Carocci editore - Breve storia dello Stato d'Israele

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Breve storia dello Stato d'Israele

Claudio Vercelli

Breve storia dello Stato d'Israele

1948-2008

Edizione: 2008

Ristampa: 3^, 2010

Collana: Quality paperbacks

ISBN: 9788843044849

In breve

La comprensione delle dinamiche politiche, sociali, economiche e culturali che sono parte attiva nell’evoluzione del Medio Oriente contemporaneo richiede lo studio della storia di quanti ne sono protagonisti. Fin dalla sua nascita lo Stato d’Israele ha costituito un soggetto di primaria rilevanza nella definizione dei mutevoli equilibri del quadro regionale. Tuttavia, scarsa è la conoscenza che si ha delle vicende che sono alla sua origine, nel 1948, e dei successivi sviluppi, fino ai giorni nostri. La fisionomia culturale propria del paese, la sua mutevole composizione sociale, la storia politica ma anche l’evoluzione dell’economia nazionale sono frequentemente omesse nella formulazione di un giudizio sul suo ruolo, soprattutto in rapporto al perdurante confronto con i palestinesi. Intenzione di queste pagine è quindi quella di focalizzare l’attenzione dei lettori sulle peculiarità dello Stato e sulle specificità della società israeliana, offrendo alcune sintetiche chiavi di lettura a beneficio di quanti vogliano meglio cogliere il suo ruolo partendo dalla definizione della sua natura storica.

Indice

1. «Lo Stato d’Israele è nato»: il 1948, le sue premesse e i suoi effetti
La nascita di una nazione /L’ebraismo e il sionismo/Le generazioni dei padri fondatori e i temi culturali del sionismo/Il "nuovo" yishuv e gli anni del mandato britannico/Le strutture antecedenti il nuovo Stato/La Guerra d’indipendenza (1948-49)/Israele, i paesi arabi e il problema dei profughi palestinesi/Il rapporto con le grandi potenze
2. La costruzione di una società: una comunità d’immigrati (1949-55)
L’economia autoctona e gli aiuti esterni: tra dipendenza, autonomia e cooperativismo/Lo spirito sabra e la "legge del ritorno"/Le dinamiche tra secolarizzati e religiosi e il problema della laicità dei poteri in Israele /L’esercito, tra funzioni di difesa e di integrazione sociale/La struttura politica e istituzionale del nuovo paese/I partiti e la politica
3. Israele e la post-colonizzazione: dalla crisi di Suez alla svolta degli anni sessanta (1956-72)
Nella crisi di Suez: tra consolidamento economico e tensioni politiche/Gli arabi israeliani fra integrazione e identità palestinese/La Guerra dei sei giorni e la conquista dei Territori palestinesi/ Tra euforia e angoscia/La nascita del Gush Emunim e i primi insediamenti/Il problema del terrorismo
4. La crisi dello Yom Kippur e l’ascesa della destra al potere (1973-81)
La Guerra del Kippur: la sorpresa e lo smacco/La crisi del governo Meir e il declino della leadership laburista/La difficile strada verso gli accordi di Camp David con l’Egitto/Aschenaziti e sefarditi: verso una democrazia etnica?
5. Gli anni del conflitto con i palestinesi: dalla guerra in Libano agli accordi di pace (1982-94)
Israele tra Siria e Libano/L’Operazione Pace in Galilea e la politica israeliana in Libano/Israele e il problema dei Territori palestinesi/ L’intifada e il dibattito sui rapporti con i palestinesi /Dagli anni ottanta agli anni novanta: verso gli accordi di pace/Il percorso degli accordi/ L’ultima grande immigrazione: gli ebrei russi
6. Gli anni della disillusione: dalla morte di Rabin ai giorni nostri (1995-2008)
L’assassinio di Rabin e i governi della transizione: da Peres a Barak/L’islamismo radicale come attore politico nello scacchiere mediorientale/L’intifada al-Aqsa/Le nuove minacce dopo l’11 settembre 2001/Il paese dinanzi alle sfide del mercato globale/La politica israeliana e la guerra in Libano nel 2006/Una società in cambiamento e la crisi della politica
7. Tra storia e mitografia: Israele reale, Israele immaginata
Israele è un principio ideologico? Tra eccezione e desiderio di normalità/I nuovi storici israeliani: una nazione allo specchio
Bibliografia
Cronologia
Indice dei nomi

Recensioni

Lucilla Efrati, www.moked.it, 01-06-2009

Il 1948 e la nascita dello Stato di Israele, la Guerra di indipendenza del 1948-49, l’economia del nuovo Stato, la crisi di Suez, la Guerra del Yom Kippur, la guerra in Libano, l’assassinio di Yitzhak Rabin. Questo e molti altri sono gli argomenti esaminati nel nuovo libro di Claudio Vercelli, ricercatore di Storia contemporanea all’Istituto di Studi storici Salvemini di Torino dove coordina il progetto didattico Usi della storia, usi della memoria e autore di numerosi volumi fra cui Tanti Olocausti. La deportazione e l’internamento nei campi nazisti (Firenze, 2005), Israele e Palestina: una terra per due (Torino, 2005), Il conflitto israelo-palestinese tra passato e presente (Vercelli, 2006), Israele, Storia dello Stato, 1881-2008 (Firenze, 2008) e ora questo saggio, Breve storia dello Stato d’Israele, edito da Carocci di Roma. Il libro, lungi dall’essere una esposizione superficiale, esamina i fatti che si sono snodati lungo un cinquantennio di storia, cercando di comprendere le dinamiche politiche, sociali, economiche e culturali che sono parte attiva dell’evoluzione del Medio Oriente.

