Carocci editore - Fardelli d'Italia?

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Fardelli d'Italia?

Guido Tintori

Fardelli d'Italia?

Conseguenze nazionali e transnazionali delle politiche di cittadinanza italiane

Edizione: 2009

Collana: Biblioteca di testi e studi (491)

ISBN: 9788843049776

In breve

Rispetto alla cittadinanza il nostro paese continua a privilegiare una scelta di tipo etnico: i discendenti degli emigrati possono riceverla in eredità, senza limiti generazionali. Per circa un secolo, la classe dirigente italiana ha ritenuto che tale decisione servisse a conservare i legami con il paese di origine e fosse quindi di supporto alla nostra politica estera e al nostro commercio internazionale. Il volume illustra come tale legislazione risulti invece inadeguata di fronte alle sfide poste dall’accresciuta mobilità a livello globale e alle nuove forme di cittadinanza transnazionale che ne conseguono. Oggi milioni di cittadini sudamericani sembrano avere riscoperto le proprie radici italiane e richiedono in massa il riconoscimento della cittadinanza del nostro paese. Diventano quindi evidenti le conseguenze impreviste di leggi ideate in passato e tuttora in vigore. Il libro cerca di valutare gli attuali e potenziali "fardelli" che questa legislazione può porre sulla macchina amministrativa e sulla spesa pubblica del nostro paese, sia le conseguenze su altri paesi. Cerca anche di interpretare l’impatto dell’esercizio del voto degli italiani all’estero sul sistema politico nazionale e sulle relazioni internazionali. Il libro descrive il profilo degli "italolatinoamericani": dove e quanti sono, perché richiedono il passaporto italiano e che rapporto hanno con l’identità e la cultura italiana. In allegato si trova un documentario di Ernesto Morales, regista e artista argentino, che, intervistando rifugiati e immigrati in Italia dall’Argentina tra gli anni Settanta e gli anni Duemila, evidenzia sia l’utilità della conservazione di una cittadinanza democratica, sia il trauma del distacco forzato, le difficoltà di adattamento, la persistente nostalgia degli esiliati per la patria lontana.

Indice

Prefazione di Giovanna Zincone
Introduzione. Cittadinanza transnazionale e il caso italiano
1. Cornice legislativa e ritratto quantitativo
Il quadro giuridico/Quanti e dove sono i "pronipoti" d’Italia
2. Istituzioni e cittadinanza co-etnica nel contesto nazionale
Il contesto nazionale e locale/Le politiche delle Regioni/Le ripercussioni sulle amministrazioni comunali. Il caso di Belluno/A volte ritornano?
3. Istituzioni e cittadinanza co-etnica nel contesto internazionale
Il fronte caldo sudamericano/I consolati e gli italiani "neo-riconosciuti"/Chi sono e dove vanno i "pronipoti" d’Italia/Un "fiume carsico" tra le due Americhe?/I flussi verso gli altri Stati dell’Unione Europea/Le reazioni della politica sudamericana alle naturalizzazioni di massa
4. Terzo settore, cittadini co-etnici e cittadinanza co-etnica
L’associazionismo/Un profilo dei cittadini co-etnici
5. Conclusioni. Il peso della tradizione ostacola una nuova politica della cittadinanza?
Nota sulle fonti orali
Il DVD Orizzonti e frontiere – dall’Argentina all’Italia

