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Musulmane rivelate

Ruba Salih

Musulmane rivelate

Donne, islam, modernità

Edizione: 2008

Ristampa: 2^, 2015

Collana: Quality paperbacks (220)

ISBN: 9788843043361

  • Pagine: 160
  • Prezzo:14,50 12,33
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In breve

La condizione della donna musulmana dall’avvento dell’islam fino alle migrazioni contemporanee e alla globalizzazione. L’analisi del rapporto tra islam, donne e modernità attraverso gli occhi di una studiosa che ben conosce quel mondo e quei paesi. Un’occasione per rivedere convinzioni e pregiudizi ormai consolidati, per interrogarci sulle ragioni e le possibilità di una convivenza reciprocamente rispettosa anche nelle nostre città.

Indice

Introduzione
Reciprocità di sguardi e questione femminile
Genere e orientalismo
Her-story ed esegesi femminista
Patriarcato e islam: lo "scambio patriarcale"
1. L’avvento dell’islam e la condizione femminile
Le donne nell’epoca preislamica/The Golden Age: le donne nel primo periodo islamico/Gli Abbasidi: il confinamento delle donne/Il velo/L’eclissi delle donne dalle fonti/La formazione della shari’a/Il dibattito moderno
2. Il genere della modernità e il corpo della nazione:
Turchia e Iran/Traiettorie di modernità/Il kemalismo: confinamento dell’islam e “femminismo di Stato?/Donne, abbigliamento e performance della modernità nella formazione della Repubblica turca/La "questione femminile" in Turchia/L’Iran dei Pahlavi: modernizzare la nazione, svelare le donne/Genere, modernità e sessualità: rappresentazioni di genere attraverso Iran ed Europa tra il XIX e il XX secolo/Le donne come membri della nazione e l’accesso allo spazio pubblico/Veli e barbe: corpi femminili e maschili nella costruzione della modernità in Iran/La donna "occidentossicata" e la rivoluzione khomeinista
3. Islam, genere e cittadinanza
Cittadinanza connettiva e Codici della famiglia/Codici della famiglia in bilico/Movimenti e strategie per una politica dei diritti: Palestina, Iran e Marocco/Tra guerra, patriarcato e ultrafondamentalismo: le donne in Afghanistan/Terra, onore e resistenza: le donne palestinesi/Dalla nakbah all’intifada di Al-Aqsa: le donne tra presenza e assenza/Hamas: islamizzare il nazionalismo, "nazionalizzare" l’islam/Donne palestinesi, occupazione e neopatriarcato: strategie di sopravvivenza o riemersione del tradizionalismo?
4. Femminismo e islam
Femminismo e femminismi/Femminismo islamico e femminismo musulmano/Gender jihad/Il femminismo islamico: luci sul dibattito/Verso una conclusione
5. Genere e islam in Europa
Donne musulmane e modernità halal/Islam come conoscenza, islam come modernità/Il velo come obbligo religioso/Il velo come simbolo di modernità/Il velo come stile e modello di consumo/Donne musulmane tra negoziazione e adattamento/I giovani musulmani/L’islam come veicolo di cittadinanza
Conclusioni
Al di là di "Occidente" vs "islam". Per una genealogia degli intrecci
Nuovi orientalismi e nuove sfide: le donne musulmane in Europa
Note
Bibliografia

