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Chi ha paura del Vaticano II?

Chi ha paura del Vaticano II?

a cura di: Alberto Melloni, Giuseppe Ruggieri

Edizione: 2009

Ristampa: 2^, 2009

Collana: Sfere (45)

ISBN: 9788843048113

  • Pagine: 152
  • Prezzo:16,50 15,68
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In breve

« Pronunzio innanzi a voi certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione: di un Sinodo diocesano per l’Urbe e di un concilio generale per la Chiesa universale.» Con queste parole, pronunciate a Roma durante un discorso di fronte a un gruppo di cardinali nella basilica romana di San Paolo fuori le mura, Giovanni XXIII annunciava la sua decisione di convocare un nuovo concilio il 25 gennaio 1959. Ma nei cinquant’anni che si separano da quell’annuncio, e in particolare dall’elezione al soglio pontificio di Joseph Ratzinger, le sorti di quell’evento epocale, il suo “fondo", sono stati oggetto a più riprese di un aspro dibattito. E viene da chiedersi se sia il Vaticano II lo stile con cui la Chiesa vuole ancora porsi innanzi alla modernità. E da che parte stiano Benedetto XVI e le gerarchie vaticane. Siamo in presenza dell’ammutinamento dell’ammiraglio o della ciurma? di entrambi o di nessuno?
Un gruppo di studiosi di fama internazionale, italiani o stranieri, s’interroga senza reticenze sul tema scottante del concilio Vaticano II e sul futuro nel seno stesso della Chiesa e della comunità dei credenti in un libro denso di riflessioni e provocazioni.

Indice

Introduzione di Giuseppe Ruggieri e Alberto Melloni
1. Ricezione e interpretazioni del Vaticano II. Le ragioni di un dibattito di Giuseppe Ruggieri
2. Nodi ermeneutici dei dibattiti sulla storia del Vaticano II di Cristoph Theobald
3. Benedetto XVI e l’interpretazione del Vaticano II di Joseph A. Komonchak
4. Il “testo". Un complemento all’ermeneutica del Vaticano II di Peter Hunermann
5. Breve guida ai giudizi sul Vaticano II di Alberto Melloni
Indice dei nomi

Recensioni

Simonetta Fiori, la Repubblica, 21-01-2009
Chi ha paura del Concilio Vaticano II? A cinquant’anni esatti dall’annuncio di Giovanni XXIII, lo storico Alberto Melloni e il teologo Giuseppe Ruggieri si misurano con una domanda che non è retorica. La paura sollevata dal Vaticano II, spieganno nel volume collettaneo in uscita da Carocci, ha una lunga storia. Nacque in coincidenza con lo stesso annuncio, accolto il 25 gennaio del 1959 con l’"impressionante e devoto silenzio" dei cardinali. Continuò per tutta la durata delle celebrazioni, manifestandosi attraverso "un’ostruzionismo metodico" alle direttive papali. Persiste oggi, mezzo secolo dopo, tra i nostalgici del vecchio regime, che non casualmente attaccano l’opera che l’ha meglio raccontato, la Storia di Giuseppe Alberigo, lo studioso recentemente scomparso (Chi ha paura del Vaticano II?, con saggi di Peter Hunermann, Joseph A. Komonchak, Cristoph Theobald, pagg. 152, euro 16.50).
Quel che fa paura, dicono i due studiosi, è la novità. Allora come oggi. Allora la novità era incarnata dallo stesso pontefice, "un semplice cristiano capace di toccare il cuore della gente", incline a sostituire "la severità" con la “medicina della misericordia". E la novità era rappresentata anche da una visione della Chiesa no più “organizzazione gerarchica di diseguali" ma “comunione di eguali in dignità". E oggi, cosa fa più paura? «Non è un caso, sostiene Melloni, «che il punctum dolens sia ancora la liturgia cioè il punto dal quale il Concilio cominciò, disincrostando il culto divino dalle superfetazioni devozionali, dal sentimentalismo e soprattutto dall’idea che la celebrazione potesse ridursi a teatro nel quale alcuni assistono e altri partecipano». La liturgia in sostanza cessò d’essere “rito della separazione castale", diventando “esperienza e atto comune" che regola l’intera vita della comunità. « Per questo ancora oggi la liturgia è il discrimine vero, anche dentro la Chiesa, tra due modi di vivere l’esperienza cristiana. Da una parte la Chiesa più movimentista, di piccoli gruppi di persone che si scelgono, ispirate dal carisma di un fondatore, persuase della propria qualità superiore: celebrano la messa ma non si definiscono a partire da lì, ma da ciò che fanno e come lo fanno. Dall’altro c’è il grosso delle comunità cristiane, che vivono nell’anonimato della vita parrocchiale, curate da preti che non fanno carriera e nessuno chiamerà mai in TV». Questo è il grande corpo ecclesiale che il Concilio voleva rivitalizzare, «molto più somigliante alle turbe dei peccatori nelle quali Gesù si mimetizzava».