Recensioni

Enrico Pugliese, il manifesto, 04-09-2009
Ci stiamo avvicinando a metà legislatura e le tematiche elettorali destano scarso interesse. Eppure vorrei riprenderne una che in passato ha diviso componenti della sinistra: quella del voto degli italiani all'estero. Personalmente rivendico di essere stato tra coloro che hanno sostenuto decisamente la correttezza della concessione di questo diritto ai nostri emigranti con una sottolineatura e un preciso chiarimento. La legge sul voto degli italiani all'estero non implicava l'estensione del diritto di voto a nessuno: si è trattato solo ed esclusivamente di una modificazione del modo di esercizio di questo diritto. In effetti, grazie a questa legge, i cittadini italiani residenti all'estero - e non gli «italiani all'estero» quale che sia la loro cittadinanza - possono ora votare senza dover venire in Italia.
D'altronde le irritazioni contro la legge erano spesso basate su equivoci: in particolare la paura che milioni e milioni di persone di origine italiana (magari italo-americani, probabilmente di destra) potessero influenzare la politica italiana. Si trattava, e si tratta, di un pregiudizio altamente ingiustificato che esprimeva la mancata comprensione della realtà dell'emigrazione italiana. La presenza di cittadini italiani all'estero (votanti se ultradiciottenni) è fatta da un numero di persone - tra antichi emigranti e nuovi residenti all'estero - inferiore ai quattro milioni concentrati prevalentemente nei paesi europei, cioè in Germania, Francia, Svizzera, Belgio e Inghilterra: nei paesi dove si trovano gli emigranti italiani e i loro figli e non i figli dei figli degli emigranti, i discendenti di quelli che una volta erano italiani (come nelle Americhe).
Forse anche per questo i risultati elettorali alle ultime elezioni sono stati quelli noti: nel 2006 il Centro sinistra ha vinto grazie al voto degli italiani all'estero e l'ultima volta la circoscrizione «Estero» è stata una di quelle meno negative per la sinistra. Naturalmente, il giudizio positivo o negativo sulla legge non deve farsi discendere dall'esito elettorale. Ma certamente il risultato è una cosa che conta e serve anch'esso a smentire pregiudizi.
Qual è il problema allora? I problemi non sono mancati neanche in passato. Tutti ricorderanno le prodezze dell'On. Pallaro (senatore dell'America Latina)e i suoi continui ricatti al governo fondati sulla sua presunta capacità di rappresentare, secondo una linea altamente corporativa, gli interessi degli italiani all'estero, nella fattispecie di quelli del Sud-America (il cui numero - per i motivi che vedremo - è in continua crescita). Ed è proprio a questo proposito che suona un campanello di allarme stimolato dalla pubblicazione del libro di Guido Tintori, Fardelli d'Italia (edito da Carocci, 2009 pp 128, euro 23,50).
Il libro non è dedicato specificamente alla questione del voto bensì più in generale a quello della cittadinanza, cioè dei criteri per l'accesso e il mantenimento della cittadinanza italiana. D'altro canto per aver diritto al voto bisogna essere cittadini e la cittadinanza la si può avere e la si può perdere, la si può acquistare e la si può riacquistare. I casi infatti sono molteplici con un intrico molto complesso che rischia di ripercuotersi pesantemente sul numero degli aventi diritto al voto, sulla loro composizione e collocazione territoriale e sul loro stesso orientamento elettorale.
La situazione dell'emigrazione italiana nel mondo riflette ovviamente la sua storia. A volte con esiti migliori, a volte con esiti più problematici. Così nel caso dell'Argentina l'emigrazione di massa è durata a lungo, con una ripresa nei primi anni del dopoguerra in un contesto di crisi incipiente, alla quale sono seguiti un disastro economico e politico dietro l'altro. Sessant'anni addietro si emigrava dall'Italia in Argentina, paese ricco e sviluppato; ora si emigra in Italia dall'Argentina, paese impoverito. Anche per questo motivo, particolarmente nei casi come quello argentino, la gente ha mantenuto la cittadinanza italiana; in ciò favorita dalla pratica della doppia cittadinanza, che ha sempre tenuto alto e fatto lievitare di recente il numero dei cittadini italiani residenti in quel paese.
Ci sono poi i fatti recenti che Tintori bene illustra nel suo libro, con dovizia di dati e vasta documentazione sulla legislazione in materia di emigrazione e cittadinanza che porta al rischio, non astratto, di accesso alla cittadinanza italiana di milioni di cittadini sudamericani di lontana origine italiana. Allo stato attuale delle cose questo è possibile e si tratterebbe in buonissima parte di persone con scarsi o inesistenti legami con l'Italia, spinti a richiedere questa opportunità (una «cittadinanza di riserva») per motivi strumentali: il bisogno di cercarsi un lavoro in uno dei paesi ricchi d'Europa, e magari, alla fine in Usa. A livello individuale non vedo nulla di male in questo, ma come fenomeno di massa si pone un problema politico ed economico rappresentato anche da una spesa sterminata all'estero per le politiche di welfare (pensioni, assistenza sanitaria all'estero e non solo).
