Carocci editore - Le religioni dell'antico Perù

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In breve

Il volume propone un cammino attraverso i principali aspetti della religione dell'area andina – un'area geografica che comprende gli attuali Stati dell'Ecuador, del Perú, della Bolivia, il nord del Cile e dell'Argentina, la costa per lo più desertica sull'Oceano Pacifico e la regione montuosa attraversata dal massiccio delle Ande –, cercando di ricostruire un discorso coerente attraverso fonti che purtroppo spesso tali non sono. La storia delle popolazioni che hanno abitato l'area andina nelle epoche precedenti alla Conquista spagnola (1533), infatti, è basata quasi esclusivamente su dati archeologici. Unica eccezione l'ultimo periodo interessato dal dominio incaico (1470-1533), per il quale possiamo disporre di fonti cronachistiche spagnole. Vengono così affrontati i macrotemi della religiosità andina e le loro espressioni rituali, attraverso il tempo e lo spazio, ascoltando le voci dei cronisti e facendo parlare gli oggetti archeologici, che diventano nel mondo andino preispanico veicolo di ideologie e di conoscenze.

Indice

Introduzione / Brevi cenni storici/ Gli studi sulle religioni andine 1. Antichi etnografi/Le cronache spagnole e la ricostruzione del mondo/Le fonti scritte: problemi e rivelazioni/Le fonti archeologiche 2. Gli Inca, figli del Sole/Il modello dell'universo andino/I miti delle origini e la creazione del mondo/Inca figli del Sole 3. Le principali divinità andine/Il culto del felino, axis mundi/Il Dios de las Varas, vessillo dei re/L'oracolo di Pachacamac: il potere della parola/Viracocha: dio creatore'/Il culto della Pachamama e le altre divinità femminili 4. I topoi della spiritualità andina/Il concetto di huaca: paesaggio sacro e culto degli antenati/ Il camac, principio creatore/Da Kotosh a Cuzco: dualismo andino/Animali e piante sacre 5. 'Scrittura sacra'/I quipu e l'organizzazione della realtà/Il sistema di ceques del Cuzco, città sacra/Le linee di Nasca/Da Huaca Prieta agli Inca: i tessuti andini come immagine del potere e del culto 6. I tempi e i modi del sacro: la dimensione rituale/Grandi cerimonie statali: il potere del culto/Nutrire le huacas: i sacrifici rituali/ Il paesaggio sacro e i culti moderni /Bibliografia Indice dei nomi e dei luoghi.

