Carocci editore - Montesquieu e il governo moderato

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Montesquieu e il governo moderato

Domenico Fisichella

Montesquieu e il governo moderato

Edizione: 2009

Ristampa: 1^, 2010

Collana: Frecce (85)

ISBN: 9788843051151

  • Pagine: 196
  • Prezzo:17,50 16,63
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In breve

L’opera di Montesquieu, che ha influenzato potentemente sia i fondatori degli Stati Uniti d’America sia la stagione che prelude alla Rivoluzione francese, estendendo peraltro la sua incidenza anche sul pensiero conservatore lungo tutto il corso del XIX secolo e oltre, si configura come un imponente edificio dottrinale ove fattori ecologici, culturali, economici, psicoaffettivi e cognitivi si intrecciano e si combinano in un vasto affresco al cui centro stanno i regimi politici. Democrazia, monarchia, aristocrazia, dispotismo sono così visti ed esaminati non solo in ordine ai loro dati strutturali e valoriali, a cominciare dalla virtù e dall’onore, ma anche in relazione alle condizioni ambientali, sociali, umane in cui essi operano, si affermano e deperiscono: e in tale quadro l’attenzione va costante alle dinamiche storiche. Così, dalla città greca all’urbe romana, dagli imperi all’universo feudale, dai principati agli Stati nazionali, dal ruolo del cristianesimo all’influsso delle tradizioni germaniche, il paragone si sviluppa sempre tra le varietà europee del governo moderato e l’incombenza inquietante del dispotismo orientale, specie (ma non solo) di impronta musulmana.

Indice

Premessa. L’Europa come storia del pensiero politico
1. La scienza politica: un sistema di sistemi
Un complesso di interazioni
Influenza del clima e azione sulla natura
Terra, mare, guerra, commercio
2. Gli esseri umani: nel segno dell’ambivalenza
Stato di natura e stato di società
Invarianza e pluralità antropologica
Passioni, interessi, ragionevolezza
Gli uomini nascono liberi e uguali?
Il confronto con Thomas Hobbes
3. Tra generalità e relatività
Il reticolo delle circostanze
Leggi scientifiche e leggi giuridiche
Regolarità costanti e regolarità probabili
Complessità ed esistenza del limite
4. La dimensione culturale della società
Lo spirito delle nazioni
La religione nella vita pubblica
Il rilievo dei costumi
5. La dimensione economica della società
La vocazione globale delle ricchezze mobiliari
Rapporti commerciali e sviluppo della pace
Protestantesimo, cattolicesimo, capitalismo
La parabola del denaro nel mutamento dei costumi
Affari, giustizia, conflitto di interessi
Il lusso e la classe media
6. Tutti uguali, tutti schiavi
La tentazione dispotica, pericolo mondiale
Natura e principio delle forme di governo
Il terribile semplificatore
Assenza di razionalità e concentrazione di poteri
Relazioni internazionali ed estensione territoriale
Modello orientale e antiche libertà d’Europa
Ordine fittizio, disordine reale
7. Un regime del piccolo mondo antico
Varietà delle forme di governo e civiltà europea
Democrazia, virtù e uguaglianza
Suffragio a sorte e governo dei poveri
Cittadinanza e gradualismo riformista
La repubblica è un corpo morto
8. Dall’aristocrazia all’oligarchia
Governo moderato: uno e trino
Valori e stili di vita: il percorso storico
I nobili tra monarchia e popolo
I grandi uomini moderati sono rari
9. La monarchia governo della modernità
Intermezzo sul federalismo
Leggi fisse e poteri intermedi
L’onore forza centrale della monarchia
Giustizia e “felice impossibilità?
Educazione e distinzione
Prontezza nell’esecuzione
Autonomia, complessità, clemenza della giustizia
Le monarchie cadono per la povertà
10. La migliore forma di governo
Sovrintendenza generale dello Stato
Un principio assente: il profitto
I Germani, padri della libertà europea
Gusto gotico e governo gotico
Dibattito sulle origini delle istituzioni francesi
Né a destra né a sinistra: il giusto mezzo
Radici e sviluppi del sistema feudale
11. Le foreste e la libertà politica
Gradazione dei governi moderati
Distribuzione dei poteri: dagli antichi ai moderni
Tre poteri e una sovranità
Partecipazione, rappresentanza, ampiezza degli Stati
Fare le leggi, controllarne l’applicazione
Conclusione
Note