Recensioni

M.S., Corriere della sera Magazine, 05-02-2009
Donna nell’Islam. Se ne parla e se ne discute molto. Poco però dal punto di vista accademico. In Italia ci prova l’antropologa italo-palestinese Ruba Salih, docente all’università di Bologna e all’università di Exeter (Gran Bretagna)  di cui è appena uscito Musulmane Rivelate (Carocci editore), saggio che ripercorre la storia del ruolo delle donne nel mondo musulmano.
Come mai è ancora cosi difficile scrivere di donne velate?
«La donna velata fa scalpore, è per forza di cose umile e sottomessa. Per raccontarla parto dal corpo come elemento chiave della "nation building" e della tensione tra modernità e tradizione nei Paesi musulmani. Pensiamo alla Turchia o all’Iran: il processo di modernizzazione e l’evoluzione più o meno marcata della donna nella società sono stati imposti dall’alto.
Quali sono invece i Paesi dove le donne musulmane sono riuscite a far sentire la loro voce?
«In Egitto, fin dal 1920, il movimento femminile è stato più attivo ed eterogeneo, organizzandosi a partire dal basso. Stessa cosa è successa in Palestina negli anni 70-80. L’età del profeta Maometto vede le donne ricoprire ruoli attivi in numerosi campi della vita pubblica.  Fu l’Impero Abbaside a condurre a una trasformazione dei ruoli di genere. Proprio tradizioni come il velo, oggi considerate come parte della tradizione islamica, sono in realtà pratiche che l’lslam ha fatto sue in seguito».
Assistiamo a continui casi di violenza sulle donne. Nei Paesi musulmani come viene interpretato lo stupro?
«È scorretto interpretare lo stupro sulla base della nazionalità o del credo religioso. Nel caso dei Paesi islamici bisogna guardare alle Lacune giuridiche. Le donne spesso hanno un potere giuridico minore rispetto all’uomo. E questo è un problema di costruzione dello Stato, non di religione».
Aldo Forbice, Gazzetta del Sud, 02-04-2009
Con la nuova democrazia in Afghanistan le donne ritornano al Medioevo e comunque all’antica cultura tribale. Questo è il giudizio delle organizzazioni delle donne occidentali, ma anche della rete delle donne afghane e del Rawa (l’Organizzazione delle donne dell’Afghanistan) dopo la legge del governo Karzai che sancisce l’impunità del marito stupratore. Anzi, stabilisce che la violenza sulla compagna non è reato. La moglie dunque deve subire la violenza senza protestare, per evitare più gravi conseguenze. Finora, a nulla sono valse le proteste delle donne di tutto il mondo contro questa grave violazione dei diritti umani. Del resto il governo attuale, sostenuto da tutti i paesi occidentali, non si è mai distinto in modo particolare per il rispetto della dignità dell donne. E la corte suprema afghana, per citare solo un esempio, ha avallato un matrimonio forzato di una bambina di nove anni, quando la la legge fissa a 16 anni l’età del matrimonio. La stessa Corte ha aspramente criticato un candidato alla presidenza perché aveva messo in discussione che la poligamia fosse in sintonia con lo spirito dell’Islam. Da anni, le politiche di modernizzazione non hanno fatto grandi progressi per la resistenza degli ex mujaheddin (anche quelli dell’Alleanza del nord, che sembravano più vicini all’Occidente). E ciò nonostante che vi siano donne coraggiose – giornaliste, scrittrici, politiche – che ogni giorno rischiano la vita per portare avanti una politica di difesa delle donne. Anche in parlamento le parlamentari vengono derise, insultate e talvolta picchiate, come è accaduto a Malalai Joya, che per le sue denunce è stata sospesa per tre anni da ogni attività parlamentare. Non abbiamo mai saputo nulla di questo caso clamoroso, denunciato da Human Rights Watch, per la scarsa eco dei media.
Lo abbiamo appreso dalla studiosa dell’Islam Ruba Salih, nel suo recente saggio “Musulmane rivelate" (Carocci). C’è purtroppo da constatare che, dall’epoca dei talebani (e anche prima) la condizione delle donne ha subito cambiamenti molto modesti. Certo, siamo lontani dai tempi in cui le donne venivano massacrate con una mitraglietta in uno stadio degli "studenti di Allah" perché accusate di adulterio.
La grande speranza si era aperta però con l’occupazione americana e degli altri paesi della Nato quando le donne venivano invitate a buttare nel fango i burqua. Poche lo hanno fatto e quella speranza si è un po’ alla volta inaridita. Qualche progresso è stato registrato: le donne possono andare a scuola, possono lavorare (ma solo negli ospedali), hanno conquistato con grandi sacrifici qualche piccolo diritto, ma sono ancora ben lontane dall’aver raggiunto la parità. E certe leggi, come quella di Karzai, riportano ancora più indietro la condizione delle donne.
Rachele Gonnelli, l'Unità, 09-04-2009
Le chiamano «le femministe di Allah». Loro invece si chiamano «le murshidat», le guide, e usano il velo integrale come una bandiera di libertà. Alcune sono fondamentaliste come Nadia Yassine che vive in Marocco guida un gruppo semi-illegale al grido di «Allah è femminista». Reinterpretano parti del Corano, in particolare gli hadith ovvero le testimonianze sui detti e la vita del Profeta e delle sue mogli. Considerano la sharja una legge consuetudinaria che, nata in epoca medievale, va storicizzata. «Sono anche loro un aspetto della modernità», sostiene Ruba Salih, antropologa sociale che insegna all’università di Exeter in Inghilterra e a Bologna e su velo, Islam e modernità