Per comprendere il fenomeno della esplosione nei neo-italiani, bisogna considerare la legislazione italiana sulla cittadinanza con particolare riferimento alla ri-acquisizione. Come il libro ben documenta, la legge di base attualmente in vigore facilita estremamente la ri-acquisizione della cittadinanza da parte di ex-cittadini italiani o la acquisizione da parte di persone di lontana origine italiana. Tutto ciò - detto per inciso - mantenendo salde le difficoltà per l'acquisto della cittadinanza da parte di immigrati stranieri residenti in Italia. D'altronde già il dettato costituzionale del 1948 conservò intatto l'impianto storico italiano per cui l'accesso alla cittadina è fondato sul diritto di sangue. Ma con la legge in vigore si è determinata una estensione «etnica» del diritto alla acquisizione della cittadinanza, che è stata inoltre potenziata da una serie di norme che hanno avuto il loro impatto soprattutto in America latina. Secondo Tintori si sta così creando soprattutto in quei paesi una categoria di neo-italiani ai quali guardano con interesse forze politica della destra anche nella prospettiva che questo possa riflettersi in scelte elettorali dettate da corporativismi e ricatti «alla Pallaro» e sulla retorica della italianità. E sui rischi delle implicazioni elettorali che già avrebbe avuto questo privilegio per i neo-italiani insiste vigorosamente nella introduzione al libro Giovanna Zincone
A mio avviso però non è opportuno legare troppo strettamente la tematica del diritto di voto ai cittadini italiani residenti all'estero con quella della legge sulla cittadinanza. L'intreccio tra le due tematiche esiste. Ma non mi pare che i motivi per cui le masse italo-sud americane si affollano a far richiesta di cittadinanza - e molte centinaia di migliaia l'hanno già ottenuta, come mostrano i dati presentati da Tintori - consistano nella aspirazione a esercitare il diritto di voto. Per me la legge che consente ai cittadini residenti all'estero di poter votare (senza prendere il treno, la nave o l'aereo) è in linea di principio una legge giusta, resa tra l'altro possibile e necessaria anche dai nuovi mezzi tecnici. Che poi ci siano stati errori di impostazione nella legge (a cominciare dalla definizione delle circoscrizioni) e che ci sia stata una marea di carenze attuative (a cominciare dalla dispersione delle schede e quant'altro) è vero e bisogna porre rimedio. Ma la questione della cittadinanza è altro.
Io non credo che i residenti italiani in Svizzera, Germania, Francia e Belgio (e anche in paesi transoceanici) non siano legittimamente interessati alle sorti politiche del paese. I miei lunghi anni di lavoro con singoli emigranti, associazioni e istituzioni mi convincono che si tratta di persone interessate eccome. È per questo che va sottolineata la distinzione tra «cittadini italiani residenti all'estero» «italiani nel mondo» (intesi come non cittadini legati affettivamente e culturalmente al paese). Anche questi ultimi sono interessati a quel che succede in Italia, ma si tratta di un interesse diverso.
A mio avviso i cittadini stranieri residenti in Italia (insomma gli immigrati) dovrebbe avere diritto al voto amministrativo, i cittadini italiani, anche se residenti all'estero dovrebbero avere diritto al voto politico. Io penso che sia giusto permettere agli immigrati in Italia (non cittadini) di votare per le amministrative nei comuni dove lavorano, vivono, soffrono, usano i servizi e pagano le tasse. Anche se trovo un po' stramba da parte della sinistra (soprattutto estrema) questa improvvisa fissazione per le tasse. Penso altresì che il dettato costituzionale secondo cui ogni cittadino italiano - a prescindere dal censo,dalle tasse che paga e dal luogo dove risiede - abbia diritto di voto politico. Perciò ritengo che bisogna migliorare la legge sul voto all'estero, non eliminarla. Il libro di Tintori - e questo è un suo principale valore - pone con urgenza la questione degli abusi. Secondo me questa questione non riguarda tanto il diritto di voto per i cittadini a pieno titolo. Non vedo in base a quale logica lo si possa negare, quali che siano i rischi di operazioni demagogiche della destra soprattutto sui neo-italiani in Sud America. La questione importante, come - ben mette in luce il libro - è in primo luogo quella dell'accesso alla cittadinanza su base etnica (giacché, dopo la prima generazione, questo è il senso del, a dir poco, negativo e ambiguo ius sanguinis). Su questo tema dovrebbero lavorare giuristi, studiosi dell'emigrazione, scienziati politici e quant'altro.
V. Pieroni, Orientamenti pedagogici, 01-02-2010

