Carocci editore - L'economia americana da Roosevelt a Obama

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L'economia americana da Roosevelt a Obama

Vittorio Valli

L'economia americana da Roosevelt a Obama

Edizione: 2010

Collana: Quality paperbacks (301)

ISBN: 9788843052622

  • Pagine: 156
  • Prezzo:15,00 12,75
  • Acquista

In breve

Quali sono gli snodi cruciali che hanno caratterizzato la storia economica degli Stati Uniti dal 1870 a oggi? Quale ruolo hanno avuto e hanno il risveglio delle economie emergenti di Cina, India e Russia, l’attacco alla due torri, le guerre in Iraq e Afghanistan? Attraverso un excursus che va dalla fase della “frontiera" alla costruzione di un impero economico globale, alle nuove speranze create dalla presidenza Obama, il libro risponde a queste domande, soffermandosi in particolare sulla profonda e complessa crisi economica e finanziaria che sta attraversando oggi il paese.

Indice

Premessa
Introduzione
1. La nascita di una grande potenza economica
I fattori-chiave dell’ascesa economica relativa degli Stati Uniti/La frontiera e le sue conseguenze
2. La fase fordista
Il concetto di fordismo/Il modello fordista di sviluppo
3. La Grande Depressione e il New Deal
Il crollo di Wall Street/La Grande Depressione/Il New Deal (1933-38)/Il dibattito sull’origine della Grande Depressione e sul New Deal
4. Ritorno e crisi del modello fordista di sviluppo
La guerra e le sue conseguenze/Il ritono del modello fordista (1946-69)/Le determinanti della crisi del fordismo negli Stati Uniti e in altri paesi
5. La forza dell’economia americana in un mondo bipolare asimmetrico
Dopo Teheran e Yalta/I punti di forza dell’economia degli Stati Uniti/I mutamenti strutturali dell’economia degli Stati Uniti/Potere economico, potere militare e potere politico/Gli Sati Uniti e il Turin Index of Economic Power
6. Le grandi incrinature nel potere economico americano
La dipendenza dall’estero per il petrolio e per altre materie prime/Il problema dell’ambiente/Le fasi di declino economico relativo e della successiva ripresa/Dal surplus al deficit strutturale della bilancia delle partite correnti/L’indebolimento tendenziale del dollaro/La crescita delle disuguaglianze nei redditi, nella ricchezza e nei salari/L’appassimento del sogno americano/ L’erosione della democrazia
7. Il tentativo di creare un impero economico globale
Gli strumenti/Gli aiuti post-bellici e il piano Marshall/L’apertura dei mercati delle merci e dei servizi/Gli ide e la crescita della presenza degli Stati Uniti nel mondo/La supremazia finanziaria/L’ideologia e lo stile di vita americani/L’influenza mediatica/La forza delle armi e della diplomazia
8. La globalizzazione, le guerre e le crisi finanziarie e reali
Gli Stati Uniti e la globalizzazione economica/Gli Stati Uniti e la globalizzazione finanziaria/Le guerre nella terza ondata della globalizzazione/La criminalità organizzata e il terrorismo internazionale/Le crisi finanziarie/Dalla crisi finanziaria alla crisi reale/L’inadeguatezza dei controlli/I rimedi possibili/Un confronto con la Grande Depressione degli anni trenta
9. Verso un mondo multipolare imperfetto
Dal mondo bipolare asimmetrico al mondo multipolare/Il ruolo dell’Unione europea/Il ruolo di Russia, Cina, India, Giappone, Brasile e delle altre potenze emergenti/Le riforme necessarie delle organizzazioni internazionali
10. Esiste un’Obamanomics?
Le idee di Obama in campo economico/Obama e la risposta alla grande crisi finanziaria e reale/ Obama e il problema dell’ambiente/Il problema della riforma sanitaria
Conclusioni
Appendice
Note
Bibliografia
Indice dei nomi.

