Carocci editore - La filosofia dell'idealismo italiano

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La filosofia dell'idealismo italiano

Marcello Musté

La filosofia dell'idealismo italiano

Edizione: 2008

Collana: Frecce (70)

ISBN: 9788843046331

  • Pagine: 232
  • Prezzo:19,00 18,05
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In breve

La ricostruzione della parabola storica dell’idealismo italiano, dal pensiero di Croce e Gentile fino ai nostri giorni, non rappresenta soltanto un esercizio erudito, ma delinea un bilancio sulla filosofia di oggi e sulla crisi che essa sembra attraversare. Il tentativo di riformare la dialettica di Hegel, salvaguardando le ragioni fondamentali dell’idealismo, ha infatti condotto a una consumazione di quell’orizzonte concettuale, che si manifesta già nelle riflessioni di Croce e Gentile sulla vitalità e sul sentimento, per rendersi più esplicita in autori come Luigi Scaravelli ed Enrico De Negri, Ernesto De Martino ed Eugenio Garin. Il libro propone un riesame critico e complessivo di tale itinerario, dedicando ampio spazio ai ’sistemi’ di Croce e Gentile, nonché al loro contrasto, ma seguendone soprattutto gli sviluppi ulteriori, dalla prima scuola gentiliana ai tentativi di revisione e di sviluppo che si sono realizzati in tutto il corso del Novecento. La storia di una corrente, ancora oggi centrale negli studi umanistici, si unisce, così, all’esigenza di fare i conti con l’eredità filosofica italiana, cercando di annodare i diversi autori intorno a un nucleo speculativo che, nella crisi delle diverse soluzioni, sembra restare aperto quale compito attuale della filosofia

Indice

·       Prefazione
1.    La filosofia dello spirito di Benedetto Croce
Croce e Hegel
Il problema delle categorie
L’intuizione
Il concetto puro
L’utile e la vita morale
Il vitale: ritorno a Hegel
2.    L’attualismo di Giovanni Gentile
Origini dell’attualismo
Il formalismo assoluto
Logo astratto e logo concreto
Il sentimento
La società trascendentale e la morte
3.    Le ragioni di un contrasto
Breve storia di un dialogo interrotto
Unità dello spirito e realtà delle distinzioni
4.    Alla “scuola? di Giovanni Gentile
L’empirismo assoluto di Vito Fazio-Allmayer
La filosofia dell’esperienza di Guido De Ruggiero
Adolfo Omodeo: attualismo e origini cristiane
Il problema religioso: Armando Carlini e Giuseppe Saitta
5.    Attualismo, scienza, dialogo
Il problematicismo di Ugo Spirito
La filosofia del dialogo di Guido Calogero
Tra scienza e dialogo
6.    La questione del giudizio
La revisione della filosofia crociana in Carlo Antoni
La critica del capire in Luigi Scaravelli
Enrico De Negri: tra Hegel e Lutero
7.    Ai confini dell’idealismo
Etnologia e storicismo: il “caso" di Ernesto De Martino
L’analisi storica di Delio Cantimori
La filosofia come sapere storico di Eugenio Garin
·       Epilogo
·       Bibliografia
·       Bibliografia ragionata
·       Testi citati in forma abbreviata.

