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Proletari della borghesia

Bruno Maida

Proletari della borghesia

I piccoli commercianti dall'Unità a oggi

Edizione: 2009

Collana: Quality paperbacks (296)

ISBN: 9788843052004

  • Pagine: 184
  • Prezzo:15,10 12,84
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In breve

Libri informativi, aggiornati e chiari, per rispondere alle esigenze e alle curiosità culturali di chi studia e di chi ritiene che nella vita non si smetta mai di imparare. La storia dei piccoli commercianti nell’Italia unitaria non è mai stata raccontata, sulla base del doppio e radicato pregiudizio che la modernizzazione li avrebbe cancellati dal panorama economico e che i loro comportamenti e le loro scelte risultavano segnati da una sorta di impronta genetica che li avrebbe resi incapaci di innovazione e stabilmente rivolti a politiche conservatrici quando non autoritarie. Le vicende di questi "proletari della borghesia" individuano, al contrario, i caratteri e le contraddizioni di una parte significativa dello sviluppo dell’economia e della società italiane, da un lato frenato e ritardato dall’intreccio fra interessi di categoria e contrattazione del consenso politico, dall’altro segnato da una presenza costante e radicata di una piccola distribuzione che, pur nella sua polverizzazione, ha dato un segno inequivocabile alle forme e alle trasformazioni dei consumi in Italia.

Indice

Introduzione
1. Commercio e commercianti in età liberale (1861-1914)
Un equilibrio precario/Far bottega/Le sfide della modernità
2. «Troppa gente si mette a questo mestiere» (1915-1926)
La Grande guerra, la questione annonaria e la crisi dello Stato liberale/L’organizzazione degli interessi/Il dibattito sull’inflazione commerciale/L’anno decisivo
3. Il prezzo dello scambio (1927-1945)
I commercianti fra le due guerre/Tra protezionismo e marginalità garantita/L’impossibile armonia: corporativismo, classi medie e commercianti/Il "bottegaio-ladro": reati annonari e immagine pubblica durante la guerra
4. Le sfide dello sviluppo (1946-1970)
I confini mobili del dopoguerra/Problemi vecchi e nuovi/Sviluppo economico e immigrazione/La battaglia impossibile: lo sviluppo della grande distribuzione
5. Una modernizzazione contraddittoria (1971-2009)
La modernizzazione commerciale come problema storico/Un cambiamento a metà/Oscillando tra passato e futuro
Note
Bibliografia
Indice dei nomi