Claudio, perché scrivere un manuale di Storia dello Stato di Israele
Questo libro nasce da un’esigenza specifica. Un testo per l’Università di oggi deve rispondere a dei precisi parametri: in primo luogo è legato a delle dimensioni di grandezza numerica, perché la riforma fa sì che non si debbano presentare manuali troppo lunghi. In secondo luogo, ci si è resi conto che mancava un libro per gli studenti che non fosse un volume di opinioni, ossia idee di alcuni presentate come fatti certi. C’era qualche volume in circolazione, ma non recente. Si trattava di un vuoto non casuale perché discutere di Israele è molto difficile. Difficile tanto più farlo all’Università, dove a volte anche le persone più moderate esprimono pregiudizi forti. Ci voleva un testo che parlasse ad un’ampia platea e che riuscisse a spiegare la Storia di Israele come soggetto storico, senza ricondurla solamente al conflitto israelo-palestinese, partendo però dai concreti eventi.
Quale è stata la difficoltà più grande che hai incontrato nello scriverlo?
Cercare di collegare la storia di Israele e dell’Yishuv a una storia più ampia, quella europea. Israele non nasce per caso perché è anche il prodotto di alcune trasformazioni europee. Gli ebrei giunti in Palestina attraverso le Alyot sono infatti portatori di precise idee che rimandano innanzitutto al nazionalismo di matrice risorgimentale, ma anche a un liberalismo avanzato, che persegue diritti politici e civili oltre che a un socialismo inteso nel senso più ampio di giustizia sociale.
Se si leggono le biografie dei padri fondatori ci si rende conto che sono tutti depositari di idee politiche molto nette e di una immagine di società da costruire non meno chiara. Il loro pensiero è contraddistinto dal confronto dialettico con la modernità. Alle loro spalle ci sono modelli di società di massa, come quello americano, che va progressivamente affermandosi oltre i suoi confini geografici, ma anche e soprattutto le suggestioni dell’esperienza sovietica. Alla base di tutto c’è però l’idea di trasformare l’ebreo in un «uomo nuovo», la cui identità sarebbe stata forgiata dal lavoro e dalla socialità. Lo Stato d’Israele nasce da questo percorso culturale e morale, oltre che politico. Il mio sforzo è stato quindi quello di ragionare su di un contesto tumultuoso, per capire veramente da quali soggetti era composto. Se nel 1948 Israele nasce è perché c’era già stata, nei decenni trascorsi, l’esperienza dell’Yishuv, che aveva posto le basi del nuovo Stato.
Pensi che sia attualmente percorribile l’idea di due popoli due Stati?
Sarebbe auspicabile, ma temo che oggi non sia materialmente fattibile. Vedo sul versante palestinese una fragilità politica che impedisce di individuare il soggetto con cui interloquire. Qual è la loro vera leadership? Chi governa cosa? Nello scenario internazionale i palestinesi sono visti come le vittime per eccellenza. È questo però un terreno pericoloso, poiché una vita degna d’essere tale implica che ci si rimbocchi le maniche, non si viva di condiscendenza e di fatalismo. Il rischio, altrimenti, è di rimanere al palo. Se poi guardo a Gaza, laddove maggiori sono le ingiustizie, a me sembra che ci sia anche una disposizione d’animo da parte della popolazione a farsi manipolare. Ritengo quindi che oggi manchino a Gerusalemme degli interlocutori validi. Non da ultimo, c’è un interesse da parte dei paesi arabi ad alimentare il conflitto, scaricando tutte le incongruenze e le inadempienze su Israele che diventa capro espiatorio delle altrui responsabilità.
Cosa vedi nel futuro di Israele?
Nell’immediato vi è il problema del nucleare iraniano. Non si tratta solo di una questione militare ma anche politica. Ma la vera scommessa del futuro è quella che gli arabi chiamano la «guerra delle culle». La sopravvivenza israeliana è legata alla demografia. Sergio Della Pergola calcola che se non ci fosse stata la Shoah ora gli ebrei sarebbero 32 milioni mentre invece assommano a circa 13 milioni. Il problema della continuità di Israele è ancora più pressante per la triste impressione che entro venti anni la popolazione araba, che vive in Israele e nei Territori palestinesi, potrebbe superare quella ebraica. La «israelianità», l’essere cittadini di quel paese, peraltro, è un coacervo di molti elementi. Israele stesso è il prodotto di una miriade di storie diverse. Riuscirà a confrontarsi con i processi di globalizzazione? Come vedi non offro delle risposte ma pongo altri quesiti. Le oligarchie arabe dei paesi circostanti, infine, sono in difficoltà. Per Israele intravedo all’orizzonte dei grossi punti interrogativi ma forse troverà elementi e forze per ridefinire la propria identità, a partire dall’alto livello di scolarizzazione della sua popolazione, proiettata com’è verso il mondo. Fra gli interlocutori possibili vi sono India e Cina. Insomma, ancora una volta la sua forza sta nel futuro poiché il sionismo non si è mai proiettato all’indietro ma sempre in avanti.