Recensioni

Luca Basili, Filosofia oggi, 01-09-2009
Con La filosofia dell’idealismo italiano Marcello Mustè ha fornito un valido contributo storiografico- critico all’analisi ed alla riepilogazione dei principali protagonisti della costellazione neoidealistica definitasi nel nostro paese dalle conclusioni dell’800 in poi, evidenziando con acume e pregnanza le principali questioni teoretiche sulle quali la vicenda del pensamento di tali autori si è attestata, in una rete di reciproci rimandi.
Il libro prescinde dall’indagine della lezione di Spaventa e dell’eredità dell’hegelismo napoletano, iniziando dallo specifico della riassunzione generale della filosofia di Croce e di Gentile. Essa muove da un intendimento generale della nozione di ’idealismo’ come assiata sul principio della ’idealità del finito’, cui sfugge, ci pare, in tal caso, la centralità in Hegel della coincidenza fra il ’divenire dello spirito’ ed il movimento del finito medesimo; cosi rischiando di penalizzare il fronte di un esaustivo intendimento dello storicismo crociano e della sua pretta valenza etico-politica, ed, analogamente, alcuni fattori concernenti la distinzione strategica fra tale prospettiva e quella attualistica, che, comunque, come diremo, viene ben restituita. Si tratta, ad ogni modo, di un volume che sfugge alle semplificazioni ed evidenzia tutti i principali snodi problematici delle prospettive che anzitutto da due ’padri nobili’ dell’idealismo si dipartono. Il capitolo dedicato a La filosofia dello spirito di Croce muove, intelligentemente, dal complesso tema del rapporto con Hegel, enfatizzando come al centro della logica crociana venga posta «la teoria hegeliana del concetto, inteso come ’universale concreto’, e dunque distinto dalle nozioni astratte (prive di universalità e concretezza)». In tal senso, Croce «interpolava nella lettura di Hegel [. . .] la distinzione tra concetti e pseudoconcetti, tra l’elemento logico, universale e concreto, e la funzione concettuale, risultato di un’astrazione successiva, di origine pratica e non teoretica» (p. 15). Di qui - attraverso un lungo cammino che passa anche attraverso l’emersione, soprattutto con il Saggio su Hegel, di forti accenti kantiani (si pensi al motivo dei ’gradi’) - si apriva lo spinoso confronto con il problema delle categorie, giacché la «conclusione del confronto con Hegel richiavama l’articolazione della realtà nelle categorie, e dunque la logica della distinzione» che, seguendo un ’certo’ Croce a nostro avviso scoprente l’aspetto più debole dei propri criteri ermeneutici (proprio in ragione di una certa influenza del criticismo formalistico-trascendentale), «Hegel aveva violata. estendendovi abusivamente la dialettica degli opposti». Cosi, «la filosofia dello spirito appariva [...] strutturata intorno al ritmo proprio delle forme distinte, quel ritmo per cui, mentre il conoscere teoretico si distingue dalla volizione pratica, ciascuna di queste si mostra, a sua volta, in se distinta: il conoscere teoretico tra intuizione e concetto, l’agire pratico tra volizione economica e volizione morale» (p. 19). Di qui la definizione della ben nota tetrade categoriale, cui presiede la distinzione fondamentale fra il teoretico ed il pratico, e, con ciò, il gran problema che ha accompagnato il pensatore di Pescasseroli fino alla morte - di quale rapporto sussista tra le forme categoriali; problema che, in qualche modo, riproponeva quello hegeliano della mediazione; e di cui una prima risoluzione è rappresentata dalla composizione tecnica della teoria del circolo formulata nella Filosofia della pratica, comportante «una definizione pratica della realtà - della realtà come azione e praxis, e, insieme, la accentuazione del tema - di ascendenza aristotelico-kantiana - «della ’decadenza’ della forma a materia di una forma distinta ed ulteriore», cosi, dunque, rinviando, «ancora una volta, al problema degli opposti, dell’errore, del negativo» (p. 25). Su questa strada Mustè analizza con perizia l’incidenza dei motivi dell’intuito, del concetto puro, dell’utile e della vita morale nell’orizzonte della dottrina crociana, segnalando come in un’opera conclusiva quale Indagini su Hegel venga affrontata la questione della «duplicità non risolta» della ’volizione economica’, ove l’autore di Pescasseroli, ebbe il coraggio di tornare sui fondamenti del ’sistema’, interrogandosi di nuovo sull’origine della dialettica e, perciò», ancora. sull’identità dei distinti e degli opposti. «Era - osserva Musté - il volto eterodosso via via assunto dall’utile, divenuto ormai vitalità, ad imporre tale estrema e cosi radicale meditazione» (p. 48). Siffatto snodo concettuale si collegava, generalmente, alla cognizione del divenire delle categorie medesime in quanto decadere che ogni forma, esaurita la sua positiva funzione, subiva in se stessa facendosi materia (negatività ed opposto) della forma ulteriore». A questo livello si segnala una sorta di squilibrio ontologico originario nella struttura dello spirito, il quale si manifesta nell’aspetto per cui ala forma determinata, seppure positiva e piena» ha da «manifestarsi come limitata rispetto allo spirito considerato nella sua totalità», e, dunque, si trova inevitabilmente a «decadere [. . .] per la energeia che l’intero esercitava sul proprio limite» (p. 49). Con ciò, Mustè segnala la concezione crociana della logica come una parte della realtà e non come una dimensionalità che la contiene; e, dunque, indica la intrinseca ’inconciliatezza’ della teoria del circolo e dell’organismo, la quale - stando alle presenti coordinate - non può appellarsi al pensiero stesso in quanto ’grande prevaricatore’, nella versione soggettivistico-assoluta che di tale definizione spaventiana viene fornita (forviandola) da Gentile. E di sicuro interesse è proprio la definizione fornita da Mustè del pensiero del filosofo di Castelvetrano. Di rilievo è anzitutto la marcatura della distinzione gentiliana fra ’Io’ empirico ed ’Io’ trascendentale; giacché essa «configurava già la differenza fondamentale tra atto e fatto, tra concreto e astratto, tra soggetto e oggetto, tra spirito e natura [...] quella differenza che costituisce il centro [...] di tutto l’attualismo» (p. 61) e grazie alla quale viene spiegata la unificazione di autoconcetto e formalismo nella identità di soggetto e autocoscienza che innerva (l’invero in-mediato, poiché autoidentico) circolo eterno della concretezza. Il volume prosegue, poi, con l’indagine delle ragioni del contrasto fra i due grandi autori, riassumendo le posizioni interne alla scuola attualistica, con anche una meritoria valutazione dei suoi sviluppi in senso storiografico (pensiamo alla figura di Adolfo Omodeo, cui Mustè ha dedicato un precedente volume): concentrandosi, dunque, sul dibattito sulla questione del giudizio - dalle accentuazioni criticistiche di Scaravelli, alla revisione del crocianesimo di Carlo Antoni, alle interpretazioni di De Negri -; e chiudendo - ’ai confini dell’idealismo’ - con la riassunzione dello storicismo antropologico di De Martino e del percorso di ordine storico svolto da Cantimori e da Garin.