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Con Togliatti e con Berlinguer

Giuseppe Chiarante

Con Togliatti e con Berlinguer

Dal tramonto del centrismo al compromesso storico (1958-1975)

Edizione: 2007

Ristampa: 2^, 2008

Collana: Studi Storici Carocci

ISBN: 9788843043750

  • Pagine: 264
  • Prezzo:23,10 19,64
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In breve

Quali furono le cause della straordinaria ascesa del Partito comunista italiano nel ventennio 1955-1975, in un paese passato con il miracolo economico dalla struttura arretrata dell’immediato dopoguerra al capitalismo maturo’ L’ottica analitica di Chiarante è quella di chi ha conosciuto dall’interno i due maggiori partiti della cosiddetta Prima Repubblica: dapprima impegnato nella sinistra democristiana, uscì infatti dalla dc nel 1955, si avvicinò al pci sino ad aderirvi nel 1958 divenendone autorevole dirigente. Rivivono nel libro, spesso con particolari inediti e in ogni caso con una ricostruzione condotta da un osservatorio privilegiato, gli eventi principali del periodo: il tramonto del centrismo, la lotta contro Tambroni nel 1960, l’iniziativa di Togliatti di fronte al centro-sinistra (un ’terreno più avanzato di lotta’), il dibattito nel pci sul socialismo in Occidente, la svolta del 1968, l’ascesa di Enrico Berlinguer e le origini della proposta del compromesso storico. Un libro che offre una chiave di lettura originale (egemonia o rivoluzione passiva’) per intendere il ruolo del pci in una fase decisiva per la democrazia italiana.

Indice

Prefazione di Aldo Tortorella Avvertenza per i lettori Parte prima Le ragioni di una scelta controcorrente 1. L’iscrizione al PCI nel 1958 2. La danza sull’orlo dell’abisso 3. La specificità del comunismo italiano 4. La crisi del centrismo in Italia 5. Un mondo che cambia: Suez, l’Algeria, Bandung 6. Giovanni XXIII e il nuovo corso della Chiesa cattolica 7. La svolta del 1960 8. La caduta di Tambroni e l’apertura a sinistra Parte seconda I comunisti nell’Italia del capitalismo maturo 9. A Botteghe Oscure con Amendola e Rossanda 10. Un dibattito su partito e intellettuali 11. Di fronte alla sfida del centro-sinistra 12. Togliatti: «Un nuovo e più avanzato terreno di lotta» 13. A confronto con Togliatti su famiglia e divorzio 14. A Cuba a colloquio con Fidel Castro 15. Il PCI al bivio degli anni Sessanta: egemonia o rivoluzione passiva’ 16. La rottura dell’unità del blocco togliattiano e il Congresso del 1966 17. 1968 e dintorni 18. Praga e i rapporti con Mosca Parte terza Enrico Berlinguer e il compromesso storico 19. La successione di Longo e il XII Congresso 20. Quegli straordinari anni Settanta 21. La vicenda del ’manifesto’ 22. Come nacque la proposta del compromesso storico 23. Una sopravvalutazione del pericolo di destra’ 24. Quali rapporti con la DC e il mondo cattolico 25. L’ambiguità di una formula: un’alternativa per il cambiamento o un accordo per il governo del paese’ 26. La carenza culturale e politica della proposta del compromesso 27. Una scelta paradossale: il ’governo delle astensioni’ 28. Il bilancio della solidarietà nazionale 29. La grande occasione perduta Appendice Un dibattito sulla crisi dell’istituto familiare nella società contemporanea. Il destino della famiglia (1964) Alcune osservazioni in margine (1964) di p.t. [Palmiro Togliatti]/ Reportage dai Caraibi di un membro della delegazione del PCI. L’avamposto cubano. Alla permanente minaccia dell’imperialismo si contrappone il crescente consolidamento del potere rivoluzionario (1965) / Comunicato comune sottoscritto dalle delegazioni del Partito comunista italiano e del Partito unito della rivoluzione socialista di Cuba (1965) / Scuola e fabbriche (1969) / Alle origini del compromesso storico (2003) / Unità a sinistra e tradizione comunista (2007)

