Carocci editore - Aldo Capitini - Danilo Dolci. Lettere 1952-1968

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Aldo Capitini - Danilo Dolci. Lettere 1952-1968

Aldo Capitini - Danilo Dolci. Lettere 1952-1968

a cura di: Giuseppe Barone, Sandro Mazzi

Edizione: 2008

Ristampa: 1^, 2010

Collana: Epistolario di Aldo Capitini (2)

ISBN: 9788843046621

  • Pagine: 280
  • Prezzo:26,20 24,89
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In breve

Il progetto di pubblicazione dell’Epistolario di Aldo Capitini, avviato dalla Fondazione intitolata al suo nome, vede realizzarsi con il presente carteggio con Danilo Dolci, dopo quello con Walter Binni, il suo secondo volume. Aldo Capitini (Perugia 1899-1968) è stato il maggior teorico ed attuatore della nonviolenza in Italia e forse anche in ambito europeo, e un innovatore del pensiero e della prassi sociale con proposte originali sia sotto il profilo religioso che sotto quello civile. Danilo Dolci (Sesana 1924 - Partinico 1997), poeta, educatore, sociologo, è stato appassionato sperimentatore della nonviolenza e instancabile promotore di iniziative collettive per il cambiamento sociale, a partire dalle battaglie condotte in Sicilia per il lavoro, l’acqua, la democrazia e contro ogni mafia. Il contatto tra il pensatore umbro e il giovane Danilo avviene nel 1952, quando Dolci, come lui stesso racconta, sta attuando il suo primo digiuno e riceve un’unica lettera di solidarietà, inviata da Perugia da «uno sconosciuto»: Aldo Capitini. Si instaura, da subito, tra i due un rapporto di reciproca influenza e di profonda stima, documentato da un’ampia corrispondenza quasi interamente inedita, se si eccettuano alcune lettere pubblicate nel 1969 dalla rivista “Il Ponte". Dolci riconosce in Capitini una sorta di ascendenza e quasi di paternità dal punto di vista dell’ispirazione ideale. Da parte sua Capitini seguirà costantemente l’attività dell’amico – come testimoniano i suoi scritti al riguardo: Rivoluzione aperta (Parenti, Firenze 1956) e Danilo Dolci (Lacaita, Manduria 1958) – e le sue posizioni verranno a costituire per lui un ulteriore punto di partenza, lo spunto per elaborare approfondimenti e confronti, «aggiunte», in campo civile, educativo, politico. Il carteggio rappresenta la prima raccolta integrale di una così rilevante
documentazione epistolare, strumento indispensabile per la ricostruzione dell’intensa relazione di amicizia e collaborazione tra due figure di valore assoluto della nonviolenza, proponendo un punto di vista di notevole profondità per la comprensione della vita sociale, politica, culturale e religiosa del nostro secondo Novecento.

Indice

Introduzione di Giuseppe Barone e Sandro Mazzi
Nota dei curatori
Carteggio Capitini-Dolci

