Carocci editore - L'impresa

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L'impresa

Giulio Sapelli, Francesca Carnevali

L'impresa

Storia e culture

Edizione: 1994

Collana: Studi Superiori

ISBN: 9788843001958

  • Pagine: 224
  • Prezzo:21,60 20,52
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In breve

Il volume affronta la storia dell'impresa in modo concettualmente innovativo, adottando un punto di vista interdisciplinare che accoglie i contributi della moderna storiografia sociologica e dell'antropologia, e li fonde in una più ampia prospettiva scientifica. Filo conduttore di questa antologia di brani è il tentativo di studiare le imprese accanto ai mercati e alle istituzioni politiche, evidenziando come le imprese moderne, funzionali ai vari sistemi sociali, contribuiscano a loro volta alla creazione delle diverse forme di capitalismo oggi esistenti. Ad una prima sezione dedicata all'evoluzione dei modelli d'impresa (da quelle di tipo familiare a quelle 'manageriali') ne seguono altre che affrontano, nell'ordine, le questioni poste dal mutamento tecnologico nel tempo e nello spazio, dal mercato come organizzazione mutevole e dalla variabile culturale e religiosa in economia. L'impresa viene storicamente presentata sia come centro propulsivo dell'economia, sia come prodotto dinamico di culture diverse, dunque come elemento attivo e determinante di cambiamento sociale, tecnologico e politico, ben oltre la logica del puro conseguimento del profitto. Il messaggio centrale che viene proposto, dunque, è che al di là degli importanti risultati economici le imprese sono l'accumulazione di un patrimonio di conoscenze, di culture, di valori professionali e di valori morali. Questa accumulazione è un processo storico che ha avuto e ha per protagonisti tutte le persone attive nell'impresa, sia nel conflitto che nella cooperazione.

Indice

La costruzione dell'impresa di Giulio Sapelli Parte prima. Modelli d'impresa di Giulio Sapelli La nascita della moderna impresa industriale: una nuova prospettiva di Herman Daems Mercato, cultura e autorità: un'analisi comparata del management e dell'organizzazione in Estremo Oriente di Gary Hamilton, Nicole Biggart Oltre il mercato: la sopravvivenza del capitalismo familiare nella banca d'affari inglese di Michael Lisle-Williams Famiglia rurale e industria. La trasformazione sociale nella regione di Leira di Nelson Laurenço Parte seconda. Il cambiamento tecnologico di Francesca Carnevali Cultura e disegno tecnologico nell'industria dello spillo nel XIX secolo: John Howe e la Howe Manifacturing Company di Steve Lubar Imprenditori e manager nell'industrializzazione tedesca di Jürgen Kocka Il modello giapponese di innovazione e la sua evoluzione di Ken-Ichi Imai Il 'resistibile' declino delle società industriali di François Caron Parte terza. Il mercato di Francesca Carnevali La connessione F: 'Families Friends and Firms' e l'organizzazione dello scambio di Yoram Ben-Porath Il modello emiliano: decentralizzazione produttiva e integrazione sociale di Sebastiano Brusco Tecnologia, controllo e organizzazione dl lavoro in una fabbrica inglese di ferramenta (1791-1891) di William G. Staples Sistemi economici dell'Asia Orientale: imprese, mercati e società di Richard Whitley Esportazione e investimenti esteri: la FIAT sul mercato mondiale fino al 1940 di Duccio Bigazzi Parte quarta. La cultura di Giulio Sapelli Riflettendo sulla presenza ebraica nella Riunione Adriatica di Sicurtà di Giulio Sapelli Capitalisti e cristiani. Leadership d'impresa e Chiese in Inghilterra (1900-1960) di David Jeremy I Rothschild e gli altri. La gloria dei banchieri di Louis Bergeron Giovanni Agnelli di Valerio Castronovo I banchieri della City nell'epoca edoardiana (1890-1914) di Youssef Cassis Gli operai italiani della Pirelli Argentina (1920-1930) di Maria I. Barbero, Giovanna Felder Parte quinta. Conflitto e cooperazione di Giulio Sapelli Una multinazionale alla francese. Storia della Saint-Gobain (1665-1989) di Jean-Pierre Daviet La democratizzazione delle ferrovie russe nel 1917 di William Rosenberg Politiche del lavoro e relazioni industriali negli anni Cinquanta: alle origini del rapporto tra sindacato e grandi imprese di Giuseppe Berta L'efficienza e il 'fix': relazioni informali tra i gruppi in un'officina meccanica di lavorazione a cottimo di David Roy Organizzazione reale e sapienza organizzativa operaia di Federico Bufera Capitalismo e lavoro a domicilio. Il caso dell'industria delle confezioni in Brasile di Alice de Paiva Abreu Bibliografia ragionata di Francesca Carnevali

