Carocci editore - L'amministrazione italiana

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L'amministrazione italiana

Giuseppe Astuto

L'amministrazione italiana

Dal centralismo napoleonico al federalismo amministrativo

Edizione: 2021

Collana: Aulamagna

ISBN: 9788829011148

  • Pagine: 396
  • Prezzo:17,00 16,15
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In breve

Il volume presenta un percorso dell’amministrazione pubblica italiana con un approccio che intreccia storia giuridico-normativa e storia politica e sociale. Partendo dall’età napoleonica, periodo in cui si afferma lo Stato amministrativo, si arriva attraverso l’esame delle successive fasi storiche (la costruzione dello Stato unitario, l’età crispina, il decollo amministrativo in età giolittiana, il regime fascista e il periodo repubblicano) alle riforme degli anni novanta del secolo scorso che segnano l’avvento del cosiddetto “federalismo amministrativo”. L’attenzione è rivolta non solo all’organizzazione degli apparati pubblici, ma anche al rapporto tra amministrazione e sistema politico-istituzionale, nonché a quello tra amministrazione e cittadino. Di fronte ai recenti cambiamenti del sistema amministrativo italiano, la ricostruzione storica s’impone come momento essenziale sia per la comprensione dei processi in evoluzione sia per le prospettive di riforma. Il libro, quindi, si rivolge prevalentemente agli studenti e a quanti partecipano ai concorsi pubblici, ma al tempo stesso può soddisfare le esigenze di un pubblico di non specialisti.

Indice

Premessa
Abbreviazioni
1. Alle origini dell’amministrazione italiana
2. Lo Statuto unitario. La politica si "amministrativizza"
3. L’avvento della Sinistra liberale e l’età crispina. L’amministrazione come ingerenza sociale dello Stato
4. L’età giolittiana. Decollo amministrativo e progetto burocratico di governo
5. Guerra e dopoguerra. Tra espansione e razionalizzazione
6. Costituzione e amministrazione durante il Ventennio fascista
7. L’età repubblicana. L’amministrazione dei partiti
8. Espansione delle amministrazioni. Tra modernizzazione e contraddizioni
9. La stagione delle riforme. Dalla crisi del sistema politico al "federalismo amministrativo"
Glossario, a cura di Elena Gaetana Faraci
Indice dei nomi