ha recentemente scritto il libro «Musulmane Rivelate» edito da Carocci.
Lei che dice, sta migliorando la condizione della donna velata?
«L’interesse per le donne arabe e musulmane nasce in un contesto contaminato» ideologico.
Già da prima dell’11 settembre c’era un brutto clima che puntava sull’incommensurabilità delle culture, su un’alterità totale del mondo musulmano, un approccio che è difficile da cancellare. Da allora l’ambito religioso è diventato prevalente, la vera linea di demarcazione, mentre la realtà è fatta di appartenenze multiple. Quando ero piccola a Parina nessuno mi chiedeva se ero musulmana, faceva più discutere il fatto che fossi palestinese».
Vuol dire che è troppo tardi per capirci?
«Intanto bisogna non considerare il velo come simbolo di segregazione. E sapere che nella storia  mediorientale ci sono sempre stati periodi di aperture, spesso però seguiti da ritrattazioni: non c’è stato un percorso lineare di progressive acquisizioni. A volte ciò che sembra progresso sono piuttosto delle concessioni, come ultimamente la monarchia wahabita che ha concesso a una donna di ricoprire il ruolo di viceministro Arabia Saudita. Durante la dinastia Palhevi in Iran i movimenti femminili erano orchestrati per accreditare un modello di donna occidentalizzata, che poi è diventato il modello da abbattere. Nell’Iraq di Saddam c’era stato un certo femminismo di stato con alti livelli di scolarizzazione e accesso alle professioni ma era una dittatura. Hezbollah e Hamas hanno una dinamica interna con un forte protagonismo femminile».
Ma le donne nei paesi musulmani rivendicano diritti?
«Lo hanno sempre fatto. In Egitto dagli anni Venti. In Palestina hanno partecipato in massa al primo grande sciopero sotto il Mandato britannico. In Algeria invece dopo la lotta di liberazione sono state rimandate a casa e ora stanno affrontando una fase nuova».
Le musulmane di oggi, scolarizzate, colte, rivendicano il velo.
«L’islamismo è un movimento che mescola universalismo e fede. Il velo - l’hijab - è un segno distintivo insieme estetico e identitario che accompagna la donna in uno spazio pubblico. Le donne in tutti i diversi contesti hanno sempre trovato una strategia per negoziare le
dinamiche più oppressive. A me interessa individuare i meccanismi per cui ad un certo punto ad un processo che avviene dal basso si innesta un processo riformatore dei governi e dei regimi».
Quando scatta la riforma?
«In Marocco è successo con il nuovo codice di famiglia. È stato dopo i gravi attentati di Casablanca e Rabat nel 2000. Le infiltrazioni dei gruppi islamisti radicali hanno scosso il re e gli hanno fatto prendere una decisione attesta da decenni. In ballo c’era la natura dello Stato. La monarchia ha visto un pericolo e ha impresso una svolta ricollocando la sfera religiosa in un suo ambito. Sui diritti delle donne si stabilisce in effetti che tipo di modernità si vuole. È una cartina da tornasole».
Lei dice che l’islamismo guadagna popolarità con l’insicurezza economica. È come dire che le donne non sono le prime ad essere ricacciate a casa in tempi di crisi?
«C’è una traiettoria ambivalente di fronte a fenomeni come gravi crisi, guerre o shock. Alle donne viene spesso chiesto di dare un contributo ma anche di preservare l’autenticità dei valori, garantire che il sistema non sarà scosso. Così è stato in Egitto alla fine degli anni Ottanta quando dovendo uscire di casa per andare al lavoro hanno deciso di indossare il velo per rassicurare gli uomini che ciò non avrebbe minacciato la costruzione culturale della famiglia. Il velo non è allora semplice oppressione ma un simbolo, di modestia e di ordine morale, e come tale viene utilizzato. Poi fortunatamente nel vissuto della gente la realtà è molto più ibrida che nelle dichiarazioni d’identità. La speranza è questa».
Aldo Forbice, Giornale di Sicilia, 25-05-2009
[…] Continuiamo a parlare di donne, nella realtà del mondo musulmano. Lo spunto ci è offerto dal libro di Ruba Salih, Musulmane rivelate (Carocci). L’autrice è un’antropologa sociale, insegna alle università di Exter di Bologna. Da anni è impegnata in ricerche sulla condizione della donna in Medio Oriente e sulle immigrate islamiche in Europa. Nel saggio si analizza anche il dibattito sul rapporto tra Islam e donne. Da una parte, scrive l’autrice, si collocano coloro che vedono le disuguaglianze fra i sessi come un volere divino; dall’altra, vi sono minoranze di forze radicali, secondo cui l’Islam sarebbe intrinsecamente patriarcale e nemico dei diritti delle donne. Tra queste due letture estreme si collocano posizioni intermedie, fra cui quelle «femministe islamiche», interessate a una reinterpretazione del Corano e degli altri testi sacri e a una rilettura della storia dell’Islam per recuperare la figura femminile e riportandola in una condizione di parità con quella maschile. Quasi una mission impossibile. Ma è ammirevole l’impegno dell’appassionata studiosa. […]