Recensioni

Francesco Fracasso, Il denaro, 28-03-2009
Nella storia del capitalismo del nostro Paese i vari "attori" che si sono succeduti -grande capitalismo pubblico e privato, piccola e media impresa distretti industriali e via dicendo - hanno generato ciascuno un modo diverso di organizzarsi produrre. In questo quadro, un ruolo rilevante lo sta svolgendo da tempo il modello produttivo delle cooperative che non soltanto mostra di radicarsi sempre maggiormente sul territorio ma di essere altresì capace di sapersi muovere con efficacia anche nell’ambito della cosiddetta economia globale. Dai dati di una ricerca effettuata dall’Osservatorio della cooperazione agricola(istituito presso il ministero delle Politiche agricole) in collaborazione con Nomisma, ad esempio, emerge la validità di questa "formula" produttiva. Ecco qualche dato: oltrel’80 per cento della materia prima (con punte del 100) deriva direttamente dai conferimenti dei soci.
Le imprese sono circa 6 mila e fatturano pressappoco 32 miliardi (dati 2008) pari al 25 per cento del complesso degli affari del settore agroalimentare e controllano circa il 35 per cento della produzione lorda agricola vendibile.
Nonostante la crisi, il sistema cooperativo agricolo mette in mostra alcuni indicatori economici significativi: sempre nel 2008 la crescita del giro d’affari è stata del 5,9 per cento; la strategia su cui ha massicciamente  puntato è stata quella di acquisire una forte unitarietà produttiva, il che ha determinato che dieci cooperative sono tra le prime cinquanta imprese agroalimentari italiane; il 39 per cento delle aziende ha già avviato operazioni di fusioni o integrazioni (anche al di fuori del sistema cooperativo), ed il 66 per cento considera questa linea di condotta una strategia obbligata.
"Le cooperative di produzione, se organizzate secondo il modello della scienza economica, sono imprese alternative all’impresa capitalistica, che possono essere più efficienti delle rivali e, soprattutto, presentano grandi vantaggi per la collettività nel suo complesso".
Così si legge sulla quarta di copertina di una ponderosa pubblicazione, appena uscita, densa di temi e riflessioni, "L’impresa democratica. Un sistema d’imprese cooperative come nuovo modo di produzione" (Carocci Editore, 365 pagine, 33,50 euro) di Bruno Jossa, professore di Economia politica nell’università "Federico II" di Napoli, da sempre sostenitore del sistema di cooperative di produzione quale possibile nuovo modo di produrre. Ed ancora "Ciò porta a dire che un sistema a prevalenza di imprese cooperative (o imprese democratiche) non solo è immaginabile, ma appare preferibile al capitalismo e destinato a superarlo, come ritennero in passato teorici del valore di J. S. Mill. Marshall e Marx e come oggi pensano di nuovo importanti studiosi come Vanek e Hansmann".
Il mercato ha bisogno di pluralismo e per questo la coopera-zione può svolgere - come lo sta già facendo da tempo – un ruolo vigoroso per far uscire l’Italia dalla crisi e dallo stato di arretratezza produttiva in quanto si tratta di un soggetto che si estende sull’intero territorio nazionale.
"Dagli anni Settanta si è avuto -scrive Bruno Jossa- un passaggio da un’economia prevalentemente a base industriale ad un’economia incentrata in gran parte sui servizi. E lo sviluppo del settore dei servizi ha favorito le cooperative di produzione sia perché queste hanno un loro punto di forza nel settore sia perché la crescita di questo settore si collega soprattutto alla nascita del nuovo paradigma organizzativo che ha ridotto l’integrazione verticale tra le imprese e ha dato luogo ad una struttura imprenditoriale di tipo orizzontale o "a rete"; e le cooperative, si diceva, sono molto più organizzate con sistemi "a rete",delle imprese capitalistiche". Le imprese cooperative sinora hanno avuto un limitato successo e c’è chi in passato ha già parlato di declino del movimento cooperativo.
