Carocci editore - Femminismo islamico

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Femminismo islamico

Renata Pepicelli

Femminismo islamico

Corano, diritti, riforme

Edizione: 2010

Ristampa: 8^, 2018

Collana: Quality paperbacks (300)

ISBN: 9788843052615

  • Pagine: 140
  • Prezzo:13,00 12,35
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In breve

Si può essere musulmane e femministe allo stesso tempo? Contrariamente all’opinione comune, che vede nell’islam una religione patriarcale, negli ultimi decenni molte donne hanno mostrato come il Corano sancisca invece l’uguaglianza tra i generi. Sulla base di letture alternative dei testi sacri, attiviste e teoriche si battono, sia in Oriente che in Occidente, per la riforma di codici giuridici e istituzioni che promuovono l’inferiorità femminile. Il libro racconta la nascita e l’affermazione del femminismo islamico, e parallelamente descrive lo sviluppo di un crescente attivismo femminile all’interno dei movimenti islamisti. Ciò che emerge è il ritratto di un mondo musulmano variegato e in trasformazione, che smentisce molti stereotipi diffusi in Occidente.

Indice

Un secolo di femminismo di Isabella Camera d’Afflitto
Nuovi paradigmi di Margot Badran
Premessa
Introduzione
1. Il movimento femminista nel mondo arabo tra XIX e XX secolo
Questioni storiche e terminologiche/Cenni di storia del femminismo/Le rivendicazioni delle islamiste
2. L’affermarsi del femminismo islamico
La genesi del movimento/L’islam da una prospettiva di genere/Femminismo islamico: una definizione problematica
3. Teologia femminista
Strumenti/Riffat Hassan e la nascita della teologia femminista islamica/Produttrici di una nuova ermeneutica coranica: Amina Wadud, Laleh Bakhtiar e Asma Barlas/L’esegesi al femminile nel mondo arabo: Fatima mernissi e Asma Lamrabet
4. Jihad al femminile
Tra globale e locale/Gli uomini del jihad di genere/La mudawwana marocchina
5. Le islamiste
Militanza islamica/Alla conquista del ppotere/Nadia Yassine: un’icona del movimento/Heba Raouf Ezzat: la voce di internet/Konca Kuris: storia di una battaglia e di un martirio
Note
Riferimenti bibliografici
Indice dei nomi.

Recensioni

, Internzionale, 04-03-2010

La nascita e l'affermazione del femminismo islamico e lo sviluppo di un crescente attivismo femminile e all'interno dei movimenti islamistici. Il ritratto di un mondo musulmano in trasformazione lontano da molti stereopiti diffusi in occidente.