Recensioni

Francesco Papafava, Nuova Antologia, 01-12-2008
«Mi è stato chiesto più volte... » (p. 33): alla domanda per quale motivo egli decise di iscriversi al Partito comunista italiano nel 1958, proprio quando, dopo i
fatti d’Ungheria, molti iscritti lasciavano quel partito, l’autore risponde non essere stata «una decisione maturata in qualche settimana o in qualche mese, ma il puntod’approdo di un lungo percorso» (p. 34). Un percorso raccontato in Tra De Gasperi e Togliatti. Memorie degli anni Cinquanta, Carocci, 2006 (cfr. «Nuova Antologia» n. 2243, luglio-settembre 2007). La «ragione fondamentale» (p. 41) della scelta comunista sua e di altri esponenti della sinistra cattolica era dovuta alla specificità del PCI che svolgeva in Parlamento la funzione di opposizione democratica a favore della classe lavoratrice, propria in altri Paesi dei partiti socialdemocratici di massa. Una "ragione" confortata dalla crisi del "centrismo", in atto dalla
sconfitta della legge maggioritaria alle elezioni del 7 giugno 1953. Dall’emergere dei Paesi afro-asiatici come terza forza internazionale (Conferenza di Bandung, 18-24 aprile 1955) nella contesa USA-URSS, Chiarante già
allora dedusse essere «ormai superate le condizioni dell’accerchiamento capitalistico che avevano favorito la politica di chiusura e irrigidimento autoritario dell’epoca di Stalin, [e pertanto] il problema che si poneva come centrale per il movimento comunista internazionale era quello di misurarsi - anche sul terreno dei diritti di libertà - con la complessa realtà delle più avanzate società di capitalismo maturo » (pp. 54-55). Conclude l’autore la prima parte del libro con l’esaurimento del "centrismo" dopo la fallimentare apertura a destra del governo Tambroni (1960), estremo tentativo di perseverarlo grazie al sostegno del MSI: non prima di segnalare la svolta impressa dal cardinale Roncalli, poi Giovanni XXIII, all’atteggiamento della Chiesa nei confronti della sinistra. Sono pagine introduttive: sutura che lega Fra De Gasperi e Togliatti a Con Togliatti e Berlinguer. Ma anche in quelle che seguono, la mano, che aveva scritto in prima persona il racconto di giovani cattolici fra De Gasperi e Togliatti, prende la penna dello storico del PCI, sia pure con riferimenti autobiografici, anziché quella del narratore.
Nel 1964 Chiarante è chiamato alla vicepresidenza della Sezione culturale della direzione del partito presieduta da Rossana Rossanda. Incarico adatto al proposito,
in sintonia con Rossanda, di liberare il PCI «dalla pesante cappa di piombo rappresentata dalla politica culturale ispirata da Zdanov [...] che era [. . .] calata anche sugli indirizzi di politica culturale dei comunisti italiani» (p. 82). Dopo l’effimero e contestatissimo governo Tambroni non restava alla DC che aprire a sinistra per realizzare «una maggioranza capace di realizzare le riforme (casa, scuola, trasporti, programmazione dello sviluppo dell’economia.. .) che la
trasformazione della società italiana [. . . ] rendeva indispensabili». La sfida del centro-sinistra sul terreno delle riforme stimolò, secondo Chiarante, il PCI ad abbandonare le ipotesi di prossima crisi dell’economia capitalistica e a confrontarsi col governo. Ed egli è fin da allora convinto che, per consentire al comunismo italiano di affrontare il confronto con l’imprevisto sviluppo del capitalismo (negli anni Cinquanta-Sessanta aveva trasformato la società e mutato l’Italia in un Paese dei più industrializzati), fosse necessario dissociare il PCI dalla dipendenza del Partito comunista sovietico. Così da consentire una società socialista «nel pieno rispetto delle regole democratiche e dei principi di libertà [pertanto] in forme e condizioni radicalmente diverse da quelle che avevano caratterizzato l’esperienza sovietica» (95). Cioè: demistificare il mito del paradiso sovietico, per anni coltivato dal partito di Togliatti.
In pagine incisive Chiarante illustra la discussione all’interno del PCI sulla finalità dell’opposizione al centro-sinistra. La tendenza che faceva capo a Giorgio