Recensioni

Tano Gullo, la Repubblica ed. Palermo, 15-06-2010
Tre siciliani sono stati i protagonisti del più incisivo tentativo di riorganizzare lo Stato dopo il trentennio di provvedimenti a tentoni successivo all’Unità nazionale: Vittorio Emanuele Orlando, Francesco Crispi e Antonio Starabba marchese di Rudinì. Costruire quasi da capo un'architettura costituzionale e l'organigramma dei poteri e delle funzioni non è cosa facile. Mai. E ancora più complicato se il nuovo Stato nasce da un processo traumatico e con spargimento di sangue. L'armamentario legislativo e burocratico della monarchia sabauda non è sufficiente a supportare la nuova realtà, frutto di un puzzle variegato che mette insieme pezzi di paese, visibilmente diversi. Economicamente, socialmente e anche dal punto di vistasta degli assetti politici e dell' apparato normativo. Una modernizzazione che si prospetta difficoltosa. Il cantiere legislativo rimane aperto per quasi mezzo secolo, ma la storia registra le date più importanti nell'ultimo decennio del 1800, quando la destra cede il passo alla sinistra. Ed è proprio la Sicilia il casus belli della caduta materiale della destra. Il ko è inferto da un'interpellanza che rimarca la sperequazione regionale della tassa sul macinato, con riferimento all'Isola. Maggioranza battuta e via al nuovo corso. Agostino Depretis pilota la transizione nel segno della continuità. Il cambiamento più visibile è il diverso identikit del personale politico che accede nella plancia di comando: gli uomini della sinistra infatti provengono quasi tutti da una militanza risorgimentale, più garibaldina che cavouriana, quindi con quel trascinamento massimalista che questa appartenenza comporta. Nugoli di avvocati e di esponenti della nascente borghesia prendono così il posto del personale politico che la controparte pesca nella nobiltà e nel mondo del latifondo. In questa "rivoluzione" sociale e geografica irrompono sul palcoscenico politico uomini del Sud fino ad allora oscurati da piemontesi e toscani. Giuseppe Astuto, ordinario di Storia delle istituzioni politiche dell'Ateneo catanese, nel suo libro "L'amministrazione italiana", racconta oltre due secoli di mutamenti degli assetti politico-burocratici, in pratica, come recita il sottotitolo "Dal centralismo napoleonico al federalismo amministrativo" (Carocci editore, 396 pagine, 32,50 euro). Del suo corposo saggio ci soffermiamo appunto sulle pagine che coinvolgono i tre statisti siciliani. Orlando elabora un modello che mette al centro del sistema lo Stato ("titolare" di una superiorità giuridica su qualsiasi altro organismo) che trova la sua sintesi nel governo. Questo ovviamente comporta una limitazione delle libertà e dei diritti, a cominciare dallo svuotamento del potere dei partiti, che dopo l'Unità cominciano a dare voce alle masse che irrompono con tutto il loro peso proletario sulla scena. Sarà Crispi, succeduto nel 1887 a Depretis, di cui è stato il ministro degli Esteri, a farsi fautore degli aggiustamenti per dare vita a un esecutivo forte. La storia dello statista di Ribera è controversa: nasce incendiario e muore pompiere. I suoi furori garibaldini (è stato uno degli organizzatori dello sbarco a Marsala e la prima moglie Rosalia Montmasson si è addirittura, unica donna, imbarcata con i Mille) si stemperano quando si converte alla monarchia. Incarna la sinistra che piace anche al fronte moderato. Forte del suo prestigio personale e pescando anche sul fronte avversario avvia un pacchetto interventi che infine sfocia in una sorta di riformismo autoritario. La sua prima abile mossa è quella di isolare le ali estreme a destra e a sinistra per puntare su un centro forte in grado di difendere il sistema dagli attacchi convergenti delle forze democratiche-radicali e dalla spinta disgregatrice dei reazionari più accesi. In pratica con un secolo di anticipo "inventa" quella teoria degli opposti estremismi che tanto danno avrebbe poi fatto alla democrazia negli anni Settanta-Ottanta del Novecento. Con Crispi si definisce in modo netto il ruolo del presidente del Consiglio che fino a quel momento è una figura sbiadita, una sorta di ministro con qualche potere di coordinamento. Anche il governo viene ridisegnato e conseguentemente l'apparato burocratico, che comincia ad avere bisogno di tecnici con una formazione specifica in grado di rispondere alle sfide dei tempi. E qui viene in aiuto l'Università che comincia a istituire una serie di corsi da cui avrebbe attinto i suoi quadri l'amministrazione. La politica assume il controllo di tutto l'apparato. In questo quadro i prefetti diventato le braccia esecutive del governo. In pratica uno strumento dello Stato centralista per controllare le istituzioni periferiche. È il trionfo dell' accentramento.E dire che su questo punto, già all' indomani dell'Unità, si era consumata la rottura tra Crispi e Mazzini il quale è contrario alla concezione del potere locale come terminale del centro politico. Altre riforme importanti riguardano, la pubblica sicurezza (con l'introduzione del confino), la sanità (per la prima volta considerata un bene nazionale), l'assistenza ai bisognosi, la scuola dell'obbligo ampliata, la creazione di un centro statistico che fotografi le trasformazioni del paese e l'allargamento della base elettorale. Nel 1882 per accedere alle amministrazioni locali occorre avere 21 anni, sapere leggere e scrivere e pagare un tributo di 5 lire. L'effetto più rilevante è la conquista di radicali, socialisti e cattolici di molti Comuni. Per capire meglio la portata del "crispinismo" ci viene in soccorso un motto: «lo Stato deve fare le riforme per il popoloe mai per mezzo del popolo», come scrive Astuto. La sua è in definitiva una visione borghese che mal si concilia con la pressione sociale dei ceti meno abbienti che chiedono un ruolo di protagonista nella sinistra. Dall' altro slogan "repressione e riforme" il passo verso i sanguinosi interventi contro i Fasci siciliani e le altre proteste popolari, è alquanto breve. La repressione arriva, ma le riforme no. Come quella del latifondo in Sicilia promessa dopo lo sterminio dei contadini associati nei Fasci. Crispi lancia il sasso, ma poi di fronte alla prevedibile reazione del blocco agrario, nasconde la mano. Altre nubi però si addensano sulla testa del riberese: gli scandali bancari che fanno traballare lo Stato e la sciagurata guerra coloniale in Africa. Con la disfatta di Adua, con settemila soldati trucidati dalle truppe del negus Menelik, finisce l'avventura crispina. Entra in scena il conterraneo Rudinì, ex sindaco di Palermo, fautore di un riformismo conservatore. Ma la sua indole moderataè costrettaa farei conti con le turbolenze di fine secolo. Fallisce il Commissariato civile per la Sicilia, che avrebbe dovuto normalizzare la regione dopo gli sconquassi repressivi dei Fasci, e lo stato d'assedio si propaga in ogni dove ci sia una protesta in atto. Con la fame che avanza si innalzano sempre più barricate. Comincia l'incubazione di quel virus letale, il fascismo, che avremmo pagato a caro prezzo nel secolo successivo.