Omar Camiletti, Secolo d'Italia, 16-03-2010
La settimana scorsa si è in tutta Europa l'8 marzo, ma per quanto riguarda la realtà islamica il lettore abituale dei media ha visto nient'altro i soliti cliché sui padri-padroni che reprimono figlie insottomesse, diffusione del burqa, richieste di lapidazione per le adultere e via di questo passo... Forse quindi sarà rimasto sorpreso dal fatto che la giornata dedicata alla donna è stato presa in grande considerazione da parte di componenti dell'Islam italiano e che contemporaneamente, è all'ordine del giorno un intenso dibattito in quasi tutto il mondo islamico sull'esistenza di un vero e proprio femminismo musulmano. Intanto, per fare il punto sull'intera materia sarebbe opportuno leggere un agevole libro scritto da Renata Pepicelli con il titolo proprio di Femminismo islamico (edito dalla Carocci, pp. 137,€ 12,60). Un volume è infatti ben documentato e offre un panorama storico di tutta il percorso – sulla teoria e la pratica di genere sul femminile - che è stato fatto nel mondo islamico dagli albori del Novecento ai giorni nostri. Per sintetizzare il punto di partenza della vicende del femminile nell'Islam non c'è infatti migliore paradigma della descrizione di ciò che si è andato compiendo negli anni Trenta e Quaranta contemporaneamente in Turchia e in Egitto. Mentre il turco Lemal Ataturk svincolava con apposite leggi dello Stato le donne dalle obbligazioni religiose, abolendo l'uso del tradizionale velo e obbligandole a non indossarlo in ogni edificio pubblico, in Egitto i “fratelli musulmani? – proprio nel tentativo di re-islamizzare dal abisso una società che si andava sempre più “occidentalizzando? – proponevano di fatto la discriminante del velo come sorta di “pubblico giudizio? sulle donne se fossero o meno delle “vere? musulmane. E a distanza di  quasi ottant’anni cosa è rimasto di quelle battaglie? Entrambi i due modelli hanno smesso da tempo di essere le due polarità dell’universo femminile nell'Islam, sia la laicizzazione 'spinta" come vera tutela della donna e del suo ruolo che i segni della religiosità come unica salvaguardia del ruolo tradizionale di madre, moglie o figlia e argine tradizionale all'esibizione del corpo femminile (l'input che viene da un certo Occidente). La condizione della donna o ancora meglio la consapevolezza dello stato della donna ha conosciuto dappertutto, quindi anche nel mondo islamico, nel frattempo una vera e propria rivoluzione copernicana. E anche se è generalizzata l'opinione fra i musulmani che molto resta da fare in molti paesi con popolazione a maggioranza islamica - e in cui i diritti delle donne non vengono rispettati se non quando risultano smaccatamente oppressivi- l'alfabetizzazione, il matrimonio come scelta e la possibilità di lavorare sono ormai dei traguardi più che riconosciuti. Resta però da valutare come questi obiettivi di base possono essere ottenuti. Per alcuni sarebbero le legislazioni anti-islamiche e dunque filo-occidentali - tipico il caso della Turchia a non incoraggiare l'emancipazione della donna musulmana che non abbia alcuna voglia rinunciare al suo credo religioso. Per altri, invece, solo da autentici Stati "laici" e quindi aperti influenze di tipo "occidentale" può provenire la sfida all'atteggiamento dei talebani e di tutti i rigoristi wahabiti nel loro modo di trattare le donne. Ma la situazione è complessa. Laddove, nel caso dell'Afghanistan, i talebani decretarono la tabula rasa di tutti i diritti delle donne, in particolare negando il diritto al lavoro e di studio resta però il permanere dell’abbigliamento del burqa in ampi settori della società afghana. Tutto ciò attesta che le ricette improntate a una superficiale esteriorità non sempre sono sinonimo di modernizzazione positiva. Che dire, del resto, di realtà come l’Arabia Saudita o dell’Iran dove la percentuale di donne laureate è ben al di sopra di quelle di un paese come l’Italia? Da una parte dunque c’è una prospettiva che si oppone per principio alla categorizzazione del genere, cercando di evitare una specificità femminile, sostenendo infatti che l’uomo e la donna hanno diritti e doveri comuni. I maschi e le femmine, termini già desueti nel nostro linguaggio comune, sono uguali davanti a Dio ma hanno caratteristiche ed esigenze che si armonizzano pienamente solo nella loro reciprocità e che fanno approdare all’esperienza concettuale, fondamentale, della famiglia. Qualcuno fa però notare che dove questi ideali sono stati realizzati si assiste anche a varie vessazioni nei confronti di una donna come l’ossessione per un suo tassativo abbigliamento, il divieto di talune professioni, il divieto di ingresso in alcuni spazi, le difficoltà per ottenere il divorzio. Nell'altro campo, le prospettive invece sono assai diversificate e non sempre fra loro in mutuo appoggio da una parte c'è l'Islam che si può definire come "sociale", quello che rende l'impegno militante una versione modernizzatrice del ruolo delle donne che hanno una autonomia associativa dove sfoggiare vita pubblica e rifornire di propaganda le altre donne, che restano impeccabilmente "velate" e ben attente a non dare adito ad alcuna promiscuità anche in una sala dove si fa una conferenza. Perché queste soglie invarcabili? Lo spiega fin troppo chiaramente Patrizia Khadija del Monte, dell"'European muslim network", l'associazione che fa riferimento a Tariq Ramadan: «Le donne sono così occupate a difendersi dalle istituzioni e dal clima ostile, che hanno preferito affermare la propria identità in modo piuttosto conservatore», mentre crescono quelle che pur continuando a includere la religione come un orizzonte possibile d'emancipazione non disdegnano la mobilitazione delle femministe laiche. Questo è accaduto, ad esempio, in Marocco, dove nel 2004 è stata emanata la riforma del codice di famiglia, di tutt'altro tenore - e il libro della Pepicelli è di grande utilità in questo - è il rinnovamento "teologico " che invece compiono, su un piano specificatamente intellettuale, autrici come l’afro-americana Amina Wadud o la Amsa Baralas, espressioni di un movimento orami globale, che riunisce donne dei paesi arabo-musulmani come convertite europee e statunitensi, musulmane africane e asiatiche, le quali hanno deciso di rileggere il Corano, decostruendo versetto dopo versetto le letture patriarcali, misogine e maschiliste che per secoli ne sono state date e rivendicando una giustizia di genere che - affermano - non è affatto osteggiata dalla lettera dei testi sacri dell'Islam, ma dalle letture storiche che ne sono state fatte. Questo movimento intanto usa Internet per diffondersi. Le donne e gli uomini che condividono lo sforzo per una effettiva parità affermano di non credere che la segregazione dei sessi abbia molto a che fare con l'essenza dell'Islam, una essenza dove uomini e donne dovrebbero sviluppare i potenziali personali dati loro da Dio. Avverte Abdernur Prado, un intellettuale spagnolo di religione musulmana: «La negazione di un pensiero critico non solo porterebbe ulteriormente il discredito sui musulmani e sull'Islam, ma comporterebbe una disintegrazione dell'anima dei musulmani e delle stesse musulmane nel praticare come alternativa credibile uno stile islamico di vita nel ventunesimo secolo».
Guido Caserza, Il Mattino, 29-03-2010

