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Ugo Foscolo. Orazioni e lezioni pavesi

Ugo Foscolo. Orazioni e lezioni pavesi

a cura di: Andrea Campana

Edizione: 2009

Collana: Piccola Biblioteca Letteraria (35)

ISBN: 9788843044399

  • Pagine: 356
  • Prezzo:29,50 25,08
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In breve

Il presente volume ripropone unitariamente tutti gli scritti prodotti da Ugo Foscolo in concomitanza con la sua breve esperienza di professore universitario alla cattedra di Eloquenza dell’Università di Pavia (1808-1809). La scelta del curatore di raggruppare così le due Orazioni, le cinque Lezioni e i pochi materiali di contorno superstiti è stata dettata dal loro rappresentare, in pratica, un unico libro: un libro "filosofico" dotato di una fisionomia che risponde ad un preciso proposito culturale di Foscolo, quello di mettere in chiaro, di fronte al mondo dei dotti del Regno d’Italia napoleonico,la propria visione della società e della letteratura. Leggendo i testi, si vengono a penetrare la estrema densità concettuale del pensiero foscoliano (solo recentemente rivalutato in tutta la sua originalità) e la bellezza (fatta di forza espressiva ed eleganza) di certe pagine di prosa dello scrittore, finora misconosciute.

Indice

Introduzione
Le Orazioni e lezioni pavesi :il libro filosofico di Ugo Foscolo
Nota ai testi
Ringraziamenti
Bibliografia
Dell’origine e dell’ufficio della letteratura.
Orazione
Lezioni su la letteratura e la lingua
Lezione prima
De’ principj della letteratura Lezione seconda
Della lingua italiana considerata storicamente e letterariamente
Della morale letteraria
Lezione prima
La letteratura rivolta unicamente al lucro
Lezione seconda
La letteratura rivolta unicamente alla gloria
Lezione terza
La letteratura rivolta all’eserciziodelle facoltà intellettuali
Sull’origine e i limiti della giustizia. Orazione per laurea in legge
Appendice
1. Materiali legati all’orazione inaugurale
1.1 Lettera di G. B. Giovio al Foscolo
1.2 In difesa dell’orazione inaugurale.Al Signore Giambattista Giovio, elettore del collegio de’ possidenti
1.3. Esperimento sopra i principj della letteratura e sopra un metodo d’istituzioni letterarie
2. Parere su l’ufficio degl’Ispettori degli studi
Note del curatore
Indice dei nomi

Recensioni

Carlo Carena, il Sole 24 Ore, 04-10-2009
Nella vita itinerante di Ugo Foscolo, colma di entusiasmi delusi, di reazioni focose, di occasioni offerte e ritratte, si collocano come un episodio perfettamente coerente anche le Lezioni pavesi del 1809. Due anni prima il governo vicereale offriva al trentenne poeta, noto ormai per tutta la sua maggiore produzione e all'epoca capitano di fanteria dell'esercito francese, la cattedra di eloquenza in quell'università. Ma la macchina burocratica va poi a rilento, la nomina non arriva che alla fine del marzo successivo e a novembre tutto è rimesso in discussione da una riforma generale degli studi. Pur nell'incertezza ma ancora con qualche speranza il poeta elabora la prolusione sul tema Dell’origine e dell'ufficio della letteratura, e la legge solennemente per un'ora e mezzo a mezzogiorno di domenica 22 gennaio 1809. A questa, che riscosse un tal successo per cui l'oratore fu accompagnato a casa tra gli evviva degli studenti, seguirono in un ugual modo due cicli di cinque lezioni su «La letteratura e la lingua» e su «La morale letteraria», dopo di che il vate: «Or dunque vivetevi lieti e memori di me, com'io non potrò mai dimenticarmi di voi, seppure non mi dimentico delle lettere e della patria, alle quali solo sono pur debitore se l'anima mia, benché spesse volte agitata, non è almeno innondata di turpi e sciagurate passioni».
Le nobili ma più spesso le turpie sciagurate passioni dei letterati sono il soggetto e il nervo pulsante di tutte queste pagine, che si leggono ancor oggi con ammirazione e con riflessioni non anacronistiche (l'occasione ci è offerta da un'edizione completa, documentata e arredata da Andrea Campana nella Piccola Biblioteca Letteraria di Carocci). Le additava con perfetto giudizio e motivazione De Sanctis quando le ammirava perché «l'uomo è soprapposto al letterato» e Foscolo vi dà«la formula di una nuova letteratura» e «apre la via al nuovo secolo». Ed è tutto lì dentro, fiero ed esplicito, soprattutto là dove fustiga instancabilmente i vizi dei colleghi senza far sconti a nessuno. Quei vizi sono essenzialmente due: della letteratura come volta alla gloria anziché all'esercizio delle facoltà intellettuali. Primo bersaglio dunque, i retori e gli adulatori. Così, accanto a mirabili analisi della difficile dirittura di Pindaro e dei suoi encomi, e a mirabili pensieri sulla delicatezza di Virgilio, la mannaia cade sul retore Quintiliano, su Cicerone affamato scioccamente e soprattutto su Orazio, corrotto, corruttore, avido di guadagni a prezzo di inaudite bassezze e alla fine egli stesso infelice: perché i suoi sospiri e le sue ansie di successo e di onori le sue proprie lodi non sono certo sintomi e segni di un’anima contenta e tranquilla come vuol darci a intendere, e che riposi saldi sopra principi. La concezione foscoliana della letteratura è piuttosto quella, filosofica, di ricercare e scoprire la verità; politica, di illuminare rettamente il governo degli uomini; poetica, di abbellire la verità con l’arte della parola. Senza «l’esperienza delle passioni», senza «l’inestinguibile desiderio del vero», senza «l'indipendenza dalla fortuna», nessun'arte, nessun, università o accademia, nessuna munificenza di principi impediscono l’abiezione e il declino delle lettere. Perciò il poeta esorta gli italiani a volgersi alle storie, sottraendosi al puro diletto e all’ozio librario, alle stravaganze dei romanzieri e al vaniloquio dei verseggiatori. Perciò è così arduo il cammino del letterato, tra l'ignoranza dei signori, l'invidia dei colleghi e il groviglio stesso delle passioni che intorbidano l’animo e rendono così difficile ogni sincero e puro proposito. Queste cose Foscolo confessava di aver scritto, e lo si sente in ogni riga, con tristezza, come con «mesta attenzione» sentiva che erano ascoltate. Ma è con altrettanta consolazione che comunica nelle ultime pagine anche i frutti più dolci e più certi della letteratura. Le lettere stesse, che non procurano felicità mediante la ricchezza e la gloria, la procurano per irto cammino se, esercitate secondo natura, muovano i sentimenti e dirigano la ragione. E qui, come già nell'Ortis, si ergono l'alta memoria dell'incontro giovanile col Parini e ancora una volta le sue parole di cui Foscolo ha fatto tesoro: «O giovinetto, prima di lodare l'ingegno del poeta, bada ad imitar sempre l'animo suo in ciò che ti desta virtuosi e liberi sensi...».