultimi anni è troppo cambiato per poter fare paragoni con il passato. Il libro cerca piuttosto di capire come il Festival, le sue canzoni e la sua messa in scena, siano stati il simbolo dell’identità italiana e di come lo siano ancora in ’tutti i luoghi e in tutti i laghi’ dello Scanu di Maria De Filippi e quindi anche in ’Chiamami ancora amore’ di Vecchioni. Insomma alla fine si direbbe che questa manifestazione sia ben lontana da essere un’accozzaglia inutile di canzonette più o meno riuscite e non serve nemmeno parlare solo di business, pubblicità, audience, kermesse, dietrologie e pettegolezzi, noia o passione. Il Festival di Sanremo, da fenomeno sociale capace di ricostruire una nazione del dopoguerra, passando dalla Terra dei cachi ai ’nuovi mostri’ dei talent show fino alla canzone d’autore di Roberto Vecchioni, rimane comunque uno dei momenti in cui la nostra democrazia si rispecchia e interroga.
Luigina Dinnella, Conquiste del lavoro, 12-03-2011
Il Festival di Sanremo ha sessant'anni. Proprio in occasione del suo compleanno è uscito nelle librerie un interessante saggio, "Il Festival di Sanremo, parole e suoni raccontano la nazione", scritto a quattro mani da Serena Facci e Paolo Soddu, che racconta l'Italia vista attraverso le canzoni del Festival, nella convinzione che Sanremo non è soltanto la nostra più importante e popolare manifestazione canora, ma anche uno specchio in cui si sono riflessi gli umori, le paure e le speranze degli italiani dagli anni '50 a oggi. E' un'opera autorevole, una fedele ricostruzione storica, che nei lettori meno giovani provoca anche una certa nostalgia. Gli autori hanno analizzato al microscopio parole e musica dimostrando come attraverso le canzoni si siano veicolate opinioni, lanciati messaggi, censurati movimenti e lotte giovanili. Il Festival aprì i battenti nel 1951, quando l'Italia usciva dalla guerra, ed era tutta da farsi. Le canzoni di quell'epoca erano tutte volte a suggellare questo nuovo fervore. "Vola Colomba" altro non era che Vola Italia, finalmente libera. Denotavano, insomma, la voglia di tagliare con il passato, inteso come guerre e dittature, sottolineando la nuova condizione di libertà acquisita. Parlavano di un'Italia in trasformazione, di un'Italia ottimista; ne sono un esempio le frasi del tipo: "aprite le finestre al nuovo sole" fino a "Volare" di Modugno come massimo auspicio. Si passa poi agli anni '60, quelli del boom economico, gli stessi che sul loro finire ci consegnarono i primi segnali della contestazione giovanile che di lì a poco arrivò. A Sanremo la portarono i Beat con i loro capelli lunghi e l'aspetto non proprio curato. La loro eliminazione dalla gara, in realtà, fu una presa di posizione nei confronti di un genere che avanzava e faceva paura. Gli autori ci raccontano di come alcuni personaggi venivano usati come modelli; Mina era la bandiera delle donne libere e veniva contrapposta a Milva, più popolare di estrazione ed alla quale si chiedeva di rimanere tale. La Vanoni era l'esempio di donna alto borghese colta e libera. Rita Pavone fu il primo esempio di donna androgina, alla quale l'Italia perbenista non perdonò la sua unione con Teddy Reno, di 18 anni più vecchio di lei. Gli autori ci raccontano come Sanremo sia stato più di un palco; lì si sono costruiti e distrutti miti canori, si sono lanciati personaggi divenuti dei simboli per i giovani, da Celentano a Morandi. Gli anni '70 sono quelli in cui i cantautori, rappresentanti della canzone cosiddetta colta, disertarono Sanremo. Il loro non fu solo un atto di snobismo, dicono gli autori, ma un segnale di rivolta verso la non accettazione di un genere musicale, che invece si andava imponendo nelle classifiche e nelle vendite. Fabrizio De Andrè era primo in classifica con "Tutti morimmo a Stento", segno che la canzone di qualità regnava in quegli anni. I tempi stavano cambiando, ed era naturale che Sanremo perdesse pubblico e consensi. Si tentò di tutto per rilanciarlo, si strizzò anche l'occhio all'erotismo, cosa che avvenne anche nel cinema, ma la crisi sembrava inesorabile. Bisognerà attendere gli anni '80, quelli del nuovo boom economico, o almeno così appariva, salvo accorgerci dopo che era una farsa, per assistere al rilancio del Festival, che, per sottolineare questo nuovo ottimismo faceva cantare ad Albano e Romina "E vola vola si va", una sorta di auspicio per il Paese. L'Italia torna ad essere nazional popolare, non si protesta più, e sembra  nuovamente apprezzare le canzoni melodiche e scacciapensieri. Sul palco di Sanremo torna l'orchestra e nasce il premio della critica proprio per tenere buoni i più esigenti, salvando capra e cavoli. Si va avanti, fra alti e bassi, fra gossip e polemiche fino agli anni 2000, che gli autori definiscono quelli dell'Italia "frantumata", sottolineata al Festival dalla canzone di Elio e le Storie Tese "La terra dei cachi" che ben sintetizzava la condizione del nostro paese in quegli anni.
Daniele Rocca, L'indice dei libri del mese, 01-06-2011

Riflettere sulla storia nazionale nel centocinquantenario dell'Unità significa anche illustrare i legami tra la società e la cultura italiana, soprattutto nella sua dimensione popolare. In tale direzione, può aiutare lo studio dei rapporti fra le canzonette di Sanremo e i rivolgimenti intervenuti lungo l'ultimo sessantennio. Partendo da una tesi di laurea del giovane Matteo Piloni, cui in queste pagine si deve l'approfondimento su Sanremo giovani, Serena Facci (docente di etnomusicologia a Tor Vergata) e Paolo Soddu (che insegna storia contemporanea a Cremona) costruiscono un saggio che piacerà non solo agli storici, ma anche agli appassionati di musica popolare: gli spartiti riprodotti, le fini notazioni tecniche, l'indice dei nomi basato sui titoli sono altrettante ottime idee. Di edizione in edizione, viene ripercorsa la storia del costume nazionale attraverso i suoi versanti meno progressisti (ben rappresentati da Non ho l'età, Chi non lavora non fa l'amore, Luca era gay) come pure mediante la rievocazione delle più rare istanze progressive (è il caso di Pensa, brano antimafia di Fabrizio Moro). La rassegna, arricchita dai riferimenti all'evoluzione musicale nel resto del mondo, nonché da illuminanti osservazioni di sintesi, per esempio sulle prevalenze di genere fra gli interpreti nel trattare i diversi temi, si arresta prima della vittoria nel 2011 di Vecchioni, cui dobbiamo un toccante grido di dolore e di speranza per la tormentata stagione attuale, anche se forse il pezzo più rappresentativo della nostra realtà nazionale portato al festival è stato La terra dei cachi di Elio & Le Storie Tese, anno 1996, vittoria elettorale dell'Ulivo e del centrosinistra.