Recensioni

Massimiliano Panarari, la Repubblica, 10-10-2009
La dimensione della complessità al centro del pensiero del teorico politico settecentesco francese, e la sua influenza sul conservatorismo successivo.
Pasquale Chessa, Panorama, 22-10-2009
Le passioni favoriscono l’affermazione dei governi dispotici: la monarchia degenera nel dispotismo dell’uno, l’aristocrazia in quello dei pochi e la democrazia del popolo. Ma è il dispotismo orientale a inquietare il teorico dello spirito delle leggi. Perché stretta è la relazione fra sistema ambientale e natura umana. Fra religioni e clima. «Più le cause fisiche portano l’uomo al riposo, più le cause morali devono allontanarlo». Il Montesquieu di Fisichella deve fare i conti con Thomas Hobbes.
Giuseppe Bedeschi, Libero, 24-11-2009
Secondo tutti i teorici della società democratico-liberale, questa deve essere incardinata sulla divisione dei poteri. Ma quali sono questi poteri? È ben nota la risposta data dalla vulgata: essi sarebbero il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario. Ma si tratta di una risposta del tutto sbagliata, anche se ha dalla sua la forza immarcescibile dei luoghi comuni: infatti (come ci ricordano i costituzionalisti più avveduti, a partire dal presidente Cossiga) il cosiddetto potere giudiziario non esiste (poiché esso non riceve nessuna investitura dal popolo sovrano,e quindi non è affatto un potere); esiste invece l’ordinamento giudiziario, che dovrebbe garantire la convivenza civile dei cittadini. Dico dovrebbe perché esso è in grado di svolgere correttamente i suoi compiti solo se risponde a regole ben precise. Per esempio, esso non deve essere costituito da una casta onnipotente, senza una rigorosa distinzione fra magistratura requirente e magistratura giudicante: una distinzione che, purtroppo, è assente nel nostro Paese, e tale assenza porta a distorsioni gravissime. Ma, per tornare alla cosiddetta dottrina della divisione dei poteri, e per capirne a fondo il significato, è opportuno risalire alle sue fonti classiche. E quindi a Locke (il primo grande teorico della società liberale), il quale parlò di separazione e di subordinazione dei poteri (il legislativo e l’esecutivo dovevano essere rigorosamente distinti e separati, e il secondo doveva essere subordinato al primo). Locke non parlò nemmeno di “potere giudiziario?, perché l’esercizio della giustizia civile e penale era per lui un’articolazione del legislativo, e quindi doveva essere assolutamente subordinato ad esso. Ma il pensatore più profondo, più ricco e più suggestivo su questo tema fondamentale è stato indubbiamente Montesquieu, al quale viene attribuita, secondo una definizione alquanto rozza e semplificatrice, una dottrina della “divisione dei poteri?. Per capire di che cosa si tratti è assai utile l’ultimo libro di Domenico Fisichella, Montesquieu e il governo moderato (Carocci, pp. 195, euro 17,5): un libro che si legge con grande profitto per orientarsi nella difficile e complessa tessitura filosofico-politica del grande francese. Intanto è bene avvertire che l’espressione “divisione dei poteri? non si trova affatto in Montesquieu. E se proprio di “divisione dei poteri? si vuole parlare, si deve dire subito che essa non consiste nella separazione fra legislativo, esecutivo e giudiziario. L’occhio di Montesquieu è rivolto al sistema politico inglese del suo tempo e ai tre organi che ne rappresentano gli interessi permanenti: il monarca, la Camera alta e la Camera bassa. «Ecco dunque», dice, «la costituzione fondamentale del governo di cui parliamo. Essendovi un corpo legislativo diviso in due parti, l’una terrà a freno l’altra grazie alla reciproca facoltà di impedire. Entrambe saranno vincolate dal potere esecutivo, il quale lo sarà a sua volta dal potere legislativo». Dunque Montesquieu teorizza un governo bilanciato, in cui i diversi organi (re, Camera alta, Camera bassa) realizzano, in un sistema di pesi e di contrappesi, un equilibrio costituzionale capace di ostacolare l’affermarsi di un potere assoluto. E l’ordinamento giudiziario? Il lettore si sarà accorto che Montesquieu finora non ne ha parlato affatto. Et pour cause! Infatti, come sottolinea Fisichella, Montesquieu non solo non annovera il giudiziario fra i poteri fondamentali della monarchia, ma tutti i suoi sforzi sono diretti a porgli dei limiti ben precisi, affinché esso non debordi e non leda i diritti dei cittadini e le prerogative della sfera politica. Il potere giudiziario, dice il pensatore francese, «non deve essere attribuito a un senato permanente, ma deve essere esercitato da persone scelte fra il popolo, in determinati periodi dell’anno, secondo la maniera prescritta dalla legge, per formare un tribunale il quale rimanga in vita soltanto per il periodo che la necessità richiede».E dopo avergli apposto questi paletti ben precisi e invalicabili, Montesquieu aggiunge, rendendo ancora più vivida la propria preoccupazione circa la possibilità che il giudiziario debordi dai propri confini: «In questo modo il potere giudiziario, così terribile tra gli uomini, non essendo legato né a una determinata condizione, né a una determinata professione, diviene, per così dire, invisibile e nullo», cosicché noi non avremo «continuamente dei giudici davanti agli occhi», e temeremo «la magistratura, non i magistrati». Queste parole si leggono nello Spirito delle leggi, un capolavoro apparso nel 1748: ma sembrano scritte ieri, tanto sono sagge, premonitrici ed efficaci.
Gianfranco Pasquino, Messaggero Veneto, 26-11-2009