Rivendicano l’Isalm, ma anche l’uguaglianza tra i generi, e lo fanno a partire dalla reinterpretazione dei testi sacri dell’Islam: sono le femministe islamiche, teologhe e attiviste come Fatima Mernissi, Amina Wadud o Asma Barlas, che usano il Corano come uno strumento di emancipazione delle donne. La storia del femminismo arabo è vecchia poco più di un secolo, ma solo negli ultimi decenni ha preso vigore, soprattutto nei primi anni Ottanta grazie alle attiviste di al-’Adl wa’l-Ihsan, il movimento fondato nel 1981 da Abdessalam Yassine. Ne ripercorre la storia Renata Pepicelli, nel saggio Femminismo islamico (ed. Carocci, pp. 137, euro 12,60). Uno dei volti più noti dell’islamismo femminile nel Mediterrano oggi è Nadia Yassine, figlia di Abdessalam, assertrice di un ritorno all’Islam puro e critica indomita dell’Occidente. Il suo è dunque un femminismo specifico, sideralmente lontano dalle posizioni del femminismo nostrano, come pure quello di Heba Raouf Ezzat, esponente dell’islamismo femminile egiziano e convinta che «solo una reale islamizzazione della società potrebbe garantire quei diritti che oggi sono negati alle donne musulmane». Sono evidentemente posizioni che sfatano quei luoghi comuni del femminismo postcoloniale, secondo cui le donne musulmane soffrono di una condizione di segregazione causata dalla loro fede. È però vero che il femminismo islamico ha diverse scuole di pensiero al suo interno, anche se non necessariamente in contrapposizione: a fianco delle islamiste convinte che il Corano promuova l’uguaglianza di uomini e donne vi sono femministe come la somala Ayaan Hirsi Ali, la sceneggiatrice del film «Submission» (a causa del quale il regista olandese Theo Van Gogh è stato ucciso), sostenitrici di quel pensiero che vede piuttosto nell’Islam «lo strumento principe dell’oppressione delle donne», incompatibile con i principi della democrazia. Sono posizioni che dimostrano la complessità del dibattito su donne e Islam, e come il femminismo islamico sia solo una delle risposte al patriarcato elaborate nel mondo musulmano