Recensioni

Fabio Ranucci, Conquiste del lavoro, 30-01-2010
La loro storia è cominciata nella notte dei tempi. Ma se hanno resistito all'avanzata progressiva di ipermercati, di grandi magazzini, di megastoree di superfici specializzate, vuol dire che hanno un retroterra forte, reagente, abituato alle intemperie della concorrenza e delle varie crisi economiche. Lo storico torinese Bruno Maida ha scavato a fondo per descrivere nel libro Proletari della borghesia. I piccoli commercianti dall'Unità a oggi, il percorso fatto dalle botteghe che, in buona parte, sono a conduzione familiare. Parrucchieri, elettricisti o panettieri che siano, rappresentano i tradizionali fiori all'occhiello soprattutto dell'economia dei piccoli centri e costituivano nell'età liberale l'unica tipologia commerciale uniforme sul territorio. Cosa è avvenuto dunque dall'unificazione del Paese fino all'inizio del terzo millennio, ai tentativi di creare un nuovo ordine del settore, a quella che l'autore definisce "modernizzazione contraddittoria", è spiegato in questo testo che, ben documentato, guida il lettore anche in quelle che sono state le leggi e i provvedimenti adottati nei vari periodi presi in considerazione, gli studi e i rapporti sull'economia locale, e consente di analizzare dettagliatamente l'evoluzione del commercio legato al territorio e l'influenza che ha avuto nella società e nelle scelte politiche. "È riconosciuto che - scrive Maida -, nel corso della Prima guerra mondiale, la questione annonaria abbia avuto un ruolo centrale per il mantenimento del consenso sociale necessario per portarla a conclusione. Tuttavia, mentre sul versante delle classi popolari il tema ha conosciuto una certa fortuna, non così è stato per i piccoli commercianti, che naturalmente avevano una posizione strategica nel sistema di controllo e di razionamento dei consumi. Considerati i principali, se non unici, responsabili dell'aumento dei prezzi e della rarefazione delle merci, specie alimentari, i dettaglianti furono letteralmente investiti sia da un complesso di leggi e vincoli al commercio sia da una forma di delegittimazione sociale di cui lo Stato liberale fu ritenuto da essi il principale responsabile". Le vicissitudini affrontate tra i due conflitti, gli anni del fascismo, la fame "delle famiglie urbane", i reati annonari, il progressivo aggravamento della situazione. In queste pagine vi sono date e percentuali che non lasciano adito a dubbi: il commercio era e resterà un settore trainante per l'Italia, al di là di quelle che possono essere le polemiche su questioni fiscali e le battaglie affinché non venga aggirato l'erario. Ché in ogni negozio, punto di riferimento per poche o tante persone, c'è una piccola storia che racconta l'Italia di ieri e di oggi. Che inizialmente non è stata intaccata dai processi di modernizzazione, in quanto dalle nostre parti ha avuto luogo "soltanto negli anni ottanta con un notevole ritardo rispetto agli altri paesi. Negli anni cinquanta e sessanta la mancata modernizzazione fu legata alla subordinazione dell'economia allo sviluppo industriale che utilizzò il settore commerciale come volano occupazionale, ma nello stesso tempo alla funzione di stabilizzatore sociale – in termini sia socio-economici sia di elettorato conservatore - che il comparto distributivo in parte aveva ereditato dal fascismo, in parte aveva rinnovato". L'altalena dei prezzi che salgono e scendono, le battaglie delle associazioni di categoria come Confcommercio e Confesercenti contro la grande distribuzione "per costringerla all'interno di piani di sviluppo che garantissero al piccolo e al medio commercio di sopravvivere, posizionandosi in una fetta specifica di mercato". Basta comunque leggere alcune cifre per avere l'esatta dimensione dell'argomento: "Nel 1996 si contavano in Italia 765.000 esercizi con 1.570.000 addetti". Salvo poi fare i conti con i cambiamenti che talvolta sembrano un ritorno al passato come, ad esempio, la ripresa degli acquisti nei mercati rionali di generi alimentari, di abbigliamento, di prodotti per l'igiene della casa e della persona, che hanno fatto calare i fatturati dei negozi di prossimità e la forza attrattiva dei supermercati. Evidenziando la preferenza, da parte del consumatore, di modiche quantità rispetto alle tante offerte di esercizi e supermercati. Anche se, dicono gli esperti, in questa maniera la convenienza viene compensata in negativo dalla scarsa qualità. Ma questa, chiaramente, è tutt'altra storia.
Emanuela Scarpellini, Il mestiere di storico, 01-12-2010
Apparso nell’agile collana di Carocci «Quality paperbacks», questo libro ambisce a colmare un vuoto nella storiografia italiana, quello relativo alla figura del piccolo commerciante. E ci riesce pienamente. Dopo avere affrontato alcuni importanti nodi teorici, fra i quali la collocazione socio-culturale dei commercianti come
Il periodo dalla ricostruzione fino al 1971 (quando interviene una nuova legge quadro) si riassume in una ritardata spinta alla trasformazione commerciale. Gli stretti legami con i partiti al potere, le prime timide trasformazioni commerciali come i supermercati, l’evoluzione sociale indotta dalla massiccia immigrazione e le conseguenze della crescita economica non riescono a incidere profondamente sul mondo del piccolo commercio, che sembra inchiodato, per usare una felice espressione dell’a., in una situazione di «marginalità garantita». Solo con gli anni ’80 la situazione muterà rapidamente – e in genere non a favore del piccolo commercio. Si affermerà progressivamente la grande distribuzione e si attueranno provvedimenti liberistici come la legge Bersani (peraltro non sempre applicata), mentre il piccolo commercio continuerà a oscillare «tra passato e futuro». Nel complesso un libro denso, dettagliato ed efficace, che fornisce una completa sintesi delle vicende di una fascia sociale troppo spesso dimenticata, o investita da facili accuse politiche (pensiamo al fascismo) e che rivela invece un quadro variegato e la presenza di una vera e propria «cultura» del mestiere, con tutti i suoi eventuali limiti.
lower middle classes e i persistenti stereotipi negativi che li accompagnano, il volume di Bruno Maida si apre con un quadro dell’epoca liberale. Qui la condizione dei piccoli commercianti è descrivibile come uno stato di marginalità economica e sociale, sostenuta da regole consuetudinarie e interventi di tipo corporativo, in assenza di specifiche leggi di riferimento. L’acquiescenza dello Stato liberale vede una drammatica svolta con la prima guerra mondiale, quando vengono al pettine le deficienze del settore e i commercianti – ultimo anello della catena – sono additati come colpevoli di tutte le carenze di beni alimentari e di consumo, divenendo persino oggetto di violenze. In tal modo il distacco insofferente verso lo Stato diventa, per gran parte di questo ceto, un risentimento insanabile. Di qui la spinta verso la costituzione di una propria associazione di rappresentanza nel 1926 e un rapporto di simpatia verso il nascente movimento fascista. Le vicende del fascismo costituiscono la parte centrale del libro, anche dal punto di vista interpretativo, poiché è fra le due guerre che prende forma una matrice che proseguirà, sotto molti aspetti, fino a ’900 inoltrato. Il fascismo mostra però un atteggiamento ambivalente: da un lato sembra premiare i piccoli commercianti con leggi e aiuti (è del 1926 la fondamentale legge sulle licenze commerciali); dall’altro, non favorisce in alcun modo la loro modernizzazione e l’uscita dalla marginalità economica, e spesso alimenta campagne propagandistiche contro il «bottegaio-ladro», che culmineranno negli anni della seconda guerra mondiale.