In merito alla questione «cittadinanza» l'attuale legislazione italiana, mentre per un verso si barrica dietro paure d'invasione, ostacolando il più possibile il riconoscimento dei «nuovi arrivati», al tempo stesso mantiene leggi centenarie che consentono di privilegiare una scelta decisamente etnocentrica, permettendo ai discendenti degli immigrati italiani di ricevere la cittadinanza italiana in eredità senza limiti generazionali. Recentemente la possibilità di trasmettere per generazioni la nazionalità italiana da parte di emigrati all'estero ai propri discendenti, senza nessun obbligo di residenza, è stata rafforzata con la legge del 5 febbraio 1992, n. 91. Sulla scia di questo «lasciapassare gratuito» oggi milioni di cittadini, in particolare sudamericani, riscoprono improvvisamente le proprie radici italiane e richiedono in massa il riconoscimento della cittadinanza italiana, con le conseguenze che sono facilmente intuibili. Il volume, infatti, intende illustrare e valutare gli attuali «fardelli» che una tale legislazione pone sulla macchina amministrativa e sulla spesa pubblica del Paese e come essa risulti inadeguata di fronte alle sfide poste dall'accresciuta mobilità a livello globale. Dall'indagine condotta dall' Autore su tutta una serie di dati certificati, forniti dal Ministero degli Affari Esteri, emergono conseguenze inattese e spesso indesiderate della normativa italiana su altri Paesi. Inoltre egli ipotizza per il futuro conseguenze ugualmente inattese e assai poco desiderabili per l'Italia: soltanto in Brasile sarebbero più di 10.000.000 a voler essere «riconosciuti» come cittadini italiani.