Nadia Angelucci, Noi donne, 01-04-2010
L’interesse per il femminile è una costante nella vita di Renata Pepicelli e l’attrazione per i popoli del Mediterraneo, che ha sempre percepito come molto prossimi, l’ha condotta ad occuparsi del mondo islamico contemporaneo e questioni di genere. L’abbiamo incontrata a Roma. alla presentazione del suo ultimo lavoro, "Femminismo islamico", in cui racconta la nascita e l’affermazione di una nuova forma di attivismo femminile che contesta i settori più integralisti del mondo islamico e i pregiudizi occidentali. Davanti ad una tazza di tè ci ha raccontato quello che ha potuto osservare con i suoi occhi.
Il mondo arabo è spesso rappresentato in maniera monolitica ma è un universo complesso e in trasformazione.
Il mondo islamico è variegatissimo e le battaglie delle donne cambiano molto a seconda dei contesti. Mi occupo prevalentemente di Marocco in cui il discorso femminile e femminista è molto attivo; nel 2004 è entrato in vigore un codice della famiglia che è stato salutato come molto progressista perché mette in discussione in maniera sostanziale l’inferiorità femminile nei rapporti familiari. Le femministe marocchine lo definiscono un successo, anche se ci sono degli aspetti ancora in chiaroscuro, ad esempio la poligamia non è stata abrogata. Tuttavia è stata innalzata l’età matrimoniale ed è stato riconosciuto alla donna il diritto a chiedere il divorzio. Questo codice è importante non solo quello che realizza nell’immediato ma anche perché dimostra che i Codici sono emendabili e che i testi possono essere soggetti a rilettura.
Parli di femminismo islamico; sembra quasi un paradosso.
Parlare di femminismo islamico sembra un ossimoro, una contraddizione. Invece nel mondo islamico ci sono varie forme di femminismo o meglio di movimenti femminili. In particolare sono tre le forme che l’attivismo femminile ha assunto nei diversi contesti: un femminismo di matrice secolare, che ha avuto una grande fortuna negli anni ottanta e novanta e che conosciamo meglio perché si tratta di organizzazioni con cui le organizzazioni femministe occidentale hanno spesso interagito creando reti internazionali. Questo movimento ha delle radici antichissime e una storia lunga oltre 100 anni: le prime rivendicazioni di genere le troviamo in scritti letterari di fine ottocento. Accanto a questo, che negli ultimi anni sta incontrando delle difficoltà di riconoscimento, emerge un femminismo che è stato definito islamico e che si basa sullareinterpretazione del Corano e lo spiega da una prospettiva femminile, facendo emergere un discorso di uguaglianza di genere che, secondo teologhe e attiviste, è stato nascosto nel corso dei secoli da interpretazioni maschiliste e misogine che hanno oscurato la voce femminile, negando l’uguaglianza di genere che il Profeta aveva rivelato. Una terza forma di attivismo è quello che sta emergendo all’interno di gruppi islamisti, che hanno un’impostazione conservatrice dal punto di vista sociale e politico, ma che stanno vedendo una partecipazione femminile sempre più numerosa non solo nella base ma anche in ruoli di leadership, ad esempio Nadia Yassine e Heba Raouf Ezzat. Queste donne vanno strutturando un nuovo discorso di genere all’interno dei loro gruppi di riferimento affermando che accanto al ruolo di moglie e di madre, le donne devono svolgere anche un ruolo pubblico, partecipando accanto agli uomini allo sviluppo di una società islamica o orientata ai valori islamici.
Nella tua esperienza come affronteresti il tema del velo?
Posso riferire ciò che ho ascoltato parlando con molte donne che indossano il velo e loro mi hanno raccontato di libere scelte, a volte fatte anche in età avanzata, dopo un percorso personale. Il velo di queste donne non coincide con il velo delle loro madri: non è un’imposizione ma una decisione che riguarda il loro rap porto personale con Dio e non quello con gli uomini della loro famiglia. Mi sembra quindi, non per tutte, ma per molte, una scelta personale di auto definizione, di autodeterminazione che va letta in una chiave religiosa, identitaria, politica. Non penso che siano veli provocatori ma che nascano da un bisogno personale: è una scelta difficile specialmente in contesti occidentali.
Come far incontrare allora le donne occidentali e le donne arabe?