Recensioni

Paola D'Aiello, www.mediaevalsophia.it, 01-07-2009
In questo interessante volume, l’antropologa Sofia Venturoli ci descrive le caratteristiche principali delle religioni e della cultura andina, a partire dall’era precolombiana, fino alla conquista spagnola, che, portando una nuova religione e la cultura europea, modificò profondamente i credi e i riti della religione precedente, creando una cultura affatto originale, frutto della contaminazione delle due.
L’area geografica interessata all’esame della studiosa è quella dominata, in epoca precolombiana, dall’impero degli Inca, oggi comprendente le aree degli attuali Perù, Ecuador e Bolivia.
La documentazione precedente alla conquista spagnola (1533) è quasi del tutto inesistente, l’unico possibile riferimento per la conoscenza di usi, costumi e religioni di queste popolazioni sono i dati archeologici, forniti dai numerosi ritrovamenti sui siti Inca, in particolare quelli peruviani.
Più numerose, per ricostruire la storia di questa civiltà, ma dopo la conquista europea, sono le fonti scritte, in particolare le cronache spagnole, che i Conquistadores cominciarono a redigere per vari motivi: descrittivi, apologetici, politici, economici, e che presentano vari gradi di attendibilità a seconda se redatti a ridosso della conquista o a distanza temporale da essa. Gli spagnoli scrivevano da un punto di vista cattolico, bollando spesso come idolatrie demoniache i culti andini.
Anche gli scritti degli stessi indigeni, d’altra parte, non hanno credibilità assoluta, in quanto è necessario rintracciare il fine per cui essi scrivevano; in genere i più attendibili sono quelli commissionati dagli spagnoli, che, per necessità d’informazione, chiedevano ai nativi di descrivere i loro culti. Quelli meno attendibili sono quelli degli indigeni convertiti, desiderosi di conciliare la loro religione con quella cattolica o a volte, di mostrare le loro credenze come già contenenti, in nuce, gli elementi della «religione della verità», quella cristiana. Tra le cronache di questo tipo va ricordata quella di Guamán Poma de Ayala, che scrisse la Nueva corónica y buen gobierno, e la Relación de antiguedades deste reyno del Pirù di Joan de Santa Cruz Pachacuti Yamqui, un convertito, che ebbe accesso a molte storie e leggende del suo popolo, in quanto appartenente alla nobiltà Inca.
È proprio Pachacuti Yamqui a dare nella sua cronaca, la descrizione più articolata e completa delle credenze Inca, descrivendo la cosiddetta lamina del «modello dell’universo Inca» posta nel Tempio del Sole di Cuzco e fusa probabilmente dagli spagnoli, inviata in Europa a rimpinguare le casse del tesoro reale.
Essa rappresentava una casa, simbolo del nucleo familiare, base sociale dell’impero, all’interno della quale, disposte in due colonne, vi erano le coppie della fertilità e della vita, essendo, la visione del mondo Inca, una visione assolutamente dualistica: la coppia Sole - Luna, rimarcava quella maschio-femmina, e un culto particolarmente sentito era quello per la Madre Terra, spesso identificata, dopo la conquista spagnola con la Vergine Maria. L’idea di un Dio - creatore sembrava essere assente in questo tipo di impostazione, tanto che, per i missionari, fu difficile spiegare il concetto di creazione a partire da un Dio unico, non conoscendo gli andini nulla di simile. Il Dio a cui, per esprimere quest’idea, più spesso essi fecero riferimento, fu  Viracocha, una divinità a metà tra un  Dio civilizzatore e un Dio creatore, che, nell’evoluzione della cultura Inca, diventò a poco a poco, da semplice nume tutelare, un Dio generatore delle cose, anche se dai caratteri non nettamente definiti. In più la conquista spagnola deformò moltissimo l’originario culto a questo Dio, tanto che è impossibile oggi, ricostruirne chiaramente caratteristiche e significato.
Nell’immagine dell’universo Inca, erano rappresentate anche divinità in sembianze animali; la più importante era la divinità felino, il giaguaro, considerato intermediario tra il cielo e la terra, ed in grado di comunicare con il Dio Sole, altro Dio veneratissimo. Gli Inca si definivano infatti figli del Dio Sole, e i sacrifici, talvolta umani, erano a lui dedicati.
Proprio l’aspetto dei sacrifici umani è stato per lo più vituperato dagli spagnoli, ma per gli andini si trattava della maniera più consona di nutrire gli «huaca», termine indicante una divinità generica e nello stesso tempo, il luogo del suo culto. I missionari arrivarono al punto di demonizzare il vocabolo, identificandolo, talvolta, con lo stesso Demonio.
Altro importante aspetto che la Venturoli non trascura di analizzare, è quello del culto dei morti, adorati come numi tutelari e, nei ceti sociali più elevati, mummificati, come gli imperatori. A questo culto è legato quello della tessitura, degli splendidi e coloratissimi tessuti andini, all’origine nati, appunto, per avvolgere le mummie delle più ricche famiglie. Insieme agli ornamenti in oro, i tessuti erano parte rilevantissima del corredo funerario, ma avevano un valore simbolico anche presso i vivi, essendo un’importante testimonianza dello status sociale.
Il volume si conclude con un’interessante considerazione: «Il grande traguardo della cultura andina è stato quello di non giustapporre artificialmente vesti cristiane a culti andini, come temevano i primi evangelizzatori, ma di compiere una sintesi che portasse a una nuova ideologia religiosa.».
Proprio questo traspare dal libro della Venturoli, la cui gradevolissima lettura, indubbiamente, si consiglia.