"Dobbiamo oggi dire di nuovo che la globalizzazione sta rendendo antiquato il movimento un ruolo cooperativo? Forse - afferma Jossa - è vero l’opposto. E la globalizzazione e il progresso della tecnica in genere, che richiedono per i lavoratori sempre maggiore istruzione,vanno viste come processi che, lungi dal far apparire antiquate le imprese cooperative, dovrebbero contribuire ad una loro ulteriore affermazione".
Alfonso Ruffo, Il denaro, 18-04-2009
Professore, che cosa manca oggi alle imprese per essere considerate "democratiche"?
Le imprese attuali, per lo meno quelle più rilevanti dal punto di vista della società capitalistica, sono dirette dal principio "un’azione, un voto" che si può definire plutocratico. L’idea di fondo è affermare, invece, il principio democratico "una testa, un voto".
Il capitale al posto del lavoro e viceversa: una specie di rivoluzione copernicana?
Si, una vera e propria rivoluzione la cui matrice culturale ha ripescato nei classici del marxismo. Ma una rivoluzione pacifica, da realizzare nel tempo e attraverso percorsi democratici che condurranno a risultati positivi impensabili.
Si può concepire una rivoluzione pacifica?
Per "pacifica" intendo "parlamentare". Se gli intellettuali si convincono che il nuovo sistema è migliore del capitalismo, è più efficiente e produce vantaggi per la mano pubblica, penso che una decisione del parlamento, di qui a cinquant’anni, fatta con le dovute regole, dopo un’ampia discussione che coinvolga cittadini, si possa avere.
Il suo attacco al capitalismo ma non all’economia di mercato. Come la mette con il socialismo di Marx?
La novità è l’idea di riuscire a coniugare, per la prima volta, socialismo e mercato. Il sistema che propongo è più di mercato dello stesso capitalismo perché rende imprenditori anche i lavoratori e diffonde libertà economica ovunque si irradi.
Lei è sicuro che i lavoratori, tutti o in gran parte, vogliano trasformarsi in imprenditori assumendosi anche la responsabilità del ruolo?
Questo è un punto importante. L’idea è bellissima. Ma, naturalmente, ci sono punti che vanno discussi. Si potrebbe credere che i lavoratori non siano d’accordo nel passare da una situazione di reddito fisso ad un’altra con reddito variabile. Potrebbe sembrare un passo indietro ma non è così non è perché in un sistema di imprese cooperative la perdita del posto di lavoro è quasi da escludere.
Perché ritiene che i momenti di crisi lo strumento cooperativo funzioni meglio di quello capitalistico classico?
Un sistema di imprese democratiche reagisce meglio alla crisi perché la disoccupazione per alto costo del lavoro, secondo una timore dei conservatori, diventerebbe inconcepibile dal momento che il costo del lavoro non esisterebbe praticamente più.
In questo modo lei annulla il ruolo dei sindacati che non avranno più nulla da difendere se i lavoratori…
Questo è un punto dolente. È chiaro che quando i lavoratori saranno padroni di se stessi non avranno più bisogno di un sindacato che li protegga. L’aspetto importante, chiarissimo a Gramsci al cui pensiero mi rifaccio volentieri, è realizzare un marxismo democratico.
Non teme l’opposizione di troppe forze rilevanti: capitalisti, sindacati, parte stessa dei lavoratori?
Credo sia facile conquistare gli intellettuali all’idea che il sistema è molto bello. Ma è indubbiamente difficile conquistarli all’idea che il passaggio sia anche facile. Occorre avere visione e coraggio.