Penso che sia centrale dare una possibilità all’accoglienza. Mi sembra che quello che ho raccolto dalle femministe islamiche è una richiesta di ascolto. L’atteggiamento salvifico delle donne occidentali è spesso vissuto come autoritarismo, imperialismo, anche violenza. Le femministe islamiche chiedono che siano compresi i loro percorsi e che venga accettata l’idea che l’emancipazione femminile si possa realizzare anche all’interno di una cornice religiosa.
Francesca Caferri, la Repubblica, 07-04-2010
C’ è una jihad tutta nuova che da qualche anno si aggira per il mondo: va dal Marocco all’ Iran, passando per gli Stati Uniti, la Malesia, la Turchia e l’ Egitto. Le sue armi non sono kalashnikov ma libri e conoscenza. I suoi portabandiera, non kamikaze ma studiose testarde e determinate. La "gender jihad", la battaglia di genere che le donne musulmane stanno combattendo per affermare il loro ruolo all’ interno della società, è la protagonista di due volumi arrivati in libreria a poche settimane di distanza l’ uno dall’ altro. Femminismo islamico: Corano, diritti, riforme di Renata Pepicelli (Carocci, pagg. 160, euro 12,60) e Teologhe, musulmane, femministe di Jolanda Guardi e Renata Bedendo (Effatà editrice, pagg. 160, euro 11), raccontano come due idee all’ apparenza lontane - quella del femminismoe quella dell’ Islam appunto - si siano negli ultimi anni mescolate per dare vita a un movimento nuovo e variegato che sta animando il dibattito culturale in Occidente, così come in Africa e in Asia. I libri ci spiegano che, a differenza di quanto accade in Europa e negli Stati Uniti, dove la parola femminismo è passata di moda, nel mondo musulmano questa idea vive una nuova primavera: nato negli anni ’ 90 in risposta al rafforzamento di un islamismo conservatore e retrogrado (non a caso, nota Pepicelli e confermano le cronache di questi giorni, è tanto forte in Iran) e accentuatosi in seguito alla rappresentazione violenta dell’ Islam causata dagli attentati dell’ 11 settembre 2001, il femminismo islamico si propone di riscoprire il ruolo e i diritti delle donne non in contrapposizione all’ Islam ma al suo interno. Lo fa partendo da una rilettura dei testi sacri - il Corano e gli Hadith - ed evidenziando in essi tutte le libertà e i diritti che Maometto e i suoi primi seguaci garantirono alle donne: ruolo di primo piano nella famiglia, nella divisione dei beni, nell’ educazione dei figli, nella società. E lo fa riscoprendo le donne forti dell’ Islam delle origini, che questi diritti incarnarono e trasmisero: da Khadjia e Aisha, mogli del Profeta, a Umm Salama, sua consigliera, fino a Zaynab, sua figlia. Queste figure, il loro ruolo e con esse il messaggio di liberazione che Maometto portò al sesso femminile, secondo le femministe islamiche sono state progressivamente messe in un angolo da interpretazioni sempre più conservatrici: ora è tempo di riscoprirle e restituire alle donne il loro posto originario. Ad arrivare a questa conclusione comune sono movimenti e personalità profondamente diversi l’ uno dall’ altra, per origini geografiche e formazione. Soggetti che spesso faticano a riconoscersi nel concetto di femminismo, per il connotato occidentale che la parola ha assunto nel tempo, ma che alla fine accettano questa etichetta e ad essa danno un senso nuovo: le marocchine Fatema Mernissi e Asma Lamrabet, entrambe impegnate, seppur in modo diverso,a riscoprire il valore liberatorio dell’ Islam delle origini. Amina Wadud, teologa afro-americana in prima fila per portare le donne ad un ruolo di primo piano nelle moschee. E personaggi enigmatici come Nadia Yassine, portabandiera dell’ ala più conservatrice del movimento, quella che si riconosce nei partiti islamisti, come il suo al-Adli wa’ l Ihsan in Marocco, Hezbollah in Libano e Hamas nei Territori palestinesi: che pure reclamano per la donna un ruolo di primo piano nella società. I volumi si pongono l’ obiettivo di raccontare tutto questo: Pepicelli lo fa con una scorrevole carrellata che ripercorre le origini storiche del movimento e ne racconta le sue esponenti più famose, le storie personali e le idee, mettendo bene in evidenza quanto il mondo islamico sia un universo aperto, diversoe spesso contraddittorio al suo stesso interno (al contrario dell’ immagine che spesso ne viene trasmessa sui media). Guardi e Bedendo sono più tecniche e si concentrano sul discorso teologico in senso stretto: con una frecciata finale all’ Italia, paese in cui il dibattito su queste tematiche è, colpevolmente, in ritardo.
Aldo Forbice, Giornale di Sicilia, 19-07-2010