Giampaolo Calchi Novati, Il Politico, 01-08-2009
L'autore di questo agile libretto, molto adatto a fungere da testo di riferimento per un modulo di insegnamento universitario (è un merito, non un limite), rimandando per letture più ampie e argomentate ai volumi e ai saggi, anche dello stesso Vercelli, che vengono doverosamente elencati in bibliografia, ha tutti i titoli per trattare in modo competente e rigoroso un tema che, come si sa, è uso a innescare suscettibilità e reazioni esasperate. Anche Vercelli scrive che Israele, pur essendo di per sé inconfondibile da ogni qualsiasi moderna società politica, "offre come una sorta di surplus sentimentale, che facilmente può trasformarsi in una deformante adesione ideologica o, alternativamente, in un non meno aprioristico rifiuto fondato sul pregiudizio". Da qui non solo la necessità dell'obiettività ma anche la cura estrema nell'impiego dei termini. Yehoshua ha scritto un libro apposta per precisare concetti come ebreo, israeliano e sionista: la loro storia, la loro esatta portata. Vero è che in pendenza di contenziosi o rivendicazioni anche per l'Italia si potrebbe dire che c'è differenza fra Stato, nazione, governo e popolo, e magari fra italiani e italofoni (pensando per esempio al contesto dell'Alto Adige o dell'Istria), ma effettivamente Israele, il cui nome si confonde con - o si contrappone a - quello di Palestina, provoca problemi specialissimi e tanto vale tenerne conto. Forse Vercelli, che maneggia ovviamente con grande sapienza i vari sostantivi e aggettivi riferiti alla vicenda del popolo ebraico e dello Stato di Israele, avrebbe potuto essere più equilibrato nel dosaggio di altre espressioni. E un dato di fatto che nel suo libro Israele compie iniziative belliche o operazioni e gli arabi sempre e solo aggressioni. L'espulsionismo che ha concorso all'esodo dei palestinesi soprattutto nel 1948 dovrà essere ricercato nei testi dei "nuovi storici" menzionati fuggevolmente nelle ultime pagine. Le circostanze della morte dello sceicco Yassin, fondatore di Hamas, bombardato sulla sua carrozzina di invalido, vengono prudentemente taciute. E così via. Il libro ha una sostanza che vale comunque più delle forme. Si distingue da molte altre storie di Israele o della Palestina perché dà meno risalto agli eventi militari, politici o diplomatici cercando di ricostruire come nel corso della storia del sionismo e poi di Israele muti il tessuto sociale e si forni un sostrato psicologico collettivo. Anche l'attenzione, scarsa, non si dice per le ragioni ma per l'esistenza stessa degli arabi e soprattutto dei palestinesi, trova una giustificazione metodologica nella volontà di focalizzare lo studio su Israele e gli israeliani. L'interesse maggiore è proprio per il tentativo di dar conto di ciò che Vercelli chiama la "torsione identitaria" di Israele per effetto degli avvenimenti che si sono succeduti dopo il 1993, gli accordi di Oslo, ma di fatto dalla guerra dei sei giorni del 1967, quando una moltitudine di fattori simbolici hanno complicato il rapporto fra Stato e territorio. È ormai entrata nel discorso corrente l'alternativa, che non è solo nominalistica, fra Stato ebraico e Stato degli ebrei. Anche per il passato tornano considerazioni molto illuminanti sull"'uomo nuovo" creato dal sionismo o sulle implicazioni dell'esperimento dei kibbutzirn come fucina di sentimenti comunitari oltre che di élites politiche, culturali e militari. Chiarificatore è infine il quadro dei rapporti fra Stato laico e autorità religiosa nei vari periodi o sui diversi argomenti, sullo sfondo di un'irrisolta conflittualità fra l'essere israeliani e senlirsi ebrei. Di guerra in guerra, con l'espansione nei territori appartenuti alla Giordania e all'Egitto (francamente, anche qui, Vercelli potrebbe parlare di occupazione senza tante reticenze: "territori occupati" è una locuzione entrata persino nel linguaggio diplomatico) e con l'evoluzione tumultuosa dell'economia e della società, Israele si trova a dover fare i conti con le sfide della globalizzazione, che hanno una loro valenza anche a prescindere dall'emergenza rappresentata dalle relazioni con i palestinesi e gli arabi in generale. Le due visioni di Netanyahu e Shimon Peres, in pratica i contrasti fra la destra e quello che rimane della sinistra, riflettono una volta di più gli interrogativi che Israele si porta dietro dalla nascita sulla sua vocazione e sulla sua collocazione in Occidente o nel Medio Oriente.