Recensioni

Marco Maugeri, Conquiste del lavoro, 10-04-2010
Tempo di bilanci per il secolo americano. Non si fa per dire, ma di "nuovo secolo americano" si parlava in uno dei documenti più chiacchierati dell'amministrazione Bush. All'insegna di un nuovo dominio in una visione dichiaratamente imperiale. Che ne è stato è ormai pacifico, ma le reali conseguenze del declino americano sono tutt'ora poco chiare e prevedibili. Compresa quanta Europa si trascinerà quel declino. C'era per così dire una volta l'America, gli Stati Uniti d'America, che poi nella nostra coscienza, nel nostro sentire è, va da sé, l'America del dopoguerra. Una potenza economica uscita dalla terribile depressione a cavallo, e, per così dire, "grazie" alla guerra. Al conflitto gli stati Uniti arrivarono tardivamente, ma molto equipaggiati dal punto di vista tecnologico. A guerra finita diventeranno i maggiori creditori dei paesi europei. Il piano Marshall sarà un sollievo per i paesi emergenti, ma sancirà la ventennale affermazione della leadership americana. E' ancora l'America forte di grandi esportazioni e dotata ancora di una grande autosufficienza anche dal punto di vista energetico. Inonda i mercati europei dei prodotti della colossale riconversione dell'economia militare in quella civile. Lontano dai fronti, il paese era uscito totalmente indenne dai quattro anni di conflitto armato. Nel giro di vent'anni il gigante che aveva insegnato agli altri a crescere, che aveva incendiato i mercati del vecchio continente, cominciò a diventare un onusta macchina idrovora. Affamata di energia, gli Stati Uniti diventarono i massimi importatori di greggio, il settore agricolo arrivò fra gli anni settanta e novanta a servire appena l'uno per cento della popolazione occupata, il millantato disimpegno dello Stato, vero a livello federale, nasconderà a malapena il quasi trenta per cento della popolazione occupata addetta agli uffici della sempre più ingarbugliata macchina nazionale. La progressiva deindustrializzazione, i nuovi mercati emergenti. Il rallentamento delle economie europee negli anni settanta metterà in certo secondo piano quello americano. Segue la leva del disavanzo. Gli enormi costi della sanità nonostante l'esiguo accesso ai servizi, la multinazionale delle guerre, le armi vendute ad amici e nemici all'interno dello stesso conflitto. Se negli anni settanta l'uno per cento della popolazione americana godeva del 9 per cento della ricchezza nazionale, vent'anni dopo lo stesso uno per cento usufruiva di più del venti per cento della stessa ricchezza. Sono gli anni poi della deregulation, la scuola di Chicago, il trickle down, la teoria dello sgocciolamento, lasciamo ingrassare i ricchi, qualcosa sgocciolerà giù fino ai piani bassi. Lo stesso Warren Buffet, racconta Obama in una sua autobiografia, aveva confidato all'allora senatore l'assurdo di un'aliquota fiscale che premiava i redditi da capitale. "Ho fatto due calcoli, l'altro giorno… sebbene non abbia usato metodi per eludere le tasse… ho pagato quest'anno un'aliquota fiscale effettiva minore di quella della mia impiegata addetta alla ricezione". Il Mago di Omaha - insomma subirebbe un'aliquota dimezzata rispetto a quella di un suo dipendente. Le conseguenza sono evidenti, soprattutto se ribaltano uno dei principi cardine delle società dinamiche: il dinamismo sociale. Degli studenti che avevano brillantemente superato l'istruzione liceale, con redditi bassi solo il 27 per cento passava poi a un istruzione universitaria, quasi il settanta per cento degli studenti di famiglie facoltose aveva invece accesso al college. Certo c'è poi anche che il mercato è uno dei mondi possibili. La Cina e l'India crescono da un decennio a cifre esorbitanti. Ma sono le cifre dei mercati emergenti. Arriva poi il momento della saturazione, cosa non da poco se si considera che da soli sommano quasi la metà della popolazione terrestre. Verrà il momento di assicurare istruzione, sanità, servizi. E non sarà uno scherzo, per due miliardi settecento milioni di persone. La regina Vittoria si stupiva un poco, gli inglesi con lei, delle colossali dimensioni del vecchio impero. Ma è vero che gli imperi hanno bisogno del piccolo. Se troppa gente dentro casa tua comincia a reclamare lavagne, barelle, e antidolorifici, sono guai seri.
Alessandro Forlani, www.radio.rai.it/grparlamento, 10-11-2010