Recensioni

Giorgio Boatti, tuttoLibri La Stampa, 29-11-2008
Per arrivare alla stanza dove lavorava Aldo Capitini – a lungo isolato profeta della non violenza e tra le voci più irrinunciabili di uno spicchio ancora poco frequentato del Novecento – occorreva arrampicarsi per centotrè scalini, quelli che portavano al suo studio, collocato dentro la torre campanaria del palazzo comunale di Perugia. Lì accanto, nella sobria abitazione che pareva sospesa sui tetti, suo padre, custode appunto del campanile municipale di Perugia, aveva trovato alloggio, con la famiglia.
In quell’ambiente spoglio – un tavolo tenuto perfettamente in ordine, un divanetto rosso, la grande finestra sui monti che spesso si aprivano verso Assisi – Capitini, nato nel 1899, era tornato nei primi Anni Trenta quando, rifiutandosi di aderire al fascismo, aveva perso il lavoro di segretario presso la Scuola Normale di Pisa dove aveva compiuto le prime e fondamentali esperienze di un lavoro intellettuale di prim’ordine che lo aveva messo in contatto con altri uomini liberi dai condizionamenti dei totalitarismi. E a quella torre Capitini, anche quando si trova a insegnare pedagogia all’università di Cagliari, torna non appena possibile, tenendosi in contatto – grazie a un’inesauribile attenzione e a un attivissimo epistolario – con tutto quanto di veramente rilevante e innovativo sta emergendo nella fragile democrazia appena risorta in Italia. Così quando nel 1952 in uno sperduto paese del Palermitano il giovane sociologo triestino Danilo Dolci, davanti all’ennesima morte per fame di una bimba di pochi mesi, dà inizio alla sua protesta non violenta, astenendosi dal cibo, Capitini non perde tempo e gli scrive, appoggiando apertamente ma, anche, intimandogli di non mettere a repentaglio la propria vita in quella che deve rimanere un’azione dimostrativa. Ha così inizio la feconda collaborazione, non priva talvolta di decise prese di distanza, tra i due maggiori esponenti della cultura della non violenza italiana. Ora – per iniziativa della Fondazione Centro Studi Aldo Capitini di Perugia che ha dato inizio alla pubblicazione, presso l’editore Carocci di Roma, dell’epistolario capitiniano – si può disporre di due tasselli fondamentali dell’ampia opera di orientamento svolta dal filosofo perugino nel corsi di vari decenni. Il primo volume ( pp.194, € 18,60) curato da Lanfranco Binni e Lorella Giuliani, raccoglie – di Aldo Capitini e Walter Binni – le Lettere dal 1931 al 1968 (anno nel quale Capitini muore per le complicazioni di un intervento chirurgico). Ancora più emblematico è il secondo volume (pp.278, € 25,50), pubblicato sempre da Carocci e curato da Giuseppe Barone e Sandro Mazzi, che di Capitini e Danilo Dolci, raccoglie le Lettere 1952-1968.
Tanti gli spunti rilevanti. Di particolare interesse sono ad esempio i serrati scambi tra i due attorno al tema del digiuno, non solo come modalità di protesta ma come testimonianza spirituale da opporre alla grettezza di una classe dirigente sorda e disattenta. Altrettanto importanti sono – nelle lettere d’inverno ’57-’58 – le franche osservazioni di Capitini rispetto al Premio Lenin che da Mosca si decide di assegnare a Dolci per l’attività di riscatto sociale svolta in Sicilia. Un riconoscimento a rischio di strumentalizzazioni,s ventate da Dolci, in parte, grazie anche ai consigli e alla saggia lungimiranza di un profeta che – naturale, visto dove abitava – sapeva stare in campana. Soprattutto contro le insidie del potere, qualunque fosse il suo colore.
Paolo Varvaro, Belfagor, 01-09-2009
L'incontro tra Aldo Capitini e Danilo Dolci rappresenta un punto di svolta nella storia della nonviolenza in Italia. Avviene nell'ottobre del 1952 attraverso uno scambio epistolare che acquista nel ricordo poetico di Dolci il carattere di un incrocio salvifico: «sentivo, sotto, un pozzo senza fondo / dopo giorni la postina è venuta / con una lettera, di uno sconosciuto, /firmata Aldo Capitini». Dolci è allo stremo delle sue forze (da qui il «pozzo senza fondo»), sta conducendo a Partinico il suo primo sciopero della fame per denunciare la condizione disumana in cui versano le popolazioni della Sicilia arretrata, e ha lanciato un appello agli organi di informazione nazionale che nessuno si è preoccupato di raccogliere. Nessuno tranne Capitini, allora non proprio uno sconosciuto ma di certo ancora confinato in una notorietà ristretta. Da Perugia a Partinico: «Gli dissi che non aveva il diritto di morire, prima che egli avesse informato sufficientemente noi tutti della situazione, e lo pregai perciò di sospendere il digiuno». Si fonda su questo elementare