Soltanto da qualche anno si comincia a riflettere seriamente sull’Islam e soprattutto sulle conseguenze del fondamentalismo, che ha fatto scaturire l’11 settembre, la guerra al terrorismo internazionale, i due conflitti ancora in corso (Iraq e Afghanistan) e così via. Ora i saggi seguono ai reportage di guerra e alle inchieste giornalistiche. Ne vogliamo segnalare qualcuno. Innanzitutto VerdiRossiNeri di Alexandre Del Valle (Lindau edizioni). L’autore è un politologo e saggista francese, insegna geopolitica dell’Islam all’Università europea di Roma. Nel suo saggio sostiene che i tre totalitarismo più pericolosi – l’islamismo fondamentalista, il comunismo e il neonazismo – hanno sempre dichiarato di avere lo stesso nemico: le democrazie occidentali (Europa, Stati Uniti, Israele) fondate sui diritti dei cittadini, sulla laicità dello Stato e sulla netta separazione dei poteri statali e religiosi. Si tratta di conflitti noti, conosciuti sin dalla seconda guerra mondiale con l’alleanza antisemita tra il Gran Mufti di Gerusalemme e Hitler. Da allora gli attentati, sempre con caratteristiche antisemite, si sono susseguiti in ogni parte del mondo. L’alleanza tra gli opposti estremismi sta cambiando la fisionomia stessa dell’Occidente, a cominciare dall’Europa. Infatti è sotto gli occhi di tutti la «conquista» musulmana (innanzitutto demografica, poi culturale, politica e giuridica) in atto da alcuni decenni con la crescita del negazionismo, dell’anti-imperialismo, del rifiuto del mercato, della inarrestabile e silenziosa azione di lobby della Conferenza islamica (Oci) all’interno dell’Onu. Tutto questo ha ribaltato equilibri consolidati, che hanno profondamente diviso l’Occidente. La documentazione di questo saggio è così vasta e rigorosa che ci fornisce ampi motivi di riflessione e di preoccupazione. A conferma delle tesi espresse nel saggio di Del Valle un libro, uscito per le edizioni Salerno, di Beverley Milton-Edwards, Il fondamentalismo islamico dal 1945. L’autore, che insegna politica internazionale alla School of Politics della Queen’s University di Belfast, analizza la nascita del fondamentalismo islamico subito dopo la seconda guerra mondiale, imponendosi come la più pericolosa minaccia alla sicurezza dell’Occidente. Milton-Edwards si sofferma non solo sul Medio Oriente, ma guarda al mondo musulmano nel contesto globale per comprendere meglio tutti gli aspetti del fondamentalismo islamico nel mondo. Ancora più didascalica l’analisi di Renata Pepicelli (ricercatrice all’Università di Bologna) nel libro Femminismo islamico (Carocci). La studiosa affronta un tema difficile, cercando di rispondere a questa domanda: si può essere musulmane e femministe allo stesso tempo? Sappiamo che in diversi Paesi islamici (Iran, Iraq, Iran, Yemen, Pakistan, ecc.) le donne che non rispettano la Sharia (la legge islamica) vengono prese a scudisciate, condannate a morte per lapidazione o per impiccagione e così via. Ma la ricercatrice è più ottimista: il Corano, dice, sancisce «l’uguaglianza tra i generi» e, sulla base di letture alternative ai testi sacri, attiviste e teoriche si battono, anche in Oriente, per la riforma dei codici giuridici che ancora sanciscono l’inferiorità delle donne rispetto agli uomini. Dalla ricerca emerge che il mondo musulmano, anche quello visto dalla parte delle donne, è variegato e in continua trasformazione. Speriamo sia vero.
Infine, delle vittime che può provocare l’esasperato radicalismo musulmano ne ha scritto anche la portavoce dell’Associazione della comunità marocchina delle donne in Italia e deputato del Pdl, Souad Sbai, nel libro L’inganno-Vittime del multiculturalismo (Cantagalli). L’autrice riflette sul senso della diversità culturale nei nostri tempi e sui rischi e le implicazioni che ne derivano in termini di limitazioni ai diritti umani fondamentali. Souad si sofferma, in particolare, sulla condizione delle donne musulmane vittime del fondamentalismo e sottoposte a una doppia discriminazione. Una sfida anche per l’Italia che deve sapere affrontare l’integrazione delle donne sottoposte al condizionamento culturale e religioso dei Paesi d’origine.

Angiola Codacci Pisanelli, L'espresso, 03-03-2019Renata Ruscar Zargar, www.infonotizia.it, 26-09-2019
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