Georgiana Turculet, http://www.mpnews.it, 16-04-2010

In "Fardelli d’Italia?", libro edito da Carocci e discusso durante l’inverno in diverse conferenze a New York, Guido Tintori tratta delle conseguenze nazionali e transnazionali delle politiche di cittadinanza italiana. L’autore illustra l’accezione tradizionale italiana di stampo "nazionalistico" del concetto di cittadinanza e l’emergenza di coniugare, rispetto al mondo sempre più globale, una nuova idea di cittadinanza, più adeguata, già esistente nel bacino dei paesi liberal-democratici europei. Sono passati ormai 150 anni dall’unità d’Italia e la sfida della "nuova" nazione italiana sarà quella di rimanere coerente nei suoi principi sì nazionali, ma anche nei suoi principi liberal-democratici. Emerge dalla ricerca dello studioso Guido Tintori un’analisi che reputa fallimentari le politiche in materia di cittadinanza in Italia, come erano per altro anche le politiche nazionalistiche del periodo liberale o fascista e infine nella Repubblica, in cui è rimasta invariata la concezione di cittadinanza, ossia un criterio nazionalistico che "automatizza" la cittadinanza di discendenti italiani nel mondo senza limite generazionale, mentre in maniera sbilanciata ne viene "ostacolato" l’accesso di cittadini di altre origini. Le conseguenze risulterebbero intollerabili sotto molti aspetti. Guido Tintori ci spiega così qualìè la situazione presente in Italia in materia di cittadinanza rispetto ad altri paesi democratici europei e quali sono i meccanismi "perversi" della sua politica attuale.
Quanti e dove sono i "pronipoti" dell’Italia oggi nel mondo?
Gli ultimi dati del 2008, attestano che hanno chiesto la cittadinanza italiana per discendenza 850.900 persone negli ultimi 10 anni, ma si stima che il numero sia persino maggiore, che superi un milione. La maggior parte delle richieste di passaporti italiani proviene dall’ Argentina, Brasile e Uruguay. La stima dei potenziali italiani nel mondo, è stata di 60 milioni al 2001, ad oggi potrebbero essere anche di più per l’incremento delle nascite.
Quali potrebbero essere le conseguenze della naturalizzazione di queste masse?
La prima problematica è a carattere normativo, che tipo di idea abbiamo noi di cittadinanza e che tipo di diritti associamo alla cittadinanza. In discussione è dunque la cittadinanza civica. Io, come cittadino, sono chiamato ad alcuni diritti politici se contribuisco anche alla costruzione del paese in termini civili, economici, sociali. I diritti politici sono legati necessariamente all’appartenenza alla "fabbrica della nazione". Non vi può  essere dunque, troppo scolamento fra partecipazione politica, come votare per il destino di un paese, senza esserne oggetto delle conseguenze della mia scelta.
Quindi i diritti politici estesi all’estero sarebbero un problema?
Il problema non consiste nel fatto che votino cittadini dall’estero, ma nella legge italiana sul voto all’estero, perché interagisce con i fenomeni che descriverò in seguito. Molti paesi concedono diritti politici "esterni" a emigranti, ma l’Italia è un eccezione fra tutti i paesi. In primo luogo perché ha assegnato forme di rappresentanze specifiche alle comunità residenti all’estero: 6 senatori e 12 parlamentari. Questo è un tratto unico al mondo. Altri paesi, ad esempio la Francia, fanno confluire i voti dall’estero nel bacino generale nazionale, oppure destinano delle rappresentanze simboliche, uno o due rappresentanti, per gli emigranti oltremare. Dunque, il problema forte diventa il peso decisionale eccessivo ai rappresentanti dei cittadini all’estero, perché sia gli elettori che i rappresentanti vivono all’estero e non sono oggetto delle conseguenze delle decisioni del parlamento italiano. Il secondo problema è la natura di questi elettori, la maggior parte di coloro che prendono il passaporto italiano per discendenza - secondo quanto emerge dalle mie ricerche- non hanno nessun tipo di contatto culturale, delle istituzioni del paese, della lingua italiana, non hanno mai risieduto né spostano la residenza in Italia. Quindi la loro conoscenza della situazione politica italiana, e il loro reale interesse della situazione sull’Italia è dubbio. Eccetto il caso Argentino che descrivo nel libro come eccezionale.
Come votano i cittadini all’estero?
Loro vengono automaticamente inseriti nelle liste elettorali, mentre gli italiani come me, nati e vissuti in Italia, ma che si trovano all’estero per motivi di lavoro sono obbligati ad iscriversi con un anno di anticipo nelle liste elettorali. Io sono d’accordo che, chi deve votare dall’estero debba essergli richiesto uno sforzo maggiore, purché questa sia la condizione per tutti indistintamente. Oltre a questa differenza di trattamento degli italiani dell’Italia e i discenti di italiani, sussiste il problema procedurale: loro ricevono la scheda elettorale per posta, scheda che non si sa dove va a finire, chi vota, nessun controllo dell’autorità.
Come si presenta invece il panorama europeo rispetto alla naturalizzazione co-etnica?
La Germania ha per lungo periodo adottato una sorta di preferenza co-etnica , ma a partire degli anni 2000, le leggi sugli  accessi sono state progressivamente riformate. La Spagna ha imposto un limite fino alla terza generazione per la naturalizzazione per discendenza, che potrebbe aver senso, perché i legami con la madre patria si indeboliscono a partire dalla terza generazione in poi. È una decisione arbitraria, ma comunque pone un limite, mentre in Italia l’accesso è indiscriminato, non viene richiesto nessun tipo legame di cultura, lingua, conoscenza delle istituzioni, della storia, non c’è l’obbligo di porre la residenza in Italia nemmeno per un anno e quindi un cittadino di quarta generazione a Buenos Aires può diventare cittadino europeo prima ancora che italiano, perché è questo l’obiettivo nella maggior parte dei casi, senza spostarsi mai in Europa. Con il passaporto dell’EU possono entrare nel territorio di Schengen, aggirare le norme del permesso di lavoro in contesto europeo e questo ha delle conseguenze sulla pianificazione sulle quote di ingresso di immigrati. Inoltre si ha un peso non indifferente sul welfare.
Ci spiega meglio la questione welfare?
I giovani possono accedere all’istruzione pubblica, alla copertura sanitaria italiana ed europea. Nel contesto argentino , l’Italia garantisce alle comunità nazionali all’estero un accesso a un sistema sanitario privato di alto livello che pesa in termini considerevoli sul budget stanziato annualmente per il consolato di Buono Aires. Quindi i cittadini che hanno ottenuto il passaporto italiano per discendenza hanno accesso al sistema privato sanitario che viene pagato dal contribuente italiano. Gli individui in età pensionabile, hanno accesso alla pensione sociale che è di circa 500euro. In Argentina con il cambio 1 a 4, i 500 euro diventano più di 2000 pesos, più o meno lo stipendio che prende un professore universitario. È evidente che queste politiche , questi accessi semplici, agevolati hanno degli impatti sulle casse dello stato, sulla partecipazione politica, sui risultati delle elezioni.
Rivela nel suo libro che i "nuovi" italiani non hanno interesse di venire in Italia dopo esser diventato italiani. Cosa succede?
Nuovi problemi per quanto riguarda le relazioni internazionali, un caso particolarmente spinoso è  quello dell’ingresso negli USA di cittadini latino americani con passaporto italiano, che entrano con il visto turistico, rimangono illegalmente, appoggiandosi alle comunità latino-americane, molto consistenti specialmente in NY, Los Angeles e Miami. Si è verificato recentemente il fenomeno di passaporti italiani respinti dalle autorità americane che provengono dal Sud America proprio a causa dell’incremento esponenziale di presenze italiane di diverse origini.
Quali le conclusioni della sua ricerca?
Due sono i problemi principali. Il primo errore secondo me è legato al coltivare l’illusione che ci sia un network di comunità italiane nel mondo pronte ad attivarsi secondo gli interessi italiani. La storia insegna che non ha funzionato neanche negli anni del fascismo. Le comunità dei discendenti italiani hanno i loro legittimi obiettivi politici ed economici. Quindi l’Italia dovrebbe imparare dalla storia e calibrare le sue politiche verso le comunità italiane di discendenti all’estero, soprattutto per quello che concerne alla cittadinanza e i diritti politici. Il secondo problema grave si trova nell’atteggiamento contrario e sbilanciato nella chiusura verso gli immigrati presenti in Italia oggi. All’oggi sono più di 4 milioni i residenti stranieri in Italia, oramai da diversi decenni. Gli immigranti residenti affrontano la procedura per la cittadinanza più dura d’Europa. Analoga la situazione per le seconde generazioni, per i bambini che nascono da genitori immigrati. L’Italia non prevede una forma ius soli, di diritti alla cittadinanza per nascita, quindi loro potranno far domanda soltanto al 18 anno di età avendo una finestra brevissima di un anno e una procedura discrezionale. Questo, secondo me, caratterizza l’Italia come una nazione particolarmente etnica nella definizione della propria cittadinanza, nel panorama delle democrazie occidentali liberali.
Quali le perdite a causa della politica di preferenza etnica?
A causa della concezione etnica e difensiva dell’idea di cittadinanza, l’Italia sta perdendo talenti e risorse che già avrebbe, sta alienando una popolazione che è già presente, che già contribuisce in maniera consistente con un 10 % del Pil.  

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