Carocci editore - Non si può dividere il cielo

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Non si può dividere il cielo

Gianluca Falanga

Non si può dividere il cielo

Storie dal Muro di Berlino

Edizione: 2017

Ristampa: 1^, 2017

Collana: Quality paperbacks (493)

ISBN: 9788843085972

  • Pagine: 258
  • Prezzo:14,00 11,90
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In breve

Lo si diceva già al tempo. Quando un giorno tutta questa storia  sarà finita, sembrerà assurda: una città divisa in due da un muro,  come in un’antica leggenda orientale... Ma altrettanto assurde  sono le storie, i destini dei tanti uomini e delle tante donne che, da  un lato e dall’altro, si trovarono costretti a vivere all’ombra del  muro più famoso e temuto del mondo, 160 chilometri di cemento  armato che si inoltravano nel cuore di Berlino, tagliando in due  strade, fiumi, boschi, case, cimiteri, famiglie, amicizie, affetti...  e vite umane. Ecco perché il “Muro” non può essere ricordato né  efficacemente spiegato senza raccontare almeno alcune delle numerose vicende di uomini e donne che il Muro seppero anche coraggiosamente denunciarlo e sfidarlo.

Indice


Introduzione
1. Perché un muro, perché a Berlino
2. Una domenica d’agosto
3. Il muro di sangue
4. La guerra degli altoparlanti
5. Tecnologia infernale
6. Dividere una città
7. La libertà non conosce confini
8. Vivere con il Muro
9. Il Muro e gli italiani
10. La tela più grande del mondo
11. La fine di un incubo
Epilogo.
La memoria difficile di un monumento insolito
Note
Bibliografia
Indice dei nomi



Recensioni

Marina Verna, Tutto Libri La Stampa, 31-10-2009
Le 39 famiglie dell'elite politica della Ddr vivevano in un complesso di edifici appartati e ben sorvegliati, dentro un bosco a Nord di Berlino. Il nome ufficiale del sito - un doppio anello di case, cinto da un muro - era «Waldsiedlung Wandlitz», ma la gente lo chiamava Volvograd, perche' la casta si spostava dentro grandi Volvo nere con autista. Era una vita privilegiata, con personale di servizio, ristorante e piscina, ma di gusto e di tenore piccolo borghese, con i centrini sul televisore e le tavole debordanti di cibi grassi. Orripilava Vera Oelschlegel, attrice di cinema degli Anni 60 che li' viveva - scalpitando - in quanto maritata a un notabile del partito. E al giornalista della Bbc Peter Molloy - autore della raccolta di interviste La vita ai tempi del comunismo - svela uno dei perche' della sua insofferenza: «Bevevano moltissimo e dopo aver bevuto si mettevano a cantare o diventavano aggressivi o uscivano a vomitare». L'idea che in quelle condizioni prendessero decisioni non era per niente rassicurante. «Poi Gorbaciov proibì gli alcolici nelle riunioni ufficiali e quelli non sapevano piu' cosa raccontarsi, tutt'a un tratto mancavano i momenti in cui qualcuno si alzava e proponeva un brindisi». Bernard Bruckner, guardia del corpo di Eric Honecker, racconta a Molloy delle battute di caccia ai cervi nella riserva del partito, dove «a volte bisognava intervenire in modo che sembrasse che i ministri avevano centrato almeno un bersaglio» e Jurgen Krause, il cuoco, ricorda l'annuale caccia al coniglio per i diplomatici stranieri, per la quale si tenevano in ghiaccio animali morti da buttare tra gli alberi, «un aiutino perchè potessero vantarsi di averne uccisi mille». Tra le venti vite «assolutamente normali» raccolte da Molloy - chi nostalgico del cameratismo, chi delle certezze del comunismo, chi dei privilegi del potere - ci sono personaggi noti come il cantautore Wolf Bierman, «deluso perchè mi ero illuso», e personaggi ignoti come Regina e Uwe, che si incontrarono nello stanzino della polizia dove lui, ufficiale, doveva interrogare lei, dissidente. Amore a prima vista, terribile e impossibile, recuperato da una capriola del destino. A due decenni di distanza sembra già difficile immaginare come sia stato possibile pensare, realizzare e giustificare un simile taglio nel cuore dell'Europa. Tre libri si affacciano, da finestre diverse, su quello spazio. Gianluca Falanga, libraio e traduttore a Berlino, in Non si può dividere il cielo, parte dall'inizio, dall'Operazione Rose, nome in codice con cui si convogliarono su Berlino da tutta la Ddr migliaia di militari e paramilitari, per un'azione ignota nell'ora X - l'una della notte fra il 12 e il 13 agosto 1961, sabato e domenica. Operazione che aveva una sua logica: l'emorragia di «cervelli» - ingegneri, medici, operai qualificati - da Est a Ovest. Bastava un biglietto di metropolitana per abbandonare il socialismo reale. Nel solo 1953, lo fecero in 330 mila. Al 14 agosto 1961 erano scappati in 2.691. 270 su una popolazione che non raggiungeva i 15 milioni. «Nessuna economia al mondo puo' permettersi un tale salasso di forze produttive. Dunque, arrivò il Muro». Una ferita su cui solo gli artisti della pop art osavano scherzare. Joseph Beuys chiese «l'innalzamento di 5 centimetri per migliorare le proporzioni». A Ovest non lo trovarono affatto spiritoso. Altra finestra, altro autore. Matteo Tacconi nel 1989 aveva solo undici anni e viveva in Italia. Per riscattare quell'impossibilita' di respirare gli eventi, diventato giornalista decide di fare un «pellegrinaggio» oltre Cortina, «oltrepassando consapevolmente quelle frontiere un tempo inaccessibili». In C'era una volta il muro il suo viaggio comincia dalla Potsdamer Platz di Berlino («troppo avanguardista, troppo poco tedesca»), punta su Leninstadt, citta' modello della Ddr costruita intorno all'acciaio, ora teatro - con il nuovo nome Eisenhuttenstadt - della «saga dei vinti della riunificazione»; infine Lipsia, cuore delle proteste che portarono alla fine della Ddr, la citta' dei libri e delle memorie sacre - li' studiarono Bach, Schumann, Goethe, Leibnitz, Nietsche - «domata e brutalmente sottomessa, ma capace di guidare la riscossa». Testimoni diretti dell'autunno '89 sono invece i giornalisti francesi Jean-Marc Gonin e Olivier Guez, che scelgono di raccontare solo l'ultimo mese, quello in cui crolla un sistema che tutti immaginavano ben piu' longevo. Con La caduta del Muro scrivono un racconto a piu' voci, dove i dubbi dei grandi - Gorbaciov, Honecker, Walesa, Bush - si alternano alla vita clandestina dei giovani oppositori anarchici Sven e Hansi, la risolutezza delle donne che aderiscono ai movimenti di opposizione democratica si mescolano al coraggio dei sacerdoti che offrono le Chiese per le riunioni segrete. Era la forza dirompente del nuovo che spazzava via il vecchio. Ma nessuno osava crederlo.
, Atlante de la Repubblica, 02-11-2009

La storia del Muro è fatta anche dalle vicende di tanti singoli individui. Di quelli che tentarono di fuggire dalla Ddr, di quelli che ci riuscirono e di quanti rimasero a vivere all'ombra di quei 160 chilometri di cemento armato. Falanga, filologo e traduttore che vive a Berlino, mette insieme le storie dal Muro.

Simona Maggiorelli, Left, 06-11-2009
Riavvolgendo il filo della storia, torna a prima del muro Gianluca Falanga con il libro Non si può dividere il cielo (Carocci) che ricostruisce le vicende di persone che quando il muro (e la guerra fredda) esercitava tutta la sua oppressiva presenza osarono sfidarlo.
, www.agoranews.it, 29-09-2010
"Lo si diceva già al tempo. Quando un giorno tutta questa storia sarà finita, si farà fatica a credere che sia davvero accaduta: una città divisa in due da un muro, come in un'antica leggenda orientale." Con questa frase inizia Non si può dividere il cielo, l'ultimo saggio di Gianluca Falanga (filologo, poeta, libraio e traduttore) autore di numerosi testi sulla storia della capitale tedesca, sul nazismo e fascismo.
 
Dopo un'introduzione ai motivi della costruzione del Muro di Berlino (avvenuta la notte fra il 12 e il 13 agosto 1961), Falanga racconta le ore concitate di quella fatidica domenica d’agosto nella quale gli abitanti di Berlino Est si videro ghettizzati e costretti a restare all’interno della DDR (Repubblica Democratica Tedesca) per volere dal regime comunista. Non avendo intenzione di rischiare una guerra per Berlino, l'occidente e l'America di Kennedy accettarono la costruzione del Muro. Non a caso il Muro resterà un’icona della Guerra Fredda che per quasi mezzo secolo aveva tenuto il mondo diviso in due blocchi ostili.
Un "Muro di sangue", come lo definisce l'autore, che fu scenario di numerosi morte assurde. Un massacro da parte delle guardie di confine della DDR (costrette a sparare perfino ai bambini) che portò alla morte di oltre 200 cittadini (impossibile stabilire il numero esatto) nel tentativo di fuga verso Berlino Ovest. Alcune di queste disperate fughe, con mezzi e tecniche inverosimili, andarano anche a buon fine e l’autore le raccoglie magistralmente nel bel capitolo "La libertà non conosce confini".
Ma il Muro all’inizio degli anni '80 si trasformò anche nella tela più grande del mondo. Infatti nel 1982 Jonathan Borofsky fu il primo ad utilizzare la superfice del Muro di Berlino (ovviamente versante ovest) come una grande tela. Il suo esempio fu seguito da altri artisti tra cui Thierry Noir, famoso per la sua collaborazione al capolavoro di Wim Wender Il cielo sopra Berlino.  La città divenne anche fonte di ispirazione di cantanti come Lou Reed (suo l’album del 1973 intitolato Berlin) e David Bowie (che visse dal 1976 al 1978 in quella che lui definiva "la capitale mondiale dell’eroina"). Nell’estate dell 1987 e del 1988 il Muro fece da sfondo ad una serie di concerti memorabili. Protagonisti star del calibro di Michael Jackson e dei Pink Floid.
Nel capitolo "La fine di un incubo" l'autore narra le ultime concitate ore di "vita" del Muro di Berlino che la sera del 9 novembre 1989 venne abbattuto a picconate dai berlinesi in festa. Solo undici mesi dopo quella notte anche la DDR scomparirà. Alcuni dei cittadini della DDR proveranno un sentimento di delusione e umiliazione (noto come Ostalgia) per questa annessione all’ovest. Ma oggi, come scrive Falanga, è raro incontrare berlinesi che ricordino dove passasse esattamente il Muro. Cosa farà Berlino per non dimenticare questa pagina di storia?
Carolina Castellano, Il mestiere di storico, 01-12-2010
In dieci capitoli ed un epilogo, dedicato alla «memoria difficile di un monumento insolito», l’a. ripercorre i momenti salienti, sensazionali e non, della storia del Muro: la sua infausta edificazione in «una domenica di agosto» (titolo del cap. 2), la tensione provocata dalle prime vittime delle guardie di confine ed i tentativi di resistenza guidati dall’eroico borgomastro Brandt, la pianificazione del tragitto del Muro, le drammatiche storie delle vittime, delle fughe a lieto fine, più o meno spettacolari, «vero e proprio monumento all’irreprimibile istinto degli esseri umani a ricercare la libertà contro le decisioni più assurde e disumane del potere» (p. 123). L’anomalia storica del Muro viene descritta in tutti i dettagli ed implicazioni nella vita della città: l’interruzione delle comunicazioni e dei trasporti, il filtraggio del sistema fognario, rimasto comune, da parte della Stasi decisa ad impedire le fughe, l’impietosa divisione dei cimiteri attraversati dal confine, la «guerra degli altoparlanti» (titolo del cap. 4), combattuta dalle emittenti radio televisive dei due Stati da una parte all’altra del Muro in una schermaglia propagandistica conclusasi solo quando i media tedesco-occidentali rinunciano alla condanna della Ddr «in nome della politica di distensione cominciata dai social-democratici» (p. 80).
Oltre alle vittime ed ai protagonisti di fughe a lieto fine, compaiono gli oscuri burocrati ed ufficiali della Ddr, le immancabili spie ed i protagonisti della vita politica. Il tutto è raccontato in una corona di storie ad effetto, sulla base di bibliografia nota (
Lo sfondo su cui si dipanano le «storie del Muro» è quello della sua normalizzazione ed assimilazione nella vita quotidiana, che per l’a. rappresenta un’aberrazione politica non minore dell’arbitraria impresa di fortificazione decisa dalla dittatura della Sed. Da qui la condanna senza appello della
in primis il volume di T. Flemming e H. Koch, Die Berliner Mauer, Berlin, 1999, che in buona parte registra l’esperienza di Koch, cartografo della Stasi e poi responsabile della Commissione per lo smantellamento del Muro; o l’inchiesta svolta nel 1991 dall’attivista del Msi B. Zoratto sulle vittime italiane del confine), con un certo gusto per il colore e lo stile giornalistico.Ostpolitik, di cui viene considerata corresponsabile l’intera classe politica tedesca (nonostante le critiche della Cdu alla politica socialdemocratica). L’analisi di questa stagione oscilla tra l’interpretazione complottistica (quella suggerita da H. Knabe nel 2001 sulla base della documentazione Stasi, cfr. il cap. 4) o economica (l’influenza dell’Ost-Anschluss fondato nel 1952 da Ehrard, cfr. il cap. 8), con un’identificazione tra Ostpolitik e politica della distensione che finisce per appiattire la prospettiva al panorama politico tedesco, escludendo dal quadro le dinamiche tra i due protagonisti della guerra fredda. Gli spunti più interessanti sono nell’ultimo capitolo, dedicato al dibattito degli ultimi anni intorno alle forme commemorative del Muro, segnato dalla presenza di politici della Sed, passati nelle fila del suo successore politico, la Pds, poi Linke, ai vertici amministrativi della città.
, Gazzetta di Reggio, 18-10-2015