Un passaggio intermedio poteva essere quello della cogestione. Ma non ha avuto successo. Perché?
C’è tutta una letteratura a riguardo, di matrice soprattutto marxista, che porta a dire che la cogestione è peggio del capitalismo perché lascia il potere decisionale in mano ai capitalisti e rende i lavoratori più partecipi alla attività produttiva e quindi maggiormente sfruttati.
Siamo in un’economia globalizzata: a che scala dovrebbe avvenire questa rivoluzione? È possibile che un paese che adotti il sistema cooperativo possa competere con un altro di stampo capitalistico?
La risposta da parte mia è un netto si perché in economia rigorosamente di mercato le imprese gestite dai lavoratori devono e possono competere con le imprese capitalistiche del mondo intero. E siccome è radicata in letteratura la convinzione che le imprese cooperative siano le più produttive, vincerebbero anche la gara degli scambi internazionali.
Sta attendendo una creazione di un uomo nuovo o quello che c’è è sufficiente a incarnarne il suo ideale?
Non c’è nulla di idealistico in quello che dico. La mia tesi poggia sulla convinzione che l’uomo sia perfettamente egoista e persegua dunque il proprio interesse. Ma noi sappiamo che l’uomo non è solo egoista; dunque…
Lei richiama il ruolo degli intellettuali. È sicuro che abbiano un peso nella società?
Voglio essere un po’ cattivo e penso che oggi gli intellettuali non siano sufficientemente coraggiosi. Si collegano ai partiti e perdono la loro autonomia. C’è poco da sperare se non si svegliano perché potrebbero e dovrebbero svolgere una funzione fondamentale.
Quale?
Su questo punto mi sento un po’ gramsciano ma ancor più hayekiano. Hayek, economista di destra, ha detto e scritto più volte che per affermare un’idea non c’è bisogno di conquistare la maggioranza della popolazione perché basta convincere gli intellettuali.
È quello che cercherà di fare?
Ho l’impressione che se gli intellettuali l’abbracciassero e la difendessero, l’idea dell’impresa democratica si affermerebbe anche in Parlamento. La sua origine, la sua matrice culturale, è sicuramente liberale.
Non le sembra un tentativo di conciliare gli opposti?
Questa è una vera rivoluzione liberale. Anzi, è il passo avanti che la rivoluzione liberale non è ancora riuscita a compiere. Queste cose le ha dette meglio di qualsiasi altro Carlo Rosselli nel suo magnifico libro “Socialismo liberale?. Poi l’idea è fortemente cattolica per il solidarismo che sviluppa. E poi c’è un po’ di marxismo che io amo metterci dentro.
Perché si sforza di appoggiare tutta la costruzione su una solida base marxista? Perché ci tiene così tanto?
Il mio maestro, il mio grande maestro di cui venero la memoria, Paolo Sylos Labini, con cui parlavo di queste cose, mi faceva la stessa domanda: perché ti vuoi collegare a tutti i costi al marxismo? Non sarebbe meglio rifarti alla cultura borghese?
E lei cosa rispondeva?
Io sono di matrice cristiana, ma nei confronti dei cristiani oggi ho molta sfiducia perché li vedo poco battaglieri, sulla difensiva. Aspettarsi una rivoluzione dai cattolici mi sembra impossibile. E per quanto riguarda liberali, come si può pensare che la rivoluzione contro il capitale la facciano i proprietari degli strumenti?
Quindi giunge a Marx per differenza?
C’è una ripresa di marxismo autentico, di altissimo livello, negli Stati Uniti che si collega al crollo del Muro di Berlino: il grande avvenimento storico che lungi dall’aver sancito la fine del marxismo e del socialismo rappresenta in qualche modo l’inizio del vero marxismo e del vero socialismo, quello democratico.