Amendola intendeva «ricercare una intesa con le forze riformatrici dello schieramento di centro-sinistra [e provocarlo ...] sul piano di una coerente integrale attuazione delle riforme che esso proponeva». Pietro Ingrao e i suoi seguaci ritenevano invece che «il capitalismo italiano [...] era ormai interessato a modernizzare la società italiana sul modello degli altri paesi occidentali» e pertanto «le proposte di riforma del centro-sinistra apparivano conformi agli interessi della borghesia dominante perché in sintonia con questo disegno di modernizzazione». Di conseguenza, anziché, come riteneva Amendola, «un segno di "instabilità" del potere delle classi dirigenti», il riformismo del centro-sinistra si presentava «come un tentativo di "stabilizzazione" di tale potere» e avrebbe impedito «un sostanziale rinnovamento anche culturale e ideale della società italiana» (p. 99). Disegni di modernizzazione «fondati essenzialmente sulla moltiplicazione dei consumi e delle merci» a cui opporre, secondo l’analisi economica sviluppata da Claudio Napoleoni in «La Rivista trimestrale» di Franco Rodano, «un "diverso modello di sviluppo" che fosse all’altezza delle possibilità che si aprivano per la sinistra nelle società di più avanzato sviluppo economico». E a Lucio Magri si deve «l’espressione forse più lucida delle proposte dell’orientamento che faceva capo a Ingrao» (p. 101). Evidente la propensione di Togliatti nel ritenere che «la formazione di una nuova e più avanzata alleanza di governo [il centro-sinistra] e l’avvio del confronto sulle riforme e sulla programmazione erano anche il frutto della lunga lotta condotta contro il "centrismo" e soprattutto rappresentavano l’apertura - secondo l’espressione più volte da lui usata - di "un nuovo e più avanzato terreno di lotta aperto a possibili sviluppi in senso riformatore"» (p. 107). Grazie a questo indirizzo il PCI fu «in grado di estendere la sua presenza nel complesso della società italiana [...] anche nei ceti medi e tra le forze intellettuali» (pp. 133-134).
Non è pertanto sorprendente che all’XI Congresso del PCI (25-31 febbraio 1966), il primo dopo la morte di Togliatti, prevalesse, con l’appoggio «della grande maggioranza dei quadri intermedi centrali e periferici», Amendola «che proponeva di incalzare la maggioranza di governo in nome degli obiettivi riformatori da essa annunciati e poi non raggiunti» (p. 141). È ben noto, e Chiarante lo sottolinea, che dopo la nazionalizzazione dell’energia elettrica e l’istituzione della scuola media unica con l’obbligo scolare fino a 14 anni, la carica riformatrice del centro-sinistra s’era esaurita con l’affossamento della riforma urbanistica proposta da Fiorentino Sullo. Da una posizione esplicitamente "ingraiana" Chiarante annota che il partito aveva accettato «il ruolo tipico delle forze popolari nelle fasi di "rivoluzione passiva" [con riferimento alla locuzione di Gramsci]: ossia quello di essere supporto e stimolo, spesso decisivi, per conseguire quegli obiettivi di modernizzazione sociale e civile che non sono certo trascurabili, ma che sono però consoni anche a una società di capitalismo maturo». Non è insensato ritenere secondo chi scrive che la funzione "storica" del PCI, a partire dalla "svolta di Salerno" (aprile 1944) fino alla sua estinzione, sia stata quella di traghettare i risentimenti e le aspirazioni delle classi subalterne, covate durante il fascismo, maturate durante la guerra ed esplose con la disfatta, nell’ambito delle soddisfazioni economiche offerte dal "consumismo"; ma anche delle libertà politiche e delle autonomie personali, per quanto queste ultime potessero (e possono) essere condizionate dalla pressione della produzione incontrollata di beni di consumo.
Per l’impegno nella sinistra ingraiana, Rossanda e Chiarante furono allontanati dalla direzione della Sezione culturale. A Chiarante venne affidata la responsabilità del Settore scuola; a Rossanda nessun «altro incarico se non quello che svolgeva in Parlamento in quanto deputata» (p. 145). Col centro-sinistra era cominciata «una fase che fu caratterizzata da un processo di "espansione senza qualità", di "modernizzazione senza riforme", alla quale avrebbe posto termine [...] l’esplosione dei movimenti del ’68, che esprimevano - nel caso italiano - anche la delusione suscitata da quel tipo di sviluppo» (p. 139). Aggiunge Chiarante che in quello «spartiacque nella storia