gesto di solidarietà, che pure nessun altro aveva sentito il dovere di compiere, un'amicizia che attraversa, insieme a quella dei due protagonisti, l'intera vicenda della nonviolenza italiana tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta. Si attendeva da anni la pubblicazione del carteggio Capitini-Dolci, che dunque colma una lacuna storiografica e offre agli studiosi una documentazione preziosa, anche in virtù della curatela di Giuseppe Barone e Sandro Mazzi per restituire una appropriata collocazione a figure note o dimenticate dell'associazionismo italiano. Sin dalla prima lettera «di uno sconosciuto» (che non è stato possibile ritrovare: molta corrispondenza si è smarrita nel degrado dei luoghi) lo scambio epistolare dimostra una simbiosi immediata e fertile di risultati. Con il sostegno materiale e soprattutto con l'apporto teorico dell'amico di Perugia, il triestino Dolci avvierà in Sicilia una lunga stagione di lotte politiche. Con la complicità, talvolta dissimulata da richieste di aiuto, e il pungolo dell'instancabile amico di Sicilia, Capitini metterà a fuoco una dottrina d'azione politica che costituisce ancora oggi l'impianto teorico del pensiero nonviolento. Apparentemente la relazione tra i due ruota attorno all'asse del ciclonico Dolci, in un fervore di iniziative contro la miseria, la disoccupazione, la corruzione politica, la mafia, che sembrano travolgere ogni ostacolo trovando un argine solamente nella repressione di una magistratura e di un potere politico affannati allora nella difesa a oltranza dello status quo. Apparentemente, dicevamo, Capitini appare come il suggeritore fuori campo di un attore che sta rovesciando le parti in commedia e rivoluzionando l'impianto scenico. Attraverso la lettura epistolare è invece possibile farsi un'idea diversa. La quieta immobilità di Capitini - nel suo sistematico pendolare tra Perugia e Cagliari dove tiene un insegnamento universitario, mentre l'altro mette a ferro e fuoco la Sicilia, attraversa l'Europa in cerca di solidarietà, raggiunge l'India e gli Stati Uniti, riceve da Mosca il premio Lenin - è in realtà l'effetto di un'indole piu riflessiva, che tuttavia non gli impedisce di tessere i fili di una rete di solidarietà sempre piu solida a protezione della mobilitazione di Dolci, di dissentire con lui sull'interpretazione applicativa di alcune tecniche (si segnala per esempio una lunga discussione sul merito della programmazione economica) e anche di avviare in proprio un'attività organizzativa che dal 1961 culminerà nell'appuntamento annuale della marcia Perugia-Assisi. Ma anche l'impetuoso procedere di Dolci risulta dalle lettere più meditato dall'imposizione volontaria del vaglio critico e talora di alcune correzioni di rotta da parte dall'amico lontano. Sia pure distanti, talvolta collegati da fugaci appuntamenti in stazioni ferroviarie, Capitini e Dolci appaiono dal punto di vista politico come una singolare figura bicefala, raccordata proprio dal filo ininterrotto della loro corrispondenza epistolare.
La storia che corre sullo sfondo è diversa da quella, maggiore, che contraddistingue l'Italia della guerra fredda e della grande trasformazione economica. Qui non ci sono i grandi partiti di massa e soprattutto non si intravede l'arrivo della società del benessere, sotto il predominio di una criminalità alimentata ancora dalla miseria e dalla eterna corruzione degli apparati statali. Il panorama cupo di quest'Italia marginale degli anni cinquanta e sessanta (Perugia e Partinico sono in fondo due periferie dello sviluppo industriale) è interrotto solamente dall'attivismo di figure minoritarie e del tutto disarmate, gli eredi insomma di quel pensiero azionista troppe volte raffigurati come testimoni inerti. Qui invece la presenza di Bobbio e di Ernesto Rossi, di Carlo Levi e di Calarnandrei (per citarne solo alcuni tra i più noti) è vitale e politicamente significativa, che si combatta la battaglia per la piena occupazione o che si organizzino marce e digiuni a sostegno della costruzione di dighe; in tribunale per la difesa del diritto oppure sulla strada contro la mafia e l'ingerenza della Chiesa. Ciò che risalta è soprattutto una comune ispirazione di pensiero che tiene insieme battaglie tanto diverse; una fiducia nel cambiamento che si fa progressivamente strada nella corrispondenza di Capitini e Dolci e che forse trova la sua più felice sintesi metodologica nel concetto della rivoluzione dal di dentro. «Se non si fanno opportuni sacrifici, nuovi, non nasce una nuova situazione», scriveva Dolci nel '58 prima di inoltrarsi in una nuova battaglia, riprendendo il tema