Il 2 novembre gli elettori americani hanno nettamente voltato le spalle al "change", proposto e poi non attuato, da Barak Obama. Il presidente , dopo la sconfitta, ha detto che si apre una nuova stagione politica, che dovrà essere incentrata sulla collaborazione tra i due fronti, repubblicani e democratici. Obama ha detto di essere pronto a modificare le leggi della discordia: le riforme sanitaria e finanziaria, e a considerare le proposte conservatrici di tagli alla spesa e sgravi fiscali. Di fatto il deficit annuale è al 10 percento del PIL ed il debito complessivo dello Stato federale è arrivato quasi al 140 percento del prodotto lordo, essendo secondo solo a quello giapponese. L'America, nonostante le sincere e forti richieste di ritorno alle origini, incarnate dal movimento dei "tea party", ha sempre piu' bisogno di una netta spinta in avanti, che la porti a reinterpretare il ruolo di prima potenza mondiale, ruolo per altro insidiato da presso da parte della Cina. Come scrive l'agenzia di sondaggi Gallup, queste elezioni gettano gli Stati Uniti in un territorio politico, di cui nessuno conosce la mappa. Presentiamo alcuni testi, che aiutano a capire le trasformazioni in corso negli USA. Cominciamo con Cesare De Carlo, corrispondente dagli Stati Uniti del Quotidiano Nazionale ed autore di Un té freddo per Obama, Egea, un reportage, con prefazione del professor Franco Bruni, che appunto cerca di inquadrare questo movimento rivoluzionario, che a soli due anni dal trionfo di Obama ha capovolto gli equilibri politici. Sul tema segnaliamo anche: L'ora dei «tea party», diario di una rivolta americana Di Marco Respinti, Solfanelli.  E' stata soprattutto la difficile situazione economica a condannare Obama. La disoccupazione resta superiore al 10 percento e la crescita non supera il 2. Obama perde, perché è andato troppo a sinistra, con la riforma sanitaria e quella finanziaria o perché ha fatto troppo poco, è stato troppo moderato? Sentiamo il giornalista Mario Margiocco, per anni in forza al Sole 24 Ore adesso editorialista del Messaggero e collaboratore del giornale online Lettera43. Margiocco è autore del saggio Il disastro americano, Riuscirà Obama a cambiare Wall Street e Washington? Edizioni Fazi. Sul tema segnaliamo anche L'economia americana da Roosevelt a Obama, di Vittorio Valli, Carocci e per un'analisi politica L'America del progresso. Un secolo di sinistra americana da Roosevelt a Obama, scritto dal consigliere di Clinton John Podesta, edizioni Marsilio. Obama è il primo presidente non bianco degli Stati Uniti. Come si è comportata l'opinione pubblica americana nei suoi confronti in questi due anni? Obama è stato accettato nella sua diversità? È convinto di no il professor Joel Olson, politologo dell`universita` dell`Arizona, autore del saggio `The abolition of white democracy`, (l'abolizione della democrazia bianca) pubblicato dalla University of Minnesota Press. Giancarlo Rossi ha intervistato l'autore. L'ultimo ospite è Martino Cervo, caporedattore di Libero, autore con Mattia Ferraresi, che è corrispondente del Foglio dagli USA, del testo_: Obama, l'irresistibile ascesa di un'illusione, edizioni rubbettino. Il libro racconta le motivazioni del fascino di Obama e ne critica gli scarsi risultati alla presidenza. Sul tema ricordiamo anche: Mr cool di Stefano Pistolini, Marsilio.

Ferdinando Fasce, Il Mestiere di storico, 01-12-2011
Apprezzato studioso di politica economica, buon conoscitore degli Stati Uniti per avervi svolto esperienze dirette di studio, l’a. non si propone «di fornire una storia completa dell’economia degli Stati Uniti nel periodo 1870-2000», ma «solo di discuterne ed approfondirne alcuni snodi cruciali». La linea interpretativa adottata si svolge in tre fasi. La prima, riguardante il quarantennio 1870-1913, si iscrive all’insegna della «frontiera», chiave di volta, scrive Valli, dell’imponente e rapido sviluppo statunitense. Esauritasi la spinta associata a questa risorsa, il paese continua la propria ascesa grazie al fatto di avere «a partire dal 1908 […] via via sostituito tali vantaggi con quelli derivanti dall’affermarsi negli Usa del modello fordista di sviluppo». Un modello, questo, che regge sino alla seconda metà degli anni ’60, quando viene «messo in crisi dallo scoppio di alcune incrinature profonde nel meccanismo di sviluppo americano». Il che induce «gli Stati Uniti a ripiegare su un’altra soluzione, e cioè sul tentativo di costruire gradualmente un impero economico globale», spingendo «sull’affermazione del dollaro come moneta chiave del sistema monetario internazionale, su una massa imponente di investimenti diretti all’estero, su un graduale processo di liberalizzazione dei movimenti internazionali di merci e di capitali, sull’affermarsi, a partire dai primi anni settanta, di una crescente globalizzazione economica e finanziaria» (pp. 13-14).
Nelle successive cento pagine Valli dipana il suo schema in dieci nitidi capitoletti, che spaziano dalla «nascita di una grande potenza economica» all’interrogativo se «esiste un’Obanomics?», passando attraverso oltre un secolo di storia. Il risultato è un lavoro divulgativo che può risultare utile come prima introduzione al lettore non specialista, ricco com’è di dati tratti dalle fonti economiche Usa e internazionali e fondato su un abile intreccio di informazioni e di strumenti interpretativi come il «Turin Index of Economic Power» (Tiep), un «indice di potere economico» elaborato dall’Università di Torino.
Manca purtroppo, però, un confronto adeguato con la letteratura storiografica in materia. I riferimenti a tale letteratura sono pochi e alquanto datati. Basti dire che non c’è traccia dei manuali più accurati di storia statunitense come il lavoro di Arnaldo Testi. Né trovano posto nella bibliografia di Valli il bel libro di storia economica di Pier Angelo Toninelli Ascesa di una nazione (Bologna, 1991) o la riflessione sull’impero contenuta in lavori come Habits of Empire: A History of American Expansion (New York, 2008) di Walter Nugent o Libertà e impero di Mario Del Pero (Roma-Bari, 2008), che avrebbero consentito di meglio definire la parabola «imperiale» statunitense sul lungo periodo. Così come la recente ricca letteratura sullo snodo degli anni ’70 (da Judith Stein a Wyatt C. Wells) avrebbe consentito una più articolata disamina di un passaggio chiave del capitalismo Usa e internazionale.