del secondo Novecento (p. 146) [...] si manifestò pienamente il ritardo culturale e politico degli organi dirigenti e della gran massa del partito [...] nell’estrema difficoltà di capire la vera portata del movimento studentesco. Ossia il fatto che esso non si esauriva nel reclamare una riforma della scuola e dell’università [...]; ma [...] esprimeva una domanda di rinnovamento dei modi di vita, dei rapporti interpersonali, delle antiche e consolidate gerarchie di ruoli e valori» (p. 149). Eppure Chiarante rivendica al PCI e alla CGIL l’avere saputo comprendere «che il movimento innescato dagli studenti poteva fortemente contribuire a dare nuove forme e nuovi contenuti alle lotte operaie [...] Così effettivamente accadde. I1 cosiddetto "autunno caldo" (1968) diede avvio a un ciclo di lotte operaie [. . .] che fu di portata e qualità senza precedenti» (pp. 153-154). All’ottenere retribuzioni salariali quasi uguali a quelli d’oltralpe, si aggiunsero grandi conquiste nelle condizioni di lavoro (Statuto dei lavoratori). La terza parte del libro è dedicata a «Quegli straordinari anni Settanta» (p. 164) della Segreteria Berlinguer durante i quali il PCI ottenne il suffragio del 34,37% dell’elettorato (elezioni del 20-2 1 giugno 1976), aprendo la questione della sua partecipazione al governo del Paese. Fin dal XIII Congresso del PCI nel marzo 1972 Berlinguer aveva indicato nel "compromesso storico" con la DC la strategia per «promuovere in Italia una svolta democratica che cambiasse i fini e la qualità dello sviluppo economico e sociale» (p. 175) e permettere così sbocchi positivi, con la partecipazione, o quanto meno con l’appoggio, del PCI al governo, ai movimenti politici e alle lotte sociali del 1968-1969, senza suscitare reazioni eversive di destra. Secondo Chiarante due furono i risultati positivi più rilevanti dei due governi di "solidarietà nazionale", esiti del "compromesso storico": la sconfitta del terrorismo
e il contenimento dell’inflazione al 10% (aveva superato il 20%) senza incidere «sui livelli di reddito dei lavoratori e sui servizi dello Stato sociale» (p. 201).
Tuttavia la delusione per la mancata svolta finalizzata al cambiamento "dello sviluppo e economico e sociale" indusse il PCI (31 gennaio 1979), prendendo atto «del fallimento di un’intera esperienza politica» (p. 209), a passare all’opposizione. Chiarante già allora riteneva prevedibile il naufragio del "compromesso storico" per «una debolezza di cultura politica [nel PCI], che si traduceva in un’analisi inadeguata dei processi economici e sociali in corso» (p. 193). Prevalse infatti
la «vecchia» opinione che la crisi economica allora in atto fosse «un segno dell’impossibilità per il capitalismo di far fronte ai compiti e ai problemi di una nuova e più avanzata fase dello sviluppo». Un’analisi «sbagliata rispetto ai processi reali in corso, che segnavano non già un ristagno ma il primo avvio di una ristrutturazione
che era destinata ad aprire la strada a una nuova fase dello sviluppo capitalistico» (p. 194). Naufragio preannunciato anche per aver voluto la dirigenza del PCI «che l’intesa di governo andava ricercata con tutta la DC» (p. 176), mentre mancava nel gruppo dirigente di quel partito la disponibilità «a un cambiamento di fondo quale quello che, proponendo la politica del "compromesso storico", si auspicava come probabile» (p. 179). Con riferimento alla svolta impressa alla Chiesa dal papa Giovanni XXIII, Chiarante sottolinea che si sarebbero dovuti «stabilire nuovi rapporti col movimento cattolico [. . .] e giungere così a condizionare anche gli sviluppi che venivano maturando nella fase di crisi in cui allora si trovava la Democrazia cristiana» (p. 183). Ma sarebbe stato possibile con una "costituzione materiale" che consentiva di fare politica istituzionale esclusivamente ai vertici dei partiti e per di più con gli alleati nella NATO che si rifiutavano di riconoscere al PCI la qualifica di forza democratica di governo? In appendice, alcuni testi che l’autore considera «di particolare interesse in rapporto alla ricostruzione storica e alle riflessioni raccolte in questo volume» (p. 213). In totale 262 pagine compresi la prefazione di Aldo Tortorella, l’indice dei nomi e l’appendice.