Carocci editore - I carabinieri tra storia e mito 1814-1861

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I carabinieri tra storia e mito 1814-1861

Emanuele Faccenda

I carabinieri tra storia e mito 1814-1861

Edizione: 2009

Collana: Comitato di Torino per la Storia del Risorgimento Italiano (31)

ISBN: 9788843050345

  • Pagine: 384
  • Prezzo:49,00 46,55
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In breve

Il libro ricostruisce, con il ricorso a una vastissima documentazione inedita, la storia del corpo dei carabinieri nel regno sardo tra il 1814 e il 1861, sia nelle vicende già note sia nell’organizzazione e nel funzionamento quotidiani. In tale vicenda la storia procedette sin dall’inizio con la consapevole creazione del mito del carabiniere, eroe positivo e protettivo, simbolo di fedeltà alla monarchia sabauda e allo stato. Tale voluta simbiosi di storia e mito iniziò con i primi anni di vita del corpo, passò attraverso il ruolo da esso svolto durante l’insurrezione del 1821, ebbe i suoi momenti più noti in occasione dell’uccisione del carabiniere Scapaccino nei moti mazziniani del 1834 e della carica a Pastrengo nella campagna del 1848, proseguì sino alla fine del regno di Sardegna, per riprendere poi con il regno d’Italia.

Indice

Premessa
Abbreviazioni archivistiche
1. La nascita del corpo
La fondazione e il modello di riferimento/L’organizzazione e l’immagine/Gli assestamenti tra il 1814 e il 1815/I rapporti fra i carabinieri e le altre autorità/Luci, ombre e prima iconografia
2. I moti del 1821 e il corpo rifondato
Il ruolo dei carabinieri nei moti/Tra costituzionalisti e lealisti/I carabinieri nella reazione monarchica/La rifondazione guidata tra il 1821 e il 1822/Tra forza morale e forza numerica
3. Il mito di Scapaccino
La riorganizzazione carloalbertina del corpo/La spedizione mazziniana in Savoia del 1834/Nascita del mito di Scapaccino/Sviluppo e diffusione del mito
4. Il mito di Pastrengo
L’attenzione di Carlo Alberto per i carabinieri e il rilancio dell’iconografia/Il 1848 e la prima guerra d’indipendenza/La carica di Pastrengo/Sviluppo e diffusione del mito della carica
5. Da Novara all’Unità
Il 1849 dei carabinieri tra ombre e insulti/La stabilizzazione del corpo negli anni Cinquanta/Il nuovo assetto dell’arma tra il 1859 e il 1861
Indice dei nomi

Recensioni

Galasso Giuseppe, Corriere della sera, 23-08-2009

I carabinieri furono istituiti nel 1814 da Vittorio Emanuele I di Savoia sul modello della gendarmeria napoleonica, con fini di polizia e di forza dell' ordine, nonché di polizia politica, a sostegno della restaurazione postnapoleonica. Furono, però, subito designati non come un «corpo», quale erano, bensì come un' arma (ossia un comparto distinto da un certo armamento e dai relativi compiti: esercito, marina, aviazione), anzi l' Arma per eccellenza, l' Arma Benemerita, parte a sé tra le forze armate, stemperandone così l' originaria fisionomia. Mai, tuttavia, è caduta la nota politica espressa nel motto dell' Arma: «nei secoli fedele», e nella scelta della Virgo fidelis come sua patrona. Fedele, s' intende, ai Savoia (e lo si vide sotto il fascismo, quando il legame col re non fu mai posto in dubbio). Nata poi nel 1946 la Repubblica, i carabinieri hanno prodigato nel nuovo regime le doti che ne avevano illustrato l' ormai già lunga storia. Emerse allora quanto l' Arma si fosse compenetrata di una identità istituzionale e di uno stile di comportamento non comuni in Italia. E, infatti, ben poco di simile c' è stato nell' Italia unita, in cui il maresciallo dell' Arma ne è stato fin nelle più lontane periferie la presenza più diffusa, informata, riconosciuta, influente. E forse anche per ciò il recente riconoscimento formale di Arma, non più nell' uso corrente, ma in parallelo con Esercito, Marina, Aeronautica, non ha trovato obiezioni. Di una tale storia le tappe sono state ovviamente molte, e hanno visto un progressivo incremento di compiti, da quelli di guardia del re in guerra e di corpo combattente (si ricordano le prove sul campo, da Pastrengo nel 1848 a Culqualber in Etiopia nel 1941) a quelli di polizia giudiziaria e militare. E appunto le prime e meno note di queste tappe ha ora ricostruito con accuratezza Emanuele Faccenda (I carabinieri tra storia e mito. 1841-1861, Carocci, pp 382, Euro 49), mostrando come, dopo qualche incertezza iniziale, il nuovo corpo si assestasse nei suoi più durevoli tratti dal 1830, sotto Carlo Alberto, ma fermandosi anche sulla sua vita quotidiana: reclutamento, disciplina, retribuzioni, promozioni, interferenze nella vita privata dei militari (fidanzamento, matrimonio). Vi rientra anche la formazione del «mito» del carabiniere, operata, dice Faccenda, dalla dinastia e dalla nobiltà, «dai vertici dello Stato e via via sempre più dallo stesso comando dell' Arma per autocelebrazione e per spirito di corpo», mettendo in evidenza episodi variamente «modellati e diffusi» per «esaltare la figura del carabiniere e stimolarne l' esempio». E tutto ciò in tre fasi: selezione (non senza tratti di invenzione), riferimento a eventi fuori del comune (non senza travisare o sovradimensionare i fatti) e popolarizzazione. Tipico il caso del carabiniere Giovanni Battista Scapaccino, ucciso nella tentata insurrezione mazziniana in Savoia nel 1834 e subito onorato con eloquenti comunicati, una solenne cerimonia funebre, l' espressione della riconoscenza di Carlo Alberto, la medaglia d' oro alla memoria e una pensione alla famiglia. Sono procedimenti ben noti in ogni corpo politico o militare. Per i carabinieri contano ancor più per la loro parte nella vita italiana, specie dopo l' unificazione del 1861, quando Faccenda a ragione si ferma, perché inizia un altro ciclo. Un ciclo in cui l' attività dell' Arma è di molto cresciuta e il suo nesso (anche in casi discutibili) con la vita pubblica si è fatto più forte (l' invio, che Faccenda bene analizza, da parte di Cavour di carabinieri in altre parti d' Italia per agevolarne l' adesione a Casa Savoia nel plebiscito per l' unità italiana, con compiti da servizi segreti, ne fu un notevole episodio). E, dato il ruolo dell' Arma nella storia del Paese, c' è da sperare che anche i capitoli successivi di una vicenda così cospicua vengano presto scritti. Intanto, non si può fare a meno di pensare che, fuori del mito e tenendo presenti le ombre oltre che le luci, il «mito» del carabiniere abbia giocato un ruolo positivo in un Paese tanto difficile, anche per una vera vocazione a continue crisi d' identità e di memoria, com' è l' Italia; e che, se a ciò miravano i primi propugnatori del mito, è il caso di compiacersene come di un' idea fra le più congeniali e utili al Paese.