Prendiamo qualche lezione dalla Francia. Lo so, non è facile: un po’ perché in Italia c’è scarsa attitudine a imparare, un po’ per non dargliela vinta ai quei francesi che si sentono superiori. Dai tempi di Montesquieu in poi, come argomenta intelligentemente Domenico Fisichella, hanno imparato, seppur non sempre praticato, che i governi debbono sapere essere moderati. Qualcuno può pensare che chi vince un’elezione ha conquistato il potere e che, dunque, può, dall’alto della sua carica di governo, imporre le sue decisioni a tutti. Montesquieu non la pensa affatto così. Anzi, ha delineato le premesse della separazione dei poteri aprendo la strada sia alla democrazia sia al buongoverno. Si può avere democrazia senza buongoverno e, qualche rarissima volta, buongoverno senza democrazia. Ma non è oramai più possibile avere una democrazia se un potere, istituzionale o di altra natura, domina sugli altri poteri. Insomma, suggerì Montesquieu, l’esecutivo deve cedere parte del suo potere a un parlamento e parte alla magistratura. Una volta che i tre poteri saranno in equilibrio, allora il governo moderato avrà molte opportunità di fare la sua comparsa. E si manterrà fintantoché ciascuno dei tre poteri osserverà le rispettive sfere di attività. La soluzione del barone francese si fece strada in tutti i sistemi politici, allora monarchici, che da assoluti diventarono costituzionali. Parrebbe opportuno che venisse tenuta nella massima considerazione anche nell’Italia di oggi, dove c’è chi, non soltanto il presidente del Consiglio, crede che una maggioranza, neanche assoluta, e un potere, quello esecutivo, rafforzato dal suo conflitto di interessi, possa sovrastare gli altri. Montesquieu e Fisichella ne sono semplicemente inorriditi.

Maurizio Griffo, L'indice dei libri del mese, 01-12-2009

L'opera di Montesquieu non è facilmente riconducibile a un principio unitario. Anche l'opzione filo-inglese, pur così vulgata nella manualistica, sembra scolorirsi fin quasi a scomparire nel mare magnum dello Spirito delle leggi, un libro che appare come uno sterminato puzzle fatto di troppe tessere. Rispetto a questa difficoltà euristica, la chiave di lettura che Fisichella adopera in questo volume è quella dell'analisi sistemica, mutuata dalla scienza politica contemporanea. A suo avviso, il barone de la Brède ha messo assieme una macroteoria dove interagiscono un sistema ecologico (clima, terra, mare), un sistema della natura umana (passioni, ragione), un sistema sociale (costumi, religioni, usanze), un sistema politico e normativo (guerra, pace, diritto, regimi politici). L'autore procede poi a una disamina ordinata che si concentra in un'analisi serrata dei testi, riuscendo a sfrondare le ridondanze dell'opera e a metterne in luce il nocciolo. La riflessione montesquieuiana ha una finalità antidispotica, che rimanda alla situazione francese del tempo. Il lungo regno di Luigi XIV ha depotenziato in modo pericoloso i tradizionali equilibri politici del regno, soprattutto snervando e ridimensionando la nobiltà, con il rischio di degenerare in un regime dispotico. In controluce a questa critica, si disegna l'ideale di un governo moderato capace di contenere il potere, riequilibrandolo tanto sul piano sociale che su quello delle istituzioni. L'analisi, però, non si limita alla sagace rilettura di un classico, ma propone un interrogativo che investe la politica attuale. Se il governo moderato è un ideale condivisibile, quali sono le sue possibilità di inverarsi in un contesto come quello contemporaneo, così lontano dall'orizzonte in cui Montesquieu pensava e scriveva la sua opera?