di una rivoluzione interiore delle coscienze che Capitini fissava a fondamento di una rinnovata etica civile. Il tema della rivoluzione dal di dentro, che è poi quello del pagare di persona senza demandare ad altri la soluzione di ogni problema, ritorna come un imperativo morale nella vasta produzione editoriale del periodo, tanto in Dolci quanto in Capitini, e rappresenta il lascito piu solido di questo sodalizio, interrotto improvvisamente dalla morte di Capitini nel fatidico 1968. Sembrava allora che i frutti del rinnovamento fossero maturi, invece proprio la stagione della contestazione avrebbe contribuito ad oscurare per lungo tempo questa esperienza nonviolenta. Una eclissi che interessava anche le terre siciliane dove Dolci e il suo gruppo si erano insediati, investite poi da una recrudescenza senza precedenti della violenza mafiosa. Adesso che l'onda si sta finalmente ritirando, affiorano di continuo testimonianze, memorie e spezzoni associativi in qualche modo collegati a quella primordiale esperienza degli anni illuminati dal carteggio. Al punto che non sembra improprio giudicare la ritrovata vitalità dimostrata dalla società siciliana nei confronti della protervia mafiosa, rispetto ad altre situazioni meridionali di ben minore impegno civile, come un risarcimento postumo di quelle non dimenticate pagine di Dolci e Capitini.
Giuseppe Moscati, Avanti!, 16-12-2009
L’anno che si sta chiudendo ci lascia diverse tracce interessanti per il cammino della nonviolenza. Parlare di quest’ultima a livello di ricerca, di studio e approfondimento, quindi anche di fondazione filosofica vera e propria, allo scopo di sostanziare il più possibile la strategia nonviolenta, non è certo cosa facile e tuttavia più di un passo significativo in questa direzione è stato compiuto nell’arco del 2009. Intanto si è chiuso un biennio molto importante per la figura e l’opera di Aldo Capitini, sul quale si sono concentrate le attività - riccamente diversificate nella loro produzione di eventi e non solo di eventi - del comitato regionale per le celebrazioni del quarantennale della morte del filosofo perugino. Convegni, presentazioni di volumi, giornate di studio (la prima in assoluto dedicata dall’Associazione Nazionale Amici di Aldo Capitini ai giovani studiosi di Capitini), letture pubbliche (una su tutte quella di Ascanio Celestini a Perugia), promozioni del pensiero capitiniano tra i ragazzi e nelle scuole, un concerto commemorativo di grande prestigio. Davvero molto è stato fatto in tal senso dal suddetto comitato e adesso non si può che sperare che i semi piantati portino presto germogli preziosi. Un posto a parte, poi, lo merita senz’altro un ambizioso progetto editoriale della Fondazione Centro studi Aldo Capitini, coordinato da Mario Martini, che di tale Fondazione presiede il comitato scientifico. Il progetto mira a pubblicare l’intero, sterminato epistolario capitiniano: già tre sono i volumi pubblicati finora, che tanto hanno da offrire agli studiosi e in generale a chi voglia "rileggere" un importante spaccato della storia socio-culturale del Novecento italiano. Le corrispondenze di Capitini con Walter Binni, con Danilo Dolci e con Guido Calogero sono uscite a cura, rispettivamente, di Lanfranco Binni e Lorella Giuliani, di Giuseppe Barone e Sandro Mazzi, di Thomas Casadei e del sottoscritto. Ma tanto ancora c’è da fare, con dietro nomi di primo piano della scena politica (Pietro Nenni e tanti altri esponenti del mondo socialista e liberalsocialista) e di quella culturale come Norberto Bobbio, Gianfranco Contini, Ernesto de Martino, solo per ricordarne alcuni. Venendo alle altre novità in libreria, oltre ai tre citati volumi dell’epistolario (tutti editi da Carocci) e dovendo giocoforza restringere il campo all’interno di un’offerta editoriale molto "colorata" di nonviolenza, vanno segnalati almeno due studi, entrambi apparsi per i tipi della Levante. Uno, quello di Gabriella Falcicchio (ricercatrice dell’Università di Bari), è di taglio pedagogico e rimarca la cifra essenziale del pensiero educativo capitiniano, vale a dire l’apertura: si intitola "I figli della festa. Educazione e liberazione in Aldo Capitini". L’altro volume ragiona invece sul Dio gandhiano e ha infatti per titolo proprio "Il Dio di Gandhi": ne è autore Antonio Vigilante (docente di Scienze sociali), il quale ha ricostruito attentamente gli intrecci di religione, etica e politica nel Mahatma anche a partire da una ricognizione dei più recenti studi gandhiani. Un anno dunque ignificativo per la nonviolenza, questo 2009, ora chiediamo altrettanto - se non di più - al nascente 2010.