Oggi la paura del Concilio si annida in chi crede si debba riportare indietro l’orologio della storia. Riproporlo con forza significa dunque invocare un rinnovamento della Chiesa, ossia la capacità di parlare all’oggi, “alla storia che c’è, non a quella che c’era". Il Vaticano II questo l’ha fatto. L’ha fatto così bene, sostengono i curatori del volume, che rimane lì cinquant’anni dopo, a misurare la Chiesa di oggi: i suoi desideri e le sue paure. Non è un caso che fioriscano nel paese anche “iniziative del basso", come l’università popolare promossa da Luigi Pedrazzi, storico fondatore del Mulino, proprio per riproporre la parola di papa Roncalli nelle case: letture e discussioni all’interno di abitazioni private per conoscere meglio quel pontefice che rinunciò all’istituto dell’anatema, anche questa scandalosa novità.
Gli oppositori di papa Giovanni confidarono in un concilio che riassumesse tutte condanne — condanna del comunismo, del liberalismo, dell’evoluzionismo, del modernismo, del socialismo. Mentre il pontefice impone un concilio di tipo nuovo, che non pronuncia nessun anatema. E costringe a ripensare il modo in cui dire il Vangelo agli uomini contemporanei, interrompendo una routine nella quale ci si era appisolati.
«Mezzo secolo dopo», sintetizza Melloni, «c’è chi avrebbe voglia di una pennichella, ossia limitarsi a dire ripetuti “no" e impegnarsi nel comunicare il Vangelo come Vangelo».
Quel Vaticano II è ancora lo “stile" con cui le attuali gerarchie vogliono misurarsi con la modernità? «"Stile" è la parola chiave: c’è una grande opera di Christoph Theobald, un gesuita di Parigi, che insite sul valore di questa espressione, lo stile appunto, che spiega perché non tutti — e nemmeno tutte le forme della Chiesa che si trovano nella storia — sappiano esprimere con la stessa forza l’eloquenza del Vangelo».
Tonino Bucci, Liberazione, 27-01-2009
Per alcuni è stata la grande occasione perduta, la rivoluzione fallita. Per altri, soltanto uno sbuffo di Satana insinuatosi nella Chiesa per qualche fessura, un cedimento alla modernità, un atto di apostasia. Il Concilio Vaticano II ha messo paura, ne mette ancora, tanto che la Chiesa continua a dibattere se gli accenti vadano messi sul carattere evento e di discontinuità di quella svolta oppure sulla continuità con la Tradizione. Lo stesso pontificato di Benedetto XVI ha riaperto, più che risolto, l’inquietudine della Chiesa postconciliare. La revoca della scomunica a quattro vescovi lefebvriani di pochi giorni fa non chiude il discorso. Ma l’occasione è di quelle buone per tracciare un bilancio sul rapporto di questo Papa con la svolta conciliare sulla linea interpretativa adottata. È ancora immaginabile che questo sarà il Pontefice in grado di realizzare l’unità nel pluralismo interno alla Chiesa? Cosa resta delle aspettative suscitò all’inizio del suo pontificato quando ricevette a Calstelgandolfo tanto Bernard Fellay - il successore di Lefebvre a capo della di Econe - quanto il teologo conciliare Hans Kung? Non molto a giudicare dai passi fin qui compiuti in direzione dei tradizionalisti. Non è solo la riabilitazione dei lefebvriani in gioco, ma anche l’accettazione di pratiche care agli anticonciliaristi, dal ritorno in auge di liturgie del passato e della messa in latino alla ricollocazione del Concilio in un continuismo senza storia a tutto svantaggio delle cesure e delle svolte che esso rappresentò. Chi ha paura del Vaticano II titola un volume di diversi autori, curato da Alberto Melloni e Giuseppe Ruggieri il primo docente di storia del Cristianesimo all’università di Modena-Reggio Emilia e direttore della Fondazione Giovanni XXIII di Bologna, il secondo docente di teologia fondamentale nello Studio teologico di Catania, nonché direttore della rivista "Cristianesimo nella storia". Il libro (Carocci, pp. 152, euro 16,50) dà prova di grande attualità, non solo per il cinquantenario dalla convocazione del concilio, ma anche per la coincidenza con la revoca della scomunica ai lefebvriani - atto, anche questo, legato alla ricorrenza. La tesi centrale è che il concilio non sia né un’occasione perduta, né un evento chiuso nel suo passato. "È stata ed è una realtà dinamica, come accade ai grandi concili e ai concili che proprio per questo si qualificano come maggiori: perché sfuggono alle categorie tese ad afferrarli", scrive Alberto Melloni al quale abbiamo chiesto di commentare le scelte di Benedetto XVI.
Agli inizi del suo pontificato Benedetto XVI invitava il teologo conciliare Hans Kung. Ora, invece, revoca la scomunica ai lefebvriani. Torna il primato della tradizione a svantaggio della rottura del Concilio? È un giudizio troppo netto?
Le posizioni di Ratzinger sul Vaticano II sono stabili ormai da tanto tempo, fondamentalmente dalla fine del concilio. Nel discorso alla Curia del 2005 che fece tanto rumore, Benedetto XVI sollevò una polemica sullo svolgimento del post-concilio. Ma non era una novità. E’ un rapporto tormentato col tema dell’emeneutica conciliare, cioè col problema di come si leggono le novità fattuali del concilio rispetto a un’idea ecclesiologica per lui molto importante - della permanenza e dell’immutabilità del soggetto-chiesa. È chiaro che la questione è molto più facile dalla prospettiva di uno storico che non da quello di un teologo. Dal punto di vista storico in ogni evento, figurarsi in un concilio, esistono elementi di continuità e di discontinuità. Il vero problema dopo questo atto di revoca della scomunica di pochi giorni fa è di dove il desiderio di chiudere lo scisma con i lefebvriani sta portando la Chiesa di Roma. Dal sostegno molto condizionato che monsignor Fellay e i suoi seguaci hanno offerto al Papa si ha come l’impressione che si voglia mettere tra parentesi il Vaticano II, che si dica che il cattolicesimo può essere tale anche senza il concilio. Secondo me questa è una prospettiva nella quale difficilmente la Chiesa si può riconoscere.
Prevale la linea "continuista" con tanto di annacquamento delle censure. D’altra parte, anche questa rottura con la Tradizione di cui i lefebvriani hanno accusato i conciliarismi, viene articolata nel libro. È proprio netto il taglio con la tradizione del Vaticano II?
Il motivo interessante contenuto nel volume è l’affermazione di un dato molto noto dal punto di vista storico e teologico. Vale la pena ricordarlo. Ogni volta che nella Chiesa si consuma una svolta, questa è fatta per essere fedeli alla Tradizione, non per allontanarsene. E’ curioso, perché in fondo l’accusa di "continuismo" era ai tempi del concilio di Trento l’accusa regina dei protestanti. Ai cattolici si rimproverava di aver fatto un concilio ma per riproporre la stessa zuppa. La polemica dei protestanti stava nel dire che la Chiesa cattolica non era capace di una riforma nella permanenza del suo soggetto. Invece lo sforzo di Trento e del Vaticano II è stato esattamente il contrario, cioè di fare i cambiamenti che erano necessari perché la Chiesa conservasse e la sua fedeltà al Vangelo e all’atto di fede. Qui si collocano le cose che oggi vediamo con preoccupazione, soprattutto che in questo atto di grazia compiuto dal Papa si possa nascondere  — non da parte di chi lo riceve — un tentativo di legittimare cose inaccettabili come il rifiuto della libertà religiosa e, addirittura, l’antisemitismo.
Il concilio aveva a che fare con il suo tempo, con gli anni '60. In questo senso appartiene al passato. Voi, autori del libro, ne sostenete l’attualità. Cosa può insegnare alla Chiesa soprattutto riguardo al suo rapporto con la modernità?
Bisogna smetterla con la favola che gli anni Sessanta erano facili. La calce del Muro di berlino era ancora fresca, la decolonizzazione rappresentava il motivo principale delle guerre in quel momento combattute, in Vietnam cominciava il conflitto e la minaccia nucleare incombeva sul mondo. Non è che noi siamo proprio la generazione più sfortunata degli ultimi due secoli. L'aspetto più rilevante del concilio, secondo me, non è questo o quel tema che riguardasse la modernizzazione dei linguaggi o della dottrina, ma il fatto che la Chiesa si rendesse conto che dentro la sfida della modernità ci sono una quantità di rischi e pericoli da essa ritenuti inaccettabili, ma anche grandi occasioni. In quel tempo venivano avanti la richiesta di indipendenza dei paesi sotto dominio coloniale, le aspirazioni dei giovani, l’emancipazione delle donne e così via. Ci si rende conto che in questo grande cesto della modernità che la Chiesa riteneva fino ad allora pieno di cose impure, c'erano anche tante altre cose che corroboravano l'aspirazione alla pace del Vangelo. È l'aspetto che più d'ogni altro ha restituito alla Chiesa cattolica del secondo Novecento un'autorevolezza e una credibilità che vanno ben oltre i suoi confini. Questo le ha permesso in vari momenti — l'ultimo, l'opposizione di Wojtyla alla guerra di Bush — di parlare a milioni di persone in tutto il mondo al di là di tutti i confini culturali e religiosi possibili.
La Chiesa conciliare faceva un investimento sul proprio tempo. Lo viveva non solo come foriero di minacce, ma anche come carico di energie creative. Nel pontificato di Benedetto XVI pare, invece, che prevalga una dimensione catastrofica come se la modernità, abbandonata a se stessa, non lasciasse spazio a speranze. È giusto?
C’è sempre una tentazione che in Italia, per ragioni di prossimità, è più forte che in altri paesi, cioè che l’immaginare che Chiesa e Papa coincidano. Come se gli stati d’animo del Papa costituissero tutto ciò che la Chiesa è. Fra i due poli, fra la vastità del cattolicesimo-gerarchico e non gerarchico, vescovi e laici inclusi, da un lato, e il centro del suo governo romano dall’altro, esistono sempre e comunque scambi e tensioni. Nel pontificato di Benedetto XVI ci sono senz'altro elementi di durezza rispetto alla modernità, ma ci sono anche elementi di grande indulgenza nei confronti di essa. A me colpisce la differenza con Paolo VI il quale si trovò in molte circostanze in un mondo le cui tendenze progressiste o rivoluzionarie avevano un grande credito pubblico. Per questo dovette varie volte agire in contropiede rispetto alla realtà culturale. Il pontificato di Benedetto XVI, invece, si è aperto in un mondo in cui prevale il conservatorismo. Molti suoi atteggiamenti vanno nel senso di una condiscendenza con il clima del mondo contemporaneo. Nella messa in Vaticano con il presidente Bush che al momento era l’uomo più potente — l'uomo che aveva mancato di rispetto al suo predecessore Giovanni Paolo II — il comportamento di Benedetto XVI è stato molto condiscendente, dovuto a una sintonia culturale e politica tra i due.
Il concilio Vaticano II resta ancora aperto nonostante quel che possa pensarne Benedetto XVI?
È avvenuto anche per i grandi concili del passato le cui conseguenze decisive continuavano a essere ignorate anche a decenni di distanza. Non mi meraviglia che oggi il Vaticano II sia oggetto di discussione. È un segno che la sua fecondità dura nel tempo e durerà finché un altro concilio non richiamerà la comunità della Chiesa a riflettere su stessa. La sua vitalità non è tanto quella di un ipotetico seme che deve germogliare, ma quella di un lievito che oggi fermenta la pasta della Chiesa. Paradossalmente quando i lefebvriani oggi vengono riammessi, usano un primato della misericordia che è esattamente un portato del Vaticano II. Nella Chiesa che loro rimpiangono sarebbero stati polverizzati. Sono come gli antidemocratici che si godono la democrazia.
Emma Fattorini, il sole 24 ore, 01-02-2009
Il Concilio Vaticano II ha rappresentato una svolta, un nuovo inizio o un rinnovamento nella continuità? Non è stato sufficientemente applicato o si era spinto troppo avanti? Già questi termini, questi paradigmi bipolari rimandano a un dibattito datato nel senso che allude alle idee di “progresso", innovazione e cambiamento, concetti che, nella cultura degli anni Sessanta, rivestivano un’accezione univocamente “positiva". Che poi sia in atto una difficile traduzione del migliore spirito conciliare, quando non un suo misconoscimento, non mi pare ci siano ormai più dubbi.
Il cardinal Suenens, propugnatore del troppo avanzato catechismo olandese, già nel 1969 denunciava i ritardi nell’attuazione del Concilio; parlava di “un concilio ambiguo", più ricco nelle sue affermazioni implicite di quanto non lo fosse in quelle dichiarate nei suoi testi. Insomma un Concilio in germe, in fieri, che rimanda a un altro terzo concilio da farsi. All’opposto c’era il cardinal Siri che lo definiva “un quarto d’ora di follia di Giovanni XXIII", che giudicava “onestissima la battaglia di Lefebvre" e che tanto si adoperò per riconciliarlo con Roma. Il punto teologico a più voci viene riproposto in questi giorni da A. Melloni e G. Ruggeri, Chi ha paura del Concilio, per “Le sfere" di Carocci, una collana che presenta spesso titoli molto interessanti. Qualche anno fa la scuola di Giuseppe Alberigo fu oggetto di critiche molto aspre da parte di Monsignor Agostino Marchetto che contestava la lettura a suo dire quasi palingenetica del Concilio fatta dalla scuola di Bologna. È certo che gli sforzi di Paolo VI per farne un rinnovamento nel solco della tradizione non stemperarono mai del tutto gli “opposti estremismi". Chi tentò, e in gran parte riuscì, a sciogliere una lettura così bipolare fu Wotjtyla, che rilanciò il Concilio già nel suo primo messaggio al mondo, il 17 ottobre 1978, definendolo “tra militare nella storia bimillenaria della Chiesa" e proponendosi di promuoverne “la più esatta esecuzione delle norme e degli orientamenti". Nella lettera apostolica Tertio millennio adveniente del novembre 1994 e nel Giubileo del Duemila lo considera come la porta, la via maestra per chiudere il secolo dei totalitarismi, in nome del pentimento: “tutto il mondo ha bisogno di purificazione, ha bisogno di conservazione", una contrizione cui la chiesa invita tutte le religioni, in quello spirito di rinnovato ecumenismo che sarà la sua cifra, il suo “stile" conciliare. Giovanni Paolo II si impegna a neutralizzare i due schieramenti post-conciliari, quello progressista e quello conservatore, definizioni che con lui perdono il significato perché ancora nella logica dell’adeguamento o dell’opposizione alla modernità. Mentre lui, il papa di ogni “post" e che incita a non avere paura, colloca la religione e la chiesa nel cuore stesso della modernità, non più un fenomeno residuale, da proteggere o da esorcizzare, ma la sua anima più vitale e carismatica.
Incarnando intransigenza e modernità, Wotjtyla interpreta il protagonismo laicale auspicato dal Concilio, rompendo la separazione tra èlite e popolo di Dio, tra pietà popolare e cultura alta: in nome dell’identità i cattolici si sono presentati così più baldanzosi nel mondo. Ma così facendo il pontificato di Wotjtyla ha posto le premesse di un progressivo esautoramento delle spinte conciliari o ha, invece, rinvigorito una cattolicità esangue, fornendole un orgoglio identitario? Questo è il vero interrogativo: per ripensare il Concilio occorre ripartire dal pontificato di Wotjtyla, sempre più rimosso, invece nelle roventi polemiche tra restauratori e conciliarismi.
Lo fece in termini positivi Andrea Ricciardi (Roma-Bari 2002) e, all’opposto, molto criticamente Daniele Menozzi, (Brescia 2006). Una posizione la sua che, secondo Alberto Melloni (Papa Giovanni, Einaudi 2008), non vedrebbe neppure nel Concilio l’accettazione
della modernità da parte della chiesa, sostanzialmente sempre preda del modello intransigente. In fondo un’ennesima variante del giudizio del famoso gesuita francese padre Roquette, che ha coniato il mystère Roncalli, una sorta di escamotage per dare conto dell’enigma di un papa che resta cristiano sul soglio di Pietro, così tradizionalista da essere quasi un idealtipo del vescovo tridentino eppure, insieme così toccato dal demone modernista.
La disamina storicamente più fondata del pontificato di Wotjtyla, della sua comunità e discontinuità con il Concilio resta l’ultimo libro di Giovanni Miccoli, In difesa della fede. La chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (Milano 2002). Miccoli definisce con acutezza lo spirito conciliare di Paolo VI: il Concilio come un rinnovamento nella tradizione, in una accezione molto più interiore rispetto alle “trasformazioni esteriori". Un Concilio non dunque sulla scia “delle forme e dello spirito della riforma protestante", ma piuttosto di “quel rinnovamento morale, personale e interiore", di cui è difficile non scorgere il grande bisogno della chiesa di oggi.
Brunella Schisa, il venerdì di Repubblica, 13-02-2009
La straordinaria apertura al mondo che il Vaticano II rappresentò per la Chiesa  è a repentaglio. Cinque studiosi italiani e stranieri analizzano quei risultati, discutono le attuali condizioni, interpretano alla luce del presente un possibile futuro.
Marco Burini, Il Foglio, 17-02-2009
Una chiesa paurosa, che ha paura o fa paura. O entrambe le cose. Vulnerabile e invadente, terribile perché spaventata  e viceversa. Comunque protagonista dell’agenda pubblica, tra dossier lefebvriani e caso Englaro. Le analisi si sprecano e quasi tutte chiamano in causa il Concilio Vaticano II. La gerarchia l’ha evocato nei giorni scorsi come pegno di incrollabile amicizia nei confronti degli ebrei. Alcuni commentatori, invece, lo impugnano come argomento polemico: dov’è finita la chiesa del concilio che aveva smesso di temere il mondo e di fare paura al mondo, che aveva finalmente rigettato il truce dogmatismo dei concili precedenti in favore di una pacifica testimonianza evangelica? Con lo stesso tono emotivo è intitolato un saggio a più voci, "Chi ha paura del Vaticano II?", appena da Carocci, a cura di Alberto Melloni e Giuseppe Ruggeri. Dietro la domanda a effetto, in realtà, il lavoro di un'équipe distudiosi che, a cinquant’anni dall’annuncio di Giovanni XXIII, si esercita sulla ricezione e interpretazione del concilio nella chiesa.
Il gesuita francese Christoph Theobald mette in luce i nodi ermeneutici che emergono dalla storia dei Vaticano II mentre il teologo tedesco Peter Hunermann discetta sulla qualità dei testi conciliari. Non è soltanto roba per addetti ai lavori, anzi il destinatario numero uno è Joseph Ratzingear alias Benedetto XVI, ovvero il giovane brillante perito conciliare (teologo di fiducia del cardinal Frings) oggi divenuta Papa, chiamato a rendere conto di un revisionismo che lo storico Melloni e il teologo Ruggieri, allievi e prosecutori dell’opera di Giuseppe Alberigo alla Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna, faticano a digerire; nel libro se ne occupa in particolare l’americano Joseph A. Komonchak che rilegge il discorso di Benedetto XVI alla curia romana del 22 dicembre 2005 in cui il Papa contrappone due schemi di lettura: il concilio come discontinuità (fuorviante) e come riforma (pertinente). II destinatario numero due è il cardinale Camillo Ruini, ormai in pensione, ma evidentemente ancora ben saldo nell’immaginario della comunità intellettuale italiana, cattolica e laica: l’ex presidente della Conferenza episcopale italiana è reo di aver benedetto a suo tempo la controstoria di monsignor Agostino Marchetto, scritta in aperta polemica con la monumentale "Storia del Concilio Vaticano II" di Alberigo e soci e pubblicizzata dal vaticanista dell’Espresso Sandro Magister, altro interlocutore polemico del saggio.
La posta in gioco è alta - l’identità della chiesa postconciliare - e i polemisti non conoscono mezze misure. Secondo Melloni e colleghi nel cattolicesimo contemporaneo c’è una paura palpabile nei confronti del concilio, una paura che non va esorcizzata a partire dal suo carattere di "novità". "Ogni concilio è nuovo, giacché è chiamato a rendere eloquente la forza del Vangelo in una con giuntura della storia nuova, mai ad altro. Ma nel Vaticano II i segni della novità apparvero desueti, proprio perché rimandavano a cose antiche, da tempo dimenticate". I tradizionalisti temono la tradizione che non riconosce nel Vaticano II, indetto da un pastore tridentino come Giovanni XXIII e in cui pure "ci si riabituava allo sguardo ampio sulla vastità della Tradizione e delle Tradizioni" (liturgiche, ecclesiali, teologiche, esegetiche); ma è il "registro nuovo" in cui viene trasmessa la tradizione che farebbe paura anche oggi. Il punto se il concilio come tale è capace di rispondere alla sfida del tempo", rilancia Melloni che non vuole disquisire per l’ennesima volta sullo spirito e sulla lettera, elenca i riduzionismi delle opposte fazioni accomunate nel discontento (chi ritiene che il concilio si sia spinto troppo il là e chi ritiene che sia rimasto al di qua del guado) e intende superare" il disagio di tutte le impazienze e il bisogno di essere counter-cultural- sia in senso "progressista", sia in senso "conservatore" - in una società già di suo incline alle polarizzazioni". Eppure dietro le raffinate esegesi dei testi del Vaticano II, la loro genesi sofferta e la loro portata effettiva, affiora continuamente nel libro l’ansia davanti alla "nuova glaciazione del cattolicesimo" che avrebbe inaridito i frutti della primavera conciliare. D’altronde Melloni lo ha chiarito nei giorni scorsi intervenendo su questo giornale: "Dio ci scampi da una chiesa che continui a pensare che la quantità di paura che riesce a fare alla politica sia la misura della sua grandezza. Ci mancherebbe altro che la chiesa scegliesse di andare a immolarsi sul tema della biopolitica rinunciando alla sua capacità di eloquenza evangelica". Uno "scenario squisitamente ruiniano" (ancora lui, fantasma amletico) da scongiurare a tutti i costi, pena lo smarrimento dell’eredità conciliare, mai così fragile anche o forse soprattutto per la "reticenza complessiva del magistero ratzingeriano verso il Vaticano II, di cui il tempo fornisce continuamente nuove prove".
Con molta analisi storica, un pizzico di teologia e dosi generose di polemica giornalistica Melloni e soci reagiscono come sentinelle lasciate sole a presidiare la fortezza conciliare (chissà cosa ne pensano del don Giussani precursore del concilio appena tratteggiato da Massimo Camisasca); traspare in loro un sentimento di forte dedizione alla causa affidata loro da spiegata da Alberigo (c’è un altro padre fondatore della scuola di Bologna, Paolo Prodi, che da tempo ha preso altre strade). Questa apologetica del concilio è sostenuta da una base teologica, la "sacramentalità dell’altro", istruita nelle sue opere da Ruggieri. È dai tempi del Vaticano II che "l’altro è entrato a casa nostra" e la chiesa deve trarne le dovute conseguenze, sostiene "l’unico teologo che il Papa teme" come lo ha definito una volta Melloni (il registro emotivo è ricorrente). Ma la "sacramentalità dell’altro" è una formula piuttosto oscura o forse fin troppo chiara, già criticata da un illustre collega come Pierangelo Sequeri. Melloni invece polemizza con un altro teologo della scuola milanese, Giuseppe Angelini, secondo il quale i padri conciliari "non disponevano di categorie di pensiero idonee a interpretare il rapido mutamento culturale che già in quegli anni si stava producendo".
"Secondo Angelini il concilio non avrebbe funzionato perché non aveva l’idea di cultura elaborata dalla facoltà teologica di Milano" (nata, si badi bene, nel postconcilio), ribatte sarcastico Melloni, che però deve fare i conti con un’altra annotazione di Angelini che ci riporta all’inizio del ragionamento. Secondo il teologo milanese, il "regime della diretta" in cui si svolse il Vaticano II approfondimenti teorici e pastorali: "La preoccupazione futile di padri conciliari e periti di avere udienza e consenso presso i media avrebbe indotto ad afferrnazioni semplificanti, le quali prospettavano di fatto una incauta abdicazione alla verità evangelica per amore di consenso". Osservazione non banali. Il rapporto tra chiesa e informazione probabilmente non è stato lineare nemmeno ai tempi del concilio, e certo non lo è oggi. La chiesa paurosa, che ha paura o fa paura, è una maschera primordiale che scolora facilmente in caricatura nei palinsesti. Per fortuna, anche in tv ci sono felici eccezioni come documenta lo speciale sul concilio di Aldo Maria Valli andato in onda domenica sera (di notte, in realtà) su Raiuno: un racconto misurato in cui si dà voce a Ratzinger e Kung, Scola e Bettazzi, Martini e Tettamanzi, lo stesso Melloni e un altro storico, Morozzo della Rocca, mentre scorrono le immagini in bianco e nero della basilica di San Pietro gremita di vescovi. Ne vien fuori una realtà viva, complicata e anche contraddittoria, ma non in maschera. Tantomeno quella della paura.
 
Roberto Corsi, Corriere fiorentino, 11-03-2009
Alcuni hanno visto nel Concilio Ecumenico Vaticano II una svolta epocale, quasi un anno zero per la Chiesa. Qualche altro, come Divo Barsotti, riteneva che l’evento «aveva solo messo delle virgole ai discorso continuo della tradizione». Nel 1972 Paolo VI si chiedeva se da qualche fessura fosse entrato nella Chiesa il «fumo di Satana». Benedetto XVI, allora giovane teologo e perito conciliare, ha recentemento tolto la scomunica ai vescovi lefebvriani, che del concilio non vogliono sapere, rinfocolando antiche polemiche. Le problematiche legate all’interpretazione del Concilio Vaticano II sono dunque di stringente attualità. Alberto Melloni, docente universitario, punto di riferimento dell’area dossettiana e collaboratore del Corriere della Sera, affronta la questione in un recente libro con il teologo Giuseppe Ruggieri (Chi ha paura del Vaticano II? - Carocci editore). Si chiede se il modo di porsi della Chiesa oggi di fronte alla modernità sia quello conciliare. La sua risposta è nel conferire connotati retorici alla domanda.
[…]
A 50 anni di distanza, Melloni offre una ricostruzione di quanto accaduto, senza però negare al lettore le sensazioni legate a quel clima. Si ripropone la «medicina della misericordia», diffidando dai «profeti di sventura». Senza sottacere il dubbio che si possa ridurre il pontificato giovanneo ad un ottimismo gaio che non fa i conti con le inquietudini tipiche della modernità che, come la lupa dantesca, dopo il pasto ha più fame che prima.
Filippo Gentiloni, il Manifesto, 05-04-2009
La crisi che sta investendo i vertici cattolici non accenna ad esaurirsi, tutt’altro. Le critiche continuano e partono non da un limitato e piccolo dissenso, come era già avvenuto più volte: ora coinvolgono laghi settori anche di cattolici, compresi addirittura alcuni episcopati.
I temi sono ormai noti, e vanno dalla riconciliazione con i lefebvriani alla rigidità nei confronti del caso Englaro, del testamento biologico e anche del preservativo. Il risultato è un cattolicesimo spaccato, che si interroga sul futuro e guardando spesso e volentieri al passato. Il passato è soprattutto il Concilio Vaticano II. Ha fatto scalpore un libro appena uscito, con due firme molto note ed autorevoli nel mondo cattolico Alberto Melloni e Giuseppe Ruggeri: «Chi ha paura del Vaticano II?» (Carocci). Due le principali interpretazioni che si intrecciano in questo volume e in molti altri interventi: la prima sostiene che il Vaticano II è in piena attuazione, anche se lenta e difficile; la seconda sostiene, invece, che è stato sostanzialmente tradito. La prima interpretazione, ovviamente, quella del papa attuale. Ma non pochi sostengono, logicamente, di non perdere tempo sul passato. Fra gli altri Marcello Vigli: «L’appello ad un Vaticano III è velleitario quando il Vaticano II è ancora tutto da attuale. Rischia, per di più, di essere controproducente perché sarà preparato da questa Curia fatta furba, ovviamente, dalla sconfitta subita all’avvio del Vaticano II e non condizionata dal carisma di papa Giovanni» (Adista).
Forse sarebbe utile discutere, più che sulla possibilità di un altro concilio ecumenico, sulle vicende storiche, politiche, religiose, che hanno caratterizzato i recenti decenni e hanno messo in crisi la dirigenza vaticana. Sarebbe bene discutere sulle vicende politiche mondiali e sulle loro conseguenze sul cattolicesimo, compresa la fine del comunismo e di quella speranza cattolica che è stata rappresentata, in America Latina e altrove, dalla Teologia della liberazione.
Forse per superare la crisi è necessario più che di un altro concilio, di un altro pontificato.
Maurizio Schoepflin, Letture, 01-05-2009
Chi ha paura del Vaticano Il? Se lo chiedono vari studiosi in un volume che ha per titolo proprio quell’interrogativo e che è stato curato per l’editore Carocci (pagg. 152, euro 16,50) da Alberto Melloni e Giuseppe Ruggieri, i quali, nell’Introduzione, sostengono che a non comprendere a temere il Concilio sono, per un verso, coloro che si lasciano dominare dalla nostalgia per il vecchio modello imperniato sul concetto di "continuità della Tradizione"; per un altro, i paladini dei tempi nuovi, a giudizio dei quali il Concilio appartiene irrimediabilmente al passato.
Per ciò che riguarda la Tradizione, Melloni e Ruggieri insistono nel distinguerla dalla semplice ripetizione mentre a quanti considerano il Vaticano II un evento ormai datato, ricordano che esso ha messo in moto energie che, lungi dall’essersi esaurite permettono ancora oggi alla Chiesa di proclamare la perenne vitalità del Vangelo.
Non casualmente, Melloni termina il suo intervento, posto alla conclusione del libro, affermando che il Concilio «è il domani della Chiesa nella comunione delle chiese - qualunque sia quel futuro – come conviene ai grandi concili, che sono al tempo stesso contemporanei del proprio tempo, della traditio e del futuro». Non è possibile parlare del Vaticano II senza fare riferimento alla figura e all’opera di Giovanni XXII che quell’assise volle e convocò: lo sa bene Alberto Melloni, che di papa Roncalli è un attento studioso e convinto ammiratore. […]
A.L., Reset, 01-06-2009
Perché suscitò «impressionante e devoto silenzio» tra i cardinali l’annuncio - è più di cinquant’anni - di un nuovo concilio, il Vaticano II? E, soprattutto, perché fa ancora paura un evento fondamentale per la Chiesa contemporanea che dista appunto più di mezzo secolo da noi? «Ciò che fece e che fa paura fu la "novità"?» spiegano Giuseppe Ruggieri e Alberto Melloni nell’introduzione al volumetto uscito qualche mese fa che celebra e al tempo stesso s’interroga intorno all’eredità di quel grandioso evento voluto da Papa Roncalli. Tutti i concili marcano una diversità rispetto alla tradizione, «ma nel Vaticano II - notano i due curatori -i segni della novità apparvero desueti, proprio perché rimandavano a cose antiche, da tempo dimenticate». Concetti come pace, misericordia, amicizia, rinuncia alle condanne, furono la bandiera di Giovanni XXIII e di tutti coloro che in seguito furono considerati i «progressisti», a torto o a ragione, a San Pietro. Ma quelle idee e l’impostazione roncalliana furono anche il fumo negli occhi per tutti coloro all’interno della Chiesa che volevano un rapporto conflittuale con la modernità. L’idea che la Scrittura: andasse rimessa al centro della vita cristiana non solo in senso astratto ma anche al centro della concreta pratica liturgica turbava i sonni di molti. La gerarchia ecclesiastica avrebbe perso il dominio sulla «Tradizione ricevuta dagli apostoli» a favore del «popolo cristiano». Una «democratizzazione« della Chiesa che da piramide monarchica si sarebbe trasformata in comunione tra eguali in dignità. Un destino nuovo che avrebbe riguardato anche il rapporto con le altre chiese della famiglia cristiana che non erano liquidate come confessioni eretiche o scismatiche, ma si riconosceva loro «la presenza di doni di verità e di santificazione propri della chiesa di Cristo». Melloni e Ruggieri hanno raccolto una serie di articoli che, da diverse prospettive, tutti guardano all’attualità del Concilio Vaticano II. Il teologo americano Joseph Komonchak analizza le valutazioni che sono state date del concilio (tra cui quella celebre del 22 dicembre 2005 dell’attuale pontefice) sottolineando la contrapposizione discontinuità-riforma e non continuità-discontinuità. Sui testi redatti dopo la chiusura del concilio si applica l’analisi del teologo di Tubinga, Peter Hunermann. Testi che, vista la straordinaria assenza di condanne hanno modificato in maniera sensibile I’ermeneutica e la comprensione attuale del Vaticano II.
, Appunti, 01-08-2009
Era il 25 gennaio 1959 quando Giovanni XXIII indisse il Concilio Vaticano II. Da allora, e in particolare dopo l’elezione dell’attuale Pontefice, molti sono stati i dibattiti sollevati sull’argomento. Studiosi di fama internazionale si confrontano su questo tema e sulle ripercussioni sulla Chiesa, intesa come comunità di fedeli.