Carocci editore - L'autolesionismo

Password dimenticata?

Registrazione

TFA e formazione

Banner

crediti formativi

Banner

Promo del mese

Banner
Banner
L'autolesionismo

Mario Rossi Monti, Alessandra D'Agostino

L'autolesionismo

Edizione: 2009

Ristampa: 1^, 2014

Collana: Bussole (373)

ISBN: 9788843051014

In breve

Che cos'è l’autolesionismo? In quali forme si presenta? Che significati assume? Perché è sempre più diffuso nelle nostre società? Partendo da questi interrogativi, il volume cerca di fare luce su un fenomeno tanto complesso quanto frequente: l’attacco al proprio corpo. Una riflessione di carattere psicopatologico, ma anche antropologico, consente di individuare il ruolo che l’autolesionismo – nelle sue varie declinazioni culturali, sociologiche, artistiche, religiose, psicopatologiche – svolge nel tentativo di mantenere o strutturare l’identità.

Indice

1. Borderline: una figura in sospeso
Autolesionismo: un’epidemia?/Otto modi di dire "borderline"/Borderline oggi/L’instabilità borderline
2. Il corpo borderline: ferita e società
L’ impulsività/L’autolesionismo "deviante"/L’autolesionismo "culturalmente approvato"/L’autolesionismo oggi/L’adolescente come il borderline?/Leggere la ferita
3. Il corpo borderline: sangue, identità e arte
Sui significati/Primo organizzatore: concretizzare/Secondo organizzatore: punire-estirpare-purificare/Terzo organizzatore: regolare la disforia/Quarto organizzatore: comunicare senza parole/Quinto organizzatore: costruire una memoria di sé/Sesto organizzatore: volgere in attivo - cambiare pelle
4. Carne e crudeltà nell’arte contemporanea
Il realismo borderline/Forme dirette di tortura/Forme indirette di tortura/Forme di tortura degli adolescenti
Conclusioni
Bibliografia

Recensioni

Maria Antonietta Tosti, Conquiste del lavoro, 12-12-2009
Una lettura pericolosa. Un'arma a doppio taglio. Scrivere di autolesionismo potrebbe risultare autolesionistico. Nel libro si cerca di spiegare il perché ed il per come si cada nel vortice del borderline. Si danno delucidazioni 'specialistiche' su una 'pratica' spietata che miete sempre più vittime. Ma, soprattutto, si parla, troppo, di chi ha le caratteriste giuste per diventare un autolesionista a tutti gli effetti. Questo è il problema: un saggio accademico letto dai non 'addetti ai lavori', potrebbe trasformarsi in una bomba ad orologeria ed esplodendo fare emergere aspetti nascosti e difficili da riconoscere e da accettare. Tutti, infatti, potremmo avere nel DNA il gene dell'autolesionismo e sviluppare nel tempo questa psicopatologia, se è vero che ad autoprovocarsi ferite o lesioni di qualsiasi genere, sono i tatuati, i ragazzi con i piercing, l'artista 'maledetto', il vicino frustrato e deluso, il collega geloso, l'adolescente che non accetta il proprio corpo, il peccatore in cerca di redenzione. Chi vive 'stabile nella sua instabilità', precario ed in perenne sospensione, è un autolesionista. Incapace di sviluppare un'immagine fissa e coerente di sé come persona e dominato da un senso interiore di vuoto e di futilità che si traduce in incertezze di fondo riguardanti il proprio essere, la scelta degli amici, del partner, del lavoro, il borderline, in alcuni periodi, miracolosamente, riesce a vivere in maniera non così autodistruttiva come invece accade in altri. Apparentemente torna ad essere 'normale'. Il tatuato fa ricorso al laser, il ragazzo toglie il piercing, l'artista si riconcilia con l'opera, il vicino torna a sorridere, il collega accetta l'altro, l'adolescente prende ad amarsi, il peccatore si redime. Ma Dottor Jekyll e Mister Hyde cammino a braccetto, dandosi il cambio. Basta un attimo e si ricomincia a vedere il bicchiere mezzo vuoto. Il corpo torna ad essere utilizzato come superficie sulla quale 'scrivere' il proprio dolore. La mutilazione si associa all'idea di liberarsi di una parte di sé sentita come persecutoria. E via con le definizioni: autolesionismo maggiore, stereotipato, superficiale/moderato, direzionale, letale, ripetitivo. Tanti nomi per descrivere un solo ed unico atto. Dallo scientifico si torna subito alla narrazione per 'principianti'. Gli autori sanno che se vogliono essere letti più che tediare devono incuriosire se non addirittura insospettire, spaventare, mettere 'sul chi va là'. Dunque non è un caso che dopo una lunga sezione enciclopedica venga raccontata la storia di Esther, una giovane che perfettamente integrata nella società, con un buon lavoro ed un uomo che la ama, in seguito ad un incidente, finisce con il maturare una passione morbosa per la propria ferita: la tormenta, la riapre, ne fa sgorgare il sangue, se ne infligge di nuove in una escalation che la conduce a compiere su di sé sanguinari rituali, facendola rimanere da sola, con un corpo straziato da continuare a straziare. L'autolesionismo come modo per 'sentirsi protagonisti attivi della propria vita, capaci di superare i propri limiti, cambiare se stessi cambiando la propria pelle. C'è poi chi considera gli atti violenti compiuti sul corpo non come sintomi di distruzione o di morte, ma, al contrario, come tentativi di ritrovare un modo per vivere: un tentativo estremo di costruire un senso, infliggendo una lesione ad una parte di sé per poter continuare ad esistere. In questa chiave, rivolgere contro se stessi alcune pratiche tipiche della tortura, non servirebbe tanto a provocare sofferenza, quanto piuttosto ad opporsi ad un'altra sofferenza. Magra, magrissima consolazione, anzi, nulla. Difficile rimanere incolumi davanti a queste pagine. L'approccio migliore sarebbe quello di leggerle 'andando oltre', senza farsi coinvolgere. Ancora meglio, se non si è di 'stomaco duro', ma facilmente impressionabili, evitare di leggerle.