Carocci editore - Giulio Cesare Croce. Opere dialettali e italiane

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Giulio Cesare Croce. Opere dialettali e italiane

Giulio Cesare Croce. Opere dialettali e italiane

Il mondo visto dal basso

a cura di: Vladimir Fava, Ilaria Chia

Edizione: 2009

Collana: Piccola Biblioteca Letteraria (37)

ISBN: 9788843051281

In breve

Giulio Cesare Croce (1550-1609), cantastorie, poeta dialettale e popolare attivo a Bologna, è famoso come autore del "Bertoldo", ma anche di più di 600 opere "minori", in gran parte inedite. Questa antologia vuole porre in primo piano la straordinaria ricchezza e modernità della sua produzione, sia quando mette in scena "in presa diretta" la vita quotidiana delle popolazioni urbane e contadine, sia nel rapporto con la tradizione letteraria cavalleresca, punto di partenza per gustosi rifacimenti e parodie o per spericolate operazioni combinatorie. Seguono, infine, alcuni testi incentrati sui temi della fame e del cibo, attraverso i quali filtra il punto di vista "carnevalesco" delle classi povere nell’Italia della Controriforma sulla società, sulla vita, sul mondo.

Indice

Ringraziamenti
Un amabile e «ben creato» verseggiatore di Andrea Battistini
Il mondo visto dal basso di Vladimir Fava e Ilaria Chia
1. La vita quotidiana a Bologna
Il battibecco overo cicalamento et chiachiaramento/Chiacchiaramenti sopra tutti i traffichi e negotii/Chiacchiaramenti, viluppi, intrichi, travagli et cridalesmi/Vanto di dui villani cioè Sandron e Burtlin
2. I personaggi, le feste, il lavoro dei contadini
Il festino del Barba Bigo dalla Valle/Disgratie del Zane narrate in un sonetto/La Rossa dal Vergato /La gran crida/Le nozze della Michelina del Vergato
3. Il cibo in Giulio Cesare Croce
Comparationi gentilissime sopra l’eccellenza/Contrasto del pane di formento/La sollecita e studiosa Accademia de’ Golosi/La vera regola per mantenersi magro
4. La tradizione cavalleresca: il modello ariostesco
Il Gran contrasto de i paladini di Francia/Lamento di Bradamante/Rime compassionevoli
Bibliografia

Recensioni

Micol Argento, la Repubblica ed. Bologna, 01-01-1980

GIULIO Cesare Croce, cantastorie seicentesco, poeta dialettale, passato alla storia soprattutto come autore del Bertoldo è, in realtà, una delle glorie della tradizione letteraria bolognese, e, oggi, grazie all' interessamento di studiosi illustri come Ezio Raimondi, riemerge dall' oblio in cui per secoli è rimasto, collocato tra gli scrittori "minori". L' opera del Croceè vastissima,e di grande attualità se si considerano le più moderne filiere critiche che tracciano, da alcuni anni, le griglie teoriche attraverso cui comprendere e studiare la letteratura. L' autore, infatti, trova nuova rilevanza alla luce delle indagini sulle letterature carnevalesche di Bachtin, tradizioni del tutto sotterranee che si rifanno agli antichissimi Drammi satireschi (che volevano essere una parodia della tragedia, arrivata fino a noi dalla classicità greca, andati completamente perduti) o agli studi di Piero Camporesi - altro grande interprete, più famoso all' estero che in Italia - dai quali emerge una vera e propria critica della cultura che trova nelle letterature sotterranee e dimenticate, (quelle che fanno riferimento al cibo ad esempio) una testimonianza per comprendere a pieno le "ossessioni" e le passioni nascoste della nostra civiltà. L' antologia Giulio Cesare Croce, Opere dialettali e italiane, (che porta sottotitolo: Il mondo visto dal basso) edito dalla Carocci, curato da Wladimir Fava e Ilaria Chia, vuole porre in primo piano la straordinaria ricchezza e modernità di questa produzione, sia quando mette in scena la vita quotidiana delle popolazioni urbane e contadine, riproducendo una cultura, quella popolare, che manifesta dimensioni comuni in tutt' Europa, sia nel rapporto con la tradizione letteraria cavalleresca, punto di partenza per i "gustosi" rifacimenti e le parodie dell' autore,o per le sue spericolate operazioni combinatorie. Con i testi incentrati sui temi della fame e del cibo, e la pubblicazione di testi in dialetto, ancora inediti, attraverso cui filtra il punto di vista "carnevalesco" delle classi povere nell' Italia della Controriforma sulla società, questo volume diventa un prezioso viatico sulla vita, su un mondo che dal seicento arriva a nostri giorni.

Giuseppe Crimi, www.lareteonline.it, 24-02-2010

Giulio Cesare Croce (1550-1609) fu uno scrittore voracissimo di letture (per quanto negate) ed estremamente prolifico: autentico irregolare, si abbeverò – da autodidatta – alla cultura alta, ma allo stesso tempo fu in grado di riversare nei suoi scritti il patrimonio culturale del popolo e dei cantastorie e quello ancora più antico trasmesso dagli uomini del contado. Grazie agli studi pioneristici di un compianto italianista, Piero Camporesi, oggi possiamo apprezzare meglio la produzione di questo letterato funambolesco, che si guadagnò l’antipatia del principe del Barocco, Gian Battista Marino. Un autore, Croce, che con i suoi scritti burleschi e pirotecnici seppe offrire spesso una visione irriverente, o, meglio, capovolta, della realtà, come del resto confermano un bel volume di saggi, uscito qualche anno fa, ossia La festa del mondo rovesciato. Giulio Cesare Croce e il carnevalesco (Bologna, il Mulino, 2002) e una recente raccolta di testi L’Eccellenza e Trionfo del Porco e altre opere in prosa (Bologna, Pendragon, 2006). Ancora una volta grazie all’industria degli studiosi dell’Università di Bologna, proprio nel solco tracciato da Camporesi, oggi vede la luce un volume, assai denso e compatto, che riunisce alcuni dei testi in versi di Croce (sedici), scritti sia in dialetto (con traduzione di servizio) sia in italiano. Un lavoro che va ad inserirsi, come spiegano i curatori, in un progetto più ampio, che permetterà in futuro di accedere, telematicamente, alla completa opera del cantastorie di San Giovanni in Persiceto (una buona quantità di testi rari si può già consultare sul sito www.giuliocesarecroce.it). Il sottotitolo del volume, Il mondo visto dal basso, è la chiave che consente di entrare in contatto diretto con la poetica di Croce. Perché i testi scelti raccontano di un mondo picaresco, fatto di ciarlatani, dove risuonano le grida e le espressioni del popolo e dove il luogo d’incontro è la piazza; un mondo disperato, segnato in modo indelebile dalla fame (allora chiamata “il male della lupa?), dalla miseria e dalla fatica, in cui il sogno comune coincideva con un bisogno di concreto di cibo. La vita quotidiana bolognese sboccata, il mondo carnevalesco delle feste, l’universo agricolo, la dimensione culinaria, la cultura cavalleresca: sono questi i principali temi intorno ai quali ruota questo succoso florilegio, che gode – ed è un vero peccato –, di un commento fin troppo essenziale. Nei versi di Croce irrompe tumultuoso il reale, un reale dove gli uomini si fanno furfanti e canaglie: così che i nomi dei luoghi assumono forme e significati ammiccanti, come Graffagnana (la più nota Garfagnana) e Rubiera (p. 121), che qui diventano sinonimi di ‘sgraffignare’ e di ‘rubare’. Un gusto gergale, caro a Croce, che attraversa i suoi personaggi, i quali dialogano fra loro con accenti e termini carpiti dalle taverne e dai luoghi di malaffare (un esempio? Gli “occhi di civetta? ricordati a p. 291, un’espressione cifrata per indicare i denari). Un’opera, quella crociana, non sempre facile, che – non si fa fatica a capirlo – mette a contatto il lettore di oggi con una realtà svanita e tuttavia in grado di riproporsi ancora frizzante, a tratti anche sporca e maleodorante – se vogliamo